La favola del giorno

Pelle d’Asino – 3

Il Re rimase molto sconcertato da quel capriccio, ma non esitò a soddisfarlo. Il povero asino fu sacrificato e la pelle di lui galantemente portata all’infanta che, non vedendo più alcun mezzo di schivare la propria sciagura, era sull’orlo della disperazione, quando la madrina sopraggiunse.

  • Cosa fai, bimba mia? – disse la Fata, vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava le belle guance; – ecco il momento più fortunato della tua vita! Avvolgiti in questa pelle; esci dal palazzo e cammina finché i piedi ti potranno portare. Per chi sacrifica tutto alla virtù gli Dèi hanno pronta la loro ricompensa. Va’! Io avrò cura che le tue robe ti seguano ovunque; in qualsiasi luogo ti fermerai, la tua cassetta, ove saranno gli abiti e i gioielli, ti verrà dietro sotto terra; eccoti qui la mia bacchetta magica; battendola in terra, tutte le volte che avrai bisogno di quella cassetta, te la vedrai apparire innanzi agli occhi; ma sbrigati a partire, e senza indugi.

L’Infante abbracciò mille volte la madrina, la pregò di non abbandonarla, s’infagottò in quella brutta pelle e, dopo essersi impiastricciata il viso di fuliggine, uscì da quel ricco palazzo senza che alcuno la riconoscesse.

La sparizione dell’Infanta suscitò un gran chiasso. Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e inconsolabile. Spedì più di cento guardie e più di mille moschettieri alla ricerca di sua figlia; ma la Fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile alle più minuziose ricerche: così, bisognò rassegnarsi.

Nel frattempo, l’Infanta camminava. Andava lontano, sempre più lontano, ancora più lontano, e cercava ovunque un posticino ove potesse lavorare; ma, quantunque, per carità, le dessero da mangiare, la gente la trovava così sudicia che nessuno voleva saperne di lei. Arrivò finalmente in una bella città, alle cui porte c’era una fattoria; la fattoressa aveva appunto bisogno d’una sguattera per lavare gli stracci, pulire i tacchini e il porcile. La donna, vedendo quella povera girovaga così sudicia, le propose di entrare al suo servizio; l’Infanta accettò di gran cuore, tant’era stanca d’aver camminato così a lungo. Fu confinata in un angolo appartato della cucina ove, durante i primi giorni, fu lo zimbello degli scherzi volgari del servitorame, tanto la sua pelle d’asino la rendeva sporca e disgustosa. Ma col tempo ci si abituò: era del resto così scrupolosa nel compiere il suo lavoro che la fattoressa la prese sotto la sua protezione. Portava al pascolo le pecore, le riportava nel loro chiuso, quand’era tempo; guardava anche i tacchini, e con tanta intelligenza che pareva non avesse mai fatto altro mestiere in vita sua: così ogni cosa prosperava sotto le sue belle mani.

Un giorno che era seduta presso una limpida fontana, dove spesso si recava a piangere sulla sua triste sorte, le venne in mente di specchiarvisi; l’orribile pelle d’asino che le serviva da acconciatura e da vestire la spaventò. Tutta vergognosa di trovarsi così combinata, ella si lavò il viso e le mani, che divennero più bianche dell’avorio, e il suo bell’incarnato riprese la freschezza naturale. Il piacere di vedersi così bella le diede voglia di bagnarsi, e lo fece; ma dovette rimettersi ben presto l’orribile pelle per tornarsene alla fattoria. Fortunatamente, il giorno dopo era festa; e così ebbe il tempo di far apparire la sua cassetta, di lavarsi e pettinarsi per bene, d’incipriarsi i bei capelli e indossare il bel vestito color dell’aria. La sua stanzetta era così piccola che lo strascico di quell’abito non vi entrava neppure tutto. La bella principessa si mirò e ammirò con ragione, tanto che decise, per distrarsi un po’, d’indossare ora l’uno e ora l’altro dei suoi bei vestiti, tutte le domeniche e le altre feste; non mancò di farlo. Intrecciava fiori e diamanti nei suoi bei capelli con un’arte ammirabile e spesso sospirava di non avere altri testimoni della propria bellezza che gli agnelli e i tacchini, ai quali piaceva altrettanto con l’orribile pelle d’asino di cui le avevano fatto un soprannome nella fattoria.

Un giorno di festa, in cui Pelle d’Asino aveva indossato il vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, vi si fermò per riposarvisi tornando dalla caccia. Il Principe era giovane, bello e assai ben fatto nella persona; era la gioia di suo padre, l’amore di sua madre, l’idolo del popolo. Fu offerto al giovane Principe un rustico pranzetto che lui accettò; dopo, si mise a girare per tutti i cortili e ripostigli. Girellando così da un posto all’altro, penetrò in un corridoio oscuro in fondo al quale vide una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l’occhio al buco della serratura: quale non fu il suo stupore nel vedere la nostra Principessa, così bella e riccamente vestita! Il suo aspetto nobile e modesto gliela fece prendere per una dèa! La foga del sentimento ch’egli provò lo avrebbe spinto a sfondare la porta, non fosse stato il rispetto ispiratogli da quella stupenda creatura.

Uscì a malincuore da quel corridoio oscuro, ma andò subito a informarsi chi fosse la persona che abitava in quella cameretta. Gli risposero ch’era una sguattera, chiamata Pelle d’Asino, a causa della pelle di cui era vestita, una ragazza così unta e bisunta che nessuno aveva voglia di guardarla né di parlarle; l’avevano assunta per carità, per mandarla dietro alle pecore e ai tacchini.

Il Principe, poco soddisfatto di queste informazioni, ben si avvide che quella gente rozza non sapeva nulla di più e che era inutile far tante domande. Se ne tornò al palazzo del Re suo padre innamorato da non si dire, e coll’immagine fissa avanti agli occhi di quella dea che gli era apparsa attraverso il buco della serratura. Si pentì di non aver picchiato a quella porta, e si ripromise, per un’altra volta, di non lasciarsene scappare l’occasione. Ma l’agitazione del suo sangue causata dall’ardore della passione, gli mise addosso, quella stessa notte, una febbre tale che ben presto egli fu ridotto in fin di vita. La Regina sua madre, che non aveva altri figli che quello, si disperava nel vedere inutile ogni rimedio. Invano prometteva le più grandi ricompense ai medici; essi adoperavano tutta l’arte loro, ma niente guariva il Principe. Continua domani.

Curiosando qui e là

Frasi famose

Che cosa ci aspetta?

Sono interessato al futuro perché vi passerò il resto della mia vita. Charles F. Kettering (1876-1958), inventore e uomo d’affari americano.

Potete predire qualcosa solo dopo che è successo. Eugène Ionesco (1912-1994), commediografo rumeno.

Se si sapesse di più del futuro, il passato sarebbe ancora più pesante. Elias Canetti (1905-1994), scrittore di lingua tedesca.

E’ molto difficile prevedere, specialmente il futuro. Niels Bohr (1885-1962), fisico danese.

La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore. Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno. L’unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro è per cambiare il passato. Milan Kundera (1929-), scrittore ceco.

Per essere un profeta è sufficiente essere pessimista. Elsa Trolet (1896-1970), scrittrice francese.

Il futuro lo conoscerete quando sarà arrivato; prima di allora, dimenticatelo. Eschilio (525 circa-456 a. C.), drammaturgo greco.

La cosa più dolorosa che possa accadere a un profeta è che qualcuno dimostri che ha torto. Al di là di questo, il peggio che possa capitargli è che qualcuno dimostri che ha ragione. Aldous L. Huxley (1894-1963), scrittore inglese.

Il futuro è l’unico tipo di proprietà che i padroni concedono liberamente agli schiavi. Albert Camus (1913-1960), scrittore francese.

La pianificazione strategica va in crisi quando il futuro si rifiuta di assumere il ruolo assegnatogli dai pianificatori. Edward de Bono (1933), psicologo inglese.

Il guaio dei nostri tempi è che il futuro non è più quello di una volta. Paul Valéry (1871-1945), poeta francese.

Un cinico non solo legge amare lezioni nel passato, ma è anche prematuramente deluso dal futuro. Sydney J. Harris (1917-1986), giornalista e scrittore americano.

La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta. Abraham Lincoln (1809-1865), presidente degli Stati Uniti.

L’uomo e il suo cane

La cura del cane

Quando muore un fedele animale di casa, piangilo, ma sostituisci al dolore l’affetto di un nuovo amico. Troverai in strada o in rifugio qualcuno che non rimpiazzerà mai chi l’ha preceduto, ma saprà regalarti nuove emozioni e un ritrovato sorriso. (F.M. Dostoevskij).

Affinché il cane si mantenga in buona forma e anche al fine di prevenire o intervenire tempestivamente su alcune patologie che potrebbero colpirlo, è bene che il padrone controlli frequentemente le condizioni del suo amico e proceda ad alcune operazioni di “manutenzione”.

Il tipo di intervento dipende da diversi fattori: prima di tutto la razza del cane, poiché ve ne sono alcune che hanno più bisogno di attenzioni, mentre alcune sono particolarmente rustiche e robuste.

Tra le prime e più semplici operazioni troviamo quello che riguarda la cura del pelo.

Vi sono razze con pelo raso o corto, che richiedono solo una bella ed energica spazzolata ogni due o tre giorni per essere mantenute in ordine. Quando si spazzola il cane dovremo controllare anche che non vi siano parassiti sulla cute ed eventualmente rimuoverli secondo il tipo cui appartengono: le pulci andranno tolte con le mani, le zecche, poiché sono infisse nella pelle, rimosse con le dita o una pinzetta, facendo bene attenzione a estirpare anche la testa, che è la parte infilata nella cute; lasciare la testa potrebbe causare qualche ciste, comunque benigna. Per le zecche un buon sistema consiste nel cospargerle di olio, perché respirano attraverso aperture nel corpo che sta all’esterno del cane e, se ricoperte di olio, muoiono per mancanza di ossigeno, staccandosi da sole.

Durante la spazzolatura potremo anche verificare le condizioni della pelle, del pelo e controllare se vi sono lesioni o altri problemi, oppure se sono presenti arrossamenti, desquamazioni, ulcere o foruncoli abbondanti. In alcune razze a pelo corto talvolta si manifestano chiazze con assenza di pelo, magari anche con sudorazione umida dell’epidermide o prurito. In questo caso sarà meglio portare il nostro amico dal veterinario per effettuare un controllo.

Va ricordato che alcune razze dal mantello di colore bianco e dal pelo corto sono più soggette di altre ad affezioni cutanee; comunque, la pratica della spazzolatura del pelo è utile per tenere la situazione sotto controllo.

Le razze a pelo più lungo, fino a quelle dal mantello lunghissimo come ad esempio i Pechinesi o gli Shih-tzu (o altre più grandi), richiedono certo una cura più attenta del pelo e più tempo per accudirlo; tuttavia, compensano questo maggiore impegno con una minore delicatezza della pelle, che di rado presenta i problemi delle razze dal manto più corto.

E’ stato rilevato che i problemi di pelle sono più frequenti in certe razze che in altre, quindi, se prenderemo un cane di una razza esposta a simili patologie, dovremo sorvegliare le sue condizioni con maggiore frequenza e attenzione.

Nei negozi che vendono articoli per animali sono in vendita tutti gli attrezzi e i prodotti necessari alla cura del pelo, ma non bisogna esitare a contattare il veterinario se si presenta qualche patologia.

Un’altra parte del cane che dovrà essere controllata con una certa frequenza è la bocca (specie se il nostro amico è in giovane età o anziano).

Nei cuccioli, la fase della dentizione va sorvegliata attentamente, perché tra la terza o la quarta settimana, quando cominciano ad apparire i primi denti da latte (di solito i canini), e la sesta-settima, quando la dentizione è completata, la fuoriuscita dei denti potrebbe non avvenire in modo regolare, specie quando i denti definitivi sostituiscono quelli da latte e potrebbero sovrapporsi a essi. Anche in questo caso esistono appositi giocattoli da mordere che favoriscono la caduta dei denti caduchi e aiutano lo sviluppo di quelli da adulto, diminuendo il fastidio delle gengive.

Ugualmente nei cani adulti e, ancor più, in quelli anziani dovremo controllare che il tartaro non comprometta la robustezza dei denti, facendo masticare al nostro amico specifici oggetti fatti appositamente per pulirli e rimuovere residui di cibo. Sarebbe bene sottoporre periodicamente il cane a una visita veterinaria per accertare le condizioni della dentatura e, se è il caso, a interventi specifici per pulirla o per estrarre quelli irrecuperabili. Continua domani.

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – 4

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sì pensosa sei, tu forse intendi,

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar, che sia;

che sia questo morir, questo supremo

scolorar del sembiante,

e perir dalla terra, e venir meno

ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a quel suo dolce amore

rida la primavera,

a chi giovi l’ardore, e che procacci

il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

star così muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovvero con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

a che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono?

Giacomo Leopardi – continua sabato

Note alla poesia

che sia questo… sembiante: che cosa sia la morte, quest’ultimo impallidire.

perir dalla terra: sparir dalla terra.

e venir meno… compagnia: ed abbandonare i consueti teneri legami familiari e di amicizia.

il frutto: il vantaggio.

a qual suo… ghiacci: che senso, che utilità abbia l’avvicendarsi delle stagioni, a chi sorrida la primavera, che utilità abbiano l’ardore dell’estate ed il gelo dell’inverno.

a che: perché, per quale scopo.

facelle: luci (delle stelle).

