La favola del giorno

La volpe e la gru

La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino diventata sua comare per via di un battesimo.

Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la gru e andò da lei a chiamarla: “Vieni, comare, vieni mia cara! Vedrai che bel pranzetto ti preparerò!”. La gru si presenta al banchetto, ma la volpe aveva cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a fare la parte della padrona di casa ospitale: “Mangia, cara comare, colombella! Ho cucinato io stessa”. La gru, toc toc col becco, batteva, batteva senza prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto quello che c’era nel piatto da sola.

La pappa fu mangiata; la volpe dice: “Scusami, cara comare! Non ho più niente da offrirti”. “Grazie comare, e a buon rendere! Vieni a farmi visita.”

Il giorno dopo arriva la volpe, ma la gru aveva preparato una minestra e l’aveva messa in una brocca dal collo stretto; la portò in tavola e dice: “Mangia, comare! Parola mia, non ho altro da darti”. La volpe cominciò a girare intorno alla brocca, si accosta da un lato, poi dall’altro, tenta di dare una leccata, sniffa, ma tutto invano! Il suo muso non entra nella brocca. Nel frattempo, la gru non smette di beccare, finché non ebbe mangiato tutto. “Scusami, comare! Non ho altro da offrirti.” La volpe era verde dalla rabbia: sperava di rimpinzarsi per un’intera settimana e invece tornò a casa con le pive nel sacco. Chi la fa, l’aspetti! Da allora anche l’amicizia tra la volpe e la gru è finita.

Fiaba popolare russa.

Curiosando qui e là

Come bevono gli elefanti

Utilizzano la proboscide, una struttura costituita dal labbro superiore e dal naso.

Dopo avere risucchiato l’acqua nella proboscide, più di 10 litri alla volta, gli elefanti infilano la punta dell’organo in bocca e ne fanno zampillare l’acqua.

Un elefante maschio può bere 212 litri di acqua in quattro minuti e 36 secondi.

Con la proboscide in bocca, gli elefanti possono ingerire l’acqua e respirare contemporaneamente perché le parti iniziali dei canali per la respirazione e l’alimentazione sono separate, a differenza di quanto avviene per l’uomo: acqua e aria dunque non si possono mescolare.

Anche i neonati umani sono in grado di poppare e insieme respirare dal naso, come gli altri mammiferi. Dopo pochi mesi, però, cambiamenti nella struttura del palato molle, fanno sì che il canale dell’aria e quello per bere si uniscano: ciò rende l’uomo incapace di respirare e bere insieme.

Quando gli elefanti sono molto giovani, non sono in grado di coordinare i muscoli della proboscide, e risolvono il problema bevendo direttamente con la bocca, piegandosi sulle zampe anteriori. Comunque, fin dalla nascita bevono e respirano contemporaneamente con facilità.

Glossario di cucina – 8

IMBIONDIRE:

E’ un’operazione che conferisce a un vegetale, soffriggendolo, un colore dorato. Si usa solitamente per le verdure, in particolare per la cipolla. A differenza di rosolare, indica uno stadio di coloritura molto meno intenso.

IMBURRARE:

Coprire con un leggero strato di burro contenitori, stampi, teglie, tortiere per la cottura al forno; generalmente questi stampi vengono infarinati o spolverati con zucchero per caramellare il bordo di preparazioni dolci.

IMPANARE:

Significa avvolgere nel pangrattato alimenti da friggere o da grigliare. La panatura infatti forma una crosticina esterna che trattiene i succhi dell’alimento durante la cottura. In generale, si usa questo termine per indicare lo scaldare a secco gli alimenti, per esempio il pane.

INCORPORARE:

Aggiungere delicatamente altri ingredienti a un composto montato, affinché l’aria contenuta in esso non venga eliminata e si ottenga così un composto omogeneo.

INFARINARE:

Termine utilizzato per ricoprire una superficie di lavoro prima di procedere alla preparazione di un impasto.

INVIDIA BELGA:

L’invidia è un tipo di cicoria dalla forma allungata e dal sapore amarognolo. Viene spesso consumata in pinzimonio o grigliata.

ISSOPO:

E’ un arbusto semi-sempreverde con proprietà toniche e stomachiche che si avvicinano a quelle di salvia, rosmarino e timo. Viene utilizzato insieme alla melissa e all’angelica per la preparazione del liquore Chartreuse e anche per l’amaro centerbe.

JULIENNE:

Tecnica di taglio che consiste nel ridurre i vegetali a striscioline molto sottili (lunghe 2-3 cm e spesse 1-2 mm) a mano con un coltello, oppure con una grattugia perforata.

KAMUT:

Le sue origini risalgono a epoca antichissima. Oggi è stato riscoperto per la sua adattabilità ai metodi dell’agricoltura biologica e per la sua grande resistenza alle avversità ambientali. Lo si trova sotto forma di chicchi, farina, cous cous, pasta e biscotti. Ha una percentuale di proteine superiore a quella del grano, è ricco di Sali minerali, tra cui magnesio e la vitamina E con un effetto antiossidante. Sempre rispetto al grano ha una concentrazione più bassa di carboidrati, compensata da una maggiore presenza di lipidi. E’ adatto per liberarsi dalle scorie e tossine.

KEFALOTIRI:

Formaggio greco a pasta dura stagionato ottenuto da latte di capra e pecora. Ha un gusto salato e ricco ed è spesso utilizzato grattugiato.

KIRSCH:

Si tratta di un’acquavite svizzera prodotta con le ciliegie (in tedesco kirsch significa appunto ciliegia).

KUZU:

E’ una pianta rampicante che cresce spontanea in tutto il Giappone adattandosi ai terreni più poveri. Se ne usa l’amido estratto dalla radice che viene raccolta a mano in alta montagna dove nascono le piante migliori.

L’angolo della Poesia

Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce

un andaluso così puro, così ricco d’avventura.

Canto la sua eleganza con parole che gemono,

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federico Garcia Lorca

Ignazio Sanchez Mejias era un famoso torero amico del poeta, morto nell’arena nel 1934. Del lungo componimento ho riportato solo la IV e ultima parte.

I Canidi – 3

Le teorie relative alla filogenesi e quindi alla sistematica dei Canidi hanno subìto recentemente un radicale mutamento: un tempo si riteneva infatti che questa famiglia fosse antichissima, forse strettamente imparentata a quella dei Mustelidi, degli Ursidi e dei Procionidi e avesse tratto origine dagli Anficionidi del terziario inferiore. Veniva considerato un loro diretto discendente l’Otocione, la cui dentatura presenta notevoli affinità con quella degli Insettivori, risultando costituita da ben 48 denti (un numero davvero insolito per un Carnivoro); per tale motivo era collocato addirittura in una sottofamiglia a parte. Sempre tra i Canidi vennero classificati i Simocionidi (simocyonidae), vissuti nel medio e tardo terziario; e poiché il Cuon alpino, il Licaone e lo Speoto (una specie sudamericana dall’aspetto veramente singolare) presentano una riduzione della dentatura analoga a quella riscontrabile nei Simocionidi, queste tre specie furono riunite nella sottofamiglia dei Simocionini (Simocyoninae), che si distingueva da quella dei Canini (Caninae), in cui vennero raggruppate tutte le altre specie.

Secondo ricerche più recenti, tuttavia, i Canidi non hanno un età geologica molto elevata, e non presentano neppure stretti vincoli di parentela con Mustelidi, Ursidi e Procionidi; le forme più arcaiche presentano invece molti caratteri comuni con i felidi più antichi, ad esempio nella struttura degli arti e della regione otica, per cui Canidi e Felidi vengono oggi riuniti nella superfamiglia dei Cinofeloidei (Cynofeloidea). Poiché le attuali conoscenze hanno inoltre permesso di stabilire che gli Anficionidi del terziario inferiore, benché possedessero una struttura dentaria simile a quella dei Canidi, erano degli Ursidi primitivi, e che i Simocionidi appartenevano alla cerchia filogenetica dei Mustelidi, ne consegue che i Canidi la cui dentatura differisce da quella tipica della famiglia (e cioè il Licaone, l’Otocione, lo Speoto e il Cuon alpino) non possono derivare dalle forme fossili ricordate, bensì da Canidi dotati di dentatura normale. Lo Speoto è strettamente affine, anche se appare fortemente trasformato, alle Volpi dei boschi sudamericane, mentre il Cuon alpino e il Licaone, pur presentando taluni caratteri peculiari, quali l’accorciamento del muso, il ravvicinamento degli aguzzi premolari e la riduzione della dentatura (solo 40 denti nel Cuon alpino, e riduzione di un molare nel Licaone), sono Canidi altamente specializzati e originatisi abbastanza recentemente da forme simili agli Sciacalli. Tutte le specie oggi viventi sono di conseguenza riunite nella sottofamiglia dei Canini (Caninae) e vengono contrapposte alle forme estinte nordamericane, classificate tra i Borofagini (Borophaginae).

I Canidi si sono originati nel Nordamerica e successivamente si sono portati, durante diverse fasi migratorie, nel Vecchio Mondo e nel Sudamerica. La famiglia comprende attualmente 15 generi, alcuni dei quali mostrano vincoli più stretti di parentela e possono perciò essere raggruppati in tribù.il “nucleo” della famiglia stessa è costituito dall’ampio gruppo che riunisce i generi Canis, Alopex Vulpes e Fennecus, indubbiamente uniti tra loro da stretti rapporti filogenetici, sebbene la semplice analisi delle dimensioni (il lupo è infatti la specie maggiore mentre il Fennec è quella più piccola dell’intera famiglia) sembri indicare il contrario. La specie più arcaica è invece probabilmente il Cane procione (Nyctereutes procyonoides), che già nel tardo terziario partendo dall’America raggiunse le regioni asiatiche orientali attraverso il “ponte” terrestre che in quel tempo univa i due continenti in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering. Ugualmente arcaiche sono le Volpi grigie o Urocioni (Urocyon) del Nuovo Mondo, che si differenziano dalle vere Volpi (Vulpes) nordamericane e del Vecchio Mondo per la struttura cranica, che ricorda vagamente quella dell’Otocione, e per taluni aspetti del comportamento. Un altro gruppo abbastanza omogeneo è quello formato dal Cuon alpino e dal Licaone: quest’ultimo è, senza dubbio, una delle specie più evolute, come è dimostrato dalla struttura dei denti ferini e dalla riduzione delle dita anteriori. Tra i Canidi diffusi in Sudamerica, se escludiamo gli Urocioni che hanno raggiunto solo la parte settentrionale di questo continente, si riconoscono due correnti migratorie: la prima è quella seguita dai generi Cerdocyon, Atelocynus e Speothos, che compongono la tribù degli Speotonini (Speothonini), e possono addirittura essere riuniti in un unico genere; la seconda ha invece avuto per protagoniste alcune specie i cui discendenti attuali si trovano nei generi Dusicyon, Lycalopex e Chrysocyon. L’Otocione (Otocyon  megalotis), unico rappresentante del genere Otocyon, costituisce un ramo secondario separatosi dal ceppo principale dei Canidi nel terziario superiore; occupa pertanto una posizione isolata nell’albero genealogico di questi animali. Come risulta dall’analisi di resti fossili pleistocenici, in questa specie il numero dei denti è aumentato secondariamente nel corso della filogenesi, e pertanto le particolarità strutturali della sua dentatura sono da considerarsi una conseguenza dell’adattamento al tipo di alimentazione (si nutre di mammiferi di piccole dimensioni, uccelli, rettili e soprattutto insetti). Continua 3

Locali storici e tipici napoletani

Libreria Scientifica Editrice Pisanti

Corso Umberto I 38/40

La libreria-editrice aprì i battenti alla fine del 1942, in un piccolo locale a due passi dall’università.

Col tempo si è ingrandita fino a che, negli anni Ottanta, è stata rilevata dai fratelli Paolo e Giulio Pisanti, che hanno proceduto a una ristrutturazione totale, recuperando anche uno spazio sotterraneo (ex rifugio antiaereo) che oggi ospita testi universitari di ogni facoltà, guide turistiche, libri stranieri.

Articolata su tre livelli e dotata di un sistema computerizzato per la ricerca dei titoli, la libreria è moderna e funzionale.

Al piano terra un’ampia scelta di novità editoriali, narrativa, poesia, arte e un settore dedicato ai “piccoli editori”.

Al piano superiore, tascabili, manualistica e informatica.

Monumenti di Napoli

Bassorilievo di Orione

Via mezzocannone angolo via Sedile di Porto

La figura con le sue iscrizioni è in alto e così annerita da passare inosservata.

Forse proviene da un tempietto, forse è medievale, forse era stata l’insegna del sedile di Porto.

Di sicuro sta al primo piano del palazzo dall’epoca del Risanamento.

