La favola del giorno

Il Gatto con gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel  vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, – infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro:

  • Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.

  • Al signor Marchese di Carabas, – risposero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’immensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare.

L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

  • M’hanno assicurato, – disse il Gatto, – che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animali, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
  • E’ verissimo! – rispose l’Orco bruscamente, – e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole, non valevano proprio nulla.

Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.

  • Mi hanno assicurato, – disse il Gatto, – ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
  • Impossibile? – rispose l’Orco, – adesso lo vedrete!

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il Gatto, udendo il rumore della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:

  • La maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
  • Ma come, Marchese! – esclamò il Re, – anche questo castello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro, se vi aggrada?

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone ove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venirlo a trovare proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri:

  • Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!

Il Marchese, con mille riverenze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Morale

Certamente è una gran comodità

Godere di una ricca eredità

Che da padre discende e a figlio viene.

Ma ai giovani più giova esercitare

L’industria e il saper fare

Che usar d’un bene avuto senza pene.

Altra morale

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente

Può d’una principessa acquistar cuore e mente,

Sì da avere da lei le più languide occhiate,

E’ che l’abito e il fior di giovinezza

Sono, per ispirar la tenerezza,

L’armi meglio temprate.

Fiaba popolare francese

Curiosando qui e là

Da ogni uovo nasce un pulcino?

No: i pulcini nascono solo dalle uova fecondate dal gallo, la cui assenza però non impedisce alle galline di deporre uova non fecondate.

Le galline, infatti, iniziano a deporre le uova intorno al quarto o quinto mese di vita, anche se non si sono mai accoppiate. Le quantità deposte in un anno variano nelle diverse razze: le livornesi, ad esempio, ne depongono ben 250-300 all’anno.

In natura, nei primi mesi dell’anno la produzione è maggiore, mentre a ottobre-novembre la produzione si interrompe.

Negli allevamenti intensivi i ritmi di ovodeposizione sono molto più intensi. L’uovo è immediatamente allontanato dalla gallina, poiché questo la stimola a produrne un altro in tempi ravvicinati. La luce è regolata artificialmente e l’alimentazione è costituita da cibi ricchi di proteine e minerali, per mantenere le ovaiole nelle migliori condizioni fisiche, e per avere sempre le massime produzioni possibili.

Arte – Cultura – Personaggi

Giacomo Leopardi

L’ambiente, la personalità, le idee.

L’opera leopardiana nasce da un fondo di atteggiamenti e di riflessioni che vanno in gran parte ricondotti all’ambiente oppressivo in cui il poeta si formò. Recanati appartiene alla Marca Anconetana, e quindi allo Stato pontificio: è perciò non soltanto un piccolo centro di provincia, ma di una provincia tutta particolare, che unisce alla naturale angustia della collocazione periferica, la chiusura e l’arretratezza dello Stato cui appartiene. D’altra parte l’ambiente familiare, nonché correggere, aggrava una siffatta situazione generale: Adelaide, pur abile amministratrice del dissestato patrimonio familiare, non si raccomanda certo per calore umano e per spirito materno; Monaldo, religiosissimo fino alla bigotteria e politicamente reazionario, è in fondo un buon diavolo, ha qualche pretesa culturale ed è riuscito a mettere insieme una biblioteca decisamente ragguardevole. Ma è un uomo mediocre, debole di carattere e di idee ristrette.

Sulle prime Leopardi si adatta conformisticamente a questo ambiente, professando ad esempio idee politiche reazionarie. Preferisce un’Italia “divisa in regni”, con “numerose capitali animate da corti floride e brillanti”, retta da “sovrani affettuosi ed amabili”, piuttosto che una nazione unita ma inquieta; oggi, “possiamo dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell’italiano” (Agli italiani per la liberazione del Piceno). Più tardi la “conversione dall’erudizione al bello” spazza via queste posizioni, perché la maturità umana derivata dalle tante e approfondite letture intraprese faceva sentire sempre più a Leopardi il contrasto insanabile tra la propria ansia di gloria, d’amore, di libertà, e i limiti ad essa opposti dall’ambiente d’origine. A ciò si aggiunga il progressivo declinare della sua salute, determinato anche da quell’ambiente, o comunque avvertito da Leopardi anche come risultato di un’educazione sbagliata, e visto come conseguenza di uno sforzo intellettuale certo sproporzionato alle possibilità di un’adolescente, ma inevitabile in quanto unico mezzo possibile di evasione e di autenticità umana in un contesto socio-familiare senza sbocchi e profondamente “innaturale”.

Sono qui le radici del pessimismo leopardiano, nella sua duplice articolazione di pessimismo storico e di pessimismo cosmico. Come dire che all’inizio Leopardi spiega l’infelicità umana alla luce dei conflitti che storicamente si vengono determinando tra l’ingenuità e la spontaneità della natura umana, e i lacci posti ad esse da un’evoluzione culturale (culturale in senso lato, quindi anche socio-familiare) mistificante e artificiosa. Mentre in un secondo momento – proprio perché l’oppressivo ambiente d’origine è privo di sbocchi – l’ipotesi di una fondamentale  sanità della Natura viene meno e il pessimismo da storico diventa cosmico: l’infelicità umana, in altre parole, non dipenderebbe tanto o soltanto da una frattura, operatasi in qualche momento della storia, tra Natura e Cultura (ma Leopardi svolge le sue riflessioni con l’occhio ancora rivolto alla recente cultura illuministica e parla di Ragione), quanto piuttosto dalla totale e assoluta negatività della Natura stessa e dell’esistere che da essa deriva: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male”. Continua.

L’angolo della Poesia

La quiete dopo la tempesta

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

o torna all’opre? o cosa nova imprende?

quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita aborria,

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr, vedendo

mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

O natura cortese,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

è diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

prole cara agli eterni! assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor: beata

se te d’ogni dolor morte risana.

Giacomo Leopardi

Arte – Cultura – Personaggi

Picasso

Pablo Ruiz Picasso, nato in Spagna, a Malaga il 25 ottobre 1881 e morto in Provenza (Francia), l’8 aprile 1973, è l’artista che meglio interpreta tutto il suo tempo, soprattutto perché è convinto che un artista debba contribuire a cambiare la storia, e non solo la pittura e la scultura.

“Guernica”, uno dei suoi quadri più famosi, rappresenta il bombardamento dell’omonima cittadina basca da parte dei nazi-fascisti, è il più efficace manifesto politico del ‘900. “Io sto dalla parte della vita contro la morte, della pace contro la guerra” diceva. Così “Guernica” ha un valore che supera le epoche.

Picasso non è mai stato un tipo modesto. E senz’altro si sarebbe trovato d’accordo con chi (e sono molti) lo definisce “il più grande genio artistico del ‘900”.

“Les demoiselles d’Avignon”, del 1907, viene considerato il dipinto più rivoluzionario e quindi più importante del secolo. Come fondamentale viene ritenuta l’opera dei successivi 66 anni.

Camaleonte. “Io sono sempre in agitazione, sempre in movimento. Mi vedi così eppure sono già cambiato. Sono già da un’altra parte. Non sto mai fermo”. Nessuno avrebbe potuto dirlo meglio: errabondo, donnaiolo, sempre a caccia di stili e forme nuove, Picasso è un camaleonte.

Gli stili e i temi. Ha seguito o fondato tanti stili, dipinto tanti temi (dalle scene erotiche alla corrida, dalle nature morte ai ritratti dei figli) e usato tanti materiali (è pittore e scultore, mischia metallo, carta e terracotta). E non a caso: a Parigi, fucina di quasi tutte le avanguardie del secolo scorso, Picasso vive con letterati, musicisti, ballerine, fotografi, cineasti e teatranti, partigiani e utopisti di tutti i generi.

Il nome. Sembra strano, ma a renderlo il più famoso artista moderno ha giocato un ruolo anche il nome: così semplice da ricordare, uguale in tutte le lingue (chi si ricorda mai come si scrive Kandinskji?).

La riconoscibilità. Con le sue facce stravolte, i suoi tratti infantili, i suoi colori improbabili ma con le sagome sempre riconoscibili, resta per tutti il simbolo dell’arte moderna, il papà di quegli “scarabocchi” che hanno mandato a gambe all’aria le precedenti certezze sull’arte.

Le sommeil – il sonno, 1932

In quest’opera è ritratta Marie-Thérèse, come in molte altre, una ragazza semplice e remissiva, amante di Picasso all’età di 17 anni quando lui ne aveva oltre 50, essa viene ritratta addormentata su una poltrona rossa. Il corpo della ragazza e la sua nudità sono esibiti senza pudori. Colori tenui. E’ un momento intimo: Picasso spia l’amante nel sonno e la desidera, conscio che non si opporrà ai suoi desideri erotici. Quando dipinge Marie-Thérèse, Picasso usa sempre colori “gentili” come il fondo verde chiaro. I contorni sono appena accennati, il rosa del corpo è delicatissimo. I capelli prendono consistenza, volume e colore. Le linee delle braccia sono piene e tonde. Picasso dipingerà così solo Marie-Thérèse.

La femme qui pleure – La donna che piange, 1937

Chi è la donna che piange? Secondo molti, è Dora Maar, fotografa e amante dal forte carattere. “Non ho mai potuto vederla, immaginarla, in altro modo che in lacrime” pare abbia dichiarato Picasso. E di sicuro fece del suo meglio perché Dora piangesse: lei non sopportava i suoi tradimenti, gli faceva scenate isteriche, rendeva il rapporto teso e angosciante. Lacrime. La critica Brigitte Baer, tra le massime esperte di Picasso, sostiene invece si tratti della madre dell’artista, che piange sulle tragedie belliche della Spagna. In ogni caso i tratti del volto sono stravolti. Spiega la critica Matilde Battistini: “Le lacrime sono spilloni, lacerano il corpo. Gli occhi stessi hanno forma di lacrime”.

Astrologia – Affinità di coppia tra il segno del Toro con gli altri segni – Ariete

Toro-Ariete

Il fuoco che non si spegne.

Una tranquilla venusiana e un impaziente marziano in teoria non stanno affatto bene insieme. In realtà hanno in comune un ardore primaverile dei sentimenti e dei sensi capace di alimentare a lungo un intenso e tenero legame amoroso.

Parecchie malelingue van sostenendo che la donna del Toro è una pigra e una avara. In queste considerazioni un po’ sbrigative, qualcosa di vero c’è. Però le motivazioni di fondo che inducono la venusiana al risparmio sono tanto plausibili da riscattarla completamente. Anche se lei non ha proprio bisogno di simili assoluzioni per salvaguardare il proprio equilibrio psicofisico. Perché è tanto sicura del fatto suo da non scomporsi di fronte agli attacchi di chi pretende di sindacare le sue scelte. Infatti la sua guida spirituale è un istinto di conservazione che contempla, prima di tutto, la stretta osservanza del principio dell’autoconservazione.

E proprio dal questo hanno origine la sua presunta pigrizia e l’altrettanta presunta avarizia. Lei è una che si gode la vita, indipendentemente dalle inevitabili vicissitudini; non solo, ma vuole continuare a goderla il più possibile. Così sta bene attenta a non dilapidare a vanvera il bello e il buono che la sorte le ha elargito.

Il principio vale anche in fatto di denaro e non c’è pericolo che deragli: a spese avventate o superflue lei oppone un dolce ma reciso rifiuto. In compenso, se lei si propone una qualunque forma d’investimento produttivo e duraturo, non esita a impegnarsi fino all’ultimo centesimo e all’ultima stilla d’energia. Perché, come il simbolico animale che rappresenta il segno, lei (a patto che ne valga la pena) sa anche essere un’impareggiabile ruminante di fatica e sacrificio. E lo dimostra soprattutto quando, coinvolta in un valido rapporto affettivo, si sente investita dal ruolo per lei gratificante in assoluto: quello di lume tutelare della vita. Quindi vuole avere un amore che, oltre ad onorare la sua intensa femminilità venusiana, le riconosca quel diritto alla maternità che lei considera irrinunciabile.

A prima vista, una donna così quadrata dovrebbe stare alla larga dall’impulsivo, precipitoso, irruento uomo dell’Ariete. Un tipetto cioè che, al contrario di lei, spesso agisce prima di pensare. Salvo poi lamentarsi e sbraitare quando è ormai troppo tardi per rimediare. Ma, proprio perché sono così diversi, i due possono finire con l’amarsi tanto da diventare indispensabili l’uno all’altro. Complici i rispettivi governatori (Marte per l’Ariete e Venere per il Toro) che esprimono valenze e funzioni opposte e complementari. Senza contare che questi due segni contigui hanno in comune un ardore primaverile molto favorevole allo sbocciare d’intensi legami amorosi.

E così, se solo interviene qualche piccolo aiuto astrale di pianeti veloci in reciproco aspetto armonico, l’amore fra l’uomo dell’Ariete e la donna del Toro può nascere, fiorire e fruttificare senza gravi intoppi. Merito soprattutto di lei che, vigile ma dolcissima, lascia che lui si scateni seguendo gli istinti marziani e focosi che gli sono propri. Ma, allo stesso tempo, tiene ben saldo nelle proprie mani il bandolo di quell’arruffata ma semplice matassa che è l’uomo dell’Ariete.

Così lui, illuso di essere l’incontrastato signore e padrone, non si accorge d’essere stato preso definitivamente al laccio dalla dolce tiranna venusiana.

La Toro, invece di perdere tempo inutile a fronteggiarlo, lo sospinge nella rete di una dipendenza affettiva da cui lui non sa e non vuole districarsi.

Lo cattura con la dolcezza, il sorriso e l’antica arte di prendere l’uomo per la gola. Così, iniziandolo alle gioie della tavola, riesce man mano a smorzare i forsennati ritmi arietini responsabili di tanti guai. Pian piano, lui impara a masticare e sorseggiare con calma, per assaporare le finora sconosciute gioie dei sensi. Una volta appreso il principio, il marziano discepolo della venusiana Toro applica la preziosa lezione anche nell’intimità: seguendo le dolci, lente strategie della compagna, impara a stemperare il fuoco per farlo durare più a lungo. E scopre, felice, un dopo fatto di profonda, appagata pienezza, invece che di solitario e sterile annientamento …

Sottoposto a terapia intensiva di dolci concretezze, senza accorgersene l’Ariete impara a smussare gli spigoli del proprio carattere e a mettere ordine in quel disordinato mosaico che era la sua vita prima d’incontrare la venusiana.

Monumenti di Napoli

Chiostro di San Gregorio Armeno

Piazzetta San Gregorio Armeno 1

Un’ampia rampa scoperta conduce al chiostro; alle pareti laterali, su una zoccolatura in maiolica, gli affreschi eseguiti nel 1704 da Giacomo del Po offrono scenografiche prospettive con finti colonnati decorati con statue, festoni e maschere.

Nelle pareti ai lati dell’ingresso al convento, le due ruote per il passaggio degli oggetti, ricordano l’antico stato di segregazione delle suore di clausura.

Il chiostro, luminosissimo, ha una configurazione insolita, determinata da esigenze panoramiche: l’edificio conventuale, con ampie terrazze digradanti si articola infatti su soli tre lati per consentire, con l’apertura verso sud, la vista del mare.

Al centro, tra gli alberi d’arancio, due statue a grandezza naturale, raffigurano l’incontro tra Cristo e la Samaritana al pozzo, qui interpretato come una fantasiosa fontana barocca con delfini e cavalli marini.