Bellezze d’Italia – Le isole Eolie

Le isole Eolie o Lìpari, poste nella parte orientale del basso Tirreno a circa 40 km dalla costa siciliana (Vulcano, la più vicina, dista 20 km. da Capo Calavà), appartengono dal punto di vista amministrativo alla provincia di Messina e sono divise in quattro comuni: Santa Marina, Leni e Malfa a Salina, e Lipari, nel cui comune ricadono tutte le altre isole.

L’arcipelago si compone di sette isole abitate, circondate da innumerevoli scogli e numerosi isolotti che creano paesaggi e scorci singolarmente suggestivi in successione con spettacolari orridi naturali, posti lungo le coste, generalmente quelle rivolte a ovest, che precipitano a strapiombo in mare.

La più estesa e popolata è Lipari; poi in ordine decrescente per superficie, Salina (la più alta), Vulcano, Stromboli, Filicudi, Alicudi e Panarèa.

Tutte sono di grande interesse geologico, archeologico, paesaggistico. L’arcipelago è efficacemente collegato con la Sicilia durante tutto l’anno dalle navi di linea della Siremar che effettuano corse da Milazzo e da Napoli. Durante il periodo estivo (1 giugno-30 settembre) la linea con Napoli viene potenziata e anche sulle altre rotte i viaggi sono più frequenti. Più rapidamente si possono raggiungere tutte le Eolie con gli aliscafi (delle società Siremar e Snav) che le collegano quotidianamente, durante tutto l’anno, a Milazzo (Lipari, Vulcano e Salina con più corse giornaliere, incrementate in estate); nei mesi estivi si aggiungono i collegamenti con Napoli (Snav) e con Reggio di Calabria e Messina con due corse quotidiane (Snav).

Le sette isole, dichiarate “Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco sono schierate lungo due archi che hanno una parte in comune: Vulcano e Lipari a sud, e le rimanenti rivolte parte verso Ovest (Salina, Filicudi e Alicudi) e parte verso Est (Panarèa e Stromboli).

Sono tutte di origine vulcanica e si innalzano da una profondità marina di circa 2000 metri; tutte presentano coni con caratteri ben evidenti, tranne Panarèa e i suoi isolotti che probabilmente sono la parte emergente, fortemente modificata dall’erosione marina ed eolica, di un unico rilievo vulcanico quasi del tutto sommerso; Lipari e Vulcano sono strutture più complesse costituite dalle rovine di più coni intersecantisi. Le Eolie si sono formate per il concorso dell’accumulo dei materiali eruttati e, parzialmente, del lento innalzarsi del suolo nel corso dell’era Quaternaria, documentato da terrazzi prodotti dall’abrasione marina durante i lunghi periodi di stasi del fenomeno.

Due soli sono i crateri ancora attivi: Vulcano, che dopo l’ultima eruzione della fine del secolo scorso (1888-1890) è in permanente fase di solfatara con vistose escursioni della temperatura dei gas emessi che hanno raggiunto nel 1944 i 600°; e Stromboli, che è in continua, moderata attività esplosiva con periodiche eruzioni di lava che si riversa lungo la sciara del Fuoco.

I Vulcani

Le isole Eolie, poste nella parte ad accentuata curvatura della fascia che segna il limite tra la zona del Tirreno abbassatasi durante il Terziario medio a causa del formarsi degli Appennini, e quella rialzata sulla quale sono disposti i vulcani italiani, occupano un posto importante nella storia della vulcanologia. Vulcani domestici hanno funzionato da prezioso, insostituibile laboratorio per l’osservazione e per lo studio dei fenomeni vulcanici fin dai tempi più remoti. Già il termine “vulcano” prende nome proprio dall’omonima isola e nella moderna classificazione dell’attività vulcanica due tipi di vulcani vengono catalogati con il nome di due delle Eolie per la specificità delle loro manifestazioni: quella vulcaniana, caratterizzata dalla rimozione del tappo craterico causata da un’esplosione e conseguente emissione violenta di bombe e di scorie accompagnata dalla formazione di una nube scura, carica di ceneri, e quello di tipo stromboliano, che si distingue per esplosioni di intensità moderata, a brevi intervalli più o meno regolari che proiettano lava pastosa e incandescente che, accompagnata da una nube di vapore priva di ceneri, di colore bianco, tende a solidificarsi in superficie mentre i gas intrappolati si liberano provocando le esplosioni.

Il Clima

È contraddistinto da un inverno mite e con poche precipitazioni atmosferiche (gennaio è il mese più piovoso con 11 giorni di pioggia) ma dominato da venti impetuosi, che spirano prevalentemente da ovest, e da una lunga estate secca. Moderata è l’escursione termica nell’arco dell’anno (13° in gennaio e 27° in luglio secondo le medie statistiche).

A causa delle scarse precipitazioni atmosferiche e delle caratteristiche geologiche del suolo non esiste un’idrografia di superficie e quasi del tutto inesistenti sono le sorgenti.

La lettura del paesaggio agrario, reso singolare dal fitto ordito dei terrazzamenti, sistema ingegnoso per creare pianure dove non ne esistono, si propone come felice simbiosi della contraddizione tra il costruito dall’uomo e il disposto da una natura particolarmente ostile: rilievi solitamente conici, pendici accidentate, impervi valloni, ristrette oasi di pianura. Continua domani.

Locali storici e tipici napoletani

Carlino

Corso Umberto I  341

Il 24 giugno del 1937 Raffaele Carlino decise di aprire un piccolo negozio di pelletteria a corso Umberto.

Gli oltre 400 metri quadrati di oggi sono gestiti dal figlio Vittorio che cerca di soddisfare le molteplici esigenze di una clientela differenziata, che non di rado viene dalla provincia.

Un vastissimo assortimento di borse, ombrelli, foulard, guanti e bastoni da passeggio al piano terra; al piano superiore sono esposti articoli professionali (cartelle e servizi da scrittoio) e valigie di ogni tipo.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Il campanile romanico della Basilica di Santa Maria Maggiore in via Tribunali.

Le “Diaconie” e le antiche cattedrali – 4

La Cattedrale Stefania

Fondata da Stefano I, la Cattedrale Stefania era una basilica splendida, ricca di opere d’arte e di oggetti preziosi. Il vescovo Giovanni II rifece l’abside, rovinata da un incendio, mentre il suo successore, Vincenzo, fece costruire un battistero, detto “minore”, per dotare anche la Stefania di questa indispensabile struttura: la vasca battesimale è stata rinvenuta durante i lavori eseguiti sotto la sacrestia dell’attuale Cattedrale.

Il vescovo Leonzio, nel VII secolo, donò una croce d’oro gemmata con una reliquia del legno della croce, mentre Stefano II, duca e vescovo dal 767 all’ 800, dotò la Cattedrale di una croce e tre calici d’oro, una coppa aurea tempestata di gemme, quattro leggii, sempre intarsiati d’oro, e alcuni veli destinati all’altare, ricamati di gemme e filigrane, e decorati col suo nome e col suo ritratto.

Stefano II ricostruì l’abside e restaurò la chiesa, devastata da un incendio, collocando sotto l’altare maggiore, in un piccolo sarcofago di marmo, i corpi dei Santi Eutiche e Acuzio, ritenuti compagni di martirio di San Gennaro. Eresse inoltre due torri di grande altezza, sotto le quali fece edificare la Chiesa di San Pietro.

Il suo successore, Paolo III (800-821), dorò l’altare della chiesa, che il vescovo Tiberio (821-841) fece adornare con lamine di bronzo lavorato, corone di rame e cinque candelabri d’argento, dei quali due dorati.

Giovanni IV, verso la metà del IX secolo, traslò nella chiesa, dalle catacombe, i corpi dei suoi predecessori, dipingendo sul nuovo sepolcro le loro immagini. Infine il vescovo Atanasio I commissionò tredici arazzi, che volle pendessero da ciascuna colonna della basilica, e rivestì l’altare con un paliotto splendente di oro e di gemme. Continua domani.

La ricetta del giorno

Cefalo al forno con giardiniera

Ingredienti: un cefalo grande o due medi 1,5 kg. circa, carote 300 gr, zucchini 300 gr, patate 300 gr, funghi champignon 500 gr, vino bianco, prezzemolo, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: pulire e lavare patate, carote e zucchini, tagliarli a grossi dadi e sbollentarli separatamente in acqua salata in ebollizione per pochi minuti.

Sgocciolarli, raccoglierli in una pirofila, unire i funghi affettati e condire tutto con sale, pepe, olio e cuocere in forno già caldo a 180° per circa 20 minuti.

Frattanto pulire il pesce, lavarlo, salarlo, peparlo e ungerlo d’olio sia internamente che esternamente, sistemarlo in un’altra pirofila, irrorarlo ancora con un filo d’olio, bagnarlo con mezzo bicchiere di vino, cospargerlo di prezzemolo e cuocerlo per circa mezz’ora in forno già caldo a 180°.

A cottura ultimata, guarnire il cefalo con le verdure stufate e servirlo nello stesso recipiente di cottura. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: sei stato troppo scialacquatore e ti sei divertito a spendere e a spandere e adesso hai il portafoglio vuoto e devi fare molta attenzione;

Toro: è iniziato un buon recupero generale psico-fisico e presto sarai in ottima forma;

Gemelli: qualcosa non va in amore ce la sensazione di lontananza;

Cancro: è un buon periodo e se ci metti impegno tutto andrà per il meglio;

Leone: sei nella condizione ideale per poter fare la scelta giusta;

Vergine: tanti pianeti nel tuo segno tutti insieme, belle novità in arrivo;

Bilancia: ti si è chiusa una porta e ti senti preoccupato ma, a breve ti si aprirà davanti un portone;

Scorpione: hai una relazione in corso che devi assolutamente consolidare;

Sagittario: se riesci ad evitare dei conflitti in amore sarà indubbiamente molto meglio per tutti;

Capricorno: stai confrontando alcune storie per poter decidere al meglio;

Acquario: devi cambiare il tuo stile di vita, così non va bene;

Pesci: modera la tua gelosia perché è un arma a doppio taglio.

Buon Giovedì 22 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:15 e tramonta alle 19:49

La Luna cala alle 12:30 e si eleva alle 22:16

San Fabrizio

Sant’Andrea da Fiesole confessore

Santa Maria Regina

Santa Patrona di Chivasso

Maria Regina.

  • Maria cuntrariosa quanno chiòve arràqua ‘e pàpere.
  • … co’ cantare li famuse vante

faciteve sentì, con alto stile,

de la Regina ‘e priege e de l’Infante.

San Marziale

Marziale gli si attribuisce la frase: “Fortuna multis dat minus, satis nulli” cioè la fortuna a molti dà poco, a nessuno abbastanza.

  • Bonu tiempo e malu tiempo nun danno tutto ‘o tiempo.
  • Nun sempe ‘o tuocco attòcca a uno!

San Filiberto

Filiberto dal composto germanico filu (molto) e berht (illustre) e significa, quindi, illustrissimo

Il 22 agosto del 1861 Giuseppe Lazzaro fonda il quotidiano “Roma” organo dei democratici costituzionali.

Il 22 agosto del 1981 i disoccupati prendono d’assalto gli Uffici Postali per incassare il primo sussidio dopo il terremoto.

Proverbio del giorno: avere gli occhi foderati di prosciutto.

La favola del giorno

Pelle d’Asino – 2

Infatti egli cercò, fra le principesse da marito, quella che poteva essere più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere bellissimi ritratti, ma nessuno aveva le grazie della defunta regina. E’ così non si decideva mai. Per disgrazia, egli si accorse che l’Infanta, sua figlia, era non solo bella e ben fatta da incantare, ma era inoltre di molto superiore alla Regina sua madre per ingegno e gentilezza. La sua giovinezza, la splendida freschezza del suo colorito infiammarono il Re d’un fuoco così violento ch’egli non poté nasconderlo all’Infanta: le disse che aveva deciso di sposarla, dal momento che lei sola poteva scioglierlo dal suo giuramento.

La giovane Principessa, ch’era un fiore di virtù e di pudore, fu lì lì per svenire all’orribile proposta. Si gettò ai piedi del Re suo padre e lo scongiurò, con tutte le forze dell’anima sua, di non costringerla a macchiarsi d’un simile delitto.

Il Re, che si era incaponito in questo strano progetto, aveva consultato un vecchio Druido affinché tranquillizzasse la coscienza della Principessa. Questo Druido aveva più ambizione che santità, e sacrificò all’onore d’essere il confidente d’un gran re gli interessi dell’innocenza e della virtù: egli s’insinuò con tanta astuzia nell’animo del Re, gli travisò il delitto che voleva commettere fino al punto di persuaderlo ch’era un’opera meritoria lo sposare la propria figlia. Il Re, incoraggiato dai discorsi di quello scellerato, lo abbracciò riconoscente e tornò alla Corte più che mai intestato nella propria idea: ordinò dunque all’Infanta di prepararsi a ubbidirgli.

La giovane Principessa, straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che quello di andarsi a consigliare con la sua madrina, la Fata dei Lillà. A questo scopo, ella partì la notte stessa in una leggiadra carrozzina tirata da un grosso montone il quale conosceva tutte le strade. Vi arrivò felicemente. La Fata, che voleva bene all’Infanta, le disse di sapere tutto ciò che lei voleva dirle, ma non doveva preoccuparsi, nulla poteva farle del male se lei avesse eseguito fedelmente le sue prescrizioni:

  • Giacché, bambina mia, – disse la Fata, – tu faresti molto male a sposare tuo padre; ma senza contraddirlo, puoi evitare la cosa; digli che, per accontentare un tuo capriccio, lui deve regalarti un vestito color dell’aria; nonostante tutta la sua potenza e il suo amore, non potrà riuscirvi.