Prima dei lavori, questo era infatti l’angolo delle ‘Strettole di Porto’ e il bassorilievo di Orione vi era stato murato dopo essere riemerso proprio dalle fondamenta del sedile.

La tradizione popolare riconosceva nell’uomo peloso con un coltellaccio Nicolò Pesce, o Colapesce, un fanciullo che passava tutto il suo tempo in mare al punto che la madre gli gettò la maledizione, realizzata, che potesse diventare pesce.

Nicolò viaggiava nel mare, dentro pesci che poi sventrava con il suo coltellaccio, esplorando e riportando informazioni anche al re. Fino a che questi lo sfidò a ripescare una palla di cannone.

Cola obbedì, si immerse, raggiunse la palla. Il mare, però, si chiuse sopra di lui e non gli permise di risalire.

Così almeno raccontava la favola il cocchiere di Benedetto Croce; diventato adulto, il filosofo tornò più volte su questo ricordo infantile, studiando le molte versioni della leggenda, nota in tutto il Mediterraneo.

La ricetta del Giorno

Ricotta in coppa

Ingredienti: ricotta romana 300gr, zucchero 100gr, caffè liofilizzato in polvere, caffè liquido molto forte, vaniglia, mandorle pelate 50gr, cioccolato fondente 50gr.

Esecuzione: stemperare la ricotta con la frusta incorporandovi lo zucchero, la vaniglia e un cucchiaio di caffè liofilizzato e sciolto in poco caffè freddo molto forte.

Mescolare con cura e unire al composto le mandorle a filetti e il cioccolato a scaglie.

Dividere la ricotta in coppe singole e guarnirle a piacere con scaglie di cioccolato e mandorle.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: la tua vita sembra un concorso ippico con tanti ostacoli;

Toro: un problema sulla tua strada ma se ti impegni lo supererai agevolmente;

Gemelli: nel rapporto affettivo vi sono delle notevoli distanza, devi metterci molto impegno se vuoi colmarle;

Cancro: Saturno ti è contrario ma puoi farcela lo stesso;

Leone: non c’è serenità in amore;

Vergine: a volte bisogna sapersi accontentare, tu invece vuoi sempre il massimo;

Bilancia: è un buon periodo, ti stai esprimendo al meglio;

Scorpione: un’occasione da non perdere;

Sagittario: ti senti stanco ma forse è solo colpa del tempo;

Capricorno: è un periodo di serenità in amore;

Acquario: sei molto attento, di solito non è così;

Pesci: l’amore può tornare, basta cercarlo bene.

Sabato 25 maggio 2019

Il Sole sorge alle 5:32 e tramonta alle 20:23

La Luna si eleva alle 0:17 e cala alle 9:42

Santa Sofia

San Gregorio VII papa

San Beda il venerabile sacerdote confessore

Beda è il Protettore dei confessori.

  • Peccate e dièbbete s’hanna pavà.

Sant’Urbano

Urbano dal latino urbanus cioè cittadino, mentre in un secondo tempo il termine significò educato in antitesi con rusticus cioè cafone, zotico

  • ‘O cafone tene ‘e scarpe strette e ‘o cervièllo fine.

Il 25 maggio del 1423 la città si rivolta contro Alfonso V ed i catalani.

Il 25 maggio del 1563 i turchi sbarcano sulla spiaggia di Chiaia e si recano al Palazzo D’Avalos per sequestrare la Marchesa Del Vasto. Non trovandola fanno prigionieri una ventina di persone ponendo l’aut-aut: o pagamento del riscatto o i prigionieri andranno in schiavitù. Impressionato dal fatto, il Vicerè De Ribera fa costruire una torre per avvistare le navi: sorge così nel 1564, la “Torretta”, donde il nome della attuale piazza, nella zona di Mergellina.

Il 25 maggio del 1940 nasce il cantante Peppino Gagliardi.

Il proverbio del giorno: chi va al mulino, s’infarina

La favola del giorno

Il fedele Giovanni – 2

Ma un giorno, mentre navigavano in alto mare, il fedele Giovanni che sedeva a prua e sonava, scorse in aria tre corvi, che si avvicinavano a volo. Smise di suonare e ascoltò quel che dicevano, perché lo capiva bene. Uno gracchiò: – Be’, ecco che si porta a casa la principessa dal Tetto d’oro. – Sì, – rispose il secondo, – ma non l’ha ancora! – Disse il terzo: – Ma sì, è con lui sulla nave -. Allora il primo riprese a dire: – A che pro! Quando sbarcheranno, gli balzerà incontro un cavallo sauro; allora egli vorrà montare in sella, e se lo farà, il cavallo correrà via con lui e si alzerà nell’aria a volo, cosicché egli non vedrà mai più la sua fanciulla -. Disse il secondo: – Non c’è scampo? – Oh sì, se un altro balza in sella, estrae la pistola dalla fonda e uccide il cavallo, il giovane re è salvo. Ma chi può saperlo! E chi, sapendolo, glielo dicesse, diverrebbe di pietra dalla punta dei piedi alle ginocchia -. Allora il secondo disse: – Io so di più: anche se il cavallo viene ucciso, il giovane re non conserva la sua sposa: entrando nel castello, troveranno su un vassoio una camicia nuziale che sembrerà intessuta d’oro e d’argento, ma sarà tutta di zolfo e pece. Se egli l’indosserà, brucerà  fino alle midolla -. Disse il terzo: – Non c’è scampo? – Oh sì, – rispose il secondo, – se qualcuno afferra la camicia coi guanti e la getta nel fuoco e la brucia, il giovane re è salvo. Ma a che pro! Chi, sapendolo, glielo dicesse, diventerebbe di pietra a mezzo il corpo, dalle ginocchia al cuore -. Disse il terzo: – Io so di più: anche se bruceranno la camicia, il giovane re non avrà ancora la sua sposa: quando, dopo le nozze, comincerà il ballo, e la giovane regina danzerà, impallidirà all’improvviso e cadrà come morta. E se qualcuno non la solleva e non succhia dalla sua mammella destra tre gocce di sangue e non le risputa, ella morirà. Ma se qualcuno lo sa e lo rivela, diventerà tutto di pietra, dalla testa alla punta dei piedi -. Scambiate queste parole, i corvi volarono via, e il fedele Giovanni aveva capito tutto; ma da quel momento fu triste e taciturno: se non diceva al suo signore quel che aveva udito, questi sarebbe stato infelice; se glielo rivelava, doveva sacrificar la sua vita. Ma infine si disse: “Il mio signore devo salvarlo, a costo della mia rovina”.

Quando sbarcarono, accadde quel che il corvo aveva predetto, e balzò loro incontro uno splendido sauro. – Orsù, – disse il re, – mi porterà al mio castello -. E voleva montare in sella; ma il fedele Giovanni lo prevenne, balzò a cavallo, estrasse la pistola dalla fonda e lo abbatté. Allora gli altri servi del re, che non amavano il fedele Giovanni, esclamarono: – Che infamia uccidere il bell’animale, che doveva portare il re al suo castello! – Ma il re disse: – Lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni; un buon motivo l’avrà -. Poi entrarono nel castello, e nella sala c’era un vassoio con la camicia nuziale, che pareva tutta d’oro e d’argento. Il giovane re si avvicinò per prenderla, ma il fedele Giovanni lo respinse, afferrò la camicia con i guanti, la buttò rapidamente nel fuoco e la bruciò. Gli altri servi ricominciarono a brontolare e dissero: – Guardate, brucia persino la camicia nuziale del re! – Ma il giovane re disse: – Un buon motivo l’avrà, lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni -. Poi celebrarono le nozze: cominciò il ballo e anche la sposa vi partecipò. Il fedele Giovanni stava attento e la guardava in volto; d’un tratto ella impallidì e cadde a terra come morta. Allora egli corse a lei, la sollevò e la portò in una stanza; qui la depose, s’inginocchiò, succhiò le tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e le risputò. Subito ella riprese a respirare e si riebbe, ma il giovane re aveva visto tutto e non sapeva perché il fedele Giovanni l’avesse fatto; andò in collera e gridò: – Gettatelo in prigione -. La mattina dopo il fedele Giovanni fu condannato e condotto al patibolo; e quando fu lassù e stava per essere giustiziato, disse: – Ognuno che debba morire, prima della morte può parlare ancora una volta; ho anch’io questo diritto? – Sì, – rispose il re, – ti sia concesso -. Allora il fedele Giovanni disse: – Sono condannato a torto e ti son sempre stato fedele -. E gli raccontò che aveva udito sul mare i discorsi dei corvi e aveva dovuto fare tutto quel che aveva fatto per salvare il suo signore. Allora il re esclamò: – O mio fedelissimo Giovanni! grazia! grazia! Portatelo giù -. Ma, appena pronunciata l’ultima parola, il fedele Giovanni era caduto senza vita; era di pietra.

Il re e la regina se ne afflissero molto, e il re diceva: – Ah, come ho ricompensato male tanta fedeltà! – Fece sollevare la statua di pietra e la fece mettere nella sua camera, vicino al suo letto. Ogni volta che la guardava, piangeva e diceva: – Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni! – Passò qualche tempo e la regina partorì due gemelli, due maschietti, che crebbero ed erano la sua gioia. Un giorno che la regina era in chiesa e i due bambini giocavano accanto al padre, il re guardò con gran tristezza la statua di pietra, sospirò e disse: – Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni! – Allora la pietra si mise a parlare e disse: – Sì, puoi ridarmela, a prezzo di quanto ti è più caro -. Il re esclamò: – Per te, darò tutto quello che ho al mondo! – La pietra proseguì: – Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi sfreghi con il loro sangue, io riacquisterò la vita -. Il re inorridì, udendo che doveva uccidere egli stesso i suoi figli diletti, ma pensò a quella gran fedeltà e che il fedele Giovanni era morto per lui: trasse la spada e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando l’ebbe sfregata con il loro sangue, la pietra si rianimò e il fedele Giovanni gli stette innanzi vivo e sano. Disse al re: – La tua fedeltà non deve rimanere senza ricompensa -. E prese le teste dei bambini, le mise sul busto e spalmò le ferite con il loro sangue; ed eccoli risanati, e ripresero a saltare e a giocare come se nulla fosse accaduto. Il re era felice, e quando vide venir la regina, nascose il fedele Giovanni e i due bimbi in un grande armadio.

Quand’ella entrò, le disse: Hai pregato in chiesa? – Sì – ella rispose, – ma ho sempre pensato al fedele Giovanni, che per causa nostra fu così sventurato -. Allora egli disse: – Cara moglie, noi possiamo ridargli la vita, ma a prezzo dei nostri due figlioletti: dobbiamo sacrificarli -. La regina impallidì e le si gelò il sangue, ma disse: – Glielo dobbiamo per la sua grande fedeltà -. E il re fu lieto  che ella pensasse proprio come lui, andò ad aprire l’armadio e ne uscirono i bambini e il fedele Giovanni. Il re disse: – Grazie a Dio, egli è disincantato e noi abbiamo ancora i nostri figlioletti -. E le raccontò tutto quel che era successo. Poi vissero felici insieme, fino alla morte.

Le fiabe del focolare – Fratelli Grimm

Curiosando qui e là

Come mai le portate a pranzo hanno l’ordine che conosciamo.

L’ordine delle portate è stato ufficialmente stabilito dallo chef Auguste Escoffier che, in Le livres des menus (1912), enunciò il principio della “sequenza armonica e intelligente”

Fino ad allora, durante il pranzo ciascuno si serviva a piacimento di varie portate, lasciate contemporaneamente sulla tavola.

Escoffier suggerì di introdurre il “servizio alla russa” nel quale ogni piatto viene servito singolarmente al commensale.

Il menu si apre con la minestra, asciutta o in brodo, seguita dall’antipasto. Tra i secondi, il pesce va servito prima delle carni, le carni bianche prima di quelle rosse. Nel contorno e nelle guarnizioni non ci devono essere ripetizioni. Il dessert comprende formaggi, dolci o gelati e frutta.

Alcuni consigli su come scandire il pranzo risalgono però a periodi precedenti: nel 1266 “dominus Pancia” prescrive un limone per cominciare e frutta per terminare il pasto.

Sulle tavole rinascimentali si suggeriva di alternare servizi freddi e caldi.

Vincenzo Corrado nel 1778, introdusse la regola della zuppa al primo posto e del caffè all’ultimo.