La ricetta del giorno

Canapè di asparagi e uova

Ingredienti: asparagi grossi 1 kg, 8 uova, 8 fette di pane a cassetta, parmigiano grattugiato, burro, sale, pepe.

Esecuzione: pulire gli asparagi eliminando gli steli duri, immergerli in piedi in una pentola alta con acqua fredda salata lasciando fuori le punte e lessarli con il coperchio a fiamma moderata per 15 minuti finché saranno teneri.

Sgocciolarli e tenerli in caldo.

In una padella antiaderente fondere il burro, rosolarvi le fette di pane e metterle da parte poi, aggiungendo dell’altro burro, rompervi le uova intere e cuocerle a occhio di bue con un pizzico di sale e di pepe.

In ogni piatto individuale mettere due fette di pane, distribuirvi sopra le punte di asparagi e su ogni fetta un uovo fritto.

Cospargere i canapè con parmigiano grattugiato e irrorarli di burro fuso al momento di servirli.

Accompagnare il piatto con una fresca insalata.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: evita chi ti fa perdere tempo;

Toro: non hai rivali;

Gemelli: hai un nemico molto pericoloso;

Cancro: è un periodo di confusione;

Leone: un tuo progetto può perdere lavoro;

Vergine: devi risolvere i dubbi che ti restano;

Bilancia: intorno a te ci sono dei malumori e delle tensioni;

Scorpione: delle buone notizie in arrivo;

Sagittario: qualsiasi incontro può portare dei vantaggi;

Capricorno: evita problemi e complicazioni;

Acquario: hai bisogno di distrazioni, magari un viaggio;

Pesci: evita gli scatti d’ira.

Martedì 23 aprile 2019

Il Sole sorge alle 6:07 e tramonta alle 19:50

La Luna cala alle 7:14 e si eleva alle 23:20

San Giorgio martire

Questo Santo è il protettore dei cavalieri ed è da invocare contro le carestie e le scottature.

Santo Patrono di Campobasso

Santo Patrono di Reggio Calabria

Santo Patrono di Pizzo

  • Giorgio se nne vo’ jì e ‘o vescuvo ‘n ‘o vo’ mannà.
  • Dicètte ‘o cavallo a ‘o patrone: ènchieme ‘a panza e frùstame ‘e gàmme.
  • Pe’ ‘nu sordo ‘e pizza vi’ quanta chiàveche a ‘nu pizzo!
  • Abbruscià ‘o paglione.

(andar via senza pagare i propri debiti)

  • ‘A palomma s’abbrucia ‘e scelle ‘nfaccia ‘a cannèla.

Il 23 aprile 1982 l’assessore regionale Raffaele Delcogliano ed il suo autista vengono uccisi dalle Brigate Rosse.

Il proverbio del giorno: acqua di San Giorgio carestia di fichi.

La favola del giorno

Il gatto con gli stivali

Un mugnaio lasciò per eredità ai suoi tre figli solo il mulino, un asino e un gatto. Le parti furono presto fatte: non vi fu bisogno né d’avvocati né di notai. Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio. Il figlio maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino, e il più giovane non ebbe che il gatto.

Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera:

  • I miei fratelli, – diceva, – si potranno guadagnare onestamente la vita mettendosi in società; ma quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morir di fame!

Il gatto che aveva sentito questo discorso, ma aveva fatto finta di non accorgersene, gli disse con aria seria e posata:

  • Non state ad affliggervi, caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per camminare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete.

Il padrone del gatto non faceva n grande affidamento sulle sue parole, ma gli aveva visto fare tanti di quei giochi di destrezza nel prendere topi o sorcetti (come quando il gatto si lasciava pendere per i piedi, o si nascondeva nella farina facendo il morto) che non disperò completamente di trovare in lui un po’ d’aiuto nella sua miseria.

Quando il Gatto ebbe ottenuto quel che aveva chiesto, infilò bravamente i suoi stivali e, mettendosi il sacco in spalla, ne prese i cordoni con le due zampe davanti e se ne andò in una conigliera dove c’era un gran numero di conigli. Mise nel sacco un po’ di crusca e di cecerbita e, sdraiatosi in terra come se fosse morto, egli aspettò che qualche coniglietto, ancora poco edotto delle astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel suo sacco, per mangiare quel che vi aveva messo.

Non appena si fu disteso in terra egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo gatto, tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza misericordia.

Tutto fiero della sua preda, se ne andò dal Re e domandò di parlargli. Lo fecero salire nelle stanze del Re dov’egli entrò, fece una grande riverenza, e disse al Re:

  • Ecco qui, Maestà un coniglio di conigliera che il signor Marchese di Carabas, – (questo era il nome che gli era saltato il ticchio di dare al suo padrone), – mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.
  • Di’ al tuo padrone, – rispose il Re, – che lo ringrazio e gradisco molto il suo regalo.

Un’altra volta, il Gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò ad offrirle al Re, come già aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re accettò nuovamente con piacere le due pernici e gli fece dare una mancia.

Il Gatto continuò in tal modo durante due o tre mesi a portare al Re di quando in quando la selvaggina delle bandite del suo padrone. Un giorno, avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume, insieme alla figlia, la più bella principessa del mondo, il Gatto disse al suo padrone:

  • Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’e fatta: dovete andare a fare un bagno nel fiume, e precisamente nel posto ch’io v’indicherò; quanto al resto, lasciate fare a me.

Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto, senza sapere a che gli avrebbe potuto servire. Intanto che lui faceva il bagno, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola:

  • Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando!

A queste grida, il Re si affacciò allo sportello della carrozza e riconosciuto il Gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle sue guardie che corressero subito in aiuto del Marchese di Carabas.

Nel mentre che tiravano su dall’acqua il povero Marchese, il Gatto si avvicinò alla berlina del Re e gli disse che, intanto che il suo padrone faceva il bagno, alcuni ladri erano venuti a portargli via tutti i vestiti, sebbene lui avesse gridato “al ladro!” con tutte le sue forze. Il furbacchione li aveva nascosti sotto una grossa pietra.

Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a prendere uno dei suoi abiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas. Intanto il Re gli faceva mille cortesie: e poiché i bei vestiti che gli avevano portati mettevano in valore la sua persona (egli era assai bello e ben fatto), la figlia del Re lo trovò proprio di suo gradimento, e appena il Marchese di Carabas le ebbe lanciato due o tre occhiate molto rispettose, ma abbastanza tenere, lei ne divenne innamorata cotta. Continua domani.

Curiosando qui e là

Il criterio con cui sono disposti i numeri nel gioco delle freccette.

Il tabellone del gioco delle freccette è suddiviso in quattro cerchi divisi a loro volta da 20 segmenti, più due piccoli cerchi (25 e 50 punti) che rappresentano il centro del bersaglio. Il criterio con cui sono disposti i numeri è studiato per penalizzare i tiri casuali. Di fianco ai numeri più grandi si trovano le cifre più basse (il 20 è in mezzo al 4 e all’1, il 17 tra il 3 e il 2 e così via), quindi un errore di precisione porta a un numero di punti basso. Esistono più di 121 milioni di miliardi di combinazioni in cui è possibile dividere i 20 segmenti del tabellone di gioco, è quindi sorprendente che quello adottato, che risale al 1896 ed è stato messo a punto dal carpentiere inglese Brian Gamblin, sia così funzionale.

La composizione dei segmenti veniva usata nei pub anche come test di sobrietà. I giocatori dovevano colpire le sezioni in ordine numerico crescente, e chi aveva alzato il gomito aveva enormi difficoltà nel farlo.

L’origine dell’epiteto “imbecille”

Deriverebbe dal prefisso negativo latino (in-) e dal sostantivo baculum, bastone. Il vocabolo composto da in+baculum (da cui prima imbacillum, poi imbecillum) significava dunque senza bastone, e sarebbe servito inizialmente per definire chi, debole di gambe, si ritrova senza bastone (in-) e risulta quindi menomato. Non si trattava di un epiteto necessariamente offensivo. Col passare del tempo però, l’ironia e la spietatezza hanno preso il posto della comprensione. Per traslazione, poi, imbecille è stato affibbiato a chi “zoppica” con la mente, vale a dire appare incapace di fare chiarezza o prendere una posizione precisa.

Arte – Cultura – Personaggi

Giacomo Leopardi

La vita

Giacomo Leopardi nasce a Recanati (Macerata) il 29 giugno del 1798, dal conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici, in un ambiente sociale e familiare tra i meno adatti ad assecondare le aspettative di un giovane generoso e ricco di ingegno.

Dopo una prima educazione sotto la guida del padre e di due sacerdoti, il Torres e il Sanchini, il futuro poeta assume in prima persona la responsabilità della propria formazione: si immerge nell’esplorazione della ricca biblioteca paterna e in “sette anni di studio matto  e disperatissimo” (1809-1816) si impadronisce del latino, del greco, dell’ebraico, e si cimenta in difficili studi filologici ed eruditi; contemporaneamente tenta anche le prime prove creative, componendo due tragedie (La virtù indiana, 1811; Pompeo in Egitto, 1812) e attendendo a varie traduzioni (da Mosco, da Omero, da Virgilio, da Esiodo); sono opere compilatorie, ma importanti nella formazione del futuro poeta, la Storia dell’Astronomia (1813)e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815).

Nel 1816 cadono l’esperienza (tutta platonica) del primo amore (per la cugina Gertrude Cassi Lazzari), l’inizio della corrispondenza epistolare con il letterato piacentino Pietro Giordani (conosciuto di persona solo nel 1818), che sarà sempre per il Leopardi un interlocutore prezioso e sensibile, e infine la cosiddetta “conversione letteraria”, che segna, nella storia leopardiana, il passaggio dall’erudizione al bello: la grande poesia antica diviene, da palestra erudita, fonte di godimento estetico e di arricchimento intellettuale ed esistenziale, ponendosi, nel contempo, anche come base per una più larga e più intensa frequentazione degli autori moderni e contemporanei (Parini, Monti, Alfieri, Foscolo, Byron, Goethe, Chateaubriand e così via).

Il 1816 è anche l’anno dell’ingresso ufficiale del Romanticismo in Italia, e Leopardi tenta di prendere posizione sull’argomento con una Lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana”, che però non verrà pubblicata. Le tesi qui esposte saranno risistemate e approfondite, due anni dopo, nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818).

Il 1819 è un anno di grave crisi: il fisico già minato del poeta (soffriva da tempo di una deviazione della colonna vertebrale) registra una nuova, seria infermità agli occhi; cade poco più tardi un tentativo di fuga dalla casa paterna, stroncato sul nascere; si compie, soprattutto dopo la conversione letteraria, la cosiddetta conversione filosofica, che segna il passaggio dal bello al vero: in conseguenza di essa vengono meno le illusioni giovanili; la vita, le sue ragioni, le sue finalità sono sottoposti a impietosa analisi; la stessa capacità di godere e produrre il bello (dal 1818-19 la poesia leopardiana è ormai entrata in una fase sostanzialmente matura) subisce i contraccolpi dell’abito disilluso e filosofico che il poeta si è venuto creando.

Dal novembre del 1822 all’aprile del 1823 soggiorna a Roma, ospite degli zii materni: è l’evasione tanto attesa dall’oppressivo ambiente recanatese. Ma l’esperienza si rivelerà deludente, perché la vita che si conduce nella capitale non è meno oziosa, dissipata, senza metodo di quella che si conduce in provincia.

Rientrato a Recanati, il poeta compone le Operette morali (o almeno il nucleo più consistente di esse). Sul finire del 1825, si trasferisce a Milano, su invito dell’editore Stella, per curare l’edizione completa delle opere di Cicerone. Durante il viaggio si ferma a Bologna, dove incontra il Giordani e stabilisce cordiali rapporti con letterati ed estimatori. Tra il 1826 e il 1827, dopo aver abbandonato Milano, il cui clima non si adatta alle sue condizioni di salute, si trattiene a Firenze, dove entra in contatto con l’ambiente della rivista “L’Antologia”, diretta dal ginevrino Giampietro Vieusseux. Poi si trasferisce a Pisa, qui attratto dal clima mite della città. A Pisa avrà inizio la seconda grande stagione poetica leopardiana.

Rientrato, nel novembre del 1828, a Recanati, vi si tratterrà fino all’aprile del 1830. Poi sarà di nuovo a Firenze, qui invitato da Pietro Colletta (storico e uomo d’armi d’orientamento liberale) che gli garantisce un sussidio mensile sottoscritto da ignoti ammiratori. E’ il distacco definitivo dal natio borgo selvaggio, e l’inizio di un diverso stile di vita, caratterizzato da una nuova, risentita volontà di contatti umani, e da un’insolita combattività intellettuale. Ha inizio, proprio nel 1830, la terza grande stagione della poesia leopardiana.

A Firenze il poeta si innamora, non ricambiato, di Fanny Targioni Tozzetti, e qui conosce un esule napoletano, Antonio Ranieri, con il quale deciderà di vivere in sodalizio. E’ con lui infatti che nel 1833, ottenuto un modesto mensile dalla famiglia, si trasferisce a Napoli, spinto a questo passo anche dalla speranza di trovare nella città campana condizioni climatiche più adatte alla propria salute sempre più compromessa. Nel nuovo soggiorno rimarrà fino alla morte, senza peraltro trovare nell’ambiente culturale partenopeo nessuna vera corrispondenza intellettuale.

Nel 1836, da Napoli – dove infuriava il colera – si sposta con il Ranieri in una villetta fra Torre del Greco e Torre Annunziata. Qui lo coglierà la morte il 14 giugno del 1837.

L’angolo della Poesia

La quiete dopo la tempesta

Passata è la tempesta:

odo augelli far festa, e la gallina

tornata in su la via,

che ripete il suo verso. Ecco il sereno

rompe là da ponente, alla montagna;

sgombrasi la campagna,

e chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si  rallegra, in ogni lato

risorge il romerio,

torna il lavoro usato.

L’artigiano a mirar l’umido cielo,

con l’opra in man, cantando,

fassi in su l’uscio; a prova

vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

della novella piova;

e l’erbaiuol rinnova

di sentiero in sentiero

il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

per li poggi e le ville. Apre i balconi,

apre terrazzi e logge la famiglia;

e, dalla via corrente, odi lontano

tintinnio di sonagli; il carro stride

del passeger che il suo cammin ripiglia.

Giacomo Leopardi –

Continua domani.

Animali

Il Barbagianni: il signore della notte.

E’ stato frequentemente paragonato a un fantasma nella notte. E come tale perseguitato, cacciato, ucciso e inchiodato alle porte delle stalle. Il suo piumaggio bianco inferiormente e nocciola sopra lo rende evidente ai fari delle automobili mentre sorvola lento la campagna, proprio come uno spettro. Eppure il barbagianni non potrebbe essere più utile all’uomo. E’ diffuso in molte zone rurali, frequenta i campi coltivati e i margini dei boschi, e la maggior parte delle sue prede sono roditori. Topiragni, arvicole, topi selvatici, ratti cadono tutti sotto i suoi artigli. Riesce a prendere al volo anche i piccoli uccelli che spaventa ponendosi di fronte a un cespuglio e battendo le ali.