La Principessa ringraziò la madrina, e il dì seguente chiese al Re quel che la Fata le aveva consigliato, e insisté che se non avesse avuto l’abito color dell’aria, non gli avrebbe mai detto di sì. Il Re, felice per la speranza avuta, riunì i più famosi tessitori e gli ordinò il vestito a patto che, se non fossero riusciti a farlo, li avrebbe fatti impiccare tutti. Il cielo non è d’un azzurro più bello, quando è cinto di nuvole d’oro, di quel bell’abito, quando venne spiegato. L’Infanta ne fu oltremodo afflitta e non sapeva come cavarsi d’impaccio. Il Re insisteva per venire a una conclusione. Si dovette ancora ricorrere alla madrina che, stupita per il fatto che il suo espediente non fosse riuscito, le disse di provar a chiedere un abito del colore della luna. Il Re, che non poteva rifiutarle nulla, mandò a chiamare i tessitori più provetti e ordinò loro con tale impazienza un vestito color della luna che, fra l’ordinazione e la consegna, non passarono più di ventiquattr’ore!

L’Infanta lì per lì, fu più contenta di quell’abito superbo che non di tutte le attenzioni del Re suo padre ma si afflisse poi oltre misura, non appena rimase sola con le ancelle e la nutrice. La Fata dei Lillà, che sapeva tutto, venne in soccorso della povera principessa e le disse:

  • O le sbaglio tutte, od ho motivo di credere che se domanderemo un abito color del sole, riusciremo nel nostro intento di far passare la voglia al Re tuo padre, giacché non si potrà mai riuscire a fare un simile vestito. O almeno, per male che vada, guadagneremo un po’ di tempo.

L’infante ne convenne, chiese quell’abito e il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l’ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l’abito fosse più splendente del sole. Infatti non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. E’ da quel tempo che son venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l’Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella e più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua ove la Fata l’aspettava, tutta piena di confusione e di vergogna. Ma quando vide l’abito color del sole fu ben peggio: si fece vermiglia per la gran collera.

  • Oh, adesso poi, bambina mia, – disse all’Infanta, – metteremo l’indegno amore di tuo padre a una ben dura prova. Vedo che non vuol togliersi dalla testa questo matrimonio e lo crede imminente, ma penso che rimarrà un po’ sbalordito dalla richiesta che ti consiglio di fargli: è la pelle dell’asino al quale lui vuole tanto bene e che provvede con tanta larghezza a tutte le sue spese; va’ da lui e digli che desideri quella pelle.

L’Infanta, felice di aver trovato ancora il modo di eludere quel matrimonio a lei odioso, pensando al tempo stesso che suo padre non avrebbe mai potuto decidersi a sacrificare il suo caro asino, andò a trovarlo e gli disse ben chiaro che voleva la pelle di quel bell’animale. Continua domani.

Curiosando qui e là

Cosa sono i Trips?

Trattati sulla proprietà intellettuale noti come Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) fanno parte degli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), un organo nato con l’obiettivo di abbattere ogni barriera al libero scambio di merci e servizi.

I trips coprono tutte le aree relative al commercio: software, marchi, disegni industriali, brevetti, e il rispetto del pagamento delle royalties, i diritti d’autore, a tutto il pianeta.

La protezione prevista dai Trips, e quindi il pagamento delle royalties, non riguarda solo le invenzioni ma anche le scoperte come geni e cellule, che siano vegetali, animali o umane, cosa che ha provocato non poche contestazioni.

Scuola di Cucina – Pasta ripiena – 2

Impasti, farce e formati – 2

Ripieno di carne

Il tipo di carne utilizzata può essere di manzo e/o di maiale, di vitello o di coniglio, di faraona, di tacchino o di pollo. Per quanto riguarda la cottura, la carne può essere tritata e rosolata in padella, oppure cotta a pezzi interi o a spezzatino in brasati, stufati, arrosti o stracotti, al forno o in casseruola. A prescindere da queste varietà di tipologie e di preparazione, il ripieno a base di carne prevede di norma che questa, una volta fatta cuocere, venga tritata e amalgamata in una terrina con gli altri ingredienti (in genere uovo, parmigiano grattugiato, sale e noce moscata, a cui si possono aggiungere verdure o altri alimenti), mescolando il tutto con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto ben omogeneo.

Ripieno di verdure

Con un procedimento analogo a quello seguito per i ripieni di carne, i ripieni a base di verdure si realizzano facendo cuocere le erbe o gli ortaggi in maniera diversa (lessandoli, cuocendoli a vapore o rosolandoli in padella con olio e odori) e unendoli poi, tritati o ridotti a dadini, agli altri ingredienti previsti dalla ricetta. Questi includono quasi sempre un uovo, formaggio grattugiato, sale e pepe e un formaggio morbido, come nel più noto tra i ripieni di verdure – quello a base di ricotta e spinaci.

Ripieno di ricotta e spinaci – preparazione

  1. Lessate gli spinaci, sgocciolateli, strizzateli bene, tritateli e fateli asciugare in un tegame con una noce di burro.
  2. Lasciate intiepidire la verdura, quindi unitevi la ricotta e il parmigiano grattugiato, sale e una grattata di noce moscata e mescolate bene con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto omogeneo.
  3. Trasferite il composto in una terrina e incorporatevi un uovo intero.

Ripieno di pesce

Entrato a far parte della tradizione italiana in materia di pasta ripiena solo negli ultimi anni, il ripiano a base di pesce (o di crostacei) è preparato in genere tritando la polpa del pesce o dei crostacei (dopo averla di norma fatta rosolare in una padella con olio, vino e odori) e unendola ad altri ingredienti, che contemplano generalmente uovo, sale, pepe ed erbe aromatiche tritate, a cui si possono aggiungere verdure o formaggi, come nel classico ripieno di branzino.

Vi sono anche ricette di pasta ripiena a base di molluschi, che vengono in genere fatti aprire sul fuoco in un tegame, sgusciati, fatti insaporire sul fuoco in una padella con cipolla o scalogno e mescolati interi agli altri ingredienti del ripieno, che contemplano in genere verdure o uova.

Ripieno di branzino: preparazione

  1. Tritate i filetti di branzino con un coltello o con una mezza luna, dopo averli fatto rosolare in una padella per qualche minuto con olio, sale e pepe.
  2. Raccogliete il pesce tritato in una terrina; unitevi l’uovo e il parmigiano e mescolate bene con un cucchiaio di legno fino a ottenere un composto omogeneo, con il quale farcirete la pasta.

Ripieno con altri ingredienti

Gli altri tipi di ripieno sono in genere a base di formaggio (per esempio fontina, caprino, ricotta, gorgonzola, toma e castelmagno) o di frutta (fresca e secca) e formaggio, che vengono di norma amalgamati in una terrina con uovo, sale e pepe. Continua – 2

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – 3

Nasce l’uomo a fatica,

ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

con atti e con parole

studiasi fargli core,

e consolarlo dell’umano stato;

altro ufficio più grato

non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale.

Giacomo Leopardi – continua domani

Note alla poesia

ed è rischio… nascimento: e già il momento stesso della nascita è drammatico per l’uomo ed egli rischia la morte durante il travaglio del parto.

la madre e il genitore… si dura?: nei primi giorni della sua vita il bambino è vezzeggiato dai genitori che in tal modo sembrano volerlo consolar dell’esser nato. Poi man mano che cresce (poi che crescendo viene) i genitori lo consolano e lo incoraggiano, cercando di (studiansi) sollevarlo dai dolori e dalle delusioni quasi a volerlo ripagare del danno che gli hanno procurato mettendolo al mondo. in verità questo di confortare i figli è il compito migliore dei genitori; ma allora perché mettere al mondo (dare al sole), perché mantenere in vita chi poi si deve (convenga) confortare per il fatto stesso di essere stato generato? Se la vita è una sventura, perché da parte nostra si sopporta?

ti cale: ti importa.

Astrologia – l’interpretazione dei sogni

L’interpretazione dei sogni abbinata ai numeri da giocare al lotto

La smorfia – 7

Appartamento: vuoto: devi migliorarti culturalmente; 18

  • Arredato: ricchezza interiore; 2
  • Povero: inizierà un periodo fortunato; 19

Appendere: malattia breve; 1/22

Appetito: desiderio sessuale; 68

Applaudire: essere applauditi: sei vanitoso, hai anche dei meriti; 78

Appoggiarsi: ad un bastone: sei esaurito; 44

  • Ad una persona: hai bisogno di un compagno; 44
  • Al muro: stai cercando una posizione sicura; 8

Appuntamento: amoroso: forte gelosia; 3

  • D’affari: desideri una vita più movimentata; 4

Aprire: una lettera: sei a conoscenza di un segreto che vorresti ignorare; 24

  • Gli occhi: sei realista; 29
  • La porta di casa: la tua esistenza subirà una svolta decisiva; 18

Aquila: che vola: ambizione, guadagno, sicurezza; 11/58

  • Averla sopra la testa: morte, infelicità; 53
  • Bianca: segno di lutto; 71
  • Ucciderla: desideri appagati; 27
  • Addomesticarla: uomini potenti ti aiuteranno; 52
  • Vederne molte in cielo: la tua ricchezza si moltiplicherà; 9

Aragosta: cerchi di apparire migliore di quello che sei; 56

Arancia: mangiarla: ferite, dolori; 4/44

  • Bere una spremuta: vuoi sempre il meglio senza sforzarti; 52
  • Comprarle: il tuo amore è corrisposto; 35
  • Coglierle: sei troppo prepotente; 16

Arancione: colore: armonia, equilibrio; 48

Arare: amore vero; 3/54

Arbusto: devi essere più modesto e umile; 64

Arcangelo: sopravaluti la tua creatività; 31

Arcivescovo: vederlo: avrai una ricompensa per una buona azione fatta; 69

  • Che benedice: contrasti con i tuoi genitori; 68
  • Sentirlo parlare: avrai un aiuto inaspettato; 17

Arco: catastrofe; 25

Arcobaleno: presagio positivo, tutto andrà per il meglio; 43

Argenteria: venderla: i tuoi affari miglioreranno; 63/78

  • Comprarla: problemi futuri; 3
  • Pulirla: ti preoccupi molto del giudizio altrui; 4
  • Usarla: vuoi apparire estremamente raffinato; 5

Argento: trovarlo: avrai fortuna; 51

  • Averlo: prestigio, raffinatezza; 25
  • Mangiarlo: ostacoli; 20
  • Avere denti d’argento: ottimo auspicio; 1

Argilla: ritornerai sulle decisioni prese; 36

  • Impastarla: guadagni; 20

Aria: chiara e limpida: prosperità, se hai perduto un oggetto lo ritroverai; 17/86

  • Fosca: non intraprendere nessun viaggio; 3
  • Ventosa: sei impulsivo e questo potrà aiutarti; 81

 Continua – 7

Locali storici e tipici napoletani

Mele

Corso Umberto I   127

L’azienda dei Mele, una delle più antiche pelliccerie italiane, comincia ad operare all’ingrosso nel 1880, importando pelli pregiate da Lipsia.

La produzione sartoriale viene ben presto apprezzata anche fuori dai confini nazionali, come dimostra la medaglia d’oro ricevuta in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1907.

Durante il fascismo, la ditta deve adattare le linee eleganti dei suoi modelli alle pelli importate dalle Colonie e a quelle di capretto e coniglio imposte dall’autarchia.

I danni subiti dalla guerra daranno luogo a una breve pausa dell’attività, che riprenderà dopo poco, con il commercio al dettaglio.

A distanza di più di un secolo, negli eleganti locali di corso Umberto le pelli vengono lavorate secondo la tradizione.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Un altro particolare dei mosaici della Basilica del Salvatore dedicata poi a Santa Restituta.

Le “Diaconie” e le antiche cattedrali – 3

Tra il XII e il XIV secolo, come già è stato accennato, la chiesa fu poi inglobata nel Duomo, sul lato sinistro del quale si apre una cappella che mostra parte dell’antica struttura, caratterizzata da colonne corinzie di spoglio, e da cui si può anche accedere al già citato Battistero di San Giovanni in Fonte, a pianta centrale, fondato dal vescovo Severo nel V secolo e annesso fin dall’origine alla basilica paleocristiana.

Tra il V e VI secolo fu eretta poi, per volere del vescovo Stefano I, la cosiddetta Cattedrale Stefania, in onore di Cristo Salvatore, impostata secondo un impianto basilicale a tre navate divise da colonne. Un primo incendio ne distrusse l’abside, fatta ricostruire nel corso del VI secolo dal vescovo Giovanni II, che in tale occasione commissionò un grande mosaico raffigurante la Trasfigurazione di Cristo.

Verso la fine dell’VIII secolo, essendo stata completamente distrutta da un altro incendio, la chiesa dovette essere ricostruita e, nel corso del IX secolo, venne decorata con pitture parietali e arricchita da tredici arazzi fissati ai capitelli tra le colonne. L’edificio venne preceduto quindi da un quadriportico, al centro del quale fu collocato un cavallo di bronzo che, secondo un’antica leggenda, possedeva poteri taumaturgici nei riguardi dei cavalli malati. Quest’area porticata costituì il reale centro della vita civile della Napoli ducale, dove ebbero luogo molte assemblee a carattere politico e religioso. Continua domani.

