La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 9      

La metamorfosi del copista – 3

Il pappagallo non rispose neppure una parola, ma continuò a dondolarsi con eleganza avanti e indietro, mentre invece un bel canarino, che era stato portato l’estate precedente dai suoi caldi paesi in fiore, cominciò a gorgheggiare.

  • Strillone! – gli gridò la padrona di casa, gettando sulla gabbia un fazzoletto bianco.
  • Cip, cip, – sospirò quello, – che terribile nevicata! – e tacque.

Il copista, o meglio l’uccello dei campi, come lo chiamava la padrona, fu messo in una gabbietta vicino vicino al canarino, non lontano da Loreto. L’unico discorso umano che il pappagallo era capace di fare, e che suonava spesso molto buffo, era: “Suvvia, siamo uomini!” Tutte le altre cose che strillava erano altrettanto incomprensibili dei gorgheggi del canarino: naturalmente però il copista, essendo oramai un uccello, comprendeva benissimo i suoi compagni.

  • Volavo sotto la palma verde e il mandorlo in fiore! – cantava il canarino, – volavo con i miei fratelli e le mie sorelle sui fiori meravigliosi e sul lago trasparente come il vetro, sul cui fondo si muovevano le piante. Vidi anche molti splendidi pappagalli che raccontavano delle storie divertentissime, tante storie, e lunghe lunghe.
  • Erano uccelli selvatici, – rispose il pappagallo, – senza istruzione. Ma siamo uomini! Perché non ridi? Se la padrona di casa e tutti gli ospiti ridono, potresti ben farlo anche tu. E’ un gran difetto quello di non saper gustare il lato umoristico delle cose! Ma siamo uomini!
  • – Oh, ricordi le belle fanciulle che danzavano sotto le tende, vicino agli alberi in fiore? Ricordi i dolci frutti e il succo rinfrescante delle erbe selvatiche?
  • Sì, che ricordo, – rispose il pappagallo, – ma qui sto molto meglio! Ho da mangiare bene e son trattato come uno di casa: so di avere una bella intelligenza e non pretendo di più. Ma siamo uomini! Tu hai l’anima di un poeta, come si dice, e io ho solide cognizioni e spirito; tu avrai il famoso genio, ma ti manca il buon senso, ti lanci, senza pensare, negli acuti più alti, e allora ti gettano addosso qualcosa, per farti star zitto. Ma con me questo non osano farlo, perché son venuto a costar loro un po’ di più. E poi metto soggezione col mio becco che è così tagliente!
  • Oh, mia calda terra in fiore! – gorgheggiava intanto il canarino. – Canterò dei tuoi alberi verde scuro, delle tue tranquille insenature marine, dove la chiara superficie dell’acqua è baciata dai rami degli alberi, canterò del giubilo di tutti i miei variopinti fratelli e delle mie splendenti sorelle, là dove cresce l’albero del deserto, il cactus!
  • Ma finiscila con questi piagnistei, – brontolò il pappagallo. – Di’ qualche cosa che faccia ridere! Il riso è l’indice del più alto livello spirituale. Guarda un po’, se un cane o un cavallo sanno ridere! No, son capaci di piangere, ma il riso è stato concesso unicamente all’uomo. Oh, oh, oh, – fece poi, ripetendo la sua spiritosaggine, – ma siamo uomini!
  • Grigio uccellino danese, – cantò il canarino, – sei stato fatto prigioniero anche tu! Nei tuoi boschi certo fa freddo, ma c’è la libertà!  Vola via! Hanno dimenticato di chiudere la tua gabbia, e l’ultima finestra è aperta: vola via!

Il copista non se lo fece dire due volte, ed eccolo fuori dalla gabbia. In quel momento la porta socchiusa, che metteva nella stanza accanto, scricchiolò, e sgusciò dentro il gatto di casa, agile, con i suoi verdi occhi lucenti, e si mise a dargli la caccia. Il canarino svolazzava nella gabbia, il pappagallo sbatteva le ali gridando: – Siamo uomini! – e il copista, spaventato da morire, volò via attraverso la finestra, oltre le case e le strade. Alla fine dovette fermarsi per riposare un poco.