Anche se d’inverno cattura molte prede di giorno, è uno dei rapaci più notturni della nostra fauna, e riesce a cacciare nel buio quasi completo. Non ha la vista acuta di altri rapaci notturni, ma l’udito è straordinario. Inoltre la struttura delle orecchie è molto particolare, e gli consente di localizzare con estrema precisione ogni più piccolo rumore. Guidato dal suono, si precipita sulla preda con gli artigli aperti, e la uccide soffocandola. Le ali lunghe e arrotondate e la coda corta gli permettono un volo agile e un atterraggio preciso.

Il barbagianni nidifica molto spesso nelle costruzioni umane, nelle stalle e nei campanili, dove depone da 4 a 7 uova e alleva i piccoli, batuffoli bianchi che quando cambiano il piumino rivestono direttamente la livrea dell’adulto, a differenza di altri rapaci notturni.

Quando è nel nido, ma anche quando vola, è solito emettere il suo grido, che è in effetti agghiacciante: un lungo soffio soffocato e tremolante, che dura circa due secondi.

Le attività agricole hanno favorito la sua diffusione, ma la scomparsa di vecchie costruzioni e di alberi cavi dove fare il nido, il traffico automobilistico che ne fa strage e soprattutto, in alcune zone d’Italia, la continua e stupida persecuzione di cui la specie è ancora oggetto, hanno diminuito il numero di barbagianni. Con conseguente aumento dei roditori, e dei danni provocati da questi ultimi.

Una delle caratteristiche più note del barbagianni è la sua faccia a cuore. Dietro a questo aspetto si nasconde una struttura molto specializzata, un vero e proprio radar che riesce a percepire i suoni più lievi e, soprattutto, la direzione e la distanza di ogni minimo rumore. Le orecchie del barbagianni sono infatti poste nel cranio in posizione asimmetrica; i suoni giungono quindi in momenti diversi al cervello, che li elabora con estrema precisione per stabilirne la provenienza e la distanza. Con questo complesso apparato, il barbagianni riesce a cacciare al buio più completo, pur non avendo una vista buonissima, e cattura anche prede minuscole solo ascoltandone i movimenti nell’erba.

La maggior parte delle prede del barbagianni è costituita da piccoli mammiferi, come topi selvatici, arvicole e topiragni. In alcuni momenti di particolare abbondanza riesce anche a catturare pipistrelli, piccoli predatori, talpe, ghiri e conigli selvatici.

I piccoli dei barbagianni nascono dopo un’incubazione di circa un mese e cominciano a volare dopo tre mesi. Rimangono con i genitori per un altro mese, nel corso del quale imparano le tecniche di caccia. I piccoli di barbagianni sono veri e propri batuffoli di piume bianche, che la madre accudisce quando sono piccoli, coprendoli per tenerli al caldo. In questo periodo il padre si incarica di portare al nido numerose prede per mantenere tutta la famiglia. In alcuni momenti arriva a catturare fino a cinque prede ogni mezz’ora.

Il volo del barbagianni, come quello di altri rapaci notturni, è molto silenzioso, perché la struttura delle penne fa scivolare intorno alle ali l’aria senza produrre rumori. A un volo battuto si alternano scivolate d’ala, virate rapide e addirittura posizioni da spirito santo, con l’uccello immobile sopra la preda.

Monumenti di Napoli

Monte di Pietà

Via San Biagio dei Librai 114

Il Monte di Pietà sorse nel Cinquecento per soccorrere quanti si erano indebitati con gli usurai ebrei, espulsi nel 1540 dal Regno di Napoli; nel 1597 l’architetto Giovan Batttista Cavagna, romano, edificò per il Monte questo maestoso palazzo, passato poi al Banco di Napoli, in origine volto verso un largo e che ospita il Banco dei Pegni della più antica istituzione creditizia cittadina.

In fondo al cortile è la cappella interamente realizzata nel primo lustro del Seicento, dove in facciata campeggiano la Pietà, opera di Michelangelo Naccherino, e la Sicurtà e la Carità, di Pietro Bernini, sculture che alludono alle finalità del Monte.

Lo sfarzoso interno con stucchi dorati fu affrescato da Belisario Corenzio, aiutato anche dal giovane Battistello.

Settecentesco è invece il bell’Oratorio, con dipinti di Giuseppe Bonito e bottega e coeva boiserie.

La ricetta del giorno

Pipe rigate con salsiccia e broccoli

Ingredienti: pipe rigate 400 gr, salsiccia 400 gr, cime di broccoli 500 gr, vino bianco, parmigiano grattugiato, aglio, cipolla, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: in una padella con l’olio rosolare aglio e cipolla tritati, unire la salsiccia sbriciolata, bagnare con il vino, far evaporare, aggiungere un po’ d’acqua e cuocere per una decina di minuti a fuoco basso.

In abbondate acqua salata in ebollizione cuocere le cime di broccoli, sgocciolarle e metterle a rosolare con la salsiccia.

Nella stessa acqua dei broccoli cuocere la pasta, alzarla con un mestolo forato e, ancora grondante d’acqua, versarla nella padella con broccoli e salsiccia e farla insaporire a fuoco basso per qualche minuto.

Passarla nel piatto di portata, cospargerla di formaggio e servirla con altro formaggio a parte.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: dedica la giornata al riposo;

Toro: non essere pessimista, datti da fare invece;

Gemelli: preoccupazioni per lavoro e soldi;

Cancro: devi superare il passato;

Leone: una bella notizia in arrivo;

Vergine: non sprecare le tue energie, usale nel modo giusto;

Bilancia: devi accettare quello che ti viene proposto, anche se non ti piace;

Scorpione: stai cercando un rapporto vero;

Sagittario: organizza un bel viaggio, hai bisogno di rilassarti;

Capricorno: devi soffermarti molto a riflettere sui progetti se vuoi scegliere il migliore;

Acquario: calma troppo piatta, non cambia niente;

Pesci: le tue aspettative sono deluse dalla realtà.

Lunedì 22 aprile 2019

GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA

Lunedì in albis, lunedì dell’angelo o pasquetta

San Leonida Martire

Leonida dal greco Leonides cioè che ha l’aspetto del leone.

  • Dicètte ‘o lio’: E’ bello ‘o mello’!

San Sotero papa

San Cajo

Caio dal latino gaius cioè ilare, contento

  • Chi ride senza pecchè o è fesso o ‘nce ll’àve cu’ mme.
  • Quanno mor’io mettiteme vicino

o’ mazzo ‘e carte e ‘nu perètto ‘e vino!

E nun chiagnìte, no, stàteve quiète:

vaco a ghjucà ‘o scupone cu’ ‘e puète!

Il 22 aprile del 1978 il Prof. Giulio Tarro scopre il TAF, un preparato per la diagnosi precoce di una famiglia di tumori.

Il sole sorge alle 6:08 e tramonta alle 19:49

La luna cala alle 6:39 e si eleva alle 22:20

Il proverbio del giorno: Aprile fa i fiori e Maggio ha gli onori.

Miti – Saghe e leggende

Mito Greco

Le cinque età dell’uomo

Mito raccontato dal poeta Esiodo (secolo VIII-VII a.C.), nella Teogonia (generazione degli dèi)

Taluni negano che gli uomini siano stati creati da Prometeo, oppure che siano nati dai denti di un drago. Dicono invece che la Terra li generò spontaneamente, come i suoi frutti migliori, specialmente sul suolo dell’Attica, e che Alalcomeneo fu il primo uomo che visse nei pressi del lago Copaide in Beozia, prima ancora che vi fosse la Luna. Egli fu il consigliere di Zeus quando il dio venne a contesa con Era e il tutore di Atena giovanetta.

Cotesti uomini costituirono la stirpe appartenente alla cosiddetta “Età dell’oro” e furono sudditi di Crono. Vivevano senza pena e senza fatica, nutrendosi di ghiande, di frutta selvatica e del miele che stillava dalle piante, e bevendo il latte delle pecore e delle capre.

Fra svaghi e danze, in serena allegria, non invecchiavano mai e la morte, per loro, non era più temibile del sonno. Ora si sono estinti, ma i loro spiriti sopravvivono come geni tutelari di rustici eremi, come datori di buona fortuna e come difensori della giustizia.

Poi vi fu la stirpe dell’”età dell’argento”, anch’essa creata dagli dèi. Gli uomini erano in tutto soggetti alle madri e non osavano disobbedire ai loro ordini. Litigiosi ed ignoranti non sacrificavano mai agli dèi, ma almeno non combattevano gli uni contro gli altri. Zeus li distrusse tutti. Poi vi fu la “stirpe dell’età del bronzo”, i cui uomini caddero dai frassini come frutti maturi e portavano armi di bronzo. Mangiavano carne e pane e godevano nel fare la guerra, poiché erano insolenti e spietati. La Morte Nera si impadronì di loro.

La quarta stirpe appartenne pure all’”età del bronzo”, ma fu più nobile e generosa, perché generata dagli dèi in madri mortali. Essi si batterono valorosamente all’assedio di Tebe, nella spedizione degli Argonauti e nella guerra contro Troia. Divennero eroi ed ora vagano nei Campi Elisi.

La quinta stirpe è l’attuale stirpe dell’”età del ferro” ed i suoi uomini sono indegni discendenti  della quarta: crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi e traditori.

Da R. Graves, I Miti Greci, Longanesi

Curiosando qui e là

Si fa presto a dire football

La parola football, se usata in diverse parti del mondo, non corrisponde allo stesso gioco.

Anche gaelico. Per noi “football” è il calcio tradizionale, quello della serie A e della Nazionale. Ma già spostandosi altrove in Europa, nel Regno Unito e in Irlanda, ecco spuntare il Gaelic football, che si gioca 15 contro 15. E’ un misto di rugby e calcio ed è il diretto antenato dell’Australian rules football. Rimanendo in Gran Bretagna, ecco comparire l’Harrow football, che si gioca 11 contro 11 in un campo da rugby con porte senza traversa poste all’estremità del terreno di gioco, e il Winchester College football che si gioca 15 contro 15 oppure 6 contro 6 usando una palla rotonda ma facendo mischie come nel rugby. Se poi ci troviamo in Usa, e ci viene la voglia di andare a vedere una partita di football, non stupiamoci di trovarci di fronte energumeni imbottiti e dotati di casco che lottano per la conquista di pochi centimetri di campo passandosi o lanciandosi una palla ovale. Negli Usa questo è l’unico football che noi chiamiamo football americano mentre il calcio si chiama soccer: per la nazione che domina negli sport, questa rimane una materia ostica.

Meglio fare bioplastiche o polenta?

Le bioplastche si ricavano dal mais o da altre piante, invece che dal petrolio. Ma non sono ancora ecologiche: produrle costa troppa energia.

Piante di mais possono essere modificate geneticamente per produrre sia cereali da mangiare, sia foglie e fusti da cui estrarre Pha, un polimero biodegradabile.

Severe analisi. Questa è l’idea sperimentata da Tillman Gerngross, docente al Dartmouth College, negli Usa, e Steven Slater, ricercatore della Cereon Genomics. Secondo una loro analisi, però, per produrre un kg di Pha ne sono necessari 2,65 di petrolio, mentre ne bastano 2,2 per fare un kg di polietilene con i metodi tradizionali.

Troppo energia. Considerando anche la complessità delle operazioni, la Monsanto ha deciso di interrompere la ricerca preindustriale in questo settore. Chi non si arrende sono invece i colossi Cargill, nel campo dell’agricoltura, e Dow Chemical.

EcoPLA. Le due industrie si sono alleate e hanno sviluppato un processo per produrre Pla, un biopolimero simile al Pet utilizzabile per bottiglie, confezioni, tessuti. Il materiale si chiama EcoPLA.

Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 5

Maffiferi, Rettili e Anfibi

Se paragonata a quella degli uccelli, la condizione delle circa 30 specie di mammiferi attualmente segnalate sul Vesuvio è decisamente più difficile. Per chi non può volare, infatti, la pianura che stacca il Vesuvio dai primi contrafforti dell’Appennino è davvero una barriera invalicabile.

Depauperata da secoli di caccia, seriamente danneggiata anche dalla moltiplicazione dei cani rinselvatichiti, la fauna del vulcano ha visto in tempi recenti la ricomparsa del piccolo ed elegante coniglio selvatico, comunque in passato sul Vesuvio, considerato estinto negli anni Settanta e oggi nuovamente segnalato con una popolazione di discreta importanza.

Facile da osservare nei boschi e tra le ginestre del Vesuvio è anche la lepre comune, che ha dimensioni quasi doppie – fino a 70 centimetri di lunghezza e a 5 chili di peso contro un massimo di 35 centimetri e 2,5 chili – di quelle del coniglio selvatico. Introdotta a scopo venatorio, questa specie si è perfettamente adattata all’ambiente del vulcano.

Tra i carnivori è molto diffusa sul Vesuvio la volpe, che compare con una certa frequenza alla vista dei visitatori del Parco nonostante le sue abitudini siano essenzialmente notturne.

L’elenco dei piccoli mammiferi del Parco prosegue con il topo quercino, il ghiro e il moscardino, che prediligono i freschi noccioleti del Monte Somma. Pure presenti, ma decisamente più rare, sono la faina e la donnola. Non è certa, invece, la presenza del tasso. Tra i rettili, i più vistosi sono senz’altro il cervone che vive nei freschi boschi del Monte Somma e può raggiungere i due metri di lunghezza, e il biacco che preferisce il clima più caldo e assolato del Vesuvio. Vivono nel Parco anche il colubro di Esculapio, il piccolissimo orbettino e la vipera comune, cui si aggiungono la tarantola muraiola, il greco verrucoso, il ramarro e la diffusissima lucertola campestre. Estinta allo stato selvatico, la testuggine comune è invece ampiamente presente nei giardini privati e negli orti.

Gli anfibi, tutt’altro che comuni in un ambiente arido come quello del vulcano, sono rappresentati dal rospo comune e dalla rana verde. Mancano segnalazioni recenti del gongilo, importato dai Borboni nel Parco della Reggia di Portici e riprodottosi a lungo anche al di fuori di questo.

Quando la lava fiorisce.

La dura lava viene lentamente disgregata fino a diventare un fertile suolo sul quale crescono erbe, fiori e piante come la gialla ginestra, diffusissima su tutto il Vesuvio.

Ambienti sempre più ricchi.

Le pendici del Vesuvio stanno progressivamente conquistando una vegetazione sempre più ricca e variata. Le caratteristiche del suolo lavico, le variazioni della quota (il Vesuvio raggiunge i 1281 metri di altezza) e la differente esposizione dei versanti sono fattori che agiscono congiuntamente sulla flora determinando, secondo principi ben noti agli ecologi, sia la specie sia le associazioni vegetali possibili.

Un habitat favorevole.

Le rocce e i cespugli del Vesuvio sono l’habitat ideale per molti rettili. Fra questi è diffuso il ramarro, una lucertola grande e particolarmente elegante, soprattutto nel caso dei maschi completamente verdi e con una macchia azzurra sulla gola.

Abili cacciatori di insetti.

Fra i molti uccelli che popolano il territorio del Vesuvio vi sono anche i gruccioni. Questi uccelli sono abilissimi nel catturare al volo con il lungo becco sottile le loro prede (api, vespe, libellule, coleotteri).

Una fauna nascosta.

Le piccole lucertole sono un incontro frequente sulle assolate pendici laviche del vulcano, un ambiente ideale per questi rettili la cui temperatura corporea dipende da quella dell’ambiente in cui vivono.