La ricetta del giorno

Insalata di pollo e spinaci

Ingredienti: 2 petti di pollo 700 gr, spinaci teneri 400 gr, 2 mele verdi, 1 cetriolo, ricotta affumicata 200 gr, 1 limone, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: sbucciare il cetriolo, tagliarlo a fettine, raccoglierle in un piatto piano, spuzzarle con sale e pepe e lasciarle riposare per circa mezz’ora.

Preparare un’emulsione sbattendo con una forchetta succo di limone, 1 dl di olio, sale e pepe di mulinello.

Lavare con cura gli spinaci scartando le foglie esterne più dure, condirli con qualche cucchiaiata della salsa preparata, mescolarli con cura, farne uno strato su un largo piatto di portata e distribuivi sopra il cetriolo e le mele lavate, private del torsolo, tagliate a spicchi e affettate sottilmente.

Arrostire sulla bistecchiera i petti di pollo divisi in due parti, rigirandoli per cuocerli dai due lati, salarli, peparli, affettarli, sistemarli sugli spinaci e irrorarli con l’emulsione di limone.

Completare con la ricotta affumicata ridotta in lamelle. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: non è il caso di accendersi subito, cerca di essere più distensivo;

Toro: ti senti forte e questo ti porta ad essere vincente;

Gemelli: sei incappato in un malinteso devi cercare di superarlo;

Cancro: devi mantenere la giusta rotta non abboccare alle distrazioni che ti si presentano;

Leone: le decisioni importanti le hai in mano tu,

Vergine: dei piccoli disturbi da superare;

Bilancia: non lasciarti coinvolgere in discussioni inutili;

Scorpione: sempre più spesso non si riesce a comprenderti, devi essere più chiaro;

Sagittario: cerca di cambiare aria per un po’;

Capricorno: hai dei progetti importanti da mettere in campo;

Acquario: anche per te dei buoni progetti in calendario;

Pesci: sei in un periodo di completo relax.

Buon Mercoledì 21 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:14 e tramonta alle 19:51

La Luna cala alle 11:15 e si eleva alle 21:44

San Cristoforo

San Pio X papa

Pio dal latino pius cioè pio, devoto, timorato di Dio.

  • Aje voglia ‘e sunà, campana mia, chi nun ce crère nun vène!
  • Ogne peccatore tène ‘a devuziona sòja.

San Baldovino

Baldovino dal composto germanico bald (forte) e win (amico) e significa amico forte, amico intimo.

  • Fattèlla cu chi è meglio ‘e te e fànce ‘e spese!

Il 21 agosto del 1647 scoppiano nuovi tumulti popolari.

Il 21 agosto del 1962 Si registrano varie scosse di terremoto ma nessun danno né a persone né a cose.

Il proverbio del giorno: agosto: olio, miele e mosto

La favola del giorno

Pelle d’Asino

C’era una volta un re così potente, così benvoluto dal suo popolo, così rispettato dai suoi vicini ed alleati che ben si poteva dire il più fortunato di tutti i sovrani della terra. Ed era divenuto ancor più felice dopo essersi scelto come compagna una principessa bella quanto virtuosa; i più fortunati sposi vivevano in un perfetto accordo.

Dal loro casto imene era nata una figlia, dotata di tante grazie e attrattive ch’essi non rimpiangevano di non aver una più numerosa figliolanza.

Il lusso, l’abbondanza e il buon gusto regnavano nel loro palazzo; i ministri erano saggi e capaci; i cortigiani virtuosi e affezionati; i domestici fedeli e laboriosi; le scuderie spaziose e piene dei più bei cavalli del mondo, tutti ricoperti di gualdrappe ricchissime; ma ciò che più stupiva i forestieri che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che, nel punto più in vista, un vecchio Somaro stava lì a far sfoggio delle sue grandi e lunghissime orecchie. Non era però per un capriccio se il Re lo aveva messo in quel posto così privilegiato, ma per un suo bravo motivo. Infatti la virtù di questo raro animale meritava una simile distinzione, perché madre natura lo aveva formato in modo così straordinario che, tutte le mattine, la sua lettiera, invece di esser piena di sudicerie, era ricoperta a profusione di begli scudi d’oro e di zecchini di ogni specie, che venivano raccolti appena lui si svegliava.

Ma poiché le disgrazie della vita colpiscono i re non meno dei loro sudditi e al bene si mescola sempre qualche male, il cielo permise che la Regina fosse improvvisamente colta da un fiero morbo contro il quale, nonostante tutto il sapere e la valentia dei medici, non si poté trovare alcun rimedio. La desolazione fu generale. Il Re, ancora teneramente innamorato, nonostante il famoso proverbio il quale dice che il matrimonio è la tomba dell’amore, si affliggeva a dismisura, faceva ardenti voti a tutte le divinità del regno, offriva la propria vita in cambio di quella di una sposa tanto adorata; ma gli Dèi e le Fate erano sordi a ogni preghiera. La Regina, sentendo avvicinarsi la sua ultima ora, disse al suo sposo, il quale si struggeva in un mare di lagrime:

  • Prima che io muoia, vogliate accettare ch’io esiga una cosa da voi: se vi prendesse voglia di risposarvi…

A queste parole, il Re dette in urla strazianti, prese le mani di sua moglie, le bagnò di pianto, e assicurandole ch’era superfluo parlargli d’un secondo matrimonio:

  • No, no, – finì col dire, – mia cara Regina, parlatemi piuttosto di seguirvi!
  • Lo Stato, – continuò la Regina, con una fermezza che esasperava il dolore di quel Principe, – lo Stato esige dei successori, e siccome io non v’ho dato che una femmina, vorrà da voi dei maschi che vi somiglino; ma io vi chiedo caldamente, per tutto l’amore che mi portate, di non cedere alle insistenze del vostro popolo fino a quando non abbiate trovato una principessa più bella di me, e più ben fatta; dovete giurarmelo, e allora io morirò contenta.

Si suppone che la Regina, alla quale non mancava una certa dose di vanità, avesse preteso quel giuramento, credendo che non esistesse al mondo alcuna donna che potesse eguagliarla per bellezza, perché voleva assicurarsi che il Re non si sarebbe risposato mai più. Alfine ella morì. Mai un marito ebbe un cordoglio così rumoroso: lagrime, singhiozzi notte e giorno, il cerimoniale e tutte le quisquilie inerenti alla vedovanza furono la sua unica occupazione.

Ma i grandi dolori non durano a lungo. D’altro canto i notabili dello Stato si riunirono e vennero in massa a pregare il Re di risposarsi. Questa prima proposta gli sembrò dura e gli fece versare nuove lagrime. Egli allegò il giuramento che aveva fatto alla Regina, e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una principessa più bella e più ben fatta della defunta sposa, pensando che la cosa era impossibile. Ma il consiglio disse che quella promessa era soltanto una bambinata: poco importa la bellezza, se una regina è virtuosa e capace di aver figli. Ci volevano dei principi, per la tranquillità e la pace dello Stato; a dire il vero, l’infanta avrebbe avuto tutte le qualità richieste per diventare una grande regina, ma bisognava sceglierle uno straniero come sposo e allora questo straniero l’avrebbe portata al suo paese dove, se avesse regnato con lei, i loro figli non sarebbero stati più considerati dello stesso sangue; così, non essendovi alcun principe che potesse portare il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto muovergli guerre tali da condurre il reame alla rovina. Il Re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato ad accontentarli.

Continua domani.

Curiosando qui e là

Da cosa deriva la parola “lesbica”?

La parola “lesbica” deriva da Lesbo, l’isola dell’arcipelago greco dove, intorno al 630 a. C., nacque e visse parte della sua vita la poetessa Saffo.

Nella sua casa, Saffo ospitava una comunità educativa e nello stesso tempo religiosa, artistica e omosessuale, formata da fanciulle in età prematrimoniale.

Nell’antica Grecia, istituzioni analoghe esistevano ed erano molto diffuse, anche se di solito erano riservate ai giovani maschi.

Saffo, secondo antiche fonti, fu sposata ad un mercante ed ebbe dei figli. Secondo altri autori, tra i quali il poeta latino Ovidio, la poetessa si innamorò del bellissimo Faone e, respinta dal giovane, si uccise gettandosi dalla rupe di Leucade.

Gli aggettivi saffico e lesbico, per definire l’amore tra donne, vennero utilizzati a partire dal Rinascimento.

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – 2

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto;

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto obblìa.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Giacomo Leopardi – continua domani

Note alla poesia

Vecchierel bianco… spalle: vecchierello pallido e canuto (bianco) malfermo sulle gambe (infermo) semisvestito e scalzo, con un pesantissimo fardello (fascio) sulle spalle.

alta rena: spiagge profonde.

fratte: scoscendimenti intricati di arbusti e sterpi.

anela: respirando a fatica, anelante, affannato.

senza posa o ristoro: senza fermarsi, senza mai riprendere fiato.

e dove… vòlto: alla meta di questo lungo, difficile, faticosissimo cammino.

tale è la vita mortale: la vita degli uomini è una lunga, disperata, difficile corsa verso il nulla, verso la morte. In un passo dello Zibaldone Leopardi scriveva: “Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso, per montagne altissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso e quivi inevitabilmente cadere”.

Locali storici e tipici napoletani

Picardi

Via Duomo 308

Alla metà dell’Ottocento, la nonna degli attuali titolari aprì una bottega in via Arte della Lana.

Dopo di lei, filati e cotoni passarono nelle mani degli uomini della famiglia, e li si trovano ancora oggi.

Nel 1926 i Picardi si trasferirono in questa sede a due passi da piazza Nicola Amore, dove tutto è rimasto miracolosamente intatto.

Vetrine fuori moda anticipano l’interno: luce a neon, scaffalature ricolme di gomitoli e scatoli di cartone, un giallo pallido che colora appena soffitto, banconi e tendine.

Amplissimo assortimento di cotoni da ricamo, filati e articoli di merceria.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Un dettaglio del mosaico della volta del Battistero di San Giovanni in Fonte.

Le “Diaconie” e le antiche cattedrali – 2

La chiesa aveva probabilmente un impianto basilicale con colonne, due delle quali, in porfido, situate nella zona absidale, furono poi trasferite nel Duomo.

Di fronte all’attuale Chiesa di Monteverginella, nell’area del cortile dell’ex Collegio dei Gesuiti, era ubicata la Diaconia dei Santi Giovanni e Paolo, fondata nel 720 circa e sopravvissuta almeno fino al 1584. Della fabbrica, caratterizzata probabilmente da una terminazione a tre absidi, non resta che un’epigrafe, ora collocata nella Chiesa di Donnaromita, nella quale si ricorda che l’edificazione dell’opera fu voluta dal duca Teodoro.

Delle altre diaconie ci è sopraggiunto soltanto il nome insieme a qualche breve notizia, come nel caso della Chiesa di San Pietro, di cui s’ignora persino l’ubicazione, e della Chiesa dei Santi Ciriaco e Giulitta, fondata nel IX secolo. Ubicata dove è oggi la seicentesca Chiesa di Santa Maria in Portanova, la Diaconia di Santa Maria in Cosmedin fu eretta tra l’VIII e il IX secolo ad opera dei Greci residenti a Napoli. In tempi successivi si formarono due altre diaconie: la Basilica di San Giorgio, edificata dove oggi si apre il largo dei Gerolamini, articolata in tre navate precedute da un piccolo nartece, nonché la Chiesa di Santa Maria della Rotonda, con impianto centrale quadrato, copertura con volte a botte e facciata arricchita da un protiro colonnato.

Tra l’epoca tardoimperiale e quella altomedievale, sull’area poi occupata dal Duomo angioino sorsero due importanti cattedrali. La più antica fu la già ricordata Basilica di Santa Restituta, nella quale nella prima metà del IX secolo furono traslate da Ischia le spoglie della martire africana. Continua domani.

La ricetta del giorno

Spiedini estivi

Ingredienti: petto di pollo 500 gr, pomodorini 500 gr, 2 peperoni, 3 zucchini, basilico, aglio, peperoncino, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: tagliare a dadi il petto di pollo, i peperoni, gli zucchini a rondelle, i pomodorini a metà e infilare i vari ingredienti alternandoli sugli spiedini.

Preparare un’emulsione con olio, aglio, basilico e peperoncino tritati, un pizzico di sale e rigirarvi dentro gli spiedini in modo da bagnarli da tutti i lati, poi lasciarli insaporire nella marinata per un’ora.

Cuocerli sulla griglia ben calda, o in forno già caldo a 200° per 15-20 minuti, rigirandoli spesso in modo da cuocerli uniformemente.

Accompagnare gli spiedini con una fresca e ricca insalata mista. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: hai una buona carta da poter giocare per raggiungere i tuoi obiettivi;

Toro: è un periodo in cui devi dedicarti a progettare bene il tuo futuro;

Gemelli: non tutto sembra chiaro, vi sono delle incomprensioni da superare;

Cancro: hai la possibilità di dimostrare tutto il tuo valore;

Leone: l’amore ha la sua importanza e in questo periodo conta più di altre cose;

Vergine: la forza oggi non ti manca per poter fare quello che hai in mente;

Bilancia: la tua mente è offuscata da troppi pensieri e preoccupazioni;

Scorpione: se vuoi la fortuna te la devi cercare e non aspettare che arrivi da sola;

Sagittario: avrai un ottimo riscontro da quello che fai;

Capricorno: devi darti da fare di più se vuoi raggiungere quello che ti sei prefissato;

Acquario: hai bisogno di voltare pagina, non puoi continuare ad andare avanti in questo modo;

Pesci: riceverai un messaggio importante per i tuoi progetti.