La casa di fronte gli sembrò familiare; c’era una finestra aperta, ed egli vi volò dentro. Era la sua camera, ed egli si posò allora sulla tavola. – Ma siamo uomini! – esclamò poi, senza pensare a quel che diceva, proprio come il pappagallo, e in quello stesso momento fu di nuovo un copista, solo che era seduto sulla tavola.

  • Dio mi assista! – esclamò. – Come ho fatto a salire sin quassù e ad addormentarmi così? Che sogni agitati ho fatto! Tutta la faccenda però non è stata che una stupidaggine! Continua domani.

Curiosando qui e là

Come si costruisce una meridiana.

La meridiana è uno strumento con il quale si può misurare lo scorrere del tempo tramite l’ombra generata dal sole e proveniente da un bastoncino, noto come gnomone, infisso in una tavola (collocata su un piano oppure appesa a una parete).

Il bastoncino deve essere orientato verso nord e inclinato in funzione della latitudine del luogo in cui ci si trova. Sulla tavola sono tracciate varie linee disposte a raggiera che servono a leggere l’ora. Il loro intervallo, in genere non costante, si calcola con formule trigonometriche o con metodi grafici.

Il tipo più semplice di meridiana e quello “equatoriale” realizzabile piantando un bastoncino sottile, lungo circa 15 centimetri, al centro di una tavoletta quadrata di 20 centimetri di lato. Si può bloccare il bastoncino, perché non scivoli, usando due tappi di sughero sopra e sotto la tavoletta. Lo gnomone, cioè il bastoncino, deve sporgere verso il basso di 9,8 centimetri a Milano, di 11 a Roma e di 12,7 a Palermo. La punta del bastoncino, inclinata, deve essere orientata con una bussola in direzione nord, in modo che lo gnomone punti verso la stella polare. Le 24 linee orarie del giorno, che partono dalla base del bastoncino e sono intervallate di 15 gradi l’una dall’altra sono ora pronte ad accogliere la “lancetta” dell’ombra del sole. Le ore 12 sono “sotto” il bastoncino.

Scienza – La Semiotica – 2

Una scienza per comunicare

Fin qui le basi, il materiale di lavoro della semiotica, quelle che de Saussure avrebbe chiamato “unità minime”. Da questo punto di partenza, i semiologi hanno elaborato i loro strumenti… e una terminologia spesso incomprensibile per i non addetti ai lavori, infarcita di “attanti”, “apparati autoriali”, “soggetti enunciatari”, “ipertesti”, “dimensione pragmatica” e così via.

Ecco un caso concreto di analisi semiotica, sia pure semplicissimo.

Il nipotino Luigi mi manda una cartolina con scritto “nonno Cosimo ti voglio bene”. Siamo di fronte a un testo, che per la semiotica non è composto solo della frase ma da tutta la cartolina. Esiste un soggetto empirico trasmittente (Luigi) e uno ricevente (nonno Cosimo): poi, nell’ordine, un soggetto enunciatore modello (l’idea che il nonno ha del suo nipotino); un soggetto dell’enunciato (la scritta affettuosa), un soggetto enunciatario (il nonno o altri che leggono la cartolina… una cartolina dovrebbe essere privata, ma si deve tenere conto della possibilità che venga letta anche da altri). Manca qualcosa? Sì, il soggetto ricevente modello, o “lettore implicito”, ossia l’idea che il nipote ha del nonno facile alla commozione, e non abbiamo ancora detto nulla sulla complessità del testo espresso da una qualunque cartolina, indipendentemente dal messaggio: vi entrano in gioco codici grafici, economici (francobollo di posta prioritaria o normale?), sociali (raffinatezza della foto, luogo scelto…). Nel messaggio trovano posto contesti: se vai all’estero come fai a non mandare una cartolina al nonno? E poi ci sono i precedenti che non tutti i possibili soggetti enunciati capirebbero… il nonno, e solo lui, può cogliere in quel “ti voglio bene” una traccia d’ironia…

A questo punto c’è da porsi una domanda: perché? Perché darsi tanta pena per analizzare una cartolina? Risposta: lo scopo della semiotica è proprio quello di studiare “tutto” il significato di un atto comunicativo, che si tratti di una cartolina, di un discorso del Presidente degli Stati Uniti, dei Promessi Sposi o di un piercing all’ombelico. A questo scopo (e non per complicare la vita a se stessi e ai loro studenti) gli studiosi di semiotica hanno a poco a poco elaborato modelli di analisi sempre più complessi, in grado di descrivere tanto la nostra cartolina quanto un quadro o un comizio politico.