Arte – Cultura – Personaggi

Thomas Stearns Eliot

La vita

Thomas Stearns Eliot nasce a Saint Louis – Missouri – nel 1888, da famiglia inglese. Laureatosi ad Harvard nel 1910, si trasferì l’anno successivo in Europa, perfezionando i suoi studi prima a Parigi poi a Oxford. Nel 1915 si stabilì a Londra e dopo un periodo trascorso come insegnante e poi come impiegato di banca, si dedicò definitivamente alla letteratura. Nel 1917 esordì come poeta con la raccolta Prufrock e altre osservazioni, seguita poi da altri volumi di versi – importante l’aiuto dato a Eliot dall’amico e poeta americano Ezra Pound, che oltre a guidarlo nella formazione culturale, ne favorì la notorietà nell’ambiente londinese -. Nel 1922 compose infine il poemetto La terra desolata, smarrita constatazione dello sfacelo del mondo contemporaneo e uno dei vertici della poesia eliotiana. Nel 1927 il poeta ottiene la cittadinanza inglese e aderisce alla religione anglicana. Frutto della conversione religiosa è il poemetto Mercoledì delle ceneri (1930). Datosi successivamente anche al teatro (Assassinio nella cattedrale, 1935; Cocktail Party, 1950; L’impiegato di fiducia, 1954; Il grande statista, 1959), Eliot ci lascia come sua ultima raccolta di versi i Quattro quartetti (1943). Autore anche di acuti saggi critici ed estetici (Il bosco sacro, 1920), fu insignito del premio Nobel nel 1948. Morì a Londra nel 1965.

L’angolo della Poesia

Canto di Simeone

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi

e il sole d’inverno rade i colli nevicati;

l’ostinata stagione si diffonde…

La mia vita leggera attende il vento di morte

come piuma sul dorso della mano.

La polvere nel sole e il ricordo negli angoli

attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.

Accordaci la pace.

Molti anni camminai tra queste mura,

serbai fede e digiuno, provvedetti

ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.

Nessuno fu respinto alla mia porta.

Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli

quando arriverà il giorno del dolore?

Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi

fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.

Prima che il tempo sia di corde verghe e lamenti

dacci la pace tua.

Prima che sia la sosta nei monti desolati,

prima che giunga l’ora di un materno dolore,

in quest’età di nascita di morte

possa il Figliulo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato

dar la consolazione d’Israele

a un uomo che ha ottant’anni e non ha domani.

Secondo la promessa.

Soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,

tra gloria e scherno, luce sopra luce,

e la scala dei santi ascenderà.

Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera –

né la visione estrema.

Concedimi la pace.

(Ed una spada passerà il tuo cuore,

anche il tuo cuore).

Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.

Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.

Fa’ che il tuo servo partendo

veda la tua salvezza.

Thomas Stearns Eliot

(da T. S. Eliot, Mercoledì delle ceneri traduzione di Eugenio Montale)

Affinità di coppia del segno dei Gemelli con gli altri segni – Ariete

Gemelli-Ariete

Lei è una dolce trappola da evitare

Spinta dal suo amore per la libertà, l’alunna di Mercurio cerca per istinto di sottrarsi alla foga del passionale marziano.

Lo contesta, lo fa ingelosire, lo provoca. Col risultato di legarlo ancora di più a sé in un rapporto agitato e irto d’insidie.

La Gemelli è una civetta. Ma non è una specie di mantide religiosa, piuttosto una grande imitatrice, cui piace cimentarsi con la parte della seduttrice alle prese coi drammi della seduzione e della passione.

Però, a forza di scherzare col fuoco, può capitarle di bruciarsi le ali. Soprattutto se si mette a provocare un Ariete. Ma non c’è niente da fare: se lui è carino, lei non riesce proprio a non stuzzicarlo. Invece dovrebbe lasciarlo in pace. Infatti l’Ariete adora le donne, ma rischia letteralmente d’impazzire quando ne incontra qualcuna che, come la Gemelli, è un pepato miscuglio di freschezza infantile, impertinente intelligenza e originalità. Sarà perché lui non sa resistere alle imprese difficili o perché l’Aria gemelliana agisce da stimolante del Fuoco arietino, ma sta di fatto che molto spesso la Gemelli riesce a farlo innamorare profondamente.

Inoltre, sia chiaro, per lui l’amore non è un gioco ma una cosa molto impegnativa. E anche la Gemelli potrebbe fare sul serio, se non avesse una grande paura dei legami definitivi, che secondo lei minacciano di distruggere ogni futura piacevole, anzi indispensabile, possibilità di imprevisti.

Insomma, quando lui si innamora e libera i suoi entusiasti e prepotenti istinti passionali, lei non può fare a meno di spaventarsi. Allora comincia a fare confusione, tanto che neppure lei alla fine riesce a raccapezzarsi nel vortice di fughe, ritorni, scontri scatenati dalle sue paure inconsce. L’Ariete, che non è certo il tipo da perdersi in complicate analisi psicologiche, tenta e ritenta di trovare con mezzi normali il bandolo delle sconcertanti reazioni gemelliane. Ma non c’è verso: alla fine dell’inutile fatica si sente impazzire e reagisce come può reagire un marziano: arrabbiandosi.

Benedetta Gemelli! Se almeno non gliene importasse niente di lui, si potrebbe capirla. Invece no. Messa alle corde dalla caliente passionalità arietina e soggiogata dall’ascendente che esercitano su di lei la grinta e la decisione (qualità che l’affascinano proprio perché corrispondono a proverbiali quanto incolmabili carenze gemelliane), lei si accorge ben presto d’esser caduta in trappola. E, proprio per questo, si spaventa e tenta di far marcia indietro, ma senza convinzione.

Perciò diventa ancora più incoerente e sembra non poter fare a meno di obbedire a una specie di maligno folletto interiore che le suggerisce di fare tutto quello che fa infuriare l’Ariete. Se lui dice bianco, lei dice nero; se lui le dimostra tenerezza in pubblico, lei maschera emozione e imbarazzo mettendosi subito a flirtare con un altro; se a lui piace un piatto particolare, non c’è pericolo che lei si ricordi di prepararglielo…

Ma perché poi la Gemelli si comporta in modo così bislacco? Vorrebbe saperlo anche lei. Invece sa solo che non riesce a farne a meno. Anche se questo fa infuriare l’Ariete e, quando lui s’arrabbia, lei ci sta male da morire. Perché la rabbia arietina la traumatizza e soprattutto perché le dispiace. Non tanto per se stessa, quanto per lui.

Purtroppo, però, trovare una via d’uscita non è facile. Infatti, a differenza di tante altre coppie che riescono a trovare il modo di andar d’accordo quando la rabbia è sbollita l’Ariete e la Gemelli finiscono spesso col litigare anche quando tentano di fare la pace, assolutamente in buona fede.

Il fatto è che lui sa fin troppo bene quanto per lei sia facile mescolare il vero al falso, ma dimentica che a questo gioco lei si dedica solo quando non sono in discussione le cose serie. Come mai? L’Ariete ha la coda di paglia: cosciente della propria ingenuità, è convinto che, quando la Gemelli ammette i propri torti e gli chiede scusa, stia in realtà tramando l’ennesima beffa ai suoi danni. Perciò si mette subito a sbraitare che mai e poi mai cadrà nelle trappole di cui lei sta disseminando la sua vita.

Allora lei, ferita e fraintesa, vibra una nuova serie di sarcastiche frecciate… e la storia ricomincia. Insomma, anche se si amano e la loro incomprensione è più formale che sostanziale, fra l’Ariete e la Gemelli tutto rischia di andare a catafascio, nella spirale di liti sempre più frequenti e rappacificazioni sempre più precarie.

Locali storici e tipici napoletani

Liguori

Via Mezzocannone, 23

Una grande cornice di granito e un’insegna curatissima sono il biglietto da visita di questa libreria che non ha mai rinunciato al suo stile sobrio ed elegante.

All’interno, scaffalature in legno e un bancone intorno al quale si accalcano studenti di ogni facoltà.

Aperta nel 1949, in un clima di forte concorrenza, Liguori ha iniziato subito a differenziarsi dalle altre librerie della zona offrendo agli studenti un bollettino con i programmi delle varie facoltà.

Proprio a questo servizio risale il nucleo originario dell’omonima casa editrice: il contatto con i docenti (Caccioppoli in testa) ha stimolato la pubblicazione delle prime dispense.

Oggi la Liguori editore ha un catalogo con più di tremila titoli, dalla saggistica alla manualistica universitaria e scolastica.

Monumenti di Napoli

Chiesa di San Giovanni Maggiore

Rampe San Giovanni Maggiore e Largo San Giovanni Maggiore

Eretta nel VI secolo dal vescovo Vincenzo, era una delle principali basiliche edificate sui luoghi dove originariamente sorgevano templi pagani.

Risulta praticamente impossibile riconoscere oggi la chiesa considerata a lungo seconda per importanza solo al Duomo: vestigia dell’abside paleocristiana ad arcate si vedono dietro l’altare maggiore di Domenico Antonio Vaccaro, realizzato nel 1743, ma intorno non è che rovina.

L’edificio, più volte ricostruito, nel 1888 venne restaurato integralmente: la condizione attuale è il risultato di oltre un ventennio di abbandono e saccheggi.

La chiesa è attualmente chiusa.

La ricetta del giorno

Torta di carne e verdure

Ingredienti: pasta brisée 300gr, salsiccia 150gr, coniglio disossato 300gr, prosciutto cotto 100gr, fagiolini 200gr, carote 200gr, 1 uovo, 2 cipolline bianche, pangrattato, burro, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: lessare in acqua salata le carote a rondelle e i fagiolini, sgocciolarli e insaporirli a fuoco moderato con un po’ di burro.

In una padella antiaderente con poco olio appassire le cipolline affettate e rosolarvi a fuoco vivace il coniglio a pezzetti e la salsiccia sbriciolata.

Tritare al mixer le carni insieme al prosciutto, raccogliere il composto in una ciotola, mescolarvi l’uovo, sale e pepe.

Stendere la pasta, foderarvi una pirofila rotonda ben imburrata, stendere sul fondo metà del composto di carne, coprire con i fagiolini e le carote grossolanamente tagliuzzati, farvi sopra un altro strato con la carne avanzata, cospargere di pangrattato, distribuire in superficie qualche fiocchetto di burro o un filo d’olio e cuocere in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: arriveranno delle buone notizie;

Toro: hai bisogno di restare tranquillo;

Gemelli: verifica sempre le notizie, non sempre sono vere;

Cancro: proposte interessanti e avanzamenti di carriera;

Leone: con la diplomazia si va lontano;

Vergine: c’è possibilità di buoni accordi;

Bilancia: è un periodo abbastanza teso;

Scorpione: piccole crisi nei rapporti affettivi;

Sagittario: se guardi bene qualche occasione interessante la trovi;

Capricorno: sembra che un po’ di buona sorte stia tornando;

Acquario: ti viene voglia di cambiare tutto;

Pesci: hai la mente troppo occupata da pensieri e non tutti sono positivi.

Venerdì 24 maggio 2019

Il Sole sorge alle 5:32 e tramonta alle 20:22

La Luna cala alle 8:38 e si eleverà domani

San Vincenzo di Lèrins

Sant’ Afra

Afra dal latino afer cioè dell’Africa, africano

  • Allàrgate ca me tìgne! Dicètte ‘o gravunaro.
  • Niro comm’ a ‘nu tezzone.

Santa Maria Ausiliatrice

Maria Ausiliatrice è uno dei tanti attributi della Madonna, pronta a prestare il suo aiuto ai bisognosi.

  • ‘A Maronna t’accumpagna, Giesù Cristo te benedìce e puòzze turnà cu’ ‘na bona valìcia!
  • Cercà aiuto e truvà sgarrùpo.

Il 24 maggio del 1495 partenza di Carlo VIII da Napoli.

Il 24 maggio del 1900 nasce Eduardo de Filippo.

Il 24 maggio del 1903 nasce l’editore e critico letterario Pasquale Pironti.

Il 24 maggio del 1947 il “Corriere di Napoli” riprende le sue pubblicazioni.

Il proverbio del giorno: buon vino, tavola lunga.

La favola del giorno

Il fedele Giovanni

C’era una volta un vecchio re, che era malato e pensava: “Questo sarà il mio letto di morte”. Allora disse: – Chiamate il mio fedele Giovanni -. Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto, ed era chiamato così, perché gli era stato fedelissimo per tutta la vita. Quando venne al suo capezzale, il re gli disse: – Mio fedelissimo Giovanni, sento che si avvicina la fine e non ho alcun timore, tranne che per mio figlio: è ancora un ragazzo inesperto, e se non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere e di essere il suo padre adottivo, io non posso chiudere gli occhi in pace -. Il fedele Giovanni rispose: – Non lo abbandonerò e lo servirò fedelmente, dovesse costarmi la vita -. Disse il vecchio re: – Muoio contento e in pace -. E aggiunse: – Dopo la mia morte devi fargli vedere tutto il castello, tutte le stanze, le sale e i sotterranei, e tutti i tesori che racchiudono; ma l’ultima camera del corridoio lungo, dov’è nascosto il ritratto della principessa dal Tetto d’oro, quella non fargliela vedere. Se vede quel ritratto, arderà d’amore per lei, cadrà svenuto e per causa sua correrà gran pericoli, da cui tu devi preservarlo -. Quando il fedele Giovanni ebbe dato ancora una volta la mano al vecchio re, questi tacque, posò la testa sul cuscino e morì.