Buon Martedì 20 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:13 e tramonta alle 19:53

La Luna cala alle 10:02 e si eleva alle 21:18

San Bernardo di Chiaravalle dottore e abate

Santo Patrono di Carpi

Questo Santo soleva dire: “Che cosa è l’avarizia? E’ un continuo vivere in povertà per paura della povertà”.

  • Essere attaccato a ‘o centesimo.
  • Essere ‘nu pimmiciuso.
  • Essere ‘nu secaturnese.

Il 20 agosto del 1799 viene giustiziata Eleonora Pimentel Fonseca.

  • ‘A Signora Donna Lionòra

che cantava ‘ncopp’  ‘o triato

mò abballa ‘mmiez’ ‘o Mercato.

Viva, Viva ‘o Papa Santo

c’ha mannato ‘e cannuncìne

pe’ caccià li giacubine!

Viva ‘a forca ‘e Màstu Dunàto;

Sant’Antonio sia prjàto.

Il 20 agosto del 1893 grande manifestazione popolare contro il Governo; numerosi dirigenti socialisti vengono arrestati.

Il proverbio del giorno: non tutte le ciambelle riescono con il buco.

La favola del giorno

I vestiti nuovi dell’imperatore – 2

  • Non è forse una bella stoffa? – dissero i due impostori, e gli mostravano e gli spiegavano il bellissimo disegno che non c’era per niente.

“Stupido non sono! – pensò l’uomo. – Dunque vorrà dire che non sono degno della mia alta carica? Sarebbe molto strano! Ma non bisogna farsene accorgere!”  E così prese a lodare il tessuto che non vedeva, e parlò del piacere che gli davano quei bei colori e quei graziosi disegni. – Sì, è proprio la stoffa più bella del mondo! – disse all’imperatore.

Tutti i cittadini discorrevano di quella stoffa magnifica. Allora l’imperatore stesso volle andare a vederla mentre era ancora sul telaio. Con tutto uno stuolo di uomini scelti, tra i quali anche quei due bravi funzionari che già c’erano stati, egli si recò dai due astuti imbroglioni, che stavano tessendo con grande lena, ma senza un’ombra di filo.

  • Eh!? non è magnifique? – dissero i due bravi funzionari. – Guardi Sua Maestà che disegni, che colori! – e indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli la vedevano la stoffa.

“Che mi succede? – pensò l’imperatore, – non vedo nulla! terribile, davvero! Sono stupido? o non sono degno di essere imperatore? Questa è la cosa più spaventosa che mi poteva capitare!” – Oh! bellissimo! – disse. – Vi concedo, la mia suprema approvazione! – e annuiva soddisfatto, contemplando il telaio vuoto; non poteva mica dirlo, che non vedeva niente. Tutti quelli che s’era portato dietro, guardavano, guardavano, ma, per quanto guardassero, il risultato era uguale; eppure dissero, come l’imperatore: – Oh! bellissimo! – e gli suggerirono di farsi fare, con quella stoffa meravigliosa, un vestito nuovo da indossare al grande corteo che era imminente.

  • Maqnifique! carina, excellent! – dicevano l’uno all’altro ed erano tutti profondamente felici dicendo queste cose.

L’imperatore diede ai due impostori la Croce di Cavaliere da appendere all’occhiello e il titolo di Nobili Tessitori.

Per tutta la notte prima del pomeriggio in cui doveva aver luogo il corteo, gli imbroglioni restarono alzati con più di sedici candele accese; tutti potevano vedere quanto avevano da fare per ultimare i vestiti nuovi dell’imperatore. Finsero di staccare la stoffa dal telaio, con grandi forbici tagliarono l’aria, cucirono con ago senza filo e dissero infine: – Ecco, i vestiti sono pronti!

Giunse, allora, l’imperatore in persona, con i suoi più illustri cavalieri, e i due imbroglioni tenevano il braccio alzato come reggendo qualcosa e dicevano: – Ecco i calzoni, ecco la giubba, ecco il mantello! – e così via di seguito. – E’ una stoffa leggera come una tela di ragno! Si potrebbe quasi credere di non aver niente indosso, ma è appunto questo il suo pregio!

  • Sì! – dissero tutti i cavalieri, ma non vedevano niente, perché non c’era niente.
  • E adesso, vuole la Sua Imperiale Maestà graziosamente concederci di spogliarsi? – dissero i due imbroglioni, – così noi Le potremo mettere questi vestiti nuovi proprio qui dinanzi alla specchiera!

L’imperatore si spogliò e i due imbroglioni fingevano di porgergli, pezzo per pezzo, gli abiti nuovi, che secondo loro, andavano terminando di cucire; lo presero per la vita come per legargli qualcosa stretto stretto, era lo strascico; e l’imperatore si girava e si rigirava davanti allo specchio.

  • Dio, come sta bene! Come donano al suo personale questi vestiti! – dicevano tutti. – Che disegno! che colori! E’ un costume prezioso!
  • Qui fuori sono arrivati quelli col baldacchino che sarà tenuto aperto sulla testa di Sua Maestà durante il corteo! disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
  • Sì, eccomi pronto! – rispose l’Imperatore. – Non è vero che sto proprio bene? – e si rigirò un’altra volta davanti allo specchio fingendo di contemplare la sua tenuta di gala.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico, finsero di raccoglierlo tastando per terra; e si mossero stringendo l’aria; non potevano mica far vedere che non vedevano niente.

E così l’imperatore aprì il corteo sotto il sontuoso baldacchino e la gente per le strade e alle finestre diceva: – Dio! sono di una bellezza incomparabile i vestiti nuovi dell’imperatore! che splendida coda dietro la giubba! Ma come gli stanno bene! – Nessuno voleva mostrare che non vedeva niente, perché se no significava che non era degno della carica che occupava, oppure che era molto stupido. Nessuno dei tanti costumi dell’imperatore aveva avuto tanta fortuna.

  • Ma se non ha niente indosso! – disse un bambino. – Signore Iddio! La voce dell’innocenza! – disse il padre, e ognuno sussurrava all’altro quello che aveva detto il bambino.
  • Non ha niente indosso! C’è un bambino che dice che non ha niente indosso!
  • Non ha proprio niente indosso! – urlò infine tutta la gente. E l’imperatore si sentì rabbrividire perché era sicuro che avevano ragione; ma pensò: “Ormai devo guidare questo corteo fino alla fine!” e si drizzò ancor più fiero e i ciambellani camminarono reggendo la coda che non c’era per niente.

Hans Christian Andersen

Curiosando qui e là

A cosa si riferiscono i gradi riportati sul vino?

Il grado alcolico che viene scritto sull’etichetta dei vini e dei liquori indica la percentuale di alcol etilico (etanolo) presente nel liquido, ovvero quanti millilitri o centimetri cubi di alcol etilico ci sono in 100 ml o centimetri cubi di vino.

Per esempio, in un vino a 11°, c’è l’11% di alcol etilico.

Secondo la legge italiana, la gradazione alcolica minima dei vini messi in commercio è di 10°, ma per i vini Doc è stabilita dai singoli disciplinari di produzione.

Animali – I felini – Altri tipi di Gatti

Il Gatto selvatico

Gatto delle Sabbie (Felis margarita)

Il territorio di diffusione dei Gatti selvatici comprende anche alcune zone desertiche, molto estese e geologicamente antiche, ove si sono sviluppate delle forme particolari, adattate a questi caratteristici ambienti. Nella vasta zona che si estende dal Sahara fino ai deserti della penisola arabica, e nel territorio compreso tra il Mar Caspio e il Pakistan orientale, ad esempio, vivono le diverse sottospecie del Gatto delle Sabbie (Felis margarita; LTT 40-57 cm, LC 25-35 cm) dotate di un capo assai largo con occhi rivolti in avanti. Le orecchie bene sviluppate, larghe e appuntite, insieme alla grande bolla timpanica, indicano che si tratta di animali dotati di un udito finissimo, e questa è una caratteristica molto importante per delle forme deserticole. Essendo strettamente imparentati con i Gatti selvatici, i Gatti delle sabbie presentano nei confronti di questi delle notevoli affinità sia nella struttura anatomica sia nella colorazione e nel disegno del mantello: come i Gatti selvatici che vivono nei territori aridi hanno infatti il pelo color sabbia e grigio-giallo chiaro, mentre con quelli di altre sottospecie hanno in comune un pallido disegno a strisce trasversali e la punta della coda nera. Tra i cuscinetti digitali e plantari vi sono dei lunghi e folti peli, che formano uno strato protettivo particolarmente utile per animali costretti a spostarsi sulla sabbia e sui sassi riscaldati dal sole. I Gatti delle sabbie che vivono nel Sahara e nella penisola arabica (Felis margarita margarita) presentano una netta striatura trasversale sul dorso, e 3 o 4 anelli scuri sulla coda, e si differenziano quindi da quelli diffusi nel Turkestan (Felis margarita thinobia), che hanno un disegno visibile soltanto nei primi giorni dopo la nascita, e che allo stato adulto possono mancare addirittura delle strisce sul muso e sulla nuca. Questi ultimi sono animali notturni che trascorrono il giorno in tane scavate tra le radici, le rocce oppure nella sabbia, e che durante la notte vanno a caccia di piccoli roditori, lucertole e insetti.

I piccoli nascono nella prima metà di aprile. Le abitudini dei Gatti delle sabbie diffusi in Arabia, nel Sahara e nel Pakistan sono ignote.

Gatto del deserto della Cina (Felis bieti).

Nell’estrema parte orientale del territorio di diffusione dei Gatti selvatici si trova un’altra specie abbastanza simile, Il Gatto del Deserto della Cina (Felis bieti; LTT 70-85 cm, LC 30-35 cm;). Esso ricorda soprattutto i Gatti selvatici del gruppo silvestris, dai quali si differenzia solo per le maggiori dimensioni e per la mancanza di una netta linea di separazione tra il colore del dorso e quello dell’addome; presenta una tinta giallo-grigia con sfumature rossicce sul dorso, biancastra o grigio-biancastra sull’addome, mentre sui fianchi vi sono delle pallide strisce trasversali e nella parte inferiore delle zampe e sulla coda degli anelli scuri. I Gatti del deserto della Cina hanno un cranio abbastanza più largo di quello dei Gatti selvatici del gruppo silvestris, con grosse capsule otiche; soprattutto nella livrea invernale posseggono dei lunghissimi peli tattili rossicci, che sporgono dal mantello. Vivono nei territori ricchi di cespugli e nei boschi radi, ma hanno ugualmente la superficie plantare rivestita di pelo, anche se meno folto rispetto a quello dei Gatti delle sabbie.

Sempre imparentato ai Gatti selvatici, come dimostrano la forma appuntita delle orecchie, la tinta nera della punta della coda, il disegno del mantello e le pupille simili a fessure, è infine il Gatto dai Piedi Neri (Felis nigripes; LTT 35-40 cm, LC 15-17 cm), il più piccolo della famiglia. E’ un tipico abitante delle zone desertiche del Sudafrica (è diffuso tra l’altro nel Karroo e nel Calahari), e a ciò sono imputabili la larghezza del suo cranio, le notevoli dimensioni della capsula otica e il rivestimento peloso delle superficie plantari. Ha il mantello di color ocra o sabbia, con un disegno maculato nerastro simile a quello dei Gatti selvatici delle steppe, ma più scuro e formato da macchie più ampie; ha inoltre la superficie plantare nera e la parte inferiore delle zampe ornata da larghi anelli neri. Per taluni abitudini esso ricorda più il Gatto leopardo che non i Gatti selvatici: ha infatti l’abitudine, ad esempio, di raspare con forza il terreno alternativamente con le due zampe anteriori, e non con una sola zampe e per breve tempo, come fanno i Gatti Domestici e i Gatti fulvi (gruppo ocreata); con ogni probabilità, allo stato libero ricorre a tale tecnica per dissotterrare prede di piccole dimensioni, e cioè roditori, lucertole e insetti, che cercano riparo dall’afa diurna o dalla rigida temperatura delle notti desertiche nascondendosi nella sabbia. Anche per quanto concerne il modo di orinare e di evacuare è più simile ai Gatti Leopardo che non ai Gatti selvatici; continua.

Il Gatto dai piedi neri (Felis nigripes).

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore,

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo còrso immortale.

Giacomo Leopardi – continua domani

Note alla poesia

Che fai tu, luna, in ciel?: inizia una serie di domande che il pastore pone alla luna con un ritmo sempre più angoscioso, con la ripetizione dell’imperativo “dimmi” nella speranza che la luna nella sua lontana immobilità possa risolvere gli interrogativi del pastore. Le domande che il pastore fa alla luna sono le stesse che si pone l’intellettuale romantico, che si pone il filosofo: perché vivo? che senso ha la vita? a che serve l’universo? Questa volta gli interrogativi vengono posti da un umile pastore con il quale il Leopardi si identifica.

indi ti posi: poi ti fermi a riposare.

di riandare… calli?: di percorrere sempre le medesime strade (calli) del cielo?

non prendi a schivo: non eviti, non provi noia.

vaga: desiderosa.

move la greggia… campo: conduce il gregge al pascolo oltre l’ovile, per la campagna.

a che vale… a voi?: che scopo ha la vita del pastore, monotona, sempre uguale a quella del giorno precedente ed a quella dei giorni che verranno, che senso ha la vostra vita per voi astri del cielo?

ove tende: a qual fine è diretto.