Questi modelli servono dunque a studiare 3 elementi della comunicazione: i segni, intesi come qualcosa che rinvia a qualcos’altro, ed è interpretato come tale; il testo, inteso come il “luogo” dove avviene la comunicazione e l’interazione tra testo e destinatario. Continua

L’angolo della Poesia

‘O terminale

‘O funzionario ‘a chiamma “terminale”

Sta machina ca tène ‘a banca ‘e credito:

è peggio ‘e ‘na capèra, bene o male,

te dice ore e minute, a spuse e scapule,

‘a situazione toia patrimoniale.

Stu cuntatore can un conta stroppule,

è meglio d’  ‘a valanza d’  ‘o speziale:

te pesa ‘e llire, senza fa miracule …

Sulo cu me, comm’  ‘o facesse apposta,

si ‘a faccio interrogà se piglia ‘o lusso

‘e scioperà, lle manca semp’  ‘agnosta …

Ma appena ca le fanno ‘o liscebbusso,

c’  ‘a faccia amara, torna a dà ‘a risposta

e pe dispietto segna sempe russo …

A.Ferraro

Affinità di coppia del segno della Vergine con gli altri segni – Pesci

Vergine-Pesci

Una passione a rischio

La terrestre mercuriana e il mobile alunno di Nettuno sono due opposti che si attirano: possono vivere insieme una storia passionale irripetibile. Finché dura. Perché, passato il momento magico, il loro sogno può diventare un incubo. Cui mettere fine senza rimpianti.

Razionale, concreta, ordinata. Sembra che la donna della Vergine non riesca a scrollarsi di dosso quest’etichetta ineccepibile ma, francamente, un po’ polverosa. Mai che ci si occupi anche dei suoi istinti. O che si cerchi di appurare se appartengono pure a lei le esperienze dei sogni ad occhi aperti e non e delle emozioni che erompono all’improvviso, facendoti sentire scema e felice. E invece la verità è che la terrestre mercuriana sente tanto forte il fascino dell’infinito irrazionale (rappresentato dal suo opposto complementare Pesci) che, consapevole del rischio d’essere trascinata alla deriva da vaghe chimere fantastiche, cerca, nella ragione e in una spesso maniacale organizzazione del quotidiano, concreti appigli cui aggrapparsi.

Ma, qualche volta, il prudente programma va in tilt e addio. La colpa è, insieme, della curiosità mercuriana e della natura mobile del sesto segno. E se la Vergine incontra per caso un uomo dei Pesci non ha scampo. Il suo ordinato mondo va a gambe all’aria.

Ma anche lui si sente maledettamente attratto da lei, che, con la sua aria ritrosa e timida, gli appare come una fragile ninfa da iniziare alla magia amorosa. Allora comincia a sommergerla di suggestive chiacchiere che, con guizzante agilità, spaziano da improbabili memorie infantili a citazioni di versi struggenti, che, per una sorte d’identificazione psichica, talvolta gli succede di barattare come propri. Poi la guarda con occhi sognanti mentre, con sapienti modulazioni, la sua voce tesse frastornanti lodi della sempre più confusa Vergine. Che tenta di resistere anche se sente sopraggiungere il momento della resa.

Quando giunge finalmente il momento fatidico, per lui è l’ebbrezza del sogno che si realizza: per lei, il sollievo della fine d’una estenuante lotta intima.