Quando egli fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane re quel che aveva promesso al padre moribondo, e disse: – Lo manterrò sicuramente e ti sarò fedele, come lo sono stato a lui, dovesse costarmi la vita -. Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: – E’ tempo che tu veda i tuoi beni; ti voglio mostrare il castello paterno -. Lo condusse in giro dappertutto, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; lasciò chiusa soltanto quella in cui era il ritratto pericoloso. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedeva subito, ed era così bello da parer vivo, e niente c’era di più bello e di più soave in tutto il mondo. Ma il giovane re si accorse che davanti a una porta il fedele Giovanni non si fermava e gli disse: – E questa, perché non l’apri mai? – C’è dentro qualcosa che ti farebbe paura, – egli rispose. Ma il re disse: – Ho visto tutto il castello, voglio anche sapere che cosa c’è qua dentro -. Andò alla porta e voleva forzarla. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: – Prima ch’egli morisse, promisi a tuo padre che tu non vedrai quel che c’è in quella stanza; potrebbe essere una grande sventura per te e per me. – Ah no, – rispose il giovane re, –  è certo la mia rovina se non entro: non avrei pace né giorno né notte, finché non l’avessi visto coi miei occhi. Di qui non mi muovo, finché non hai aperto.

Il fedele Giovanni vide che non c’era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, scelse la chiave nel grosso mazzo. Quando ebbe aperto, entrò per primo, pensando di coprire il ritratto, perché il re non lo vedesse: ma a che pro? il re si alzò sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l’immagine della fanciulla, così bella e splendente d’oro e di gemme, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò sul letto e pensava angosciato: “La disgrazia è avvenuta: Signore Iddio, che mai ne nascerà?” Poi lo ristorò con il vino, finché riprese i sensi. – Ah, di chi è quel bel ritratto? – furono le sue prime parole. – E’ la principessa dal Tetto d’oro, – rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: – Il mio amore per lei è così grande che, se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo: per conquistarla rischierei la vita. Tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi -. Il servo fedele meditò a lungo su quel che convenisse fare; perché era difficile anche arrivare alla presenza della principessa. Pensa e ripensa, alla fine trovò un mezzo e disse al re: – Tutto quel che la circonda è d’oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile domestica. Tu possiedi cinque tonnellate d’oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne traggano ogni sorta di vasellame e di arredi, ogni sorta di uccelli, fiere e animali strani; le piacerà. Noi andremo da lei con questa roba e tenteremo la nostra fortuna -. Il re fece chiamare tutti gli orefici, che dovettero lavorare giorno e notte, finché furono pronti i più splendidi oggetti. Quando tutto fu caricato su una nave, il fedele Giovanni si travestì da mercante e il re dovette fare lo stesso, per non farsi riconoscere. Poi navigarono sul mare, e navigarono finché giunsero alla città in cui abitava la principessa dal Tetto d’oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo. – Forse, – disse, – porterò con me la principessa; perciò badate che sia tutto in ordine: esponete il vasellame d’oro e pavesate tutta la nave -. Poi radunò nel grembiule diversi oggetti d’oro, sbarcò e andò dritto alla reggia. Quando entrò nel cortile c’era alla fontana una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d’oro e attingeva acqua. Quando ella si volse portando l’acqua cristallina, vide lo sconosciuto e gli domandò chi fosse. Egli rispose: – Sono un mercante, – aprì il grembiule e lasciò che guardasse quello che c’era dentro. Ella esclamò: – Ah, che begli oggetti d’oro! – e deponendo i secchi li esaminò l’uno dopo l’altro. Poi disse: – Deve vederli la principessa: le piacciono tanto gli oggetti d’oro che vi comprerà tutto -. Lo prese per mano e lo guidò fino alle stanze superiori, perché era la cameriera. Quando la principessa vide la merce, disse, tutta contenta: – E’ così ben lavorata che voglio comprarti tutto -. Ma il fedele Giovanni disse: – Io non sono che il servo di un ricco mercante: quello che ho qui non è nulla, in confronto di quel che il mio padrone ha sulla sua nave; là c’è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro -. Ella voleva che le portassero tutto, ma egli disse: – Ci vogliono molti giorni, tanti sono gli oggetti, ci voglion tante sale per esporli che la vostra casa non spazio che basti -. Così crebbero in lei curiosità e desiderio, e infine ella disse: – Guidami alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone.

Allora il fedele Giovanni, tutto felice, l’accompagnò alla nave; e il re, quando la scorse, vide che era ancor più bella che nel ritratto, e credette gli scoppiasse il cuore. Ella salì sulla nave e il re la guidò nell’interno; ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere, e ordinò di salpare: – A vele spiegate, che voli come un uccello nell’aria -. Intanto il re le faceva vedere tutti gli oggetti d’oro, uno per uno: piatti, bicchieri, ciotole, uccelli, fiere e mostri. Passarono molte ore a guardar tutto, e nella sua gioia ella non si accorse che la nave era partita. Esaminato l’ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle tornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. – Ah! – gridò con spavento, – sono ingannata, rapita, in balia di un mercante; preferirei morire! – Ma il re la prese per mano e disse: – Non sono un mercante; sono un re, non inferiore a te per nascita. Ch’io t’abbia rapita con l’astuzia, fu per il mio troppo amore. La prima volta che vidi il tuo ritratto, caddi a terra svenuto -. All’udire queste parole, la principessa dal Tetto d’oro si confortò; e fu così incline ad amarlo, che acconsentì volentieri a diventare sua moglie.

Continua domani.

Curiosando qui e là

Esperimento di magia

Una banconota o addirittura il dito di una mano prende fuoco senza però bruciare.

Materiale occorrente

Una banconota preferibilmente di grosso taglio, il dito di una mano, normale benzina super raffinata (va benissimo quella che si usa per ricaricare gli accendini del tipo Zippo) e un accendino.

Esecuzione

Prendete una banconota preferibilmente di grosso taglio, arrotolatela dal lato lungo fino ad avere un tubo lungo quanto la banconota e largo un dito, versate su un terzo del tubo la benzina e subito date fuoco mantenendolo in posizione verticale…

Dopo qualche secondo soffiate con decisione sulle fiamme e mostrate a tutti la banconota, perfettamente integra.

Con lo stesso procedimento potreste bagnarvi il dito pollice di benzina, dargli fuoco tenendolo in verticale… e poi soffiare!

Spiegazione

Questi due esperimenti “magici” sono possibili grazie alla forte evaporazione della benzina, che crea un’invisibile patina protettiva.

Attenzione

La patina protettiva dura pochi secondi: prima di usare vere banconote, esercitatevi con un qualunque foglio di carta.

L’angolo della poesia

La Russia sovietica

Che paese!

Nei versi fu follia

dirsi amico del popolo che è mio:

qui ormai non serve più la poesia

e forse più non servo nemmen io

Olà,

o mio paese, addio!

Son contento di quello che t’ho dato:

che nessuno mi canti, ma sol io

cantavo quando tu eri malato.

E tutto quanto

accetto sì com’è.

Andrò per un via non calpestata,

darò al maggio e all’ottobre tutto me,

ma non darò la mia lira adorata.

A nessun uomo non la voglio dare,

né alla madre o all’amico, né alla donna.

I suoi canti a me solo sapeva confidare,

a me solo cantava con voce di zampogna.

O giovani fiorite! Siate sempre più sani!

La vostra vita è un’altra, son altri i vostri canti.

Io solo me n’andrò su tramiti lontani

e il mio cuore ribelle non avrà più rimpianti.

Ma pure allora,

quando in tutta la terra

non ci sarà più guerra

e sparirà il dolore,

tutto questo mio cuore

canterà sempre sempre

il sesto continente

dal breve nome: Rus!

Sergej Esenin

(in Il fiore del verso russo)

L’uomo e il suo cane

Le razze di cani riconosciute – 5

Mastino napoletano

Il Mastino napoletano è un cane di tipo molossoide. Le sue origini sono in Italia e più specificatamente napoletane/campane. E’ un cane di taglia grande con un’altezza al garrese per i maschi intorno ai 75 centimetri con un peso ideale massimo di 70 chilogrammi mentre per le femmine l’altezza al garrese è intorno ai 68 centimetri. Essendo un cane energico e coraggioso è ottimo e viene utilizzato come cane da guardia e da difesa.

Benché le sue origini siano molto antiche, ha fatto la sua comparsa nella cinofilia ufficiale solo nel 1949.

Il Mastino napoletano ha un aspetto inconfondibile, sia per la corporatura possente, sia per le caratteristiche pieghe della pelle che circondano la testa. Ignorato dalla cinofilia ufficiale, entrò nella storia solo nel 1949 con l’iscrizione al Libro delle Origini Italiano di Guaglione I, grazie all’opera di recupero di Piero Scanziani.

Morfologia

Il Mastino napoletano è un cane massiccio e muscoloso ha testa brachicefala, massiccia, con stop di circa 90 gradi. La lunghezza del tronco è del 10% maggiore dell’altezza al garrese; il dorso è diritto e largo, la groppa è larga e avvallata e l’addome pressoché orizzontale. Il muso è lungo circa un terzo della testa, con canna nasale diritta e tartufo di colore armonico con il mantello. La pelle forma molte rughe e pliche a livello della testa. Gli occhi sono ovali, di colore scuro, in relazione al  manto. Le orecchie sono piccole, inserite alte e pendenti ai lati delle guance. Il pelo è raso, liscio, denso, uniforme. Il colore del mantello può essere nero, blu (o piombo), grigio, mogano o fulvo; spesso sono presenti chiazze chiare al petto e ai piedi. Tutti i mantelli possono avere tigrature rossastre o nerastre. La coda, grossa, robusta, amputata ai due terzi, in movimento è portata a scimitarra.

Storia

Diffuso in Campania da tempi lontanissimi, si può considerare discendente dal Molosso, cane da combattimento della Grecia e della Roma antiche. Nel Mastino napoletano rivive il mitico molosso impiegato dai Romani nelle grandi cacce e nei combattimenti gladiatorii. Veniva utilizzato come guardiano per le case e le greggi, oltre che per la difesa personale e delle milizie cittadine. E’ il cane da guardia per eccellenza, ma anche da difesa. Vigoroso, d’aspetto rustico e al contempo maestoso, è un animale equilibrato e intelligente. Non è affatto aggressivo, ma sa rispettare con scrupolo la consegna di difendere persone e beni. Nel corso dei secoli si andò disperdendo. Il recupero avvenne solo in anni molto recenti: fu presentato per la prima volta all’esposizione canina di Napoli del 1946 e nel 1949 se ne iniziò l’allevamento selettivo.

Moto

Caratteristica della specie è l’andatura al passo dinoccolata, lenta, quasi da orso. Il trotto è lento e ad ampie falcate; raramente galoppa. E’ il classico animale ben piantato sulle zampe: movimento si ma con giudizio.

Temperamento

Il Mastino napoletano è un cane energico, attento, coraggioso, resistente al dolore, affettuoso e docile con il padrone. E’ un avversario temibile per i malintenzionati: infatti non abbaia, ma parte all’attacco in silenzio, atterra il nemico, lo immobilizza e solo allora abbaia per chiamare il padrone. Deve essere addestrato con dolcezza e fermezza in modo da esaltare la docilità del suo carattere: la violenza lo rende aggressivo e ingovernabile. Se ben allevato, si rivela un piacevole animale da compagnia per tutta la famiglia e una vera sicurezza per la proprietà.

Cure

La sua dieta richiede grandi quantità di cibo, soprattutto carne. Il muso va ripulito dopo i pasti dai residui che si fermano nelle pieghe della pelle. Attenzione: va soggetto alla torsione dello stomaco.

Il pelo è denso, fine e raso – di toelettatura vera e propria non si può parlare, dunque – mentre la caratteristica della specie è piuttosto la pelle, abbondante in tutto il corpo e soprattutto sulla testa e sul collo dove forma numerose pieghe. Sono loro ad assorbire le maggiori attenzioni durante la quotidiana opera di pulizia.

Ambiente di vita

E’ un cane che occupa molto spazio: non è adatto per appartamento, ma è bene che abbia un giardino a disposizione. Soffre il freddo, perciò deve dormire in ambiente riscaldato nei mesi invernali.

Locali storici e tipici napoletani

Zanzibar

Via Enrico De Marinis, 8

Le vetrine di questo negozio di modernariato sono stracolme degli oggetti di un passato non lontano che da qualche tempo sembrano aver ritrovato una loro dignità: lampade, ceramiche, manifesti pubblicitari, scatole di latta, radio, ventilatori, telefoni, giocattoli d’epoca.