Al contrario delle lucertole, amanti del sole, i piccoli rapaci notturni si celano durante il giorno nei nidi spesso ricavati da cavità nei tronchi.

Il corvo imperiale

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale (corvus corax) frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide, è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Un simpatico mammifero.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità. Continua.

L’angolo della Poesia

E’ Pasqua

E’ Pasqua n’ata vota,

è festa, ma pe’ mme ca sto luntano

‘stu juorno, comme n’ato,

è triste e saie pecché;

Nun veco dint’ ‘a casa,

‘e cose ca se fanno ‘e juòrne ‘e feste.

Nisciùno cchiù me pensa,

nun manna nu saluto,

e io, sultanto io,

ca penzo a tutte quante;

almeno c’ ‘o penziero

m’ ‘e vveco attuorno e dico:

Bona Pasqua!

E l’eco dint’ ‘a stanza me risponne:

Bona Pasqua!

(Gennaro Esposito)

Astrologia

TORO – 21 APRILE – 21 MAGGIO

Governato da venere – elemento terra – colore verde smeraldo – simboleggiato da un toro.

Il Toro, secondo segno dello Zodiaco, offre possibilità di affermazione e concretizzazione dei desideri, garantisce fecondità e prosperità; le antiche rappresentazioni di questo segno trasformavano le corna in una mezza luna: la luna infatti si trova in esaltazione nel Toro. Nel corpo umano questo segno è associato al collo e alla gola; i nativi sono pertanto soggetti sensuali che approfittano di tutti i piaceri della vita, a cominciare da quelli della buona tavola. Molto attaccato ai suoi averi, il Toro ama eccessivamente il risparmio e l’economia. Inoltre, tende a conservare di generazione in generazione l’abitazione di famiglia o la casa di campagna che gli consente, soprattutto se vive in città, di riprendere contatto con il suo elemento, la Terra, e di attingervi molte risorse.  Spesso i Tori amano la lotta, anche se lo negano decisamente. Chiunque, dopo aver chiacchierato un po’ con loro, si rende bene conto che essi hanno un estremo bisogno di stabilità. Desiderano avvertire nella loro vita una continuità, un tranquillo fluire degli eventi senza troppi sbalzi. Così, ciò che pare noioso ad altri segni, è per i Tori auspicabile e tranquillizzante: per loro è particolarmente difficile accettare di cambiare abitudini. Pertanto essi possono diventare monotoni e fortemente condizionati dalla routine; anche quando certe abitudini diventano insostenibili, essi fanno di tutto per non cambiare niente. E’ quasi impossibile persuadere un Toro a cambiare idea, anche se ci sarebbero ottime ragioni per farlo e più si insiste più si arrampica sugli specchi per difendere il suo punto di vista. Talvolta la testardaggine dei Tori è tale da sfociare nella caparbietà e nell’ottusità. Il loro bisogno di stabilità coinvolge tutti gli ambiti della vita. Desiderano la sicurezza materiale e quindi lavorano duramente per garantire a sé stessi e alla famiglia una certa solidità finanziaria; la loro casa è bella e piena di oggetti di valore, non tanto per soddisfare un senso estetico, quanto per dimostrare il loro successo. Anche la sicurezza affettiva è fondamentale per i nativi del segno. In amore sono devoti e fedeli; non è necessario far giochi di seduzione per farsi conquistare, basta semplicemente dimostrare di ricambiare l’amore e di non avere l’intenzione di spezzar loro il cuore. Sfortunatamente hanno sempre bisogno di sapere dov’è e che cosa fa il partner e sono molto possessivi; pensano che il coniuge sia una loro proprietà, come la loro poltrona preferita o la televisione e se questo al coniuge non piace, dovrà cercare di farlo capire con gentilezza fin dall’inizio. Il segno del Toro è governato da Venere, il pianeta dell’amoree del piacere, e non soltanto sessuale. I Tori dunque non sono solo amanti “golosi”, ma amano anche il buon cibo e le bevande, cosicché spesso il portafoglio e la linea ne risentono sensibilmente. Il Toro è il segno più sensuale e godereccio di tutto lo Zodiaco; i nativi dunque, quando trovano la persona giusta, sono molto sensuali e affascinanti. Molti Tori hanno grande propensione per la musica e spesso hanno una bella voce adatta al canto e alla recitazione. Di solito sono anche belli fisicamente. Infine i nati sotto il segno del toro sono grandi amanti della natura e spesso scelgono di vivere in campagna; si dedicano volentieri al giardinaggio e sono dotati di un eccezionale pollice verde. Coltivare la terra li aiuta a sciogliere lo stress, che diversamente potrebbe materializzarsi con stati di malattia che coinvolgono soprattutto la gola.

Monumenti di Napoli

Chiesa di San Gregorio Armeno

Un aereo campanile barocco domina la via di San Gregorio Armeno e segnala la presenza del complesso conventuale.

Di antichissima origine, il monastero fu fondato nell’ottavo secolo da un gruppo di monache armene fuggite dall’Oriente con le preziose reliquie di san Gregorio, in seguito al decreto di Leone III che vietava l’esposizione e il culto delle immagini sacre.

Alla fine del XVII secolo il complesso fu interamente ricostruito secondo i dettami della controriforma, assumendo i caratteri inconfondibili del monastero di clausura, con alte e uniformi cortine murarie e un’austera facciata con arcate e finestre sbarrate da inferriate.

Nel 1716, sul cavalcavia che univa due aree appartenenti al convento, fu eretto il campanile.

L’interno della chiesa è uno degli ambienti barocchi più suggestivi della città: nella semioscurità dell’unica navata con cappelle laterali, risaltavano le ricche decorazioni in stucco dorato che rivestono quasi tutte le superfici, integrandosi alle vivaci policromie degli affreschi, dei legni intagliati e dipinti, delle tarsie di marmo, con un risultato d’insieme di grande organicità nonostante il corredo decorativo sia stato realizzato nell’arco di circa tre secoli.

Anche il tema di tutte le rappresentazioni risulta unitario, ispirato al culto delle preziose reliquie (la testa di san Gregorio, il sangue del Battista, il braccio di san Lorenzo) possedute dalle monache, vanto e indice d’importanza del convento stesso.

Lo splendido soffitto cinquecentesco, di legno intagliato e dorato, realizzato tra il 1580 e il 1582 dal pittore fiammingo Teodoro d’Errico, è una sorta di elenco figurato dei martiri e dei resti dei santi posseduti dal monastero.

Lo stesso tema venne ribadito nelle scelte decorative del secolo successivo: i dipinti eseguiti da Francesco Fracanzano nella terza cappella a destra, dedicata a San Gregorio, con i martìri del santo; le tre scene ad affresco di Luca Giordano sulla controfacciata, databili tra il 1671 e il 1684 e raffiguranti L’imbarco, il viaggio e arrivo a Napoli delle monache armene con le reliquie di san Gregorio; le storie del santo tra i finestroni e nella cupola.

Dal secolo scorso, nella quarta cappella a destra, si conserva l’ampolla con il sangue di santa Patrizia, giovane di famiglia imperiale, fuggita, secondo la leggenda, da Costantinopoli per tener fede a un voto di castità e giunta a Napoli via mare.

Alla sua morte, un fedele particolarmente “devoto” le sottrasse un dente, provocando una emorragia. Raccolto dalle suore ed esposto, il sangue si sciolse e da allora torna liquido nella festa del 25 agosto e, dal Seicento, anche ogni settimana.

La ripetizione del miracolo che avviene ogni martedì, ha suscitato un vasto culto popolare che ha quasi del tutto offuscato quello per il santo titolare.

Gli arredi della chiesa sono molto ricchi: le balaustre di marmo con fogliami a traforo, le grate in legno intagliato, l’altare maggiore in tarsie marmoree con lapislazzuli e madreperla, la splendida raggiera in ottone del comunichino, le decorazioni in stucco dorato dell’abside sino ai due enormi e fastosi organi settecenteschi, significativa testimonianza della vitalità e perizia della locale tradizione artigianale tra Seicento e Settecento.

La ricetta del giorno

Zuppa contadina

Ingredienti: fagioli 300gr, 3 cotenne di maiale, pomodori rossi 500gr, mezzo cavolo verza, 1 cipolla, 1 costa di sedano, carota, aglio, basilico, prezzemolo, pane casereccio raffermo, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: mettere a bagno i fagioli per tutta la notte, poi farli cuocere a fiamma bassa in una pentola di terracotta con il coperchio.

Frattanto soffriggere a parte un trito di aglio, cipolla, sedano, carota, prezzemolo, basilico, unire i pomodori spezzettati e dopo un po’ la verza tagliata a strisce sottili e cuocere per circa mezz’ora. Mentre i fagioli sono ancora in cottura aggiungervi l’intingolo preparato e le cotenne sbollentate per 10 minuti e tagliate a pezzetti.

Salare, pepare e continuare la cottura finché i fagioli saranno teneri.

Tostare in forno ben caldo il pane a fette, distribuirle nei piatti fondi individuali e versarvi sopra la zuppa calda.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: nuovi progetti in vista;

Toro: la luna nel segno ti impone attenzione;

Gemelli: è un periodo con troppe polemiche;

Cancro: nel rapporto d’amore qualcosa non convince

Leone: non puoi prendertela con chi ti sta attorno;

Vergine: hai bisogno di un po’ di riposo e tranquillità;

Bilancia: bisogna essere più attenti alle esigenze degli altri;

Scorpione: sei ispirato per nuove iniziative;

Sagittario: è il periodo giusto per nuovi incontri;

Capricorno: discussioni in famiglia;

Acquario: non sei presente con la testa, pensi ad altre cose;

Pesci: troppa agitazione.

Domenica 21 aprile 2019

Pasqua di Resurrazione

Augurie a tutte quante, spiciarménte a chi vi è più caro.

Questa festa, come stabilito dal Concilio di Nicea, viene celebrata nella domenica che segue il primo plenilunio successivo al 24 Marzo.

Quaranta giorni prima della Pasqua inizia la Quaresima il cui ultimo venerdì è dedicato alla commemorazione della passione di Cristo (venerdì santo) mentre nel giovedì che immediatamente precede si fa lo “struscio” e si visitano gli impropriamente detti “Sepolcri”.

  • Lunnerì ‘nguì, ‘nguì,
  • Marterì pure accussì,
  • Miercurì, ‘a merculèlla,
  • Gioverì chesta e chella,
  • Viernarì se canta ‘o passio,
  • Sabbato se scioglie ‘a Gloria,
  • Dummeneca ‘o magnatorio,
  • Lunnerì ‘o cacatorio!
  • Avite fatto l’appìcceco ‘e Pasca!
  • Dicètte ‘o prevete: Comme cucòzza ‘ntrona Pasca nun vène pe’ mmò.
  • Doppo Pasca, vièneme pesca!
  • E’ festa cu’ ‘o tòtaro!
  • Tenè ‘ncànna comm’a ll’uovo ‘e Pasca.

(aspettare il momento propizio per ricambiare una cattiva azione, per vendicarsi)

  • Vruòccole, zuòccole e prericatùre doppo Pasca nun vàleno cchiù.

Il sole sorge alle 6:10 e tramonta alle 19:48

La luna cala alle 6:10 e si eleva alle 21:17

Sant’Anselmo d’Aosta vescovo

Augùrie a tutti gli Anzèrmo

Il nome Anselmo deriva dal germanico ans-helm e significa elmo di Dio.

  • A chillo lle pròre ‘a capa!
  • Avìmmo avuto ‘a capa rotta e ‘a zella spaccata!
  • Dicètte ‘a vipera a ‘o vòje: Tu me può scamazzà ‘a capa ma sempe curnùto sì!
  • ‘Ncasà ‘o cappiello ‘ncapo a uno.

(approfittare di una persona e sottometterlo alla propria volontà)

  • Quanno penzo à capa ‘e ll’ate, ‘a capa mia m’ ‘a ‘ncartarrìa!

(quando penso come ragionano gli altri, mi verrebbe voglia di mettere della carta attorno alla mia testa per ripararla e conservarla meglio).

Il 21 aprile 1850 nasce il poeta Pasquale Cinquegrana.

Il 21 aprile 1992 muore il poeta Salvatore Cerino.

Il 21 aprile 1994 per l’intensificarsi dei validi lavori per il G7 vengono istituite le zone verdi con divieto di sosta dalle 7 alle 10 di ogni giorno.

Il proverbio del giorno: la verdura è una pietanza che vuol olio in abbondanza.

La favola del giorno

La principessa sul pisello

C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma doveva essere una vera principessa. Girò così tutto il mondo in lungo e in largo per trovarne una, ma dovunque c’era sempre un non so che di poco convincente; le principesse non mancavano davvero, ma se poi fossero principesse vere non riusciva mai a saperlo con sicurezza; c’era sempre qualcosa che lo lasciava perplesso. Così tornò a casa sua ma era molto triste, dato che gli sarebbe tanto piaciuto di trovare una principessa vera.

Una notte c’era un tempo orribile: fulmini, tuoni, acqua a catinelle; che spavento! In quel mentre bussarono alla porta della città, e il vecchio re andò ad aprire.

Fuori dalle mura stava una principessa: Dio mio, come l’avevano conciata la pioggia e il brutto tempo! L’acqua le colava giù dai capelli e dai vestiti, entrava nelle scarpe dalla punta e ne usciva dai tacchi; eppure lei dichiarò di essere una vera principessa.

“Questo lo vedremo noi!” pensò la vecchia regina, ma non disse nulla; andò in camera, tolse tutto dal letto e mise sul fondo un pisello; prese poi venti materassi, li posò sul pisello, e sopra i materassi accumulò ancora venti cuscinoni di piuma.

Quella notte la principessa doveva dormire lì sopra.

La mattina dopo le chiesero come aveva dormito.

  • Orribilmente! – si lagnò la fanciulla, – non ho quasi chiuso occhio in tutta la notte! Dio solo sa cosa c’era nel letto! Ero coricata su qualcosa di duro e sono tutta un livido blu e marrone. E’ stata una cosa terribile!

Capirono così che era una principessa vera, dato che aveva sentito il pisello attraverso venti materassi e venti cuscinoni di piuma.

Chi altro avrebbe potuto avere la pelle così sensibile, se non una vera principessa?

Il principe la prese allora in isposa, finalmente persuaso che era una vera principessa, e il pisello andò a finire al museo, dove si può vederlo ancora oggi, se nessuno lo ha portato via.

E questa, sai, è una storia vera.

Le fiabe di Hans Christian Andersen

Curiosando qui e là

Cicli di storia

Il primo veicolo a due ruote apparve ai tempi della Rivoluzione francese. Ideato dal nobile parigino De Sivrac, vi si saliva cavalcioni e si avanzava mediante colpi di piede sul terreno. Il prototipo era inevitabilmente rozzo: due ruote congiunte da una trave. Fu solo nel 1817, in Germania, che comparve un nuovo veicolo, ideato dal barone von Drais, dotato di un primordiale manubrio: un asse che permetteva alla ruota anteriore di girare a destra o a sinistra. Mancavano ancora i pedali, che verranno aggiunti qualche anno dopo, ma ormai la bicicletta era una realtà.

Frasi celebri – Varia umanità

La gente mi ha sempre interessato, ma non mi è mai piaciuta. – William Somerset Maugham (1874-1965), scrittore inglese.