Nasce allora una storia intensissima, ma anche tormentata. Perché mentre lui la trascina sempre più profondamente nella tempesta dei sensi e della fantasia, ogni tanto la Vergine, attanagliata da paure e sensi di colpa, tenta di far marcia indietro. Ma questo stimola ancora di più la sofferta immaginazione pescina a inventare nuovi e sempre più suggestivi metodi di conquista… Finché dura, è stupendo: non c’è mai un momento uguale all’altro quando questi due opposti s’incontrano e vivono la magica esperienza del complementare. Cioè dell’amore.

Ma, quando l’ebbrezza iniziale s’acqueta, le cose rischiano di mettersi davvero male. Perché, appena i due devono misurarsi con la realtà, le differenze antitetiche dei due caratteri riemergono in modo crudele. Ed è proprio triste quando avviene che la Vergine e il Pesci cominciano a ridimensionarsi l’un l’altro. E lei, dopo averlo idealizzato come uomo dei suoi sogni, lo degrada all’irritante rango di partner disordinato, confusionario e inattendibile. D’accordo, lui di pretesti ne dà in abbondanza: per esempio, torna a casa agli orari più impensati e, magari, in compagnia di tre o quattro amici affamati. E, naturalmente non gli è neppure balenata l’idea di avvisarla per darle modo di fronteggiare l’emergenza. Ma il Pesci non si limita a questo. Anzi, sembra che faccia apposto a combinarne almeno una al giorno. Con esasperante regolarità alla sera, quando va a dormire, semina un pedalino di qua, una scarpa di là e la camicia chissà dove. E, la mattina seguente, è capace di buttare all’aria un intero cassetto, ordinato con meticolosa precisione verginea, alla disordinata ricerca di quella camicia o di quei calzini che si intonano, più che al vestito, alla particolare sfumatura fantastica del risveglio. Ovvio che, in simili condizioni, il risveglio della Vergine sia più nervoso e tetro che mai. Ma guai se lei reagisce con legittime rimostranze. Perché il Pesci ha, di solito, un rodaggio mattutino lento e faticoso e quindi non sopporta assolutamente le cacofoniche risonanze di rimbrotti e brontolii. All’invito ad essere più ordinato reagisce accusando la Vergine di essere una pedante fatta per vivere nell’asettica atmosfera di un ospedale o in quella, polverosa, di una biblioteca. Insomma, la solerzia e la precisione che, un tempo, gli erano apparse come trepidi sintomi d’amore gli sembrano ormai intollerabili pedanterie.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 6

Quando poi una voce stridula e acuta più di un sistro vi sveglia allo spuntar dell’alba e torna a risvegliarsi dal sonno vespertino gridando: Chi vo vevere ch’è fredda! chi vo vevere! fredda, fredda!!! Uh! Comme la tengo annevata, e volete conoscere da qual sonora ferrea gola essa parte, fatevi al balcone, e vedrete questa o altra consimile vecchia tutta coperta di cenci, livida e scarna, piene le mani di orciuoli e bicchieri, abbrustolita dal sole e con un fazzoletto che le cinge la testa, va motteggiando ad infrescare le fiamme de’ giovani cuori delle graziose modiste che stanno in una stanza a pian terreno o sulla via aggruppate intorno alla maestra, come funghi ad un pioppo caduto. Disseta quel crocchio e passa, e senza perder tempo empie il grande bicchiere e lo presenta al taciturno ciabattino che lavora sulla strada: riscuote il convenuto tornese (moneta napolitana che vale mezzo grano) e grida la solita canzone alla soglia del falegname, ma in tuono più basso: Acqua zurfegna fresca comme la neve! e quegli aspramente risponde, senza scomporsi dal suo lavorio: Io me bbevo l’acqua de lo pozzillo che sape de pozzolamma.

  • Mara me! chesta è de lo cannuolo, pe l’arma de patemo. Se non è bona non me la pavate.
  • Va vattenne mmalora de Chiaia, co mmico nce pierde lo tiempo! Essa guarda intorno su i balconi se vi è devota della salutifera acqua sulfurea che la chiami, gitta come una cornacchia avida di cibo l’ultimo grido: Chi vo vevere! abbrevia l’espressioni e parte.