Affinità di coppia del segno del Leone con gli altri segni – Pesci

Leone-Pesci

Insieme sanno divertirsi

Alla Leonessa, tra i nati dell’ultimo segno, piacciono solo quelli governati da Giove (gli altri, i nettuniani, sono troppo capricciosi e sognatori). Le piacciono perché sono allegri e spendaccioni. Adatti insomma a movimentarle la vita, a farla sentire molto donna e poco regina…

I Pesci non costituiscono un’unica categoria. Caso mai, due: i nettuniani e i gioviani. Gli uni sono tutti spirito, genialità, astrazione, gli altri edonismo, genialità, concretezza. I nettuniani non interessano affatto alla leone, i gioviani sì. Perché questi sono dei tipi che vivono per divertirsi e di solito ci riescono nel migliore dei modi. Nel senso che utilizzano il proprio cervello, uno dei più duttili e creativi di tutto lo zodiaco, per dare alle proprie prestazioni professionali un originale tocco di genio e ciò assicura loro ampi margini di libertà, corredati da altrettanto ampi margini di guadagno. Insomma, i Pesci gioviani sono tutt’altro che degli stakanovisti, eppure riescono lo stesso a convogliare copiosi flussi di denaro nel conto in banca.

Così non mancano loro né il tempo né i mezzi pecuniari per divertirsi e godersi la vita.

Infatti di solito passano con agile entusiasmo dagli sport d’élite ai viaggi, agli alberghi, ai ristoranti più esclusivi. E si distinguono ovunque per la particolare nonchalance con cui trattano il denaro: invitano con piacere, pagano senza batter ciglio anche i conti più salati e distribuiscono pingue mance. Lo fanno con allegria e con un pizzico d’incoscienza, ma non danno assolutamente l’indisponente sensazione di voler “comprare” il prossimo per assicurarsene i servizi.

Dunque, il Pesce gioviano è un protagonista immune dalla sindrome del potere, che affligge di solito gli uomini di successo, e per questo può piacere molto alla Leone. Senza contare che, agli occhi di lei, lui ha un’altra qualità di prim’ordine: curioso, imprevedibile e refrattario agli schemi, è anche libero da qualsiasi tipo di tabù.

Perciò si comporta secondo l’umore del momento senza farsi intimidire da niente e da nessuno: che abbia di fronte un vip o l’ultimo dei barboni, il Pesci rimane se stesso.

Così come rimane se stesso nei suoi rapporti con la Leone: se lei gli piace, la cerca, la stuzzica, la seduce. E, soprattutto, la sconcerta.

Perché, se lei tenta di resistere all’assedio pescino opponendo una maschera d’alterigia che di solito ha il potere di raggelare il prossimo, lui non si scompone affatto.

Anzi, sembra che si diverta di fronte a questo ostacolo che stimola la sua inventiva, perché promette di rendere più saporito il gioco del corteggiamento e della conquista. Infatti lei cadrà certamente nella rete della sensualità pescina, che praticamente non lascia via di scampo. Perché si serve di parole e sguardi allusivi che mobilitano fantasie e suggestioni incontrollabili, contro cui crolla miseramente ogni velleità di resistenza razionale. E la Leone può davvero perdere la testa quando un uomo brillante e generoso risveglia in lei la sirena, dopo aver disarmato l’orgogliosa sovrana che comunque c’è in ogni donna del quinto segno.

Soprattutto, se a renderla ancor più debole, c’è una venere cancerina. Cioè sognante.

Ma una Venere più arrendevole si rivela col tempo una piacevole risorsa. Perché una Leone con Venere in Cancro è, sensualmente, una donna più ricca. Nel senso che la sua passionalità un po’ narcisista s’addolcisce e si modula sulle note di una sensibilità dolce, mutevole e romantica che trova naturali sintonie con le cangianti note della sensualità pescina.

E se il lui il Pesci può vantare, com’è plausibile in base al calcolo delle probabilità astrologiche, anche qualche focosa componente arietina, ecco che questa coppia a prima vista pressoché impossibile può costruire un rapporto duraturo e vario su tutti i piani.

Certo, non sarà mai un rapporto monotono, perché a movimentarlo ci saranno sempre gli scontri fra la mutevolezza caotica dei Pesci e la testarda fermezza leonina.

Differenze che possono provocare, certo, litigi e ardui problemi organizzativi, ma che non hanno conseguenze disastrose se poi c’è la certezza di poter in ogni momento condividere sempre più ricche intimità.

Ma è tassativo; la difficile alchimia non può riuscire senza l’aiuto delle necessarie correzioni astrali. Altrimenti tra un Pesci-tutto-Pesci e una Leone-tutta-Leone può esserci, al massimo una breve avventura senza importanza.

Locali storici e tipici napoletani

La Casa della Penna

Corso Umberto I 88

E’ possibile acquistare qui ogni tipo di penna: da quelle a sfera, da pochi centesimi, fino alle stilografiche delle marche più prestigiose per le quali occorre sborsare parecchie centinaia di euro.

Sulla parete dietro il bancone fa bella mostra di se una reclame su vetro della Pelikan che risale agli anni Quaranta, periodo in cui fu aperto questo negozio che provvede anche a riparare vecchie stilo e addirittura pennini.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

La cattedra marmorea di San Severo conservata nella chiesa.

Le “Diaconie” e le antiche cattedrali

Davvero numerose furono le chiese nella Napoli altomedioevale, ma di esse ci è giunto ben poco, talora soltanto qualche vaga notizia, in conseguenza sia delle distruzioni causate dalle guerre e dai terremoti, sia delle trasformazioni strutturali avvenute nel corso dei secoli.

Tra gli edifici sacri un gruppo di notevole importanza fu costituito dalle “diaconie”, così denominate dal diacono che ne sovrintendeva l’amministrazione. Dotate di cospicue rendite, queste strutture disponevano spesso di hospitia, ovvero di ambienti destinati all’assistenza agli indigenti, cui veniva offerto ricovero e sostentamento.

A causa della loro funzione e della loro importanza, queste chiese sorsero – come ricorda A. Venditti in “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale”, Napoli, 1967 – nella zona più popolata della città, tra la residenza ducale del Monterone e l’Episcopio.

La Diaconia di Sant’Andrea al Nilo era ubicata là dove è oggi situata la Chiesa dei Tavernari ed era dedicata ai Santi Andrea e Marco. L’edificio era stato edificato nel VI secolo e in seguito, nel IX secolo, gli fu annesso un Hospitium destinato ad offrire ricovero e vettovaglie non soltanto ai poveri della città, ma anche ai pellegrini di passaggio.

Nella seconda metà del VII secolo fu fondata la Diaconia di San Gennaro all’Olmo da parte del vescovo Agnello, che provvide a far edificare nei suoi pressi dei locali destinati all’assistenza ai bisognosi, ai quali volle, tra l’altro, che periodicamente fosse fornito del sapone per la loro igiene fisica: fatto assai raro in quel tempo. Continua domani.

La ricetta del giorno

Farfalle fredde al pesto

Ingredienti: farfalle 250 gr, patate 500 gr, petto di pollo 400 gr, 1 sedano bianco, 2 filetti di acciughe sott’olio, pesto 100 gr, aceto, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: Lessare le patate in acqua salata, sbucciarle e tagliarle a dadini.

Pulire il sedano, lavarlo e tagliarlo a bastoncini.

In una padella antiaderente con poco olio scottare i petti di pollo tagliati a fettine sottili, salarli e, una volta rosolati, tagliare anche questi a listarelle.

Lessare la pasta in abbondante acqua salata in ebollizione, scolarla al dente e condirla con il pesto mescolato a poco aceto, olio e le acciughe sminuzzate.

Unire le patate, il sedano, il pollo e mescolare con cura.

Far insaporire l’insalata in frigorifero coperta da pellicola trasparente fino al momento di consumarla. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: la luna nel segno ti dà vigore e vitalità;

Toro: ti sei svegliato con un senso di stanchezza residua, man mano avrai un miglioramento generale;

Gemelli: devi moderare l’agitazione che ti senti dentro;

Cancro: la tua mente è occupata da pensieri d’amore;

Leone: devi agire con calma e con giudizio;

Vergine: Venere nel segno ti porterà tante novità;

Bilancia: sono favoriti i movimenti e gli spostamenti;

Scorpione: non essere sempre pessimista non è vero che tutto è perso;

Sagittario: ti senti abbastanza carico per iniziare la nuova settimana;

Capricorno: continua a lavorare sul tuo progetto;

Acquario: il tuo fascino avrà la sua importanza e non è poca cosa;

Pesci: rimangono in te dei piccoli dubbi in amore.

Buon Lunedì 19 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:12 e tramonta alle 19:54

La Luna cala alle 8:52 e si eleva alle 20:55

San Magno vescovo

San Giovanni Eudes sacerdote

Giovanni deriva dall’ebraico “johanan e significa Dio ha avuto misericordia.

  • Chillo è luongo quant’ a misericordia e Ddio.

San Mariano

Mariano dall’etrusco maru che significa uomo, maschio.

  • ‘A putenza ‘e ll’ommo è ‘a vrachetta.
  • Ciuccio c’arraglia lle pròre ‘o battaglio!
  • Futte e strafutte, ca Dio perdona tutte!
  • Me stàje facènno abballà ‘e zizze dint’  ‘a vrachetta!
  • Rompere ‘e ppalle a uno.

(tediarlo, annoiarlo)

Il 19 agosto del 1419 posa della prima pietra dello Spedale degli Innocenti a Firenze, ritenuto il primo edificio rinascimentale mai costruito.

Il 19 agosto del 1432 viene assassinato Sergianni Caracciolo.

Il proverbio del giorno: la fame è il miglior cuoco che ci sia.

Miti – Saghe e Leggende

I popoli dei miti

Boscimani a caccia nel deserto del Kalahari, in Sud Africa.

Il nostro modo di vivere non è l’unico che si può incontrare nelle società umane. Sono esistiti, ed esistono anche oggi, altri modi di vita, cioè altre culture, generati da società assai diverse da quelle in cui noi viviamo, ma non per questo inferiori alla nostra.

Queste organizzazioni umane, chiamate con il termine generico di “società primitive”, sono oggetto di studio per gli etnologi e per gli antropologi, che indagano sulle tecniche, i costumi, le credenze, le arti per mezzo delle quali un popolo organizza la sua esistenza.

Uomini e donne tuareg, nomadi del Sahara algerino, davanti ad una tipica tenda.

Legati intimamente all’ambiente, spesso inospitale, che li circonda, questi popoli vivono di caccia, di pastorizia, di agricoltura, chiedono, cioè, direttamente alla natura i mezzi per sopravvivere. Alla natura, amica-nemica, sono legati tutti i gesti della loro vita quotidiana.

Danza del pitone per l’iniziazione degli adolescenti in una tribù del Transvaal.

Maschera per la cerimonia della circoncisione, presso i Barotse (Zambia, Africa)

Le continue sollecitazioni dell’ambiente determinano le credenze che questi popoli hanno sulla natura, sull’uomo; essi le traducono in religione, in miti, in cerimonie che riflettono la loro conoscenza della natura ed esprimono la loro visione del mondo.

Danza dei Pigmei delle foreste, nell’Africa Centrale.

La natura è sentita come realtà misteriosa e superiore, le forze invisibili in essa presenti sono concepite come esseri dotati di coscienza e di volontà, che possono comunicare con l’uomo e che l’uomo cerca di propiziarsi e dominare attraverso riti e cerimonie.

Totem degli Indiani Haida, dell’arcipelago Regina Carlotta, nel Pacifico.

Maschera da cerimonia degli Indiani Cherokee (Tennessee, Usa)

Danzatore Chiricahua (Oklahoma, Usa)

La comunicazione tra l’uomo e gli spiriti viene compiuta per mezzo di “mediatori”, che sono gli stregoni, i maghi, gli sciamani. Essi soli nella comunità conoscono le formule magiche che piegano le forze della natura.

Danzatori bororo (Mato Grosso, Brasile).

Danzatori indios boliviani.

Maschera d’oro peruviana (civiltà precolombiana)

La vita del gruppo scorre, così scandita da cerimonie e riti compiuti secondo regole precise, accompagnati da danze, canti, invocazioni, uso di maschere e di amuleti.

Ci sono i riti di divinazione, con i quali l’uomo si sforza di interpretare la volontà degli dèi; i riti legati alle stagioni che si rinnovano e alla fertilità della vita animale e vegetale; i riti di iniziazione che celebrano i mutamenti di funzione di un individuo all’interno del gruppo, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta.

Guerrieri Asaro, della Nuova Guinea, detti “Uomini di fango” perché con il fango si coprono il corpo e il capo.

Kuhaillimoku, il dio polinesiano della guerra.

Indigeni a Mount Hagen, nella Nuova Guinea, acconciati per eseguire una danza di guerra.

Il rito è sempre la ripetizione di un evento primordiale, è un modo per far rivivere con l’azione un avvenimento importante del tempo originario, quando il mondo era agli inizi.

Il fatto viene tramandato oralmente, di generazione in generazione, nei miti, i racconti con cui la comunità spiega a se stessa i fenomeni naturali e le istituzioni che regolano la sua esistenza.

Spettacolo di danze nell’isola di Bali (Indonesia) con la rappresentazione di drammi e leggende.