L’umanità è il lato immortale dell’uomo mortale. – Ludwig Boerne (1786-1837), scrittore tedesco.

Chi è eternamente preoccupato dei problemi dell’umanità o non ha problemi di suo o si è rifiutato di affrontarli. – Henry Miller (1891-1980), scrittore americano.

La cosa peggiore dell’umanità sono gli uomini e le donne. – Enrique Jardiel Poncela (1901-1952), scrittore spagnolo.

L’amore astratto dell’umanità è quasi sempre egoismo. – Fiodor Dostoevskij (1821-1881) scrittore russo.

L’umanità! Ci fu mai, fra tutte le vecchie, una vecchia più orrenda (se non forse la “Verità”: problema a uso dei filosofi)? No, noi non amiamo l’Umanità. – Friedrich Nietzsche (1844-1900), filosofo tedesco.

Chi parla di umanità vuol trarvi in inganno. – Pierre Joseph Proudhon (1809-1865), uomo politico francese.

Indico quindi in primo luogo come inclinazione generale dell’umanità un perpetuo e irrequieto desiderio di potere dopo potere, che cessa solo in morte. – Tommaso Hobbes (1588-1679), filosofo inglese.

Abbondano i maschi, scarseggiano gli uomini. – Bette Davis (1908-1990), attrice americana.

La politica e il destino dell’umanità sono fatti da uomini senza ideali e senza grandezza. Quelli che hanno grandezza non si dedicano alla politica. – Albert Camus (1913-1960), scrittore francese.

L’idea umanitaria moraleggiante è la più sterile di fronte al processo della storia. – Lev Trotzkij (1879-1940), uomo politico russo.

Scuola di cucina

Ricetta e glossario

Spuma di ricotta con salsa di fragole

Ingredienti: ricotta freschissima 500gr, fragole 500gr, zucchero a velo 400gr, panna montata 5 dl.

Esecuzione: lavare velocemente le fragole in acqua fredda corrente, eliminare i piccioli e mettere da parte le più belle per la decorazione.

Frullare le altre al mixer con 300gr di zucchero fino ad ottenere una salsa liscia e fluida.

Lavorare con la frusta elettrica la ricotta con lo zucchero rimasto, incorporarvi poco alla volta la panna montata in modo da realizzare una crema omogenea e spumosa.

Conservare le due preparazioni in frigorifero, al momento di servire distribuire la salsa in fondine o coppette individuali, poggiarvi sopra 2 o 3 cucchiaiate di spuma di ricotta, e guarnire con le fragole intere tagliate a ventaglio.

Glossario di cucina – 6

FAGIOLI AZUKI:

Di colore rosso scuro e dal leggero sapore di noce, i fagioli azuki sono indicati per depurare i reni. Hanno un elevato contenuto di proteine e grassi e sono poveri di amido. Si preparano come i fagioli e sono reperibili unicamente secchi.

FARINA DI MANIOCA (O TAPIOCA)

E’ un amido, come la fecola di patate o l maizena, ottenuto dai tuberi di una pianta chiamata manioca. Dà una particolare consistenza soffice ai prodotti da forno per cui la si usa.

Una volta veniva usata più spesso, nei dolci o nelle minestre, mentre oggi la si trova quasi soltanto come crema precotta, mescolata con crema di mais o di mais e riso, tra gli alimenti della prima infanzia. Si presenta per lo più in forma di fiocchi, di granuli piuttosto grossi. Per ridurla a farina e usarla mescolata ad altre farine si può cercare di ridurla il più fine possibile, frullandola nel frullatore o passandola nel mixer.

FARINA MANITOBA:

La farina rinforzata, conosciuta anche col nome di manitoba, è una farina di grano tenero originariamente prodotta in Nord America. E’ particolarmente ricca di proteine insolubili (gluteina e gliadina) che, a contatto con un liquido nella fase di impasto, producono glutine, sostanza in grado di formare una rete robusta che conferisce elasticità al composto.

FARRO PERLATO:

Farro parzialmente privato della glumella esterna con un processo di perlatura. Pur mantenendo buone caratteristiche nutrizionali, cuoce senza ammollo in 25-30 minuti.

FECOLA DI PATATE:

E’ una sostanza amidacea, ricavata per essiccamento dalle patate. Dalla consistenza finissima e impalpabile, è usata in sostituzione o aggiunta alla farina per ottenere impasti molto leggeri, oppure per rendere più friabili e delicate masse molto ricche di grassi, uova e zucchero. E’ inoltre usata per legare e rendere più consistenti preparazioni morbide, creme e salse nonché come addensante.

FETA:

Formaggio prodotto originariamente in Grecia e successivamente anche in altri paesi. Una volta era preparato con latte di capra, di pecora o misto, ma oggi quello che si trova più facilmente in commercio è di latte vaccino. La feta stagiona per 30 giorni e da questo deriva il suo tipico sapore forte, acido e salato. Si accompagna a fresche insalate estive a cui dona un gusto molto particolare.

FIAMMEGGIARE:

Consiste nell’esporre alla fiamma del gas i volatili già spennati; quest’operazione è particolarmente indicata per tutta la selvaggina. Per togliere la peluria bruciata ed eliminare il sapore acre è consigliabile strofinare le superfici esposte alla fiamma con uno spicchio di limone.

FIORI DI ASSENZIO:

L’artemisia absinthium, erbacea perenne, è l’ingrediente base del liquore Assenzio, a cui conferisce sapore aspro e il tipico colore verde. I principi attivi sono contenuti nelle foglie e nelle cime fiorite. I fiori, in particolare, si raccolgono man mano che appaiono. L’assenzio, solo se assunto in dosi elevate, risulta tossico.

FLAMBARE:

Il termine è l’italianizzazione del francese flamber, che indica l’operazione di bagnare un alimento con alcol, per poi infiammarlo. Questo procedimento elimina parte dell’alcol, lasciandone però l’aroma.

FLAN:

Il flan è un tipo di torta salata costituita da uno strato di pasta per foderare, da un elemento caratteristico e da una salsa per velare il tutto.

FODERARE:

Termine usato per rivestire stampi con carta oleata o impasti base.

FOIE GRAS AL TORCIONE:

Il foie gras è un tipico prodotto della cucina francese il cui significato letterale è fegato grasso. Nella pratica, è il fegato di anatra o di oca fatta ingrassare tramite alimentazione forzata. “Al torcione” è una preparazione speciale del foie gras in cui i fegati, salati e speziati, vengono messi a marinare alcune ore nel latte. Il risultato è una forma cilindrica, ottenuta dall’unione di due fegati, che viene poi cotta a vapore a bassa temperatura.

FONDERE:

Sciogliere un alimento solido, per esempio burro o cioccolato, a bagnomaria o al microonde a una temperatura molto bassa per non alterare le proprietà organolettiche del prodotto stesso.

FONDO:

Base di cucina per salse e sughi, ideale per insaporire diverse ricette. Il fondo si prepara in genere con ossa di vitello e manzo e ritagli di carne (fondo bruno), oppure con ossa di vitello e pollo e carne (fondo bianco). Entrambi i fondi comprendono l’aggiunta di verdure e odori, ma il fondo bruno prevede la rosolatura e l’aggiunta del pomodoro. Infine, il fondo bruno prevede una tostatura in forno e cuoce più a lungo (5-6 ore), rispetto al fondo bianco (3 ore circa). Preparato con teste, lische e ritagli di pesce è invece il fumetto, che deve però cuocere a fiamma bassa per poco tempo: circa 20 minuti.

FONDUTA:

La fonduta italiana per antonomasia è quella piemontese e valtellinese a base di formaggi.

Si serve accompagnando con crostini di pane tostato e tartufo, mentre i suoi ingredienti principali sono latte, fontina valdostana, burro e uova. In senso più ampio, però, la fonduta può avere ingredienti diversi, diventando anche di verdure o di cioccolato.

FONTANA:

Con questo termine si indica la corona che viene fatta con la farina versata su un piano di lavoro allo scopo di raccogliere gli ingredienti che andranno impastati con la stessa.

FORMAGELLA:

Indica piccoli formaggi prodotti un po’ in tutta Italia con latte vaccino pastorizzato. Sono formaggi molli a breve stagionatura, a base cilindrica o quadrata, con un sapore delicato e burroso.

FRATTAGLIE:

Sono definite frattaglie alcune parti dell’animale macellato come, per esempio, il fegato, il cuore, i polmoni, la lingua e la coda. Questo termine si usa per i bovini, i suini, gli ovini e i caprini.

FRUSTA:

Utensile utilizzato per rendere più vaporoso e soffice un alimento mediante aggiunta di aria all’interno; solitamente le fruste sono in acciaio inox inossidabile e possono avere più o meno fili intersecati fra di loro in base al tipo di lavorazione che si vuole ottenere.

FRUTTOSIO:

Così come il saccarosio è lo zucchero naturale della barbabietola e della canna da zucchero. Il fruttosio è naturalmente presente nella frutta, nel miele e in alcune piante come le cipolle o la cicoria. Grazie alle sue proprietà organolettiche eccezionali, il fruttosio è d’obbligo nelle preparazioni particolarmente ricercate.

FUMETTO (DI PESCE):

Con questo termine si intende un fondo di pesce, composto con gli scarti del pesce (teste, lische e ritagli) e solitamente acqua, cipolla, porro, burro, pepe. Cuoce a fiamma bassa per poco tempo: dai 20 ai 40 minuti circa.

FUNGHI ENOKI:

Sono originari dell’Oriente e crescono a mazzetti. Gli enoki coltivati non vengono esposti al sole e si presentano perciò bianchi e con gambi molto sottili. Quelli selvatici, detti anche nameko, hanno colore marrone e gambi più corti e spessi.

FUNGHI SHIITAKE:

Si tratta di una particolare varietà di funghi provenienti dall’Estremo Oriente. Il nome deriva dal Shii (quercia) e Take (fungo). Crescono spontaneamente sui tronchi delle querce. Nella cucina orientale, sono un ingrediente fondamentale della dieta quotidiana. Si trovano essiccati nei negozi di alimenti naturali e biologici.

L’angolo della Poesia

Pasca

‘E frungille, ‘e cardelline

‘mmiez’  ‘e sciure ‘e primmavera

Cu’ sti cante rare e fine

Danno a Pasca ‘n’aria allèra.

Dint’ ‘o furno d’ ‘a cucina

coce e volle, comm’ajère

‘o capretto, ‘na gallina,

dorce,tortane e pastiere.

‘Ncopp’  ‘o ffuoco ‘a tianella

già accummència a pippìa,

io me spogno ‘a mullechella

cu’ ‘nu zuco ‘a fà ‘ncantà.

Nun resisto, aggia pruvà.

M’addecrèo sta vocca e ‘a panza

e me sento ‘e cunzulà.

Tutt’ ‘e vvote ‘n ‘ammuina,

corre e allucca sempe ‘e cchiù.

Nun ‘o ssàpe Cuncettina

c’ ‘a spusàje pe’ stu rraù.

(U. De Fazio)

Astrologia – affinità di coppia del segno dell’Ariete con gli altri segni – Pesci

Ariete-Pesci

Lei non ha dubbi lo vuole proprio

Il fantasioso nato nell’ultimo segno corre dietro alle mille occasioni d’incontro e d’amore senza avere un’idea precisa della meta da raggiungere.

La marziana invece ha di solito le idee chiare. Se le piace un uomo va dritta allo scopo.

L’uomo dei Pesci può anche essere un uomo di successo, uno che, in apparenza, intrattiene con i piaceri della vita un rapporto molto intimo e assiduo, eppure, in cuor suo, si sente sempre un po’ come una barca alla deriva: gli irrequieti flussi vitali lo sospingono ora qua ora là, precludendogli ogni possibilità di seguire una rotta definita. E se queste disordinate esplorazioni, da un lato, esercitano su di lui l’irresistibile attrazione dell’ignoto, dall’altro lo tormentano con l’ansia dell’indefinito. Anche in amore. Infatti sono tante le donne che, attratte dal suo fascino arcano e dolcissimo, ordiscono sottili trame di seduzione per invitarlo nel magico mondo dell’eros. Ma questo è un modo estremamente cangiante: ciascuna donna, infatti, ha il potere di trasformarlo, di renderlo unico e irripetibile. E di porre così il sensibilissimo Pesci di fronte a un problema di scelta praticamente irresolubile: lui non ce la fa proprio a districarsi nell’ingarbugliato labirinto di possibilità costruito dalle infinite occasioni offerte dalla vita.

Per questo ci vuole qualcuno che l’aiuti, indirizzandolo verso una rotta definita, che lui da solo, non sarebbe mai capace di seguire. In questo senso, la donna dell’Ariete può rivelarsi particolarmente adatta. Infatti è un tipo dalle decisioni rapide. Un tipo che, soprattutto in amore, si lascia guidare dall’istinto e passa decisa all’azione senza smarrirsi in dubbi e tentennamenti. Così, se un uomo le piace, deve conquistarlo.

Se lui esita, lei lo incalza fino a che non è riuscita a ottenere lo scopo. Ma non lo fa prendendo l’iniziativa in modo brutale. Anzi diventa più seducente, maliziosa e desiderabile che mai e fa della propria femminilità un’irresistibile calamita.

Naturalmente, se lui è un uomo dei Pesci, la risposta è quasi immediata: il nettuniano-gioviano è un ricettivo e non si sogna neppure di opporre resistenza ai richiami di una sirena come l’Ariete.

Ma, purtroppo, il suggestivo periodo della love-story ha avuto l’effetto di affollare la fantasia pescina di sogni e di straordinarie attese nei confronti di un Ariete immaginata quale magica artefice d’inesauribili incantesimi d’amore. Ma proprio qui sta il guaio. Perché lei è in realtà un tipo dagli slanci intensi ma dalla curva dell’attenzione discontinua. Soggetta cioè a improvvise impennate e brusche cadute.

Il Pesci invece è portato a riversare le sue intense cariche emotive in un flusso languido e dolce che non vorrebbe avesse mai fine… E così questo amore, all’inizio tanto promettente, rischia invece di naufragare presto nell’irrimediabile scontro di ritmi diacronici, origine di delusione e profondo scontento. Lei diventa insofferente nel vederlo astrarsi in fantastiche contemplazioni e lenti piaceri, del tutto dimentico d’ogni altra realtà. Perde la pazienza quando lui spreca ore a tavola o non ricorda di avvisarla quando non tornerà a casa per pranzo. Ma si irrita anche quando lui attraversa uno di quei suoi tipici momenti d’intenso struggimento che lo pervadono all’improvviso e senza apparente motivo.

Insomma, la marziana perde le staffe perché non ce la fa a sopportare quelli che, secondo lei, sono i ricorrenti tempi morti imposti dal caotico modus vivendi pescino.

Ma lui, a sua volta, non è meno scontento e sconcertato. Infatti si sente incompreso e non accetta che lei viva incalzata da una fretta irrefrenabile che, secondo lui, finisce col rovinare ogni cosa. Il Pesci infatti è convinto che qualsiasi esperienza, anche la più fantastica, diventa insignificante se vissuta in modo precipitoso; le sfumature e il senso stesso del vivere si consumano e dissolvono…

Secondo la sua prospettiva, ognuno dei due ha ragione. Ma questo, purtroppo, non serve affatto per rimediare a uno stato di incomprensione che mina alle radici ogni possibilità di dialogo duraturo.