Quanti mestieri fa quella vecchia? Tutti, secondo le stagioni. Con una gran caldaia vende le spighe di granone in maggio; a novembre allesse (castagne lesse), pizze o casatielli; e cangiando molti mestieri guadagna sino un ducato al giorno, ma il gioco del lotto e la cantina la fanno spesso gridare: Sempe fatico e sempe scauza vaco!

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 3

Federico II, i mercanti e i forestieri – 3

Il settore tessile era veramente sviluppato e per certi aspetti anche all’avanguardia: molto apprezzati erano, per esempio, gli artigiani tintori che, insieme con quelli residenti nella città di Capua, si contendevano la palma dei migliori del regno.

Nelle terre che circondavano la città di Napoli, d’altra parte, vi era una grande abbondanza di frumento, di vino, di carne: circostanza che suscitò l’ammirazione dello stesso imperatore. Questa ingente produzione non solo permise un consumo alimentare più che decoroso per i tempi, ma mise in grado i napoletani di indirizzare una parte dei prodotti verso il commercio al di fuori della città.

Numerose erano, anche in questa epoca, le comunità di forestieri. Lungo la fascia costiera, nei pressi della Porta dei Caputo, i documenti testimoniano la presenza di alcuni individui provenienti da Bisanzio, che avevano preso in affitto dal Monastero del Salvatore alcune botteghe e locali per commerciare.

Nutrite erano anche le colonie di amalfitani, ravellesi e scalesi, anch’essi situati nelle vicinanze della linea costiera: una presenza che ebbe un riflesso anche nella toponomastica dei luoghi (ad esempio “rua Scalensium et Ravellensium”). Anche i pisani si stanziarono in gran numero a Napoli, potendo contare su un fondaco nei pressi dell’attuale rua Catalana. Infine bisogna ricordare i genovesi, ai quali fu concesso un fondaco nei pressi del mercato ittico cittadino (Pietra del Pesce) non lontano dalla via dei Cambi: in quell’occasione, Manfredi, figlio di Federico II, non solo mise a disposizione un ampio terreno per la costruzione del quartiere, ma offrì anche un contributo di 100 once d’oro. Continua domani.

La ricetta del giorno

Focaccia di funghi e fontina

Ingredienti: farina 500 gr, latte, 1 bustina di lievito in polvere, 4 uova, funghi champignon 300 gr, fontina 200 gr, pancetta 200 gr, salsa di pomodoro, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: mettere la farina in una ciotola e incorporarvi poco latte in cui sia stato sciolto il lievito.

Unire sale, le uova sbattute, la fontina a pezzetti, la pancetta tritata e i funghi saltati in padella con olio, sale, pepe, prezzemolo tritato e poi tagliuzzati.

Lavorare bene il composto aggiungendo ancora un po’ di latte se fosse troppo duro.

Sistemare l’impasto, che deve essere abbastanza morbido, in una tortiera ben unta e cuocere la focaccia in forno già caldo a 200°per circa mezz’ora.

Servire la focaccia tiepida con salsa di pomodoro a parte e accompagnata da insalata verde. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: è iniziato un periodo molto produttivo sotto tutti i punti di vista;

Toro: potrai accarezzare alcuni sogni tenuti per lungo tempo nel cassetto;

Gemelli: dovrai portare pazienza e fare affidamento sulla tua ironia;

Cancro: questo venerdì per te rappresenterà una delle giornate più vivaci dell’anno;

Leone: qualche pensiero in più nella gestione della vita familiare;

Vergine: occupa il tempo libero con la lettura di un buon libro;

Bilancia: sarai vivace, entusiasta e ricco di energie in ogni campo;

Scorpione: venerdì bello;

Sagittario: sei indeciso su alcune questioni familiari e patrimoniali;

Capricorno: il tuo atteggiamento è più fiducioso e attivo;

Acquario: giornata piena di impegni, ma i risultati saranno ottimi;

Pesci: sai farti valere senza nessuna difficoltà.