Il dio Visnù rappresentato in una danza balinese.

Curiosando qui e là

Perché la foresta Umbra si chiama così?

Il nome significa “ombrosa”, e non ha nulla a che fare con la regione Umbria.

La foresta umbra è infatti una riserva naturale situata in Puglia, sul promontorio del Gargano (Foggia).

In prevalenza costituita da faggi, con alberi centenari, è il residuo di una selva millenaria.

E’ la più estesa foresta di latifoglie italiana: 10.500 ettari.

Note alla poesia

Il coro di Ermengarda di Alessandro Manzoni da Adelchi

  1. Sparsa le trecce… lenta le palme… rorida di morte il bianco aspetto: accusativi di relazione; intendi perciò: con le trecce sparse… con le palme abbandonate… col bianco volto irrorato da un sudore mortale.
  2. la pia: Ermengarda, detta, più sotto, gentil, mesta, tenera: attraverso tali epiteti traspare l’affettuosa comprensione soffusa di tenerezza che il Manzoni riversa su questo personaggio.
  3. tremolo: lo sguardo tremolante per le fatiche fisiche e per i travagli dello spirito.
  4. cercando il ciel: più che un atteggiamento fisico, quello di Ermengarda morente che rivolge lo sguardo al cielo è un atteggiamento spirituale, l’atteggiamento, cioè, di chi intravede nella luce celeste il termine del lungo martirio e di chi si sente prossimo a penetrare il mistero dell’aldilà.
  5. Cessa il compianto: sin qui le suore hanno consolato Ermengarda, compiangendo le sue sventure; ora il compianto cede alle preghiere che si recitano per i moribondi.
  6. Il poeta ora interviene direttamente, rivolgendosi ad Ermengarda perché si liberi dei terrestri ardori che rendono ansiosa la sua mente, e rivolga ogni suo pensiero a Dio: nell’aldilà, infatti, è posta la fine (il termine) del lungo martirio che l’ha travagliata sino ad ora.
  7. sempre… chiedere: di chiedere sempre un obblio.
  8. Tal della mesta… patir: il destino irremovibile (il fato immobile) dell’afflitta (mesta) Ermengarda era questo: cercar sempre, ma invano, di dimenticare, e ascendere al regno dei Cieli santificata, purificata dai suoi stessi patimenti.
  9. Comincia la parte centrale del coro in cui è stupendamente rievocato il cumulo delle memorie che si abbatte sull’’animo della sventurata donna: sono i giorni felici trascorsi vicini all’uomo amato, pieni di velate dedizioni e di amabili terrori, spensierati e improvidi di un avvenir mal fido; e quanto più quei ricordi sono pieni di pace, di allegrezza, di gioia di vivere, tanto più oggi, con la loro presenza nella sventura, sono terribili, disperati, tragici.
  10. tenebre: notti.
  11. claustri: i chiostri del monastero.
  12. Vergini: le suore.
  13. Presso gli altari, ai quali si accostava supplice.
  14. irrevocati di: giorni che tornano alla mente non chiamati.
  15. quando ancor… fido: quando ancora amata (da Carlo), inconsapevole (improvida) del futuro mal fido che l’attendeva.
  16. L’ebbrezza della donna felice è, in un certo senso, alimentata dall’aria nuova, vivida, che respira all’arrivo in Francia, dove ha inizio, appunto, una nuova vita che la rende invidiata, per la sorte toccatale, tra le spose (nuore) franche. (Saliche perché discendenti dai salii, una delle tribù franche).
  17. aereo: alto.
  18. Altro accusativo di relazione: con i biondi capelli ingemmati.
  19. discorrere: correre qua e là.
  20. la caccia: tutti coloro che prendevano parte alla battuta di caccia.
  21. sulle sciolte redini: a briglie sciolte.
  22. il chiomato sir: Carlo, secondo l’uso dei Franchi, portava i capelli lunghi.
  23. corridor fumanti: i cavalli fumanti per il sudore.
  24. veltri ansanti: i cani affannati.
  25. Il dardo (stral) infallibile del re coglie il cinghiale appena uscito dalla macchia; la fiera si abbatte sulla polvere battuta dai cani: cessato il pericolo per l’uomo amato, Ermengarda, che ha seguito la scena da un poggio aereo, si volge alle sue donne, pallida d’amabile terror per la scena cruenta che si è appena conclusa.
  26. Un altro tenero ricordo di vita coniugale, diverso dal precedente tempestoso e pauroso: alle sorgenti termali di Aquisgrana, presso la Mosa, fiume dal corso sinuoso (errante). Carlo s’era fatto costruire un palazzo; spesso vi si recava, e, deposta l’orrida maglia guerresca, detergeva dal suo corpo il sudore, nobile perché originato dalle fatiche guerresche (del campo). Orrida l’armatura potrebbe essere anche perché ad Ermengarda incuteva spavento, come simbolo della crudeltà della guerra e dei pericoli che il suo uomo correva. Comunque, quelli erano momenti di serenità, perché poteva rimanere vicino al marito.
  27. Comincia qui la famosa doppia similitudine che si sviluppa in quattro strofe: “Come la rugiada, posandosi sul cespite del erba inaridita, fa rifluire di notte la vita fresca negli steli (calami) riarsi che si rizzano nuovamente verdi, nel calore temperato dell’alba, così il ristoro di una parola di conforto (amica) discende tra i pensieri di Ermengarda che si sono affaticati dalla crudele (empia) forza dell’amore per Carlo, e indirizza (diverte) il cuore di lei ai sereni gaudii dell’amore per Dio. Ma, come il sole, che, tornando a levarsi (reduce), percorre l’erta infocata del cielo e incendia con la sua implacabile (assidua) vampa l’aria non ventilata (immobile), abbatte nuovamente bruciandoli i gracili steli d’erba che erano appena risorti (per effetto della rugiada), così dopo il debole oblìo torna subito in Ermengarda l’amore invincibile (immortale) che si era sopito per poco, assale l’anima impaurita e richiama all’abituale dolore i ricordi dei tempi felici per poco dimenticati (le sviate immagini)”. Questa doppia similitudine rende efficacemente, seppure un po’ freddamente, il continuo dramma dell’infelice Ermengarda, sempre alla ricerca di un oblìo che le saria negato: la similitudine, sapientemente costruita con quattro distinte parti (nelle prime due strofe l’effetto delle parole di conforto simile a quello della rugiada sull’erba inaridita, nelle altre due il brusco richiamo alla realtà simile al dannoso effetto della calura sull’erba appena risorta), ha anche la funzione di una pausa nell’esortazione che il poeta rivolge direttamente all’infelice donna: subito dopo essa riprende, con le stesse parole con cui era cominciata (Sgombra, o gentil…), ma con ben diverso sviluppo; infatti, mentre sin qui il poeta ha rievocato le vicende della vita terrena di Ermengarda, ora il canto s’innalza per celebrare il motivo altissimo della provida sventura.
  28. nel suol che… impallidir: in questo suolo che ricoprirà la tua delicata spoglia mortale, sono seppellite (dormono) altre donne infelici, uccise dal dolore: spose private dei mariti dalle spade degli oppressori, vergini che si fidanzarono inutilmente perché i loro promessi furono uccisi, madri che videro impallidire i loro figli, trafitti dagli uomini della tua razza.
  29. Sono queste le due strofe essenziali di tutto il coro; esse chiariscono un fondamento del mondo morale manzoniano e ne colgono un momento assai significativo. Il concetto è questo: “La provvida sventura collocò fra gli oppressi te discendente di quella colpevole razza (rea progenie) di uomini oppressori che furono valorosi solo se numerosi (e perciò vili), che giudicarono giusto opprimere i soggetti e un diritto ucciderli (e perciò prepotenti), che a titolo di gloria menarono vanto della loro spietatezza (perciò empi); la provvida sventura, collocando te fra gli oppressi, dandoti cioè le sofferenze  che altri hanno patito per colpa della tua spietata razza, ha fatto si che ti redimessi, accomunandoti nel dolore a tutte le sventurate e cancellando così odi e risentimenti; puoi morire, perciò non esecrata, non odiata (come meriteresti perché longobarda) ma compianta e senza rimorsi, perché, infelice tra infelici, nessuno insulterà le tue ceneri che non hanno colpa alcuna (incolpate)”. Insomma, la Provvidenza si serve anche del dolore e della sventura per trarre il bene dal male, per consentire ai malvagi di redimersi, per preparare il trionfo del bene che premi coloro che si sono trincerati dietro lo scudo della fede. Questo concetto sarà ampiamente sviluppato ne I Promessi Sposi.
  30. Consolata dalla certezza della redenzione, Ermengarda ricomporrà il suo volto nella pace della morte, dopo tante sofferenze, con l’espressione di serenità che aveva quando, giovinetta improvvida d’un avvenire che l’avrebbe ingannata e delusa, esprimeva casti pensieri e sogni verginali. Allo stesso modo, dopo un giorno di tempesta, il sole torna a splendere, avviandosi al tramonto, tra le nuvole squarciate, preannunziando al più contadino un giorno più sereno.

L’angolo della Poesia

Il coro di Ermengarda – 4

altre infelici dormono,

che il duol consunse; orbate

spose dal brando, e vergini

indarno fidanzate;

madri che i nati videro

trafitti impallidir.

Te della rea progenie

degli oppressor discesa,

cui fu prodezza il numero,

cui fu ragion l’offesa,

e dritto il sangue, e gloria

il non aver pietà,

te collocò la provida

sventura in fra gli oppressi;

muori compianta e placida,

scendi a dormir con essi,

alle incolpate ceneri

nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

si ricomponga in pace;

com’era allor che improvida

d’un avvenir fallace,

lievi pensier virginei

solo pingea. Così

dalle squarciate nuvole

si svolge il sol cadente,

e, dietro il monte, imporpora

il trepido occidente,

al più colono augurio

di più sereno dì.

Alessandro Manzoni da Adelchi

L’ARTE DEI TAROCCHI – 2 SCEGLIERE IL PROPRIO MAZZO.

Chi non ha esperienza nell’uso dei Tarocchi dovrebbe scegliere un mazzo con una simbologia chiara ed essenziale, per poter memorizzare rapidamente i simboli.

E’ poi consigliabile che chi desidera apprendere e praticare l’arte della divinazione per mezzo dei Tarocchi possegga un suo mazzo personale con cui stabilire una particolare connessione energetica; conviene pertanto recarsi in un negozio specializzato e scegliere personalmente, per intuito, il mazzo adatto, sia come disegno che come dimensioni (non troppo piccolo, né troppo grande in rapporto alle mani del futuro cartomante) e come carta (deve essere piacevole da toccare).

Nella scelta dell’uno o dell’altro pacchetto si tenga conto del tipo di disegno, che deve risultare particolarmente evocativo. Chi ha conoscenza di Astrologia potrà scegliere un mazzo con simboli che si ricollegano appunto all’Astrologia, mentre chi ha conoscenza di Alchimia potrà orientarsi meglio con i Tarocchi ermetici di Wirth. In mancanza di tendenze particolari un mazzo con illustrazioni tradizionali come il Tarocco di Marsiglia potrà facilitare la memorizzazione dei simboli.

Se non c’è confidenza tra il cartomante e i Tarocchi, se la decorazione non piace e se i simboli non risultano particolarmente evocativi, sarà difficile leggere correttamente il significato delle carte che compariranno sul tavolo.

LA PREPARAZIONE.

Prima di incominciare a utilizzare i Tarocchi per la divinazione, è necessario imparare a cogliere rapidamente il senso della simbologia, cioè a “parlare “correttamente con i simboli e con i colori. E’ importante osservare la carta e leggere il significato che le è stato attribuito, quindi associare al simbolo della carta e al suo significato immagini mentali adeguate, ma personali.

Per esempio, osservando il Sole, che significa gioia, creatività e successo, possiamo immaginare l’estate, il relax sulla spiaggia oppure la vegetazione lussureggiante e ricca di frutti che maturano sotto i raggi del sole. Per chi ha familiarità con l’Astrologia, è bene associare anche i significati astrologici relativi.

Infine è necessario mescolare bene i Tarocchi, dal momento che non possiamo lavorare bene se le carte restano in ordine numerico: l’ideale è spargerli, con le figure coperte, su un tavolo, allargarle bene con le mani e poi raccoglierli nuovamente in un mazzo, ripetendo tutta l’operazione tre o quattro volte, badando bene di tenere tutte le carte nel verso giusto, senza che qualcuna risulti capovolta.

Sul modo e sul luogo ove riporre i Tarocchi, non tutti sono concordi. Secondo alcuni è sufficiente riporre i Tarocchi nella loro scatola originale e metterli in un cassetto della propria scrivania o del comodino o del proprio tavolo di lavoro, per altri invece è necessario procedere in modo rituale, dal momento che i Tarocchi risentono delle vibrazioni energetiche sottili dell’ambiente e quindi devono sintonizzarsi sulla vibrazione di chi dovrà maneggiarli. Se si desidera agire in questo modo, è bene avvolgere i Tarocchi in un pezzo di seta bianca e tenerli con sé (in tasca o sotto il cuscino) per una giornata, dopodiché, sempre avvolti, andranno riposti in una scatola di legno o di pietra che li isoli dalle vibrazioni generiche dell’ambiente, e tale scatola sarà collegata sul comodino da notte o su un tavolino ove non possa venire aperta da chicchessia. Infatti è bene che nessun altro maneggi i Tarocchi oltre chi deve usarli per la divinazione, poiché una mano estranea romperebbe la sintonia energetica tra carte e cartomante.