L’interno del locale conserva tracce di attività precedenti, come gli ottoni di una macelleria, oggi tirati a lucido e utilizzati per esporre alcune delle tante lampade in vendita.

Stili diversi (Art Nouveau, Deco, Littorio, Razionale) si mescolano con materiali di ogni tipo (bronzo, ferro, porcellana, pasta di vetro, cristallo).

Tra le curiosità, la collezione di interruttori e spine multicolori anni Quaranta sistemata in cima a un soppalco.

Monumenti di Napoli

Cappella Pappacoda

Largo San Giovanni Maggiore

Lo splendido portale marmoreo che si staglia sulla facciata di tufo della cappella – una delle testimonianze più significative della scultura tardo gotica a Napoli – fu realizzato nel 1415 dallo scultore orafo e architetto Antonio Baboccio per Artusio Pappacoda, Gran Siniscalco e Consigliere della corte angioina.

Attualmente la cappella, di recente liberata dal muro innalzato “provocatoriamente” dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici a tutela del monumento, è utilizzata come aula magna dell’Istituto Universitario Orientale.

La ricetta del giorno

Torta di pesce spada

Ingredienti: pasta brisée 500gr, pesce spada a fette 800gr, scamorza affumicata 250gr, 1 cipolla, 1 carota, 1 gambo di sedano, pomodori pelati 250gr, olive nere 50gr, capperi 30gr, uva passa 30gr, farina, aglio, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: soffriggere nell’olio un trito di cipolla, carota e sedano, unire i pomodori, salare e cuocere coperto per pochi minuti, aggiungere le olive snocciolate, i capperi sciacquati, l’uva passa rinvenuta e far insaporire.

In un’altra padella imbiondire l’aglio nell’olio, rosolarvi a fuoco vivace il pesce dai due lati e salarlo moderatamente.

Stendere la pasta in due dischi, con il più grande foderare una tortiera unta e infarinata, mettervi il pesce spinato, coprirlo con il sugo e con la scamorza a fettine.

Chiudere con l’altro disco, sigillarne bene i bordi, praticare qualche piccolo foro sulla superficie e cuocere in forno già caldo a 170° per circa 45 minuti.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: devi pretendere la verità;

Toro: sono stati giorni faticosi, devi riposare;

Gemelli: non tutto è tranquillo intorno a te;

Cancro: ti senti agitato e non sai spiegarti il motivo;

Leone: per quello che vorresti fare i soldi non bastano;

Vergine: vivrai delle novità;

Bilancia: anche se è difficile, hai bisogno di ritrovare serenità;

Scorpione: ti senti irrequieto perché vorresti lanciarti in nuove avventure;

Sagittario: qualcuno ti rema contro;

Capricorno: metti un punto sul passato e riparti;

Acquario: ritornano le giuste motivazioni;

Pesci: evita di fare brutte figure.

Giovedì 23 maggio 2019

Il Sole sorge alle 5:33 e tramonta alle 20:21

La Luna cala alle 6:42 e si eleva alle 22:29

Beato Crispino da Viterbo

San Desiderio vescovo

Nome derivante dal latino desiderium e significava il desiderio, l’aspirazione all’eterna salvezza. Poteva anche essere imposto al neonato per attestare che la sua nascita era stata a lungo desiderata.

Questo Santo è il protettore dei coltellinai ed è da invocare a testimonianza della verità dei giuramenti.

  • Chi vo’ fa’ l’erede ‘ncègna da ‘a fèmmena.
  • A’ casa d’ ‘o galantomo nasce primma ‘a fèmmena e po’ l’ommo.
  • Sta’ ‘ncopp’ a ‘nu taglio ‘e curtièllo.

             (essere in serio pericolo, temere una imminente disgrazia)

  • ‘A verità nisciuno ‘a vo’ sèntere.
  • ‘O vvero è causa d’odio cu’ ll’amìce.
  • Cu’ ‘a verità nun se pazzèa!

Il 23 maggio del 1808 Giuseppe Bonaparte – chiamato al trono di Spagna – lascia Napoli.

Il proverbio del giorno: a chi ha lardo e pane non mancano gli ospiti.

La favola del giorno

La Luna morta

Tanto tempo fa la zona del Car era pieno di paludi, e attraversarla significava morte, tranne che nelle notti di luna, perché danni e disgrazie e tormenti, spiriti malvagi e cose morte e orrori striscianti, nelle notti senza luna venivano tutti fuori. Alla lunga la Luna venne a sapere cosa succedeva in quella terra di paludi appena lei girava la testa, e pensò di andar giù a dare un’occhiata di persona e a vedere se poteva essere d’aiuto. Così alla fine del mese si avvolse in un mantello nero, nascose i suoi capelli splendenti sotto un cappuccio nero, e discese nella terra delle paludi. Era tutto molto buio e umido, il fango faceva cic ciac, i ciuffi d’erba ondeggiavano e non c’era neanche un po’ di luce tranne quella proveniente dai suoi piedini bianchi. Andò avanti, si addentrò fra le paludi ed ecco che le streghe cavalcavano attorno a lei sui loro grandi gatti, e i fuochi fatui danzavano con le lanterne appese alla schiena, e i morti sorsero dalle acque, e la fissavano con occhi feroci, e mani morte viscide le facevano dei cenni e cercavano di afferrarla. Ma la Luna andò avanti, camminando sui ciuffi d’erba, leggera come il vento d’estate, finché alla fine una pietra le si spostò sotto ai piedi, e lei si afferrò con entrambe le mani ad un ramo per non perdere l’equilibrio; ma appena lo toccò quello le si attorcigliò attorno ai polsi come un paio di manette e la immobilizzò. Si dibatté e lottò ma non riuscì a liberarsi. Poi, mentre stava lì tutta tremante udì un grido pietoso, e capì che un uomo si era perso nel buio, e ben presto lo vide, correva dietro ai fuochi fatui sollevando spruzzi di fango, gridando loro di aspettarlo, mentre le mani morte gli tiravano la giacca, e gli orrori striscianti gli si affollavano attorno, e lui si allontanava sempre più dal sentiero.

La Luna era così preoccupata ed arrabbiata che lottò con tutte le sue forze, e anche se non riuscì a sciogliersi le mani, il cappuccio ricadde all’indietro, e dai suoi meravigliosi capelli dorati sgorgarono fiotti di luce, così l’uomo vide le buche limacciose che lo attorniavano e il sentiero sicuro in lontananza quasi come alla luce del giorno. Con un grido di gioia si slanciò barcollando verso la salvezza, via dalla palude mortale, mentre gli spiriti malvagi e le altre cose malefiche scappavano a nascondersi lontano dalla luce lunare. Ma la luna lottò invano per liberarsi e alla fine cadde in avanti, sfinita dalla lotta, e il cappuccio le scivolò di nuovo sulla testa, ma lei non aveva più la forza di buttarlo indietro. Allora tutti gli esseri malefici tornarono strisciando, e risero al pensiero di avere finalmente in loro potere la Luna nemica. Per tutta la notte litigarono schiamazzando sul modo migliore di ucciderla, ma quando comparve quella prima luce grigiastra che preannuncia l’alba si spaventarono, e la spinsero giù giù sott’acqua. I morti la tennero ferma, mentre gli spiriti maligni andavano a prendere una grossa pietra da metterle sopra, e poi scelsero due fuochi fatui per farle la guardia a turno, e quando il giorno arrivò, la Luna era sepolta sul fondo, e lì sarebbe rimasta finché qualcuno non l’avesse trovata, e chi mai sapeva dove andarla a cercare?

Passarono i giorni, e la gente faceva profezie e scommesse su quando sarebbe apparsa la Luna nuova, che non arrivava mai. Una notte buia dopo l’altra, le malvage creature della palude vennero a ululare e a strillare addirittura sulla parta delle case, così di sera nessuno poteva fare un passo fuori, e alla fine la gente passava la notte seduta accanto al fuoco, tremante e terrorizzata, temendo che a luci spente le creature si sarebbero spinte oltre la soglia.

Finalmente andarono dalla saggia che viveva nel vecchio mulino, e le chiesero cos’era successo alla loro Luna. Lei guardò nello specchio, e guardò nel pentolone della birra, e guardò nel libro, e vide solo buio, così disse ai paesani di mettere paglia e sale e un bottone sulla soglia, di notte, per essere al sicuro dagli orrori, e poi di tornare appena avessero avuto qualche novità da riferirle.

E potete star sicuri che ne parlarono, riuniti attorno al camino, ne parlarono in campagna e in città. E così un giorno capitò che mentre erano seduti su una panca all’osteria, un uomo che abitava all’altro capo della palude all’improvviso gridò: – Credo di sapere dov’è la Luna, solo che ero così stordito che non ci ho più pensato -. E raccontò di come una notte si era perduto, e stava per morire nelle buche della palude, quando all’improvviso era comparsa una luce chiara e splendente che gli aveva mostrato la via di casa. E corsero tutti dalla saggia del mulino a raccontarle cosa aveva detto l’uomo. La saggia guardò nel libro, e nel pentolone, e alla fine intravide un barlume di luce e disse agli uomini cosa dovevano fare. Dovevano uscire tutti insieme nel buio con un sasso in bocca e un ramoscello di nocciolo in mano, e non dovevano dire una sola parola finché non fossero tornati a casa; e dovevano cercare per tutta la palude finché non avessero trovato una bara, una croce e una candela, e lì avrebbero trovato la Luna. Avevano una gran paura, ma la notte successiva uscirono e camminarono inoltrandosi sempre più nel cuore della palude.

Non vedevano niente, sentivano sospiri e sussurri attorno a loro e mani viscide che li toccavano, ma andarono avanti, tremanti e spaventati, finché si fermarono all’improvviso, perché videro una lunga pietra mezza dentro e mezza fuori dall’acqua, e sembrava in tutto e per tutto una bara, e a una estremità aveva un grosso ramo nero da cui spuntavano due ramoscelli come una specie di macabra croce, su cui guizzava una fiammella. Allora si inginocchiarono e si fecero il segno della croce e dissero una preghiera dal principio alla fine per amore della croce, e dalla fine al principio per sconfiggere gli spiriti malvagi, ma la dissero solo col pensiero, perché sapevano di non dover parlare. Poi tutti insieme sollevarono la pietra. Per un attimo videro un viso strano e meraviglioso che li guardava, poi balzarono all’indietro storditi dalla luce e da un atroce lamento stridulo emesso dagli orrori che si rifugiavano nelle loro tane, e l’attimo dopo la Luna piena era nei cieli e splendeva luminosa su di loro, in modo che potessero trovare il sentiero quasi come alla luce del giorno.

E da allora la Luna è sempre stata particolarmente splendente sulla terra delle paludi, perché conosce bene le creature malvage che si nascondono lì e non dimentica che gli uomini del Car vennero a cercarla quando era morta e sepolta.

Fiaba popolare inglese

Curiosando qui e là

Perché nacquero gli scontri tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord?

La questione irlandese ha origini antiche. L’Irlanda è stata cristianizzata nel V secolo da San Patrizio, che ne è ancora oggi il patrono.

L’isola è stata però colonizzata dalla monarchia inglese nel 1300. In seguito, quando re Enrico VIII impone la riforma protestante anglicana (1534) e si proclama re d’Irlanda (1541), lo scontro con l’Inghilterra cessa di essere solo espansionistico e diventa anche religioso.

Nel secolo successivo altre terre vengono affidate a coloni protestanti, ma è solo alla fine del 1600, grazie alla vittoria del nuovo re protestante Guglielmo III d’Orange sul pretendente cattolico al trono, Giacomo II Stuart, che il controllo inglese sull’isola diventa totale: vengono introdotte le Leggi Penali, che di fatto impediscono la professione della religione cattolica in Irlanda.

Nel 1916 viene proclamata la Repubblica d’Irlanda, non riconosciuta dagli inglesi e con essa nasce anche l’esercito che dovrebbe difenderne i confini e che esiste ancora oggi: l’Irish Republican Army (Ira).

Tra il 1919 e 1921, la guerra d’indipendenza irlandese impone al parlamento inglese la Partizione dell’Irlanda: le 6 contee nord-orientali, con la città di Belfast, a maggioranza protestante, restano parte del Regno Unito, le altre 26 contee, tradizionalmente cattoliche, formano lo Stato Libero d’Irlanda, che nel 1948 assume ufficialmente il nome di Repubblica.

Scuola di cucina – la cucina di una volta

Brodi, zuppe ministre e paste asciutte

Istruzioni generali – 3

Gelatina per malati e suo brodo

Prendete un recipiente di terra, mettetevi 500 grammi di garetto ed un piede di vitello tagliuzzato con una mezza gallina vecchia, il tutto ben lavato e tagliato a pezzetti, 9 quintini d’acqua e una presa di sale.