Buon Venerdì 20 Settembre 2019

Il Sole sorge alle 6:45 e tramonta alle 19:00

La Luna cala alle 12:50 e si eleva alle 21:43

San Fausta di Narni

Sant’Eustachio Placido martire

Eustachio dal composto greco eu (buono) e stàchys (spiga) e significa che da buone spighe, buoni frutti.

Questo Santo è da invocare nei casi difficili.

  • Fatica ‘e fèmmena e surco ‘e vacca, mara chella terra ca ‘nce ‘ncappa.
  • Passà ‘o ponte d’  ‘o capillo.

(fare o tentare di fare una cosa molto difficile)

  • ‘Na jurnàta can un chiove, vanno ò diavulo ‘e scarole.
  • Fa’ vedè ‘a luna dint’  ‘o puzzo.

Santa Candida

Candida dal latino candidus cioè bianco.

  • Essere ‘na mosca janca.

Il 20 settembre del 1384 Luigi d’Angiò muore a Bari.

Il proverbio del giorno: trovare pane per i propri denti.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

La metamorfosi del copista – 2

Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in un tono non troppo gentile.

  • Hem, hem – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo, colse uno dei fiori più vicini; era una semplice margheritina, e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti dei fiori, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi si suoi petali, quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia; data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre le nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti sopravvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale, pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saran solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, perché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto essere poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: – Monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello, se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, della più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden. “Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in quest’uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel “semplice uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri. Continua domani.

Curiosando qui e là

L’origine dei termini mafia e Cosa Nostra

Il primo documento in cui si allude a una “cosca mafiosa”, per descrivere le fratellanze coinvolte in attività criminali, firmato dal procuratore della gran corte criminale di Trapani, è del 1837. Il termine mafia è però diventato espressione corrente solo dopo la rappresentazione del dramma popolare I mafiusi di la Vicaria, del 1863.

Le origini di Cosa Nostra, termine entrato nell’uso giornalistico per definire la mafia americana, sono invece legate al latifondo, la proprietà terriera chiusa che domina la struttura produttiva siciliana fino ai primi del ‘900: fra la nobiltà terriera, erede di uno degli ultimi sistemi feudali d’Europa, e i contadini si forma un ceto organizzato in confraternite, che svolge funzioni di controllo e repressione.

Oggi Cosa Nostra, oltre che in Italia, è presente in Stati Uniti, Canada, Germania, Svizzera, Francia, Gran Bretagna e Russia.

Si stima a grandi linee che conti 5.000 affiliati e almeno 20.000 fiancheggiatori.

Altre organizzazioni mafiose sono la ‘ndrangheta calabrese, la camorra napoletana e la Sacra corona unita pugliese. 

Storia delle Religioni

La Religione nella Preistoria

Il culto dei defunti nella preistoria

Fra le prime manifestazioni materiali che danno testimonianza indubitabile della iniziale divaricazione dell’uomo dal mondo animale e dell’evoluzione dell’uomo verso la coscienza di sé, e quindi verso la costruzione di una “cultura” ci sono – oltre ai manufatti a carattere non utilitaristico (cioè quegli oggetti che non appaiono destinati a procurare immediatamente cibo o altri strumenti di sussistenza), come statuine raffiguranti il corpo nudo femminile, simbolo evidente di vita e fecondità, o le scene di caccia rappresentate nei graffiti delle grotte – le sepolture chiaramente approntate con significati simbolici.

Il rinvenimento di corpi di epoca preistorica, inumati con un corredo di ornamenti e oggetti della vita quotidiana, ha un enorme importanza per lo studioso, in quanto attesta il momento in cui l’uomo ha cominciato a collocare la propria esistenza nel tempo, a relazionarsi con un prima, gli antenati, e un dopo sul quale si interroga e che egli immagina come una continuazione di vita del defunto in un’altra dimensione. Comincia la costruzione della memoria, della storia personale, della tradizione e quindi della cultura.