L’unica speranza che tutta la storia non vada a finir male è appesa al filo di un calcolo delle probabilità astrologiche secondo cui può succedere abbastanza di frequente che l’Ariete abbia Mercurio-Venere pescini, cui corrispondi un Pesci con Mercurio-Venere arietini.

Allora il sogno di conciliare ritmi emotivi e scansioni pratiche di vita non è più irrealizzabile.

Monumenti di Napoli

Castel Capuano

Via Concezio Muzy e Piazza Enrico de Nicola

Di epoca normanna, il castello fu edificato nel 1165, nell’area nord orientale della città, in posizione strategica per il controllo delle comunicazioni con l’entroterra.

La zona insalubre per la presenza di una vasta palude, era infestata da insetti.

In una finestra del castello dimorava, secondo la leggenda medievale, la mosca d’oro forgiata dal poeta-mago Virgilio per tenere lontano da Napoli tutte le mosche.

Successivamente, quando il talismano perse i suoi poteri, a difendere la città dallo stesso pericolo subentrò la Madonna: Santa Maria di Costantinopoli, detta anche “delle mosche”, titolare di numerose chiese e cappelle, sempre collocate ai margini della città.

L’aspetto originario del castello è stato del tutto stravolto dai numerosi rifacimenti; ampliato da Federico II di Svevia, divenne poi la residenza dei sovrani angioini e, con la dinastia aragonese, di Alfonso duca di Calabria; inserito nel perimetro urbano nel 1484, fu trasformato in splendida corte con giardini pensili, logge e fontane.

Nel 1535, per volontà del viceré Pedro de Toledo, fu destinato a sede unica dei Tribunali, sino allora ubicati in diversi punti della città.

Per la Regia Camera della Sommaria, tribunale con competenze finanziarie e fiscali, fu realizzato uno degli interventi più significativi della fabbrica, da solo meritevole di una visita: la decorazione della cappella della Sommaria, il piccolo ambiente dove sostavano i Presidenti ad ascoltare la messa prima di riunirsi per decidere le condanne per i trasgressori della legge.

La cappella fu interamente affrescata nel 1548 dal pittore manierista Roviale Spagnolo con storie della vita di Cristo e scene del Giudizio universale.

I dipinti raggiungono effetti quasi visionari in scene come quella di Caronte che traghetta le anime del Purgatorio.

La ricetta del giorno

Tortino Campagnolo

Ingredienti: pasta brisée 350gr, uova 4, latte 5dl, prosciutto cotto 120gr, pancetta a fettine 50gr, formaggio gruviera 100gr, parmigiano grattugiato 50gr, burro, sale.

Esecuzione: sbattere le uova con sale, parmigiano e latte freddo, unire prosciutto e pancetta tagliati a strisce e saltati in padella con una noce di burro.

Stendere la pasta in una sfoglia piuttosto sottile, foderarvi una tortiera imburrata e infarinata. Sul fondo distribuire il formaggio a fettine, sopra versarvi il composto di uova e cuocere in forno già caldo a 170° per 50 minuti circa.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: giornata vincente;

Toro: qualche problemino;

Gemelli: problemi legali in vista;

Cancro: in amore ci vuole moderazione;

Leone: è una giornata di stress e stanchezza;

Vergine: pene d’amore;

Bilancia: devi chiedere un piccolo aiuto;

Scorpione: la luna nel segno buone opportunità;

Sagittario: giornata interessante;

Capricorno: chiarimenti in famiglia;

Acquario: attento al portafoglio, modera le spese;

Pesci: devi chiarire un rapporto sentimentale.

Sabato 20 aprile 2019

Sabato Santo

Il sole sorge alle 6:12 e tramonta alle 19:47

La luna cala alle 5:46 e si eleva alle 20:13

Sant’Adalgisa vergine

Adalgisa dal longobardo adal-gisil che significa nobile freccia o adal-gisel e cioè nobile cittadino.

  • ‘A nubiltà senza denare è ‘na lampa senz’uòglio.

Santa Sara di Antiochia martire

Santa Agnese da Montepulciano

Augùrie a tutte le ‘Gnèsa, ‘Gnesìna.

Agnese dal greco agnè cioè puro, casto.

  • ‘O miràculo ‘e Suor Agnese: era monaca eppure pisciava.
  • Quanno ‘o Signore vò castecà a uno, lle leva ‘e sènze.

(Dio punisce i peccatori carnali colpendoli proprio in quella eccessiva … sensibilità che li induceva a peccare).

Il 20 aprile del 1848 rottura delle relazioni diplomatiche fra il Regno delle Due Sicilie e l’Austria.

Il 20 aprile del 1902 viene nominata una Reale Commissione per l’incremento industriale di Napoli. Il Sindaco Luigi Miraglia ne diviene Presidente.

Il 20 aprile 1915 nasce il cantante Amedeo Pariante.

Il proverbio del giorno: se manca il pane e il sale ogni cibo poco vale.

La favola del giorno

Lo svernare degli animali

Se ne andava un toro per il bosco; incontra un montone. “Dove vai montone?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, dice il montone. “Vieni con me!” Si incamminarono insieme; incontrarono un maiale. “Dove vai maiale?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il maiale. “Vieni con noi!” Ripartirono dunque in tre; incontrano un’oca. “Dove vai oca?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde l’oca. “Bene, seguici!” E anche l’oca si avviò dietro a loro. Intanto stava sopraggiungendo un gallo. “Dove vai gallo?”, chiese il toro. “Fuggo l’inverno e cerco l’estate”, risponde il gallo. “Seguici!”

Eccoli quindi che vanno e cammin facendo conversano tra loro: “Allora, amici cari! Arriva il freddo: dove trovare un po’ di caldo?”. Il toro dice: “Costruiamoci un izbà, altrimenti rischiamo davvero di gelare”. Il montone dice: “Io ho una pelliccia calda; guardate che pelo! Posso svernare anche così”. Il maiale dice: “Io nemmeno ho paura del grande freddo: mi seppellisco nella terra e sverno senza izbà”. L’oca dice: “Io invece mi metto tra i rami di un abete, utilizzo un’ala come letto e l’altra come coperta: il freddo mi fa un baffo, posso svernare anche così”. Il gallo dice: “Per me è la stessa cosa!”. Il toro vede che la faccenda si mette male, deve ingegnarsi da solo. “Bene – dice – fate come vi pare, ma io mi costruirò un’izbà.” Si costruì un’izbà e iniziò a viverci.

Giunse l’inverno rigoroso, il gelo imperversava; il montone – non può fare altrimenti – va dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, montone, hai una pelliccia calda; puoi svernare anche così. Non ti lascerò entrare!” “Se non mi lasci entrare, allora io prendo la rincorsa e con le mie corna abbatto una trave della tua capanna; avrai certo più freddo.” Il toro pensava, pensava: “E’ meglio lasciarlo entrare, altrimenti, magari, gelerò anch’io”, e fece entrare il montone. Ecco che anche il maiale, intirizzito, andò dal toro: “Permettimi, fratello, di riscaldarmi un pochino”. “No, non ti lascerò entrare; non hai che da seppellirti nella terra e svernare così!” “Se non mi lasci entrare, allora scalzerò col muso tutti i pali della tua izbà e la farò crollare.” Non c’era scelta bisognava farlo entrare; fece entrare anche il maiale. Vennero poi dal toro l’oca e il gallo: “Permettici, fratello, di riscaldarci un pochino”. “No, non vi lascerò entrare. Voi avete le vostre ali: una per farvi da letto e l’altra da coperta; potete passare l’inverno così!” “Se non mi lasci entrare – dice l’oca – allora strapperò tutto il muschio dalle tue pareti; avrai certo più freddo.” “Non mi lasci entrare? – dice il gallo. – Allora volerò in cima all’izbà, toglierò la terra dal tetto; avrai certo più freddo.” Cosa doveva fare il toro? Fece stare con lui anche l’oca e il gallo.

Abitano quindi tutti d’amore e d’accordo nella stessa izbà. Il gallo, rinvigorito dal calore, cominciò perfino a cantare. La volpe lo udì cantare e le venne voglia di godersi un buon galletto, ma come averlo? Si decise ad usare l’inganno; andò dall’orso e dal lupo e disse: “Be’ cari compari, ho trovato una preda per tutti: per te, orso, un toro; per te, lupo, un montone; per me invece un gallo”. “Bene, comare – dicono l’orso e il lupo – non ci dimenticheremo mai dei tuoi servigi! Andiamo, sgozziamoli e mangiamoceli!”

La volpe li condusse all’izbà. “Compare – dice all’orso – apri la porta: io andrò avanti e mangerò il gallo.” L’orso aprì la porta e la volpe si precipitò nell’izbà. Il toro l’aveva vista e subito la costrinse con le sue corna al muro, mentre il montone iniziò a martellarle i fianchi; la volpe esalò l’anima. “Ma quanto ci mette a mangiare il suo gallo? – dice il lupo. – Apri fratello Michajlo Ivanovic! Entrerò io.” “Va bene, vai.” L’orso aprì la porta e il lupo si precipitò nell’izbà. Il toro costrinse anche lui con le sue corna al muro, mentre il montone gli martellava i fianchi in modo talmente pressante che il lupo rese l’ultimo respiro. L’orso, intanto, aspettava, aspettava: “Ma quanto ci mette a mangiare il suo montone! Ora vado io”. Entrò nell’izbà; ma il toro e il montone lo accolsero allo stesso modo. A stento riuscì a salvarsi e filò via senza voltarsi.

Fiabe popolari russe

Curiosando qui e là

Incollata nel tempo

Nel corso dei decenni è cambiato tutto. O meglio, quasi tutto. Fra i prodotti che hanno resistito inalterati c’è la “Coccoina”, la colla bianca solida famosa per quel suo caratteristico barattolo di alluminio, contenitore protettivo, ma anche di marketing: facilità l’identificazione.

Sempre uguale. E’ nata nel 1927, già dal 21 novembre 1930, dalle stazioni radiofoniche di Milano, Torino e Genova erano diffusi i primi comunicati commerciali che recitavano:

“Coccoina…Non è uno stupefacente ma è la colla solida che stupisce ed entusiasma quanti la usano”. Negli archivi della società, è possibile scovare il suo primo prezzo certo: lire 3,50 la confezione da 80 grammi, lire 6,50 quella da 180 grammi che corrispondeva a quasi 40 lire al chilogrammo. Oggi un chilogrammo rapportato alle nostre vecchie lire costerebbe 31.440. In termini reali, invece il suo costo risulta più che dimezzato rispetto al valore iniziale.

Diamo un po’ di numeri

O,5 milionesimi di metro è lungo mediamente un batterio.

I virus sono ancora più piccoli.

1 giorno di incubazione è sufficiente al batterio della salmonella per entrare in azione. Batteri simili scatenano il tifo  e il paratifo.

2 giorni dal morso della pulce che lo trasmette bastano al bacillo di Yersin per dare i sintomi della peste, ancora oggi presente in Asia, Africa e America. In alcune forme dà emorragie polmonari, febbre altissima e delirio.

3 giorni al massimo sopravvive chi è contagiato dal bacillo di Yersin, se non viene curato con la streptomicina.

4 giorni bastano al virus Ebola per uccidere con violente emorragie chi ne è colpito.

6 giorni è il periodo di incubazione della febbre gialla, provocata da un virus. Dopo, se non si è stati vaccinati, cominciano febbre elevata, vomito biliare ed emorragie.

8 giorni dopo che la zanzara anofele ha trasmesso il plasmodio della malaria cominciano i primi attacchi febbrili.

10 giorni dopo il morso della zecca Ixodes ricinus si scatenano i primi sintomi della meningoencefalite, con febbriciattole, paresi dei muscoli oculari, disturbi psichici.

12 giorni sono di solito necessari al sistema immunitario umano per reagire all’attacco della rosolia e della varicella.

15 giorni dopo che il virus Hiv, che provoca l’Aids, è entrato nell’organismo, cominciano le prime manifestazioni febbrili.

La presenza degli anticorpi nel sangue dimostra il contagio.

3600 giorni possono anche passare prima che in alcuni sieropositivi si arrivi all’Aids conclamato.

14600 giorni può durare l’incubazione della malattia di Creutzfeldt-jakob, provocata né da un batterio né da un virus, ma dal prione, una piccola proteina.

Scuola di cucina

La pastiera napoletana

Per la pastiera occorrono due elementi speciali, che non sempre si trovano da comprare già pronti, e vanno perciò preparati in anticipo. Essi sono il grano bagnato e l’acqua di fiori d’arancio, assolutamente necessari. E’ facoltativa invece la teglia di latta, alta 4 centimetri, che si usa quasi esclusivamente per questo dolce e che, nonostante la sua modestia, si presenta in tavola. Infatti, la pastiera non si sforma mai, e anche i pasticcieri la presentano e la vendono nella sua teglia.

A Napoli, quando si avvicina la Pasqua, il grano si vende già bagnato ed ora si trova addirittura in scatola e in barattoli di vetro, ma chi non fosse in grado di procurarselo potrebbe prepararlo nel seguente modo: comprare 150 grammi di grano in chicchi e tenerlo per 15 giorni a bagno in acqua fredda, rinnovando quest’ultima ogni paio di giorni. Quando si dovrà cuocere il grano, lo si sgocciolerà e se ne peserà la quantità indicata nella ricetta.

L’acqua di fiori d’arancio, che i Napoletani comprano anche già preparato, è composta di un’essenza analcolica di fiori d’arancio, mescolata ad una certa quantità d’acqua. E’ però preferibile usare le fialette di essenza senza allungarle con l’acqua.

Ingredienti per la pasta: farina 400gr, strutto 200gr, zucchero 200gr, uova 4 tuorli, sale un pizzico, la buccia di un limone.

Ingredienti per il grano: grano bagnato 200gr, latte dl 3 e ½, arancia fresca ½ buccia, strutto 1 noce, zucchero 1 cucchiaino da the, vaniglia 1 bustina.

Ingredienti per il ripieno: ricotta 240gr, zucchero 170gr, uova 3 tuorli e 3 albumi, cannella in polvere 1 pizzico, essenza di fiori d’arancio 1 fialetta, cedro candito gr. 20, scorzetta di arancia candita gr. 20, cocozzata gr. 20.

Il giorno precedente quello della confezione della pastiera, fate cuocere nel latte, nella quantità sopra indicata, grano, buccia d’arancia, strutto, zucchero e vaniglia, a fuoco basso e per diverse ore (almeno 4), finché il grano non sarà leggermente disfatto e aperto, e il latte evaporato, così che il tutto risulti denso e cremoso.

Il giorno successivo fate la pasta frolla. Disponete la farina a fontana e mettetevi al centro i tuorli d’uova, lo strutto ammorbidito, la buccia grattugiata di limone, lo zucchero e un pizzico di sale.

Cominciate a mescolare i vari ingredienti con una forchetta e a incorporarvi, poco per volta, la farina. Quando l’impasto sarà piuttosto solido, riunitelo a palla e cominciate a pressarlo con le mani, senza però lavorarlo come si fa normalmente.

Si tenga presente che se la pasta frolla venisse troppo lavorata perderebbe la sua friabilità: è perciò necessario continuare soltanto a pressarla con le mani rigirandola, fino a quando non sarà perfettamente amalgamata e di colore uniforme.