Ponete la terrina in un recipiente con acqua, copritela e fatela sobbollire in questo bagnomaria per 6 ore circa. Poi disgrassate bene, fatelo passare attraverso una salvietta e ne estrarrete una gelatina chiara, ma molto corroborante.

Se volete servirvene per brodo, accrescete la dose dell’acqua a vostra volontà.

Brodo di pesce

Dovendo servire in tavola un bel pesce lesso, come un dentice, un ragno, un’ombrina, un nasello, un muggine, ecc., potrete utilizzare l’acqua in cui l’avrete cotto per farne un buon brodo di magro.

Anche altri pesci minori possono servire per ritrarne un brodo assai gustoso; anzi le galline, le scorpène, i caviglioli, i pesci preti ed i pesci capponi, sono fra i pesci di mare quelli che danno il migliore brodo. Qualunque sia la qualità del pesce scelto, lo pulirete togliendogli le squame, se ne ha, indi lo metterete in un recipiente adatto con sale, prezzemolo, rosmarino, sedano e cipolla, lo coprirete d’acqua fredda e lo porrete al fuoco. Quando il pesce sarà cotto, lo ritirerete con precauzione per non romperlo e lo serberete per servirlo freddo; il brodo invece lo rimetterete sul fuoco, aggiungendovi un poco d’olio, e lo lascerete bollire per altri 10 minuti. Poi lo passerete per il colatoio e lo adopererete per farne minestre di magro. Riguardo alla cottura dei pesci medesimi, quelli piccoli basterà lasciarli bollire 4 o 5 minuti, per i più grossi occorre sino un quarto d’ora di ebollizione.

Quando il pesce è cotto, si deve aspettare che il suo brodo siasi alquanto raffreddato prima di ritirarnelo, poiché in tal modo esso prende meglio il gusto degli aromi e con maggior facilità si può senza romperlo estrarlo dal brodo.

Brodo di magro alla certosina

Fate cuocere mezza dozzina di rane in due litri d’acqua insieme ad alcuni gamberi che avrete scottato a parte in olio con sale, un poco di burro, cipolla e sedano gettando poi via le erbe aromatiche. Mettete le rane in un mortaio, pestatele in bollente e quando il tutto sarà ridotto come una poltiglia, mettetelo in uno staccio e versatevi sopra il brodo suddetto, così che colando trascini seco il sugo delle rane e dei gamberi pestati. Poi rimettete il brodo a bollire, per farlo meglio concentrare, e servitevene per minestra di magro.

Brodo di legumi

Ponete 100 grammi di burro ed olio a soffriggere in una casseruola, e quando sarà bollente versatevi 600 grammi di mescolanza di legumi: carote, rape, patate, piselli, porri e cipolle, un ramo di sedano, due foglie di cavoli o di bietole.

Rimescolate tratto tratto finché saranno ben asciugati, bagnate con due o tre litri d’acqua, sale, chiodi di garofano, una presa di pepe, lasciate bollire per un’ora circa, poi colate il brodo, servendovene al bisogno.

Brodo d’erbe

Fate arrossire 100 grammi di burro, diluite con due litri di acqua, unitevi 200 grammi per sorta di erbe, spinaci, acetosa, bietole, cerfoglio e 16 grammi di sale, lasciate cuocere per 20 minuti, poi colate il brodo.

Brodo di cipolle di porri o di scalogno

Fate soffriggere 100 grammi di burro, mescolatevi 150 grammi dei suddetti, affettati, ed appena prendono il colore bagnateli con un litro d’acqua, sale, 2 chiodi di garofano ed una presa di pepe grosso. Fate bollire per 20 minuti, passate allo staccio e servite.

Continua.

Arte – Cultura – Personaggi

Sergej Esenin

La poesia

La Russia sovietica scritta nel 1924, un anno prima che il poeta ponesse fine alla sua esistenza, suicidandosi, non è soltanto una fondamentale testimonianza dell’arte di Esenin ma è anche un documento centrale per illuminare la personalità del poeta e per capire la natura del dramma che lo travagliò fino a spingerlo al suicidio. Visceralmente legato al mondo contadino, Esenin è incapace di aderire fino in fondo sia alla vera sostanza ideologica del marxismo, sia alla concretezza della situazione post-rivoluzionaria russa e, mentre resta irreversibilmente ancorato a un generico socialismo messianico-populista, respinge con decisione la nuova realtà industriale che tutto invade e sconvolge. La Rivoluzione è perciò, per lui, un evento ambiguo, vagheggiato ma deludente, carico di infinite potenzialità di riscatto ma tale anche da rivelarsi, a conti fatti, un mostro disumano e disumanizzante, fonte di solitudine e di inappagabili nostalgie per un mondo definitivamente perduto.

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica -2

Altri giovani cantano altri canti

e tu di già cominci a disfiorire.

I loro canti sono più sonanti

e l’universo intero sta a sentire.

O Russia mia, che mai son divenuto!

Sulle mie guance cave vola un rossore nero.

Il linguaggio dei miei m’è sconosciuto,

sono nel mio paese uno straniero.

Ecco io vedo:

è domenica e già tutta la gente,

come già in chiesa, al volost s’è riunita,

e con parole zoppe e macilente,

discuton sempre della loro vita.

E’ sera e di riverberi dorati

il tramonto ha spruzzato i campi rossi.

Come dei vitellini abbandonati

i pioppi si rifugiano nei fossi.

E un veterano rosso pien di sonno,

che corruga la fronte a ricordare,

racconta gravemente di Budionny

e come Perekop seppe espugnare.

“Già… fu in Crimea… che noi… a quel borghese…

fu così… dàgli addosso… qua e là…”

Gli alberi ascoltan con le orecchie tese,

piangono donne nell’oscurità.

Al suono delle armoniche solenni

giù discendono gli uomini dai monti.

L’eco di una canzon di Demian Biedny

fa dondolare nella valle i ponti.

Sergej Esenin

Continua

GEMELLI – 22 MAGGIO – 21 GIUGNO

Governato da Mercurio – elemento aria – colore giallo – simboleggiato da due gemelli.

Con il terzo segno dello Zodiaco si sviluppa il tema della comunicazione. E’ infatti il primo dei segni umani: due persone sono di fronte e comunicano reciprocamente. Lo Zodiaco ha conferito ai Gemelli lo spirito di Mercurio, pertanto essi hanno un elevato potenziale mentale: vedono, sentono, percepiscono meglio di chiunque altro. Il vivo desiderio di movimento e di fantasia è stimolato dall’immaginazione: il mondo diventa allora estraneo alla realtà. Alcuni segni Zodiacali sono difficili da individuare, ma non è così per i Gemelli che a prima vista appaiono inquieti e senza pace. Sono appassionati da tutto ciò che li circonda e amano il movimento e l’azione. Anche in età avanzata mantengono vivacità e aspetto giovanili. Spesso i nativi dei Gemelli si “sentono” ancor prima di vederli. La loro radio e il cd suonano a tutto volume, oppure è la loro voce a farsi sentire, mentre si accalorano spiegando la loro ultima teoria oppure mentre chiacchierano al telefono cellulare. In genere sono molto abili nel campo della comunicazione e amano telefonare, chiacchierare con gli amici, scrivere lettere, inviare fax, navigare in internet e mandare posta elettronica. Il loro entusiasmo infantile per la vita li porta ad amare i piccoli oggetti che possono portare in tasca o nella borsetta, meglio se elettronici. Sono assai mutevoli d’umore e, se un giorno sono al settimo cielo, il giorno dopo possiamo trovarli sprofondati nella tenebre più nera.

La loro personalità è eclettica e può mostrarsi sotto aspetti molto diversi. Forse anche per questa ragione, i Gemelli vengono spesso accusati dii essere superficiali. Di fatto è vero che alcuni soggetti sono emozionalmente freddi e non amano legarsi agli altri per un periodo troppo lungo; ma, nella maggior parte dei casi, i Gemelli si innamorano profondamente di idee sempre nuove, di posti sempre nuovi e di persone sempre nuove! In realtà continuano per tutta la vita a cercare l’anima gemella, di solito senza trovarla. Il segno dei Gemelli è un segno d’Aria e questo elemento conferisce intelligenza, una mente fertile di idee e molto creativa. Quando partecipano a una discussione, si rendono spesso antipatici enfatizzando le loro emozioni soprattutto se qualcosa li spaventa. Amano la sessualità, ma l’incontro deve essere affascinante, elegante e leggero; le grandi passioni li spaventano e preferiscono storie poco impegnative da raccontare poi agli amici anche nei minimi particolari. Sono persone versatili e adattabili, adeguate per le più svariate attività professionali. Tuttavia è preferibile una professione che consenta loro di muoversi il più possibile e di viaggiare. Sono ottimi venditori, giornalisti e scrittori. Ovviamente, se conducono una vita troppo mondana e dispersiva si ammalano. Necessitano di continui stimoli mentali per essere attivi. Sono spesso magri e iperattivi, irritabili e facili all’insonnia. Le parti del corpo più vulnerabili sono le gambe e le braccia, che i Gemelli non risparmiano certo, con la loro abitudine di gesticolare mentre parlano senza badare a ciò che li circonda.

Locali storici e tipici napoletani

Taverna dell’Arte

Rampe San Giovanni Maggiore, 1/a

La taverna, situata nel piccolo slargo dove, nel Seicento, i cuochi, riuniti in congrega, amavano incontrarsi, propone una cucina basata su ricette antiche.

Si comincia con sformati di verdura, pizza di scarola e frittate di pasta, per proseguire con le zuppe di cereali.

Il pesce è assente dal menù, ma si può optare senza rimpianti per la “scorzetta Cavalcanti” (manzo cotto al carbone) o l’”arista Ferdinando” (maiale al forno con salsa di olive, capperi e pinoli).

Tra un piatto e l’altro viene servito il sorbetto al basilico, mentre i vini sono tutti di produzione locale.

Sedie impagliate, maschere di terracotta e angeli dorati alle pareti: l’ambiente è rustico, ma curato nei dettagli con il libro delle firme sistemato su un leggio all’entrata.

D’estate, sotto un pergolato, pochi tavoli all’aperto che guardano la basilica di San Giovanni Maggiore

Monumenti di Napoli

Palazzo Giusso

Largo San Giovanni Maggiore, 30

Il palazzo ospita oggi alcuni dipartimenti dell’Istituto Universitario Orientale, ma aveva già subito una trasformazione totale nel 1791, perdendo bei dipinti e una famosa biblioteca.

A un precedente rifacimento, del 1645, risale il portale.

L’edificio originario, sorto a metà del XVI secolo, vantava un grande agrumeto e vista sul porto.

La ricetta del giorno

Ossibuchi con risotto allo zafferano

Ingredienti: 4 ossibuchi, burro 100gr, farina, riso 300gr, brodo, vino bianco, 1 acciuga sott’olio, 1 limone, zafferano, parmigiano, cipolla, prezzemolo, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: infarinare gli ossibuchi, rosolarli con 30gr di burro  e 2 cucchiai d’olio in una padella salarli e peparli.

Appena saranno dorati bagnarli con il vino, far evaporare, coprirli di acqua e lasciarli cuocere a tegame coperto per oltre un’ora.

Quando saranno teneri, cospargervi un trito di prezzemolo, aglio, acciuga e buccia grattugiata di limone, rigirarli nel sugo e disporli in un piatto da portata.

Staccare il fondo di cottura aiutandosi con poca acqua, aggiungere una noce di burro, irrorare con questo sugo gli ossibuchi e tenerli in caldo.

Per il risotto: appassire un po’ di cipolla tritata con poco burro ed olio, tostarvi il riso, sfumare con il vino, aggiungere il brodo bollente poco alla volta, rimestando di continuo.

A metà cottura unire lo zafferano sciolto in poco brodo, ultimare la cottura, mantecare il risotto con burro e parmigiano e poi disporlo accanto agli ossibuchi.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: nuove prospettive di carriera;

Toro: potrai scegliere tra più opportunità;

Gemelli: devi saper cogliere al volo l’occasione giusta;

Cancro: devi fare uno sforzo per restare sereno;

Leone: ti senti bene con te stesso e con gli altri;

Vergine: si risvegliano antiche passioni;

Bilancia: hai dei dubbi e tante incertezze;

Scorpione: devi saperti scegliere gli amici giusti;

Sagittario: devi rivedere il rapporto che hai con gli altri;

Capricorno: si risvegliano dei sentimenti;

Acquario: sei alle ricerca di novità;

Pesci: non puoi pretendere di ottenere tutto e subito.