Il corredo era costituito di solito da cibarie di varia natura, conchiglie, fiori, ornamenti personali, amuleti e piccole sculture in osso, ed è frequente la presenza di ocra rossa, forse interpretabile come simbolo del sangue. Questa esigenza di mettere a disposizione del morto degli oggetti che potessero accompagnarlo dopo la morte presuppone l’esistenza di credenze e rituali che prendono origine dalla necessità, connaturata nell’uomo, di dare un senso all’esistenza umana ed alla sua fine e lo inducono a credere in un’esistenza ultraterrena. L’usanza di deporre un corredo funerario insieme al defunto risale ad epoche lontanissime, per lo meno al Paleolitico Medio (150.000-50.000 a. C.). Si pensi ad esempio all’uomo seppellito all’incirca 60.000 orsono su un letto di fiori, ritrovato nella grotta di Shanidar in Iraq, o ai rinvenimenti della grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), risalenti a circa 100.000 anni fa, in cui i defunti sono stati inumati davanti alla grotta, con un corredo di oggetti in pietra, osso e conchiglia, a simboleggiare il ruolo e le attività da essi svolti in vita.

Anche l’usanza di disporre verso est, quindi verso l’origine della luce, spesso riscontrata nelle sepolture dal Paleolitico in poi, sembra avere valenza simbolica. Ben documentata nell’età neolitica, quando l’uomo ha cominciato a condurre vita stanziale e ad abbandonare le consuetudini del nomadismo, è anche l’usanza di deporre i corpi dei defunti in tombe collettive che diventavano poi oggetto di culto religioso, al principio all’interno delle grotte, poi in luoghi appositi: com’è documentato, ad esempio, a Malta nelle grandi tombe collettive del V-IV millennio a. C. che radunano centinaia di individui a poca distanza dai templi megalitici, con evidenti funzioni cultuali. Di grande suggestione è il rituale funerario attestato a Tell al-Sultan (Gerico 8.500-6500 a. C. circa), che prevedeva di seppellire i corpi privi di testa sotto i pavimenti delle abitazioni e di riporre in appositi nascondigli i crani rivestiti di gesso e rimodellati al fine di riprodurre le fattezze del defunto. L’uso di conservare solo la testa è stato riscontrato anche in altre località della Mezzaluna Fertile, di datazione coeva o precedente, ma questo particolare rituale presuppone una ulteriore elaborazione del culto dei morti di cui si vuole perpetuare anche l’aspetto fisico.

L’angolo della Poesia

‘O miraculo ‘e San Gennaro

‘O juorno ‘e San Gennaro, ‘o Viscuvato

se regne ‘e gente, e tanto è ‘o serra-serra,

ca nun se po’ sta manco addenucchiato,

e si cade na spilla, nun va nterra.

E’ cosa ‘e pazze, chello che succede,

chello che te cumbina chesta folla!

Iastemma dint’  ‘a chiesa! – ma cu fede –

pe’ fa’ cchiu ampressa sciogliere l’ampolla.

E mentre ncopp’altare, addenucchiato,

prega nnanz’  ‘e vaschette, ‘o Cardinale,

‘o sango, ch’era sicco e mpusumato,

se scioglie e piglia ‘a forma naturale.

Ncopp’a stu fatto, ca nun ce sta eguale,

‘a gente fa nu sacco e prufezie,

eppure fore ‘a chiesia quantu mmale!

Quanta malvagità pe’ mmiez’  ‘e vie!

Tu, San Gennà, si ovèro nce vuò bene,                  

facce campà nu poco cchiù ‘a crestiane,

‘a mano ‘e chi vo’ accidere mantiene,

nun ce fa’ maie mancà nu muorzo ‘e pane.

E si nun sciuoglie ‘o sango, nun fa niente,

basta ca sciuoglie cu na mossa sola,

‘o gelo ‘e dint’  ‘o core ‘e tanta gente,

 ca nun tene a nisciuno ch’  ‘a cunzola.

A.Arrichiello

Scienza – La Semiotica

Una scienza per comunicare

Nata nel 1913, la semiotica (scienza dei segni), studia i modi, gli strumenti, le convenzioni e anche i limiti della comunicazione.