LA LETTURA

Chi non ha mai fatto uso dei Tarocchi è bene che, prima di cimentarsi con la vera e propria divinazione, aspetti di avere confidenza con le carte e di conoscere bene i significati simbolici: infatti al momento della lettura, è importante il colpo d’occhio; le carte devono parlare subito, senza che il cartomante neofita si soffermi in lunghe pause sull’una o sull’altra figura, cercando di ricordarne faticosamente il significato. In seguito è bene iniziare a leggere le carte per sé stessi, facendo domande riguardanti ambiti personali ben conosciuti, per imparare a capire in che modo il linguaggio dei Tarocchi faccia riferimento ai diversi avvenimenti e alle situazioni della vita.

Per quanto concerne la lettura degli Arcani Maggiori, fin qui tutto è abbastanza semplice da realizzare e da ricordare, poiché si tratta di sole 22 figure da assimilare; quando però si cerca di ricordare il significato degli Arcani Minori, le cose si complicano notevolmente. E’ necessario innanzitutto imparare i significati dei numeri da 01 a 11 e poi si devono comprendere bene i significati simbolici connessi ai quattro semi (bastoni, coppe, spade e denari). Dall’associazione della simbologia legata al numero con quella legata al seme deriva il significato intrinseco della carta.

Per esempio se ci troviamo di fronte il 4 di denari, dobbiamo ricordare innanzitutto che i denari sono collegati alle finanze, al possesso di beni materiali e agli affari, mentre il numero 4 significa stabilità, solidità; poi dobbiamo associare in modo coerente questi due significati, il che non è difficile: stabilità in campo finanziario, che esclude ogni preoccupazione del consultante per quanto riguarda i soldi, naturalmente in senso spirituale il significato può rivelare anche un atteggiamento troppo materialistico della persona, fino all’avarizia e alla grettezza.

Come in tutte le tecniche di divinazione, è molto importante chiarire bene con il consultante quale sia la vera natura dell’indagine eseguita per mezzo dei Tarocchi. E’ bene sgombrare subito il campo da eventuali sospetti di collegamento di questa pratica con la magia nera: non è il metodo che fa la magia nera, ma la persona. Se chi esegue la divinazione è sostenuto da seri intenti spirituali di essere d’aiuto alle altre persone affinché possano migliorare la propria consapevolezza interiore, allora il metodo è buono; se invece il cartomante è animato solo dal desiderio di “far soldi” a spese delle debolezze e fragilità altrui, allora il tutto è male. Infine è molto importante non spaventare mai il consultante con previsioni catastrofiche, come se eventi nefasti fossero ineluttabili. Se dalle carte si deduce che la persona sta correndo un grave rischio per la sua salute, tanto che potrebbe anche morire, non si deve dare questo responso come se si trattasse di un accadimento inevitabile, terrorizzando la persona e precipitandola in uno stato emotivo negativo (che certamente influirebbe sfavorevolmente sulla sua salute già fragile). Si deve invece consigliare alla persona un comportamento positivo da tenere per evitare il peggioramento della salute che le carte ipotizzano. Non ripeteremo mai abbastanza che il futuro non è fisso e immutabile, ma continuamente mutevole. Se il cartomante ha saputo sviluppare la facoltà di comprendere con l’aiuto dei Tarocchi quali eventi futuri hanno la maggiore probabilità di verificarsi per il consultante, ha anche il dovere di guidarlo verso quegli eventi, se sono buoni, o lontano da essi se sono negativi. Una verifica di questa mobilità del futuro si può avere quando un cartomante esperto consulta i Tarocchi tutti i giorni ponendo loro la stessa domanda: le carte che escono non sono sempre le stesse, ma variano con il variare delle potenzialità energetiche che governano l’uno o l’altro evento, con il diverso atteggiamento mentale del cartomante secondo gli eventi che si sono verificati sui piani energetici nelle 24 ore, anche se magari, sul piano fisico, sembra che non sia accaduto nulla. Non dimentichiamo che possiamo noi stessi modificare il nostro destino. Continua – 2

Locali storici e tipici napoletani

Frame Cafè

Via Giovanni Paladino 10

Il Frame Cafè, uno dei locali storici della zona, deve il suo nome alla bella cornice che inquadra l’ingresso e il balconcino del piano superiore.

Il locale è su due piani con soffitti a volta e un trompe l’oeil raffigurante un sottomarino, realizzato da uno zingaro danese.

Caldo e ospitale d’inverno, fresco e ventilato d’estate, offre caffè, tè, camomilla, punch, irish coffee.

L’ “angolo del golosone” propone stuzzicherie, piatti del giorno fatti in casa e dolci siciliani.

Ogni giovedì musica dal vivo. In questo caso, il servizio, in genere del 15%, raddoppia.

Orario 21-3.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Una veduta della zona absidale della Basilica di San Giorgio Maggiore.

La città e le mura – 2

Le opere difensive realizzate da Valentiniano III e da Narsete avevano di fatto chiuso entro limiti ben definiti la città, che nel tempo si era però estesa oltre il colle di Pizzofalcone, verso Chiaia e la costa di Posillipo: l’area era esclusa dalle mura fu così lasciata in balia dei pericoli esterni, rappresentati soprattutto dalle incursioni nemiche.

In seguito agli interventi disposti da Narsete venne tagliata fuori dalle strutture difensive  – e relegata quindi al livello di un suburbio – la zona di Pizzofalcone, che aveva rappresentato uno dei capisaldi di sviluppo dell’area occidentale.

In seguito, nel 902, di fronte alla minaccia dei Saraceni, venne distrutto intenzionalmente quanto ancora sussisteva dell’antico Castrum lucullanum, affinché non potesse costituire per eventuali nemici uno strategico avamposto.

Durante l’età ducale l’area occidentale, presso cui, sulla collina di Monterone, fu edificata la residenza fortificata del duca, continuò ad essere la più abitata della città. La zona era anche assai ricca di chiese e monasteri, diversamente da quanto avvenne a oriente e a settentrione: come già accennato, l’area di levante, specialmente nel tratto costiero, risultava infatti acquitrinosa in conseguenza del deflusso di acque provenienti dai vicini colli, mentre l’area settentrionale, a partire da Porta Capuana, era attraversata da un ampio fossato, destinato a raccogliere acqua piovana e rifiuti da incenerire. Continua domani.

La ricetta del giorno

Minestrone provenzale

Ingredienti: spolichini sgranati 100 gr, fagiolini verdi 200 gr, zucchini 300 gr, patate 300 gr, 2 bei pomodori maturi ma sodi, basilico, aglio, olio extravergine d’oliva, crostini di pane tostato, sale.

Esecuzione: cuocere gli spolichini in un paio di litri d’acqua facendoli bollire dolcemente per oltre mezz’ora.

Aggiungere fagiolini tagliuzzati, zucchini e patate a dadini e i pomodori a spicchi.

Continuare la cottura ancora per mezz’ora finché tutte le verdure siano tenere, salare, aromatizzare con abbondante basilico fresco, versare un po’ d’olio e, se piace, unire uno spicchio d’aglio a fettine.

Servire il minestrone con crostini di pane a parte. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: una bella opportunità da cogliere al volo;

Toro: scelte importanti ti aspettano, preparati bene;

Gemelli: hai bisogno di sentirti sicuro nel rapporto d’amore;

Cancro: sei pieno d’ispirazioni e voglia di fare;

Leone: inizia a preparare nuovi progetti per il futuro;

Vergine: le stelle fanno del tuo segno un vincente;

Bilancia: un incontro sarà molto importante;

Scorpione: le soluzioni che cercavi le troverai in famiglia;

Sagittario: un ritorno di fiamma ti attende;

Capricorno: stai giocando una partita, se giochi bene le tue carte vincerai;

Acquario: hai recuperato una bella energia;

Pesci: la serata potrebbe diventare molto interessante.

Buona Domenica 18 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:11 e tramonta alle 19:56

La Luna cala alle 7:43 e si eleva alle 20:33

Santa Giovanna Francesca de Chantal

Santa Elena Imperatrice

Santa Patrona di Pescara

Santa Patrona di Civitanova Marche

Santa Patrona di Palestrina

Questo nome deriva dal greco “elene” (splendore) oppure “èile” (raggio di sole).

Sant’Elena è la Protettrice dei fabbricanti di chiavi ed aghi ed è da invocare contro il fuoco e per ritrovare cose o persone smarrite.

  • Meglio ca màmmeta t’accedèsse ca ‘o sole ‘e marzo te cucèsse.
  • Chiave ‘ncinto e Martino drinto…

(nonostante che il marito sia sicuro di sé avendo ben custodita nella cintola la chiave di casa, la moglie trova egualmente il modo di farlo becco).

  • ‘Ncarisce, fièrro, ca teno ‘n’ aco ‘a vènnere.
  • Robba truvata è mèza guadagnata.

Il 18 agosto del 1424 resa incondizionata della guarnigione catalana che si era asserragliata in Castelnuovo.

Il 18 agosto del 1501 le truppe francesi entrano a Napoli e Federico di Aragona si rifugia ad Ischia.

Il proverbio del giorno: quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

La favola del giorno

I vestiti nuovi dell’imperatore

Molti anni fa viveva un imperatore, il quale amava tanto possedere abiti nuovi e belli, che spendeva tutti i suoi soldi per abbigliarsi con la massima eleganza. Non si curava dei suoi soldati, non si curava di sentir le commedie, o di fare passeggiate nel bosco, se non per sfoggiare i suoi vestiti nuovi; aveva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “E’ in Consiglio!” di lui si diceva sempre: E’ nello spogliatoio!”

Nella grande città deve egli abitava, ci si divertiva molto; ogni giorno arrivavano stranieri, e una volta vennero due impostori; si spacciarono per tessitori e dissero che sapevano tessere la stoffa più straordinaria che si poteva immaginare. Non solo i disegni e i colori erano di singolare bellezza, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili a quegli uomini che non erano all’altezza della loro carica o che erano imperdonabilmente stupidi.

“Sarebbero davvero vestiti meravigliosi! – pensò l’imperatore; – con quelli indosso, io potrei scoprire quali uomini nel mio regno non sono degni della carica che hanno; potrei distinguere gli intelligenti dagli stupidi, ah! sì! mi si deve tessere subito questa stoffa!” E diede molti soldi in mano ai due impostori perché cominciassero a lavorare.

Essi montarono due telai, fecero finta di lavorare, ma non avevano assolutamente niente sul telaio. Chiesero senza complimenti la seta più bella e l’oro più brillante, se li ficcarono nella loro borsa e lavorarono con i telai vuoti senza smettere mai, fino a tarda notte.

“Adesso mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!” pensò l’imperatore, ma in verità si sentiva un po’ agitato al pensiero che una persona stupida o non degna della carica che occupava non avrebbe potuto vederla, quella stoffa; lui naturalmente non pensava di dover temere per sé, tuttavia preferì mandare un altro, prima, a vedere come andava la faccenda.

Tutti gli abitanti della città sapevano dello straordinario potere della stoffa, e ognuno era desideroso di vedere quanto indegno o stupido fosse il proprio vicino di casa.

“Manderò dai tessitori il mio vecchio, bravo ministro! – pensò l’imperatore, – lui può vedere meglio degli altri che figura fa quella stoffa, perché è intelligente e non c’è un altro che sia come lui all’altezza del proprio compito!”

Così quel vecchio buon ministro andò nella sala dove i due tessitori lavoravano suoi telai vuoti: “Dio mio! – pensò il vecchio ministro spalancando gli occhi, – non vedo proprio niente!” ma non lo disse forte.

I due tessitori lo pregarono di avvicinarsi, per favore, e gli domandarono se i disegni e i colori non erano belli, e indicavano il telaio vuoto; il povero vecchio ministro continuò a spalancare gli occhi, ma non riuscì a veder niente perché non c’era niente. “Povero me! – pensò, – sarei stupido? non l’avrei mai creduto; ma ora, nessuno lo deve sapere! o non sono abbastanza adatto per questa carica? no, non posso andare a raccontare che non so vedere la stoffa!”

  • E allora, non dice niente? – chiese uno dei tessitori.
  • Oh! incantevoli, bellissimi! – disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali, – questi disegni e questi colori! sì, sì! dirò all’imperatore che mi piacciono in un modo straordinario!
  • Ah! ne siamo davvero contenti! – dissero i due tessitori, e presero a enumerare i colori e a spiegare la bizzarria del disegno. Il vecchio ministro stette bene a sentire per ripetere le stesse cose quando fosse tornato dall’imperatore; e così fece.

Allora i due impostori chiesero altri soldi, e ancora seta e oro; l’oro occorreva per la tessitura. Si ficcarono tutto in tasca, sul telaio non ci arrivò neanche un filo, e tuttavia essi seguitarono, come prima, a tessere sul telaio vuoto.

Dopo un po’ di tempo l’imperatore mandò un altro valente funzionario, a vedere come procedeva la tessitura e se la stoffa era finita. Gli successe proprio come al ministro; guardò, guardò; ma siccome non c’era niente all’infuori dei telai nudi, non poté vedere niente. Continua lunedì.

Curiosando qui e là

La bandiera sulla Luna sventola?

Quella piantata da Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11, nel corso della prima missione sulla Luna, era una bandiera vera.

Venne però inserita in un telaio rigido di metallo, per dare l’impressione di essere tesa al vento, nonostante sulla Luna non ci sia aria, quindi neppure turbolenze.