Mercoledì 22 maggio 2019

Il Sole sorge alle 5:34 e tramonta alle 20:20

La Luna cala alle 1:09 e si eleva alle 10:57

Santa Rita da Cascia vedova

Santo Patrono di Livorno

Santo Patrono di Voghera

Augùrie a tutte le Retèlla, Ritùccia

Questa Santa è la Protettrice dei pizzicagnoli e dei salumieri

  • A la prova se cunosce ‘o mellone e allo spruòccolo ‘o presùtto.
  • Dicètte Presutto: ‘Na vota peduno attòcca a tutte.
  • Dicètte Pullecenèlla: Pe’ mare nun ‘nce stanno taverne e tànno vaco pe’ mare quanno ‘nce fanno ‘nu ponte ‘e sacìcce e n’ato ‘e supressàte!
  • So’ scura ‘e pella

              ma nun so’ bella,

              songo ossa e pella

              ma ‘o gusto è chello.

              (L’auliva) – (L’oliva)

Il 22 maggio del 1859 muore il Re Ferdinando II di Borbone; gli succede il figlio Francesco II.

Il 22 maggio del 1933 muore la cantante Elvira Donnarumma.

Il 22 maggio del 1971 viene emanata la Legge numero 349 con la quale si approva lo Statuto della Regione Campania.

Proverbio del giorno: acqua passata non macina più.

La favola del giorno

E sette!

C’era una donna con una figlia grande e grossa e tanto mangiona che quando sua madre portava a tavola il minestrone lei ne mangiava un piatto, ne mangiava un secondo, ne mangiava un terzo e continuava a chiederne. E la madre le riempiva il piatto e diceva: – E tre!… E quattro!… E cinque! – Quando la figlia le chiedeva il settimo piatto di minestrone, la madre invece di riempirle il piatto, le dava una bastonata in testa, gridando: – E sette!

Passava di lì un giovane ben vestito, e vide dalla finestra la madre che batteva la figlia gridando: – E sette!

Siccome quella bella giovane così grande e grossa gli piacque subito, entrò e chiese: – Sette di che cosa?

La madre si vergognava di avere una figlia così mangiona, e disse: – Sette fusi di canapa! Ho una figlia così matta per il lavoro che filerebbe la lana anche addosso alle pecore! Figuratevi che stamattina ha già filato sette fusi di canapa e non ne ha ancora basta! Per farla smettere devo prenderla a bastonate!

  • Se è così, datemela a me, – disse il giovanotto. – Farò la prova per vedere se è vero, e poi la sposerò.

La portò a casa sua, e la chiuse in una camera piena di canapa da filare. – Io sono capitano di mare, e parto per un viaggio, – disse. – Se quando torno avrai filato tutta questa canapa, ti sposo.

Nella stanza c’erano anche bei vestiti e bei gioielli, perché il capitano era molto ricco. – Quando sarai mia moglie, tutta questa roba sarà tua, – disse, e se ne andò.

La ragazza passava le giornate a mettersi gioielli e vestiti e a guardarsi allo specchio. E a farsi far da mangiare dalle serve di casa. E la canapa era sempre lì da filare. Ormai era l’ultimo giorno, e l’indomani sarebbe arrivato il capitano; la ragazza pensò che non sarebbe mai diventata sua sposa e si mise a piangere e a disperarsi. Era lì che piangeva e si disperava, quando per la finestra volò un pacco di stracci e cadde nella stanza. Il pacco di stracci s’alzò in piedi ed era una vecchia dalle lunghe ciglia. La vecchia disse: – Non aver paura, sono venuta per aiutarti. Io filo e tu fai la matassa.

Mai si era vista una filatrice più veloce di quella vecchia: in un quarto d’ora tutta la canapa era bell’e filata. E più filava e più le venivano lunghe le ciglia, più lunghe del naso, più lunghe del mento, s’allungarono più di un palmo e le palpebre si allungarono anch’esse.

Quando il lavoro fu finito, la ragazza disse: – Come posso fare per ricompensarvi, buona donna?

  • Non voglio ricompensa, mi basta che tu m’inviti al pranzo di nozze quando ti sposerai col capitano.
  • E come farò ad invitarti?
  • Basta che tu mi chiami: “Columbina!”, e io vengo. Ma guai se ti dimenticherai il mio nome. Sarà lo stesso che non ti avessi aiutato e tu sarai perduta.

L’indomani arrivò il capitano e trovò la canapa tutta filata. – Brava, – disse. – Credo proprio che tu sia la sposa che volevo. Eccoti i gioielli e i vestiti che ho comprato per te. Ma adesso devo partire per un altro viaggio. Facciamo una seconda prova. Eccoti un carico di canapa il doppio dell’altro e se quando sarò tornato l’avrai filata tutta, ti sposerò.

La ragazza, come prima, passò il tempo a misurarsi vestiti e gioielli, a magiare minestrone e lasagne, e arrivò all’ultimo giorno con tutta la canapa ancora da filare. Si mise a piangere, ma ecco che sentì cadere qualcosa dalla cappa del camino e vide un pacco di stracci rotolare per la stanza. Il pacco di stracci si alzò in piedi ed era una vecchia dalle labbra penzoloni. Anche questa le promise il suo aiuto, si mise a filare ed era più veloce dell’altra, e più filava e più le labbra le si allungavano. Quando in mezz’ora la canapa fu tutta filata, la vecchia non chiese altra ricompensa che d’essere invitata al banchetto di nozze. – Basta che chiami: “Columbara!”; ma non scordarti il mio nome, se no il mio aiuto sarà stato inutile e guai a te!

Tornò il capitano e chiese fin dalla strada: – L’hai filata tutta?

E la ragazza: – Eh! da quell’ora!

  • Tieni questi vestiti e questi gioielli. Stavolta, se quando io torno dal mio terzo viaggio avrai filato questo terzo carico di canapa più grosso degli altri due, ti prometto che celebreremo subito le nozze.

Stavolta, quando, come al solito, la ragazza s’era ridotta all’ultimo giorno senza aver filato neanche un fuso, cadde un pacco di stracci giù dalla grondaia, e ne venne fuori una vecchia coi denti in fuori. Si mise a filare, presto, sempre più presto, e più filava e più i denti le crescevano.

  • Per invitarmi al tuo banchetto di nozze, – disse la vecchia, – devi chiamare: “Columbun!”; ma se ti dimenticassi il mio nome, sarebbe meglio per te non avermi mai vista.

Il capitano quando arrivò e vide la canapa filata, fu tutto soddisfatto: – Bene, – disse, – allora sarai mia moglie, – e cominciò a dar ordini per la cerimonia e ad invitare tutti i signori del paese.

La sposa tutta presa nei preparativi, non aveva più pensato alle tre vecchie. Al mattino delle nozze, si ricordò che doveva invitarle, ma quando fece per pronunciare i loro nomi, si accorse che le erano del tutto sfuggiti di mente. Si mise a pensare, a lambiccarsi il cervello: macché, non c’era verso che se ne ricordasse neanche uno.

Da allegra che era, cadde in una tristezza senza fondo. Il capitano se ne accorse, e le domandò cosa aveva; e lei zitta. Non riuscendo a spiegare quella melanconia, lo sposo pensò: “Forse non è la giornata adatta”, e rimandò le nozze l’indomani. L’indomani era ancora peggio, e il giorno dopo non ne parliamo; più passavano i giorni più la sposa era triste e silenziosa, con la fronte corrugata come se volesse concentrarsi in un pensiero. Lui cercava di farla ridere, le faceva scherzi, le raccontava storielle, ma non c’era nulla da fare.

Lo sposo, visto che non poteva consolare lei, cercò di consolarsi lui, e un mattino andò a caccia. Lo prese un temporale in mezzo al bosco e si rifugiò in un casolare. Era lì nel buio, quando sentì delle voci.

  • O Columbina!
  • O Columbara!
  • O Columbun!
  • Mettete la marmitta per fare la polenta! Questa maledetta sposa non ci invita più al suo banchetto!

Il capitano si voltò e vide tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano per terra, un’altra con le labbra che le pendevano fino ai piedi, e una terza con i denti che le grattavano le ginocchia.

“Guarda, – pensò, – ora so cosa raccontarle per farla ridere. Se non ride di quel che ho visto ora, non riderà mai!”

Tornò a casa e disse alla sposa: – Stammi a sentire: oggi ero nel bosco e sono entrato in un casolare per ripararmi dalla pioggia. Entro e cosa vedo? Tre vecchie: una con le ciglia che spazzavano terra, una con le labbra che lappavano i piedi e la terza con i denti che le grattavano le ginocchia. E si chiamavano: “O Columbina!”, “O Columbara!”, “O Columbun!”

La sposa si rischiarò subito in viso, scoppiò in una risata che non finiva più e disse: – Ordina subito il pranzo di nozze; ma ti chiedo una grazia. Visto che quelle tre vecchie mi fanno tanto ridere, lascia che le inviti al pranzo.

Così fu fatto. Per le tre vecchie fu preparato un tavolo rotondo da parte, ma così piccole che tra le ciglia dell’una, le labbra dell’altra e i denti della terza non si capiva più niente.

Finito il pranzo, lo sposo domandò a Columbina: – Ma ditemi come mai avete le ciglia così lunghe, buona donna?

  • E’ per aver aguzzato gli occhi a fare il filo fino!  – disse Columbina.
  • E voi, come mai avete le labbra così grosse?
  • E’ a forza di passarci il dito per inumidire il filo! – disse Columbara.
  • E voi, come mai avete i denti così lunghi?
  • E’ a furia di mordere il nodo del filo! – disse Columbun.
  • Ho capito, – disse lo sposo, e fece alla moglie: – Va’ a prendere il fuso, – e quando glielo portò, lo buttò nel fuoco del camino. – Tu non filerai più per tutta la tua vita!

Così la sposa grande e grossa visse felice e contenta da quel giorno in poi.

Riviera ligure di ponente

Curiosando qui e là

Sono utili i cerotti per il naso?

I cerotti nasali (dilatatori nasali) sono costituiti da due barrette di plastica semirigida.

Grazie ad un materiale adesivo che aderisce alla pelle dilatano la parte superiore della narice lasciando di conseguenza passare una maggiore quantità d’aria.

Vengono utilizzati soprattutto dagli atleti perché si ritiene migliorino le loro prestazioni.

Secondo alcuni studi scientifici, si limiterebbero però a facilitare la respirazione: in un indagine i ricercatori non hanno riscontrato differenze legate all’applicazione dei cerotti sui ciclisti. Tuttavia, applicati durante un’attività fisica moderata, ritardano il cosiddetto switch point, il momento in cui l’aumentato bisogno di ossigeno costringe a passare dalla respirazione nasale a quella per bocca, con la conseguenza che l’aria inspirata, non riscaldata dal passaggio nella cavità nasale, irrita gola e trachea favorendo le malattie da raffreddamento.

Chi russa può trarre beneficio dai cerotti, ma solo nel caso in cui il passaggio dell’aria sia ostacolato da una congestione delle vie aeree dovuta ad allergia o raffreddore. In una situazione simile i cerotti riescono a ridurre di circa il 30 per cento la resistenza che l’aria incontra quando viene inspirata. Se l’impedimento è invece dovuto a caratteristiche anatomiche, ossia alla struttura del setto nasale, i dilatatori non possono fare nulla.

Arte – Cultura – Personaggi

Sergej Esenin

Sergej Aleksandrovic Esenin nacque a Konstantinovo nella Russia meridionale nel 1895, da famiglia contadina. Allevato e aiutato negli studi da uno zio, cominciò prestissimo a scrivere versi. Nel 1915 si trasferì a Pietroburgo e nel 1917 aderì con sincero entusiasmo alla Rivoluzione d’Ottobre, salutando in essa l’avvento di un mondo rigenerato e puro, e il prossimo riscatto del mondo contadino (Inonia 1918).

Nel 1921 entrò a far parte del gruppo dei poeti “immaginisti” che perseguivano una poesia ricca di metafore stravaganti. Ma in lui stavano già insinuandosi i primi dubbi sulla effettiva forza rigeneratrice della Rivoluzione, almeno nel vagheggiato senso contadino. Recatosi all’estero (si era sposato con la celebre danzatrice Isadora Duncan) e accortosi, al suo rientro in patria, che la Russia ufficiale quando non lo osteggia lo ignora, attraversa una profonda crisi morale e intellettuale, cui seguono anni di sregolatezze e di scandali, di cui sono testimonianza il poema Confessioni di un teppista (1921) e le liriche di Mosca delle bettole (1924). Il poeta chiuderà tragicamente la propria esistenza, suicidandosi, nel 1925.

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica

Son morti quasi tutti. L’uragano è passato.

Oh quanti non rispondono al richiamo!

Io torno al mio paese abbandonato:

ott’anni son stato lontano.

Chi debbo chiamare? Con quale fratello

potrò rallegrarmi che Dio ci ha scampati?