A cosa serve questa disciplina spesso nominata e così poco spiegata? Si tratta, è vero, di una scienza giovane, a fatica le si può dare poco più di un secolo di vita, ma mentre tutti più o meno saprebbero dire qualche parola sulla psicanalisi, nata nello stesso periodo, difficilmente capita di sentire due vicini di ombrellone confidarsi il nome della scuola semiotica preferita e del semiologo di fiducia.

Eppure, senza saperlo, i primi semiologi esistevano già ben più di duemila anni fa. La parola semiotica deriva infatti da semeion, in greco segno, e la si può definire scienza dei segni: è la disciplina che studia – in ogni aspetto – i simboli utilizzati dagli uomini per comunicare tra loro, dai più evidenti (le parole, i numeri, i segni convenzionali…) ai più marginali (i cartelli stradali, gli ornamenti del corpo, i colori…)

Fino a qualche tempo fa si parlava di semiologia (logos significa anche studio), ma poi si è preferito italianizzare il termine americano semiotics, da cui semiotica.

Che la si chiami semiologia o semiotica, comunque, questa disciplina esiste da quando l’uomo ha cominciato a riflettere sulla comunicazione e su ciò che la rende possibile: l’interpretazione dei segni.

Parlavano di segni Platone e Tommaso d’Aquino, Aristotele e gli Stoici. D’altra parte la vera e propria disciplina che si occupa del “segno” nasce quando un linguista svizzero Ferdinand de Saussure, scrive il Corso di linguistica generale pubblicato nel 1913 ponendo le basi della semiotica come disciplina autonoma

Abbiamo visto quando nasce la semiotica e di che cosa si occupa. Resta la domanda fondamentale: a che cosa serve? Non bastavano la linguistica, la psicologia, l’etologia umana? Dopotutto, tutte queste discipline si occupano di comunicazione. Certo, risponderebbe un semiologo, ma lo fanno in modo parziale, senza poterne cogliere le regole e le metodologie generali. E in un periodo storico in cui la comunicazione umana si fa di anno in anno più complessa, articolata e spesso confusa, una scienza che ne chiarisca gli aspetti essenziali appare indispensabile.

Il presupposto della semiotica è che tutto sia comunicazione, quindi che tutto sia “segno”, purché ci sia qualcuno in grado di recepire questa comunicazione. Si comunica attraverso il modo in cui ci si veste (con eleganza o trascuratezza, di nero o di rosa…), quando si canta, quando ci si gratta il naso, oltre che, naturalmente, quando si parla o si scrive. Sono comunicazione i cartelli stradali, le insegne dei negozi, i cartelloni pubblicitari, così come lo sono i libri, i giornali, i graffiti sul muro, i film…

Il primo livello di classificazione dei segni è quello della volontarietà: molti segni presuppongono infatti l’intenzione di comunicare, per quanto non sempre evidente. Anche grattarsi il naso è comunicazione volontaria, perché segnala rilassamento – forse non lo si farebbe ad un ricevimento di corte – o disagio, se il gesto manifesta un tic. Esistono però anche i segni non volontari, come le nuvole che annunciano il temporale, le rondini che (lo diceva già Aristotele) indicano l’arrivo della primavera, il fumo che rimanda a un fuoco…

Tutti i segni comunicano, anche senza che ci sia la volontà di comunicare: l’importante è che ci sia qualcuno che li recepisca. Ma che cos’è un “segno”? Secondo la definizione classica, il segno è “qualcosa che sta al posto di qualcos’altro”, ossia qualcosa (il fumo, l’atto di grattarsi, le rondini) che non rimanda solo a se stesso, ma ad altro: il fumo rimanda al fuoco, il grattarsi al disagio, le rondini alla primavera. Tutti questi segni, quindi, non comunicano solo ciò che sono ma anche qualcos’altro. Continua domani.  

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 5

Se poi volete vedere la fonte donde scaturisce l’acqua sulfurea, scendete per la grande scalinata, e dall’una e l’altra parte vedrete piramidi di tarallini costruiti a maglia elevarsi dalle ceste dei venditori, e fra cento donne che vi sollecitano a bere vi troverete in un misterioso oscuro grottone, tempio salutare di migliaia di gente. Un indistinto suono di voci, di grida