Prima di servirvene lasciatela riposare, avvolta in una pellicola trasparente, per almeno mezz’ora.

Passate la ricotta al setaccio facendola cadere in una terrina abbastanza grande; aggiungetevi 170 grammi di zucchero e, con un mestolo, lavoratela per 6 o 7 minuti. Incorporatevi poi, sempre lavorando, i tuorli d’uovo ad uno ad uno, il grano, l’acqua di fiori d’arancio. La quantità di quest’ultima dipende dalla intensità del suo profumo e dal vostro gusto: cominciate quindi a versarne soltanto la metà, e poi a composto ultimato provatela e, se il gusto sarà debole, e se vi piace, ne aggiungerete dell’altra tenendo presente che, con la cottura, il profumo in parte svanisce. Aggiungete quindi la cannella, i vari canditi tagliati a minuscoli dadi, e in ultimo gli albumi montati a neve. Stendete i due terzi della pasta frolla piuttosto sottilmente su un foglio di carta oleata (è ovvio che, dopo aver messo la pasta nel ruoto, la carta verrà delicatamente tolta), foderatene una teglia di 24 0 25 cm di diametro, e versatevi il composto che risulterà piuttosto molle. Col resto della pasta frolla, fate delle strisce larghe 2 centimetri e disponetele a griglia sulla pizza, in maniera da avere dei rombi nei quali il ripieno sia scoperto.

Cuocete in forno dolce per un’ora o più. Il ripieno deve quasi completamente asciugarsi e rassodarsi e la pasta frolla deve essere bionda. Lasciate raffreddare la pastiera e, senza sformarla, spolverizzatela di zucchero a velo. Servitela nella sua teglia, possibilmente qualche giorno dopo averla confezionata, poiché essa si conserva anche per 8 o 10 giorni e nell’attesa diventa migliore.

Vi consiglio di usare il sistema della griglia per non far rompere le strisce quando le deporrete sul ripieno: spianate piuttosto sottilmente una certa quantità di pasta su un foglio di carta oleata più lungo del maggior diametro della pastiera e poi con un coltello tagliate tante strisce di pasta senza rompere la carta. Quindi, con un paio di forbici, ritagliate anche la carta: le strisce di pasta resteranno così staccate, l’una dall’altra e potrete sveltamente poggiarle sul ripieno, rivoltandole con la carta all’insù che poi toglierete delicatamente. Se la fate, buon appetito.

L’angolo della Poesia

Arano

Al campo, dove ròggio nel filare

qualche pampano brilla, e dalle fratte

sembra la nebbia mattinal fumare,

arano: a lente grida, uno le lente

vacche spinge; altri semina; un ribatte

le porche con sua marra paziente;

che il passero saputo in cor già gode,

e il tutto spia dai rami irti del moro,

e il pettirosso: nelle siepi s’ode

il suo sottil tintinno come d’oro.

Giovanni Pascoli – da Myricae

Arte – Cultura – Tradizioni

Fujenti e battienti sulle strade della fede antica – 2

Una gara appassionata

All’alba del Lunedì in albis le corporazioni di Acerra, Afragola e degli altri paesi dell’agro napoletano si preparano per il rito finale. Alle cinque del mattino, avvolti nei loro sai bianchi, i monaci spalancano le porte del santuario situato nel comune di Sant’Anastasia, non lontano da Pomigliano d’Arco. Alla stessa ora, o addirittura prima, i membri delle diverse corporazioni di fujenti si raccolgono presso le rispettive sedi o nella piazza principale dei paesi interessati al pellegrinaggio. Alcuni gruppi partono anche da piazza Mercato, a Napoli. I devoti sono vestiti con una sorta di divisa dalle forme e dai colori ricorrenti: camicia e pantaloni bianchi, sciarpa a tracolla con l’effigie della Madonna e un’altra fascia avvolta intorno alla vita. Questi ultimi due ornamenti sono generalmente colorati, uno in azzurro e l’altro in rosso, ma va ricordato l’uso di taluni quartieri di ricorrere a colori diversi. il vessillifero, infine, che ha l’incarico di portare in processione uno stendardo con l’immagine della Madonna, reca in vita anche una fascia di pelle con una piccola sacca, nella quale viene inserita l’asta. La processione di ogni singola paranza si forma dietro il vessillo o dietro il tronetto che sostiene il dipinto creato in onore della Madonna.

Tali opere costituiscono, fra l’altro, l’oggetto di una serrata competizione tra i singoli gruppi, che per questo motivo affidano la loro confezione ai migliori artisti locali. La gara dà esito, in alcuni casi, a vere e proprie premiazioni, peraltro sconsigliate dalle “Norme per i fujenti” pubblicate nel 1966 dai frati Domenicani: ad Acerra, ad esempio, si usa ancora oggi conferire la palma della vittoria all’opera di maggior valore artistico, mentre ad Afragola, dalla fine dell’Ottocento, viene innalzato un palco in piazza Municipio per premiare le paranze meglio organizzate e gli ex-voto più belli, in seguito sostituiti dai dipinti destinati alla Madonna.

Completano spesso la dotazione del gruppo anche ceri devozionali e speciali doni da offrire alla Vergine. E’ interessante notare, infine, che, durante la processione finale, è vietato passare davanti al vessillo: lo stesso capo-paranza, quando deve controllare l’ordine nel suo gruppo, procede a ritroso piuttosto che voltare le spalle alla bandiera. Il via è dato da una salve di mortaretti che, legati alla corda del vessillo, fanno cadere un drappo: questo è il momento di inizio della corsa al Santuario della Madonna dell’Arco.

I “battienti” e i “toselli” la lunga corsa verso il santuario

In passato la corsa si svolgeva lungo l’intero percorso, senza alcuna interruzione. Oggi invece essa termina spesso fuori del paese o appena usciti da Napoli, e al santuario si arriva con i pullman mobilitati per la ricorrenza: solo chi ha formulato un particolare voto effettua a piedi tutto il pellegrinaggio. Anche così, comunque, la corsa verso il santuario rappresenta un evento davvero speciale, cadenzata com’è al ritmo dei tamburi che scandiscono i passi dei fujenti. Fino al 1966, anno in cui i padri Domenicani regolamentarono le processioni, molti fujenti, giunti in prossimità del santuario, procedevano facendo strisciare la lingua per terra o percuotendosi. Per questo motivo, ma soprattutto per la loro corsa cadenzata, nella quale i piedi percuotono ritmicamente il terreno, tali devoti venivano detti “battienti”, o “vattenti”, termine che oggi viene usato per indicare indifferentemente i fujenti e i loro percussionisti. L’usanza è ricordata, in termini piuttosto drammatici, dal Dominici, secondo il quale “molte confraternite et comunità di paesi molto lontani vengono processionalmente crudelmente battendosi, in tanto che, quando arrivano, d’ogni intorno piovono sangue, spettacolo veramente a vedere molto horribile”.

Prima di arrivare al santuario la marcia subisce delle pause, durante le quali i partecipanti maschi si lasciano andare a danze dal rituale aggressivo, che hanno origine in antiche manifestazioni agresti e pagane.

Come già accennato, alcune paranze recano il “tosello”, detto anticamente “chiatta” in molti paesi a nord di Napoli, e “chietta” in particolare ad Afragola: sono costruzioni in cartapesta collocate su un basamento di legno a forma di barca con sopra un trono contenente un’immagine della Madonna. Giunti davanti al santuario i portatori del tosello avanzano e si ritraggono per tre volte: è il rituale del “trase e jesce”. Il ritmo dei piedi che battono sul terreno con frequenza sempre maggiore, la stanchezza e il forte rapimento devozionale sfociano infine in una diffusa frenesia, a causa della quale molti partecipanti perdono il controllo dando origine a scene di isteria o esaurendosi fino ad esporsi a improvvisi malori.

I rituali legati alla processione alla Madonna dell’Arco hanno, sia ad Acerra che ad Afragola, origini lontanissime. Sono espressioni popolari che risalgono ad antichi riti propiziatori legati alla fertilità delle campagne: non a caso si svolgono, questi come tanti altri, in primavera e all’inizio dell’estate.

Molti studiosi tendono a connettere le manifestazioni in onore della Madonna dell’Arco con alcuni aspetti caratteristici dei misteri eleusini: secondo alcuni ricercatori, in effetti, è probabile che, in un ambiente rurale come quello di Acerra, di Afragola e dei paesi della fascia subvesuviana, gli antichi rituali pagani legati al culto di Cerere, dea delle messi e della fertilità dei campi, siano confluiti in parte nelle cerimonie devozionali prescritte per la celebrazione della Vergine. Certa è comunque l’origine agraria del rito dei fujenti. E’ significativo del resto, che la “divisa” dei devoti richiami nel colore il costume di Pulcinella, una maschera nata forse proprio ad Acerra: si tratta infatti dell’abito tradizionale degli antichi contadini campani, bianco come le vesti adottate nei riti penitenziali della Quaresima.

Connessioni singolari di luoghi e tempi dimostrano la continuità di queste usanze contadine. La corsa, inoltre, simboleggia la purificazione dell’anima e ricorda la fuga rituale attuata in ambito pagano da chi veniva “posseduto” da un demone o da una divinità. In effetti testimonianze scritte o ex-voto dei secoli passati ricordano che il Lunedì in albis molti “posseduti” venivano miracolosamente liberati. Non vi è dubbio infatti che, soprattutto nella fase conclusiva, il rito dei fujenti costituisca un momento fortemente liberatorio dotato di grande impatto emotivo e dunque di notevole valenza psicologica: tanto è vero che, come è stato già accennato, nel 1966 i padri Domenicani reputarono giusto regolamentare la cerimonia attraverso precise norme scritte, che hanno ricondotto le esibizioni più violente e “colorite” nell’ambito di una più serena spiritualità.

Monumenti di Napoli

Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo

Via San Biagio dei Librai 118

Fondata nel 1593 dall’Arte della seta, vi era annesso un conservatorio destinato ad accogliere le figlie indigenti degli artigiani di questa potente corporazione.

La chiesa fu interamente ristrutturata nel 1758 da Gennaro Papa che arretrando leggermente la facciata a fini scenografici, come già si era fatto per la prospiciente chiesa di San Nicola a Nilo, e ponendovi quattro grandi statue in stucco raffiguranti, in basso, i santi titolari, di Giuseppe Sammartino e, in alto, la Religione e la Fede, di Giuseppe Picano, contribuì a creare uno degli spazi barochi più suggestivi della città.

La ricetta del giorno

Pizza di scarola

Ingredienti per la pasta: farina 500 gr, lievito 1 dado, strutto 150 gr, sale, pepe, acqua tiepida.

Ingredienti per il ripieno: scarola mondata 1,5 kg, aglio 1 spicchio, capperi 50 gr, pepe, olive nere di Gaeta 100 gr, acciughe sott’olio 100 gr, olio extravergine di oliva 100 gr, sale se occorre.

Ingredienti per ungere il ruoto: strutto 20 gr.

Esecuzione: diluite il lievito con un po’ di acqua tiepida, impastatelo con un pugno di farina e lasciate crescere il panetto per una mezz’oretta.

Disponete la farina a fontana, mettete al centro l’impasto di lievito cresciuto, lo strutto, il sale, parecchio pepe e impastate tutto, aggiungendo tanta acqua tiepida da ottenere una pasta piuttosto morbida che lavorerete bene. Mettetela poi a crescere in una terrina coperta, e in luogo tiepido.

Lavate la scarola, dividetela in pezzi e calatela in acqua bollente per qualche minuto. Sgocciolatela quindi e premetela con un mestolo forato per farne uscire l’acqua. In una padella antiaderente fate soffriggere l’aglio con l’olio, versatevi i capperi, le olive snocciolate e la scarola e fate insaporire a fuoco vivace per una decina di minuti. Al momento di togliere dal fuoco, aggiungete le acciughe a pezzetti, poi lasciate raffreddare. Solo a questo punto, se necessario, aggiungete sale.

Quando la pasta sarà cresciuta, dividetela in due porzioni ineguali e, con la più grande, spianate all’altezza di un centimetro, foderate un ruoto unto; mettetevi dentro la scarola e copritela con l’altro pezzo di pasta egualmente spianato.

Fate cuocere a forno medio per circa 45 minuti.

Questa pizza è ottima anche fredda.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: nuove conoscenze molto interessanti;

Toro: occupati di più di te stesso;

Gemelli: buone prospettive sono prossime;

Cancro: devi gestire meglio i rapporti sentimentali;

Leone: troppe spese, devi controllare meglio;

Vergine: le cose poi non stanno andando male;

Bilancia: valuta bene le occasioni che si presentano, non tutto è oro quello che luccica;

Scorpione: è inutile accanirsi sulle cose passate, se non dimentichi non puoi andare avanti;

Sagittario: fai bene ad essere ottimista le previsioni sono buone;

Capricorno: le cose non vanno come vorresti, ma non è tua la colpa;

Acquario: bisogna essere più diplomatici, le parole feriscono e anche pesantemente;

Pesci: c’è un problema di soldi che ti mette in contrasto con gli altri.

Venerdì 19 aprile 2019

Ogge è Viernarì Santo

A trentatrè anne fùje acchiappato

e ‘ncopp’a ‘na ‘roce fùje ‘nchuvato,

‘ncopp’a ‘na ‘roce chiamma ‘a ggente,

chiamma a Giuvanne ca l’è parente,

chiamma a Maria si vo’ venì.

Il Sole sorge alle 6:13 e tramonta alle 19:46

La Luna cala alle 5:24 e si  eleva alle 19:09

San Leone IX papa

San Corrado

Corrado dall’antico germanico chuonrat e dal moderno Konrad e cioè audace nel consiglio, che dà consigli audaci.

  • Futte e strafutte, ca Dio perdona tutte!

Santa Emma di Sassonia vedova

Emma probabile derivazione dal germanico amme cioè nutrice, balia.

  • Quatte cosce ‘int’ a ‘nu lietto

‘na mana ‘nculo e n’ata ‘mpiètto

E ‘nu piezzo ‘e carne crùra

Tràse e ghjèsce ‘a ‘int’ ‘o pertùso.

(‘o piccerillo che zuca)

Sant’Ermogene martire

Il 19 aprile del 1451 vengono emanati i “Capitoli” per la ricostruzione di Castelnuovo.

Il 19 aprile del 1990 dopo circa nove mesi di “travagliati” lavori, riapre il rinnovato Teatro San Carlo.

Proverbio del giorno: se vuoi cibarie spicce uova sode con salsicce.

La favola del giorno

La cena del prete

Persone che dovrebbero intendersene di queste cose affermano che il “buon popolo”, o i folletti, sono angeli cacciati dal paradiso e approdati su questa terra, mentre gli altri angeli loro compagni, che una colpa più grave trascinava verso il basso, sono precipitati più giù, verso un luogo peggiore. Vero o falso che sia, c’era una allegra combriccola di folletti che danzava e si abbandonava agli scherzi più pazzi in una chiara sera di luna, verso la fine di settembre. Il luogo di questi svaghi non era molto distante da Inchegeela, nella parte occidentale della contea di Cork – un villaggio povero, anche se vi si trovava una caserma per i soldati; ma alte montagne e rocce aride, come quelle che lo circondano bastano a portare la miseria dovunque: ad ogni modo, siccome i folletti possono avere tutto quello che vogliono, solo che ne esprimano il desiderio, la miseria non li spaventa molto, e la loro unica preoccupazione sta nello scovare angoli poco frequentati e posti dove è difficile che qualcuno possa arrivare a guastare il loro divertimento.