Perfino il mulino qui sembra un uccello

con l’ala spezzata, con gli occhi serrati.

Ad ognuno qui son sconosciuto,

e chi mi ricordava m’ha scordato.

L’abituro paterno è ormai diruto

e vi giace la polvere e il fango del selciato.

Ferve la vita.

Passa senza indugio

un viso vecchio o giovane, e scompare.

Non c’è uomo ch’io possa salutare,

negli occhi di nessun trovo rifugio.

Passa nella mia testa pensiero su pensiero:

cos’è la patria?

forse son sogni strani?

Io sono qui per tutti un pellegrino nero

che viene dai paesi più lontani.

Son proprio io,

in un villaggio nato

che d’ora in poi diventerà famoso

perché una donna qui ha generato

questo russo poeta scandaloso…

La voce del pensiero parla al cuore:

ritorna in te, ché offesa non c’è stata!

Arde sulle capanne lo splendore

d’una generazione rinnovata.

Sergej Esenin

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Arte – Cultura – Personaggi

Carlo Goldoni

La vita

Nasce a Venezia nel 1707, da famiglia borghese. Nel 1716 si trasferisce a Perugia, dove il padre esercita la professione medica: qui rimane alcuni anni compiendo gli studi inferiori presso i Gesuiti e coltivando in pari tempo la già nata passione per il teatro comico. Iniziati nel 1720 gli studi superiori a Rimini, li segue straccamente, sia per fondamentale disinteresse, sia anche perché afflitto dalla solitudine (la madre è a Chioggia, il padre a Modena). Intanto frequenta una compagnia di comici veneziani, dai quali è affascinato: con loro fugge a Chioggia dove si trova la madre. Fra il 1723 e il 1725 risiede nel collegio Ghislieri di Pavia, dove segue studi di legge; ma ne viene espulso per aver scritto una satira contro le donne pavesi.

Seguono anni di irrequietezza e di dissipazioni – ma anche di grande esperienza del mondo – trascorsi al seguito del padre in Friuli, a Gorizia, a Lubiana, a Graz. Infine nel 1728 si impiega, prima a Chioggia, poi a Feltre, come aggiunto al Coadiutore nella Cancelleria criminale. Si cimenta nelle prime composizioni teatrali.

La morte improvvisa del padre (1731) e le sopraggiunte difficoltà economiche lo obbligano a riprendere e a concludere gli studi. Si laurea in legge a Padova e incomincia a esercitare l’avvocatura. Nel 1732 è costretto ad allontanarsi da Venezia per sottrarsi a un avventato impegno matrimoniale cui era stato indotto con l’inganno: rifugiatosi a Milano, diviene gentiluomo di camera e poi segretario del Residente veneto. A Milano resta fino al 1734 (nel frattempo ha continuato a coltivare la passione per il teatro) quando viene rimosso dal suo incarico per gravi negligenze nell’adempimento del suo ufficio. Incontrato a Verona il capocomico Giuseppe Imer, che si dichiara entusiasta della sua tragedia Belisario, lo segue prima a Venezia poi a Genova, dove tra l’altro si sposa. Nel 1736 è di nuovo a Venezia, dove svolge intensa attività teatrale al servizio dell’Imer e del nobiluomo Grimani, proprietario dei teatri San Samuele e San Giovanni Grisostomo. E’ a partire da quest’anno che Goldoni incomincia a maturare la sua riforma teatrale. Torna però saltuariamente alla professione legale e dal 1741 al 1743 svolge anche mansioni diplomatiche in qualità di console della Repubblica di Genova. Frattanto prosegue nella sua riforma, stimolato anche dall’ingresso nella compagnia dell’Imer di celebri ed espertissimi comici dell’arte (il Gallinelli, il Sacchi, la Baccherini ecc.) ai quali pensa di poter affidare la nuova, impegnativa responsabilità di dar vita a commedie non più “improvvise” ma scritte: per la Baccherini compone anzi, nel 1743, la prima commedia interamente scritta, La donna di garbo, la cui rappresentazione viene però rimandata per l’improvvisa morte dell’attrice.

Complicazioni finanziarie costringono Goldoni ad abbandonare, nello stesso anno 1743, Venezia. Si ferma per qualche tempo a Rimini e poi si sposta in Toscana (dove rimarrà quattro anni, dal 1744 al 1748), prima a Firenze e Siena, poi a Pisa, per “familiarizzarsi” con la buona lingua. E’ un periodo di quasi totale abbandono dell’attività teatrale (si rimetterà anzi a fare l’avvocato), anche se poi le insistenze del comico Sacchi lo indurranno a riprendere i contatti con l’ambiente artistico: infine firma un impegno con il capocomico Medebac e rientra di nuovo a Venezia. I successi che viene a mano a mano ottenendo sono continuamente insidiati da una forte agguerrita concorrenza, e lo stesso pubblico è disorientato e diviso. Per riaffermare il proprio prestigio Goldoni promette di scrivere, per la stagione teatrale 1750-51, ben sedici commedie nuove. Non solo l’impegno è mantenuto (la prima commedia nuova è addirittura un testo programmatico, intitolato Il teatro comico, nel quale Goldoni espone i termini della sua riforma) ma replicato nella stagione teatrale successiva con ben diciassette altre nuove commedie. Particolarmente faticosa fu la stagione 1753-54, allorché scaduto il contratto con il Medebac, Goldoni passò alle dipendenze dei fratelli Vendramin, proprietari del teatro San Luca: non solo perché il successo raggiunto esigeva sforzi sempre nuovi per essere mantenuto, ma anche e soprattutto per le difficoltà create dalla concorrenza e da un generale mutamento nei gusti del pubblico. Continua

Locali storici e tipici napoletani

Masaniello

Via Donnalbina, 28

Le antiche stalle di quel palazzo che la tradizione popolare volle abitato da Masaniello ospitano una delle migliori trattorie del centro antico.

Il locale, semplice e familiare, è stato restaurato portando alla luce volte a vela e imponenti pilastri in piperno.

A tavola, la cucina varia secondo le stagioni, fatta eccezione per alcuni piatti classici come i maccheroni al ragù, i bucatini con il soffritto o la pasta e patate con la provola, specialità della casa insieme alla pizza Masaniello, con melanzane e mozzarella.

Ottimi i dolci e ben fornita la cantina, con più di sessanta etichette regionali.

Monumenti di napoli

Palazzo Penne

Piazza Teodoro Monticelli, 24

Costruito su un terreno in forte pendio verso il mare, molto modificato nella struttura interna, il palazzetto è una importante e rara testimonianza dell’architettura tardo gotica cittadina.

Al primo Quattrocento risale la facciata bugnata – con i conci ornati per tre file dallo stemma di famiglia (la penna) e per altre otto dal giglio angioino – e il portale ad arco catalano, cioè ribassato e iscritto in un rettangolo.

Oltre il primo piccolo cortile e il corpo di fabbrica che contiene le scale, si trova uno dei giardini, solo in parte conservato, e si può percorrere un lato del portico che lo circondava.

Gli spazi aperti interni costituivano la principale fonte di illuminazione dell’edificio, che affacciava sulla strada solo nella grande sala superiore, con finestre ancora esistenti sul fianco prospiciente le “gradelle” di Santa Barbara.

La ricetta del giorno

Sfogliata contadina

Ingredienti: pasta sfoglia 500gr, pomodori 500gr, provolone dolce 300gr, pane raffermo, 3 uova, panna liquida 250gr, 1 cipolla, basilico, sale, pepe.

Esecuzione: stendere la pasta e foderare una teglia imburrata, coprirne il fondo con sottili fette di pane, sopra distribuire i pomodori affettati, cipolla e basilico tritati, cospargere di sale e pepe e completare con il provolone a lamelle.

Sbattere le uova, diluirle con la panna, salare, pepare e versare il composto sul ripieno della sfogliata.

Cuocere in forno già caldo a 200° per circa 30 minuti, far intiepidire prima di servire insieme ad un’insalata mista di pomodori e lattuga.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: devi frequentare solo chi ti è amico;

Toro: risvegli passionali;

Gemelli: troppe discussioni ma pochi fatti;

Cancro: pesa sempre le parole prima di esternarle;

Leone: belle sorprese in arrivo;

Vergine: vi sono delle persone false che ti girano intorno;

Bilancia: devi essere più aperto alle novità;

Scorpione: ti sei chiuso troppo in te stesso, devi aprirti di più;

Sagittario: ricorda sempre che le cose vanno fatte con calma;

Capricorno: cerca, fra le tante, la migliore occasione;

Acquario: la serenità la devi guadagnare con un comportamento più corretto;

Pesci: sei in un periodo anonimo, su con la vita.

Martedì 21 maggio 2019

Il Sole sorge alle 5:34 e tramonta alle 20:20

La Luna cala alle 5:54 e si eleva alle 22:09

San Vittorio e compagni martiri

Vittorio sinonimo di Vincenzo, dal latino vincens cioè vincente, vittorioso.

  • Si Dio vole e tata vènce te faje ‘na bella veste cu’ ‘e frange!

Beato Ludovico

Il 21 maggio del 1927 Charles Lindbergh atterra a Le Bourget Field, vicino a Parigi, a conclusione della prima trasvolata atlantica dagli Stati Uniti all’Europa.

Il 21 Maggio del 1982 Sophia Loren entra in carcere a Caserta per scontare un mese di reclusione per evasione fiscale, vi resterà solo diciassette giorni.

Il proverbio del giorno: troppi cuochi guastano la cucina.

La favola del giorno

Napoli ieri oggi e domani

La volpe e la
gru

La volpe aveva fatto amicizia con la gru, era persino
diventata sua comare per via di un battesimo.

Un bel giorno, la volpe decise di invitare a cena la
gru e andò da lei a chiamarla: “Vieni, comare, vieni mia cara! Vedrai che bel
pranzetto ti preparerò!”. La gru si presenta al banchetto, ma la volpe aveva
cucinato una pappa di semolino e l’aveva stesa in un piatto. Servì e iniziò a
fare la parte della padrona di casa ospitale: “Mangia, cara comare, colombella!
Ho cucinato io stessa”. La gru, toc toc col becco, batteva, batteva senza
prendere niente! La volpe, intanto, a forza di leccare, spolverò tutto quello
che c’era nel piatto da sola.

La pappa fu mangiata; la volpe dice: “Scusami, cara
comare! Non ho più niente da offrirti”. “Grazie comare, e a buon rendere! Vieni
a farmi visita.”

Il giorno dopo arriva…

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Curiosando qui e là

Napoli ieri oggi e domani

Come bevono
gli elefanti

Utilizzano la proboscide, una struttura costituita dal
labbro superiore e dal naso.

Dopo avere risucchiato l’acqua nella proboscide, più
di 10 litri alla volta, gli elefanti infilano la punta dell’organo in bocca e
ne fanno zampillare l’acqua.

Un elefante maschio può bere 212 litri di acqua in
quattro minuti e 36 secondi.

Con la proboscide in bocca, gli elefanti possono
ingerire l’acqua e respirare contemporaneamente perché le parti iniziali dei
canali per la respirazione e l’alimentazione sono separate, a differenza di
quanto avviene per l’uomo: acqua e aria dunque non si possono mescolare.

Anche i neonati umani sono in grado di poppare e
insieme respirare dal naso, come gli altri mammiferi. Dopo pochi mesi, però,
cambiamenti nella struttura del palato molle, fanno sì che il canale dell’aria
e quello per bere si uniscano: ciò rende l’uomo incapace di respirare e bere
insieme.

Quando gli elefanti sono…

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Glossario di cucina – 8

Napoli ieri oggi e domani

IMBIONDIRE:

E’ un’operazione
che conferisce a un vegetale, soffriggendolo, un colore dorato. Si usa solitamente
per le verdure, in particolare per la cipolla. A differenza di rosolare, indica
uno stadio di coloritura molto meno intenso.

IMBURRARE:

Coprire con un
leggero strato di burro contenitori, stampi, teglie, tortiere per la cottura al
forno; generalmente questi stampi vengono infarinati o spolverati con zucchero
per caramellare il bordo di preparazioni dolci.

IMPANARE:

Significa avvolgere
nel pangrattato alimenti da friggere o da grigliare. La panatura infatti forma
una crosticina esterna che trattiene i succhi dell’alimento durante la cottura.
In generale, si usa questo termine per indicare lo scaldare a secco gli
alimenti, per esempio il pane.

INCORPORARE:

Aggiungere
delicatamente altri ingredienti a un composto montato, affinché l’aria
contenuta in esso non venga eliminata e si ottenga così un composto omogeneo.

INFARINARE:

Termine utilizzato
per ricoprire una superficie di lavoro prima di procedere alla preparazione…

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L’angolo della Poesia

Napoli ieri oggi e domani

Lamento per
Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La…

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