Questi piccoli esserini stavano su un bel tappeto d’erba verde presso la riva del fiume e danzavano in cerchio più vispi che mai: ad ogni balzo i loro berretti rossi si agitavano al chiarore della luna e i loro salti erano così leggeri che le gocce di rugiada, pur tremando sotto i loro piedi, non erano disturbate da tutte quelle capriole. Erano dunque intenti ai loro giochi e giravano su se stessi, facevano piroette e inchini, si dileguavano e provavano ad assumere ogni forma possibile, finché uno di essi cinguettò:

Basta, basta tamburellare,

Non possiamo più giocare;

Dall’odore

Posso dire

Un prete sta per arrivare!

E tutti i folletti sgattaiolarono via più in fretta che poterono, nascondendosi sotto le verdi foglie della digitale, dove, se per caso i piccoli cappucci rossi fossero spuntati, sarebbero solo sembrate le campanelle cremisi della pianta; e altri si nascosero dietro il lato ombroso delle pietre e dei rovi e altri sotto la sponda del fiume, e in nicchie e fessure d’ogni genere.

Il folletto che aveva dato l’allarme non si era sbagliato; infatti, lungo la via che si scorgeva dal fiume, veniva, sul suo pony, Padre Horrigan, e fra sé pensava che, essendo così tardi, avrebbe posto fine al suo viaggio alla prima capanna cui fosse arrivato. Seguendo questo proposito, si fermò all’abitazione di Dermod Leary, sollevò il chiavistello, ed entrò con un: – La mia benedizione a tutti.

Non è il caso di dire che Padre Horrigan era dovunque un ospite gradito, poiché nessun uomo era più pio e più amato in tutto il paese. Dermod era perciò molto dispiaciuto di non avere nulla di saporito da offrire per cena al reverendo assieme alle patate, che la “vecchia” (così Dermod chiamava la moglie, anche se questa non aveva di molto superato i vent’anni) aveva messo in una pentola a bollire sul fuoco. Gli venne in mente la rete che aveva teso nel fiume, ma l’aveva gettata solo da poco e non c’erano molte probabilità che un pesce vi si fosse impigliato. “Non fa niente, – pensò Dermod, – fare un salto giù a vedere non può certo far male; e, dato che desidero il pesce per la cena del prete, forse quello sarà lì ancor prima di me”.

Dermod andò giù alla riva del fiume e nella rete trovò il più bel salmone che mai avesse guizzato nelle luccicanti acque del “frondoso Lee”; ma, mentre stava per tirarlo fuori, la rete gli fu strappata di mano, non seppe dire come o da chi, e il salmone se ne scappò via, nuotando felice nella corrente come se niente fosse accaduto.

Dermod rimase a fissare pieno di tristezza la scia che il pesce aveva lasciato sull’acqua, splendente come un filo d’argento al chiaro di luna, quindi, con un moto rabbioso della mano destra, pestando un piede, diede sfogo ai suoi sentimenti borbottando:

  • Che la cattiva sorte ti possa seguire notte e giorno, dovunque tu vada, maledetto furfante di un salmone! Dovresti vergognarti di te, se sei capace di provar vergogna, scivolarmi via in questo modo! E sono ben convinto che farai una brutta fine, perché è stata qualche forza cattiva ad aiutarti – non ho forse sentito tirare la rete dall’altra parte con tanta violenza che pareva il diavolo in persona?
  • E’ falso quello che dici, – disse uno dei piccoli folletti che erano fuggiti all’avvicinarsi del prete, dirigendosi verso Dermod Leary con un’intera schiera di compagni alle calcagna;
  • Eravamo soltanto noi, una dozzina e mezzo, a tirare dall’altra parte.

Dermod fissò con sorpresa il minuscolo interlocutore, il quale proseguì: – Non darti alcun pensiero per la cena del prete; se tornerai da lui a chiedergli una cosa da parte nostra, in men che non si dica si troverà apparecchiata davanti la più bella cena mai messa in tavola.

  • Non voglio aver niente a che fare con voi, – rispose Dermod con tono deciso; e dopo una pausa aggiunse: – Vi sono molto obbligato per la vostra offerta, signore, ma mi guardo bene dal vendermi a voi, o ad altri della vostra specie, per una cena; e inoltre, so che Padre Horrigan tiene tanto in considerazione la mia anima da non volere che io la impegni per sempre, qualunque cosa possiate mettergli davanti; e con questo la faccenda è chiusa.

Il piccolo folletto, con una ostinazione che i modi di Dermod non riuscivano a vincere, continuò: – Vuoi fare una cortese domanda al prete per noi?

Dermod stette un po’ a pensare, e aveva ben ragione a farlo, ma decise che a nessuno poteva venire del male per aver posto una cortese domanda. – Non ho niente in contrario a eseguire quanto mi chiedete, signori, – disse Dermod, – ma non voglio avere nulla a che fare con la vostra cena finché vivrò – badate bene.

  • Allora, – disse il piccolo folletto che parlava, mentre gli altri si affollavano dietro di lui da tutte le parti, – vai e chiedi a Padre Horrigan di dirci se le nostre anime saranno salvate il giorno del giudizio, come le anime dei buoni cristiani; e, se ci sei amico, torna a riferirci quanto ti dirà, senza indugiare.

Dermod se ne andò alla capanna dove trovò che le patate erano state versate sul tavolo e la sua buona moglie porgeva a Padre Horrigan la più grossa, un bel pomo rosso ridente, fumante come un cavallo sotto sforzo in una notte di gelo.

  • Scusate, Reverendo, – disse Dermod, dopo qualche esitazione, – posso avere l’ardire di farvi una domanda?
  • Cosa mai può essere? – chiese PadreHorrigan.
  • Ecco, allora, scusandomi con voi, Reverendo padre, per la libertà che mi prendo, la domanda è: le anime del “buon popolo” saranno salvate il giorno del giudizio?
  • Chi ti ha detto di farmi questa domanda, Leary? – disse il prete fissandolo molto severamente. Dermod, che non sapeva resistere al suo sguardo, rispose: – Non dirò bugie su questa storia e nient’altro che la verità in vita mia. Sono stati i folletti che mi hanno mandato a farvi questa domanda, e ce ne sono a migliaia giù alla riva del fiume, ad aspettare che ritorni con la risposta.
  • Ritorna senz’altro, – disse il prete, – e di che vengano loro stessi qui da me, se lo vogliono sapere, ed io risponderò a questa e a qualsiasi altra domanda desiderino rivolgermi col più grande piacere al mondo.

Dermod ritornò dunque dai folletti che si radunarono a frotte attorno a lui per sentire la risposta che il prete aveva dato; e Dermod, da quell’uomo coraggioso che era, parlò chiaro davanti a loro: ma quando sentirono che avrebbero dovuto andare dal prete fuggirono via, chi di qua, chi di là, chi da una parte, chi dall’altra, guizzando accanto al povero Dermod così velocemente e in tal numero, che egli ne fu del tutto disorientato.

Quando si riprese, e ce ne volle un bel po’, fece ritorno alla capanna e mangiò le sue patate asciutte assieme a Padre Horrigan, il quale non dava alcuna importanza alla cosa; ma Dermod non poteva fare a meno di pensare che era una faccenda assai strana che il Reverendo padre, le cui parole avevano il potere di scacciare i folletti tanto in fretta, non avesse niente di saporito per cena, e che il bel salmone che aveva nelle reti gli fosse stato strappato via in quel modo.

Fiabe popolare irlandese.

Curiosando qui e là

I supersensori che leggono il pensiero

Gli squid, sigla per “superconductor quantum interference device”, sono circuiti sensibili a campi magnetici miliardi di volte meno intensi di quello terrestre.

Anelli sensibili. Ciò è possibile grazie all’effetto Josephson: il fatto, cioè, che la corrente che scorre in un anello superconduttore interrotto da un sottile strato isolante dipenda dal campo magnetico presente al suo interno.

Telepatia magnetica? La sensibilità degli squid è già sfruttata in campo medico, dove consente di studiare il magnetismo fisiologico, per esempio visualizzando la nostra attività cerebrale in risposta a vari tipi di stimoli con un’analisi chiamata magneto-encefalografia.

Lo scova-ruggine. Questi sensori, però, hanno molti altri impieghi: sono addirittura in grado di avvertire l’impercettibile movimento di atomi che si manifesta durante la formazione della ruggine. Perché allora non usarli per localizzare i punti in cui inizia il processo di corrosione sulla scocca degli aerei? Esperimenti in questo senso sono finanziati dall’aviazione militare degli Stati Uniti.

Come parlare in pubblico

Per mantenere l’attenzione dell’uditorio e farsi capire meglio bisogna essere il più possibile diretti, tranquilli e naturali. Non bisogna mai farsi vedere a gambe incrociate e nemmeno con le mani in tasca, un altro errore sono i fogli da leggere e in special modo con appunti sparsi in vari fogli.

Per quanto sia difficile, soprattutto se è la prima volta, mentre si parla in pubblico bisogna fare il più possibile per essere naturali.

Provate ad esercitarvi, nei giorni che precedono il discorso, a tenere sotto controllo i vostri gesti in situazioni di stress: c’è chi si passa la mano tra i capelli, chi si tortura le mani, chi si tocca il naso e cosi via.

Non leggete la relazione. E non incrociate le gambe. Appoggiate invece i piedi bene per terra: dà sicurezza.

Un altro problema tipico di chi non è abituato a parlare in pubblico è quello di dove posare lo sguardo.

Evitate di guardare sempre la stessa persona, per quanto possa rassicurarvi la sua espressione. E’ un segnale di insicurezza.

Guardare un po’ tutti aiuta a mantenere la concentrazione ed evita le fastidiose interiezioni come Ehm… ehr… ehh… tra una parola e l’altra.

Scuola di cucina – come preparare una buona…

Zuppa di cozze

La zuppa di cozze è il pasto tradizionale del Giovedì Santo a Napoli e zone limitrofe, il nome potrebbe considerarsi improprio o limitativo visto che gli ingredienti principali sono altri e più costosi rispetto alle cozze.

Ingredienti: freselle classiche tonde oppure freselline per zuppa; un bel polipo di almeno un chilo; cozze belle fresche e vive 2kg, gamberoni almeno due a testa; vongole veraci 1 kg; maruzzielli 300gr, (i maruzzielli sono delle chioccioline o lumachine di mare), aglio, sale, pepe, 1 bottiglina di liquido forte già pronto da acquistare in pescheria insieme al pesce.

Esecuzione: prendete il polipo, pulitelo e lavatelo dopo mettetelo a bollire in abbondante acqua salata con un paio di spicchi d’aglio, prezzemolo e pepe.

Pulite e lavate le cozze e le vongole e mettete in un tegame antiaderente senza acqua coperte e a fuoco vivace per pochi minuti fino a che non si sono aperte tutte. Eventuali molluschi  che restassero chiusi è meglio toglierli perché potrebbero contenere sabbia.

Bollite gamberoni e maruzzzielli. Appena il polipo è cotto lo togliamo dall’acqua e lo tagliamo a pezzi abbastanza grandi.

A questo punto siamo pronti per andare a tavola.

Prendete i piatti fondi (uno per ogni commensale) mettete in ogni piatto le freselle, poi i vari ingredienti polipo, muruzzielli, cozze, vongole, gamberoni, poi con mestolo prendete l’acqua di  cottura del polipo, ancora calda, e versatela su ogni piatto facendola fuoriscire con un mestolo forato appoggiato sopra il piatto per non perdere il ripieno, ripetere l’operazione 3-4 volte in modo che le freselle si impregnino e quindi diventino morbide. Ultima operazione prendete il liquido forte e versatelo sugli ingredienti, facendo attenzione, poiché è abbastanza forte, da non metterne tanto, specialmente a chi non preferisce il piccante. Buon Appetito.

L’angolo della Poesia

Traversando la Maremma toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra ‘l sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Giosue Carducci da Rime nuove

La favola del giorno

Napoli ieri oggi e domani

Il Gatto con
gli stivali

Il Re volle che egli salisse nella sua berlina e
proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel vedere che il suo piano cominciava a
riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in
un prato, disse loro:

  • Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo
    prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a
    pezzettini, come carne da polpette!

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse
il prato che stavano falciando.

  • E’ del signor Marchese di Carabas, – risposero ad una
    voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti.
  • Avete una bella proprietà, – disse il Re al Marchese
    di Carabas.
  • Come dite voi, Maestà, – rispose il Marchese, –
    infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon raccolto.

Il bravo Gatto, che continuava a…

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Curiosando qui e là

Napoli ieri oggi e domani

Da ogni uovo
nasce un pulcino?

No: i pulcini nascono solo dalle uova fecondate dal
gallo, la cui assenza però non impedisce alle galline di deporre uova non
fecondate.

Le galline, infatti, iniziano a deporre le uova
intorno al quarto o quinto mese di vita, anche se non si sono mai accoppiate.
Le quantità deposte in un anno variano nelle diverse razze: le livornesi, ad
esempio, ne depongono ben 250-300 all’anno.

In natura, nei primi mesi dell’anno la produzione è
maggiore, mentre a ottobre-novembre la produzione si interrompe.

Negli allevamenti intensivi i ritmi di ovodeposizione
sono molto più intensi. L’uovo è immediatamente allontanato dalla gallina,
poiché questo la stimola a produrne un altro in tempi ravvicinati. La luce è
regolata artificialmente e l’alimentazione è costituita da cibi ricchi di
proteine e minerali, per mantenere le ovaiole nelle migliori condizioni
fisiche, e per avere sempre le massime produzioni possibili.

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Arte – Cultura – Personaggi

Napoli ieri oggi e domani

Giacomo
Leopardi

L’ambiente,
la personalità, le idee.

L’opera leopardiana nasce da un fondo di atteggiamenti
e di riflessioni che vanno in gran parte ricondotti all’ambiente oppressivo in
cui il poeta si formò. Recanati appartiene alla Marca Anconetana, e quindi allo
Stato pontificio: è perciò non soltanto un piccolo centro di provincia, ma di
una provincia tutta particolare, che unisce alla naturale angustia della
collocazione periferica, la chiusura e l’arretratezza dello Stato cui
appartiene. D’altra parte l’ambiente familiare, nonché correggere, aggrava una
siffatta situazione generale: Adelaide, pur abile amministratrice del
dissestato patrimonio familiare, non si raccomanda certo per calore umano e per
spirito materno; Monaldo, religiosissimo fino alla bigotteria e politicamente
reazionario, è in fondo un buon diavolo, ha qualche pretesa culturale ed è
riuscito a mettere insieme una biblioteca decisamente ragguardevole. Ma è un
uomo mediocre, debole di carattere e di idee ristrette.

Sulle prime Leopardi si adatta conformisticamente a

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L’angolo della Poesia

Napoli ieri oggi e domani

La quiete
dopo la tempesta

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

o torna all’opre? o cosa nova imprende?

quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita aborria,

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr, vedendo

mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

O natura cortese,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

è diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

prole cara agli eterni! assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor: beata

se te d’ogni dolor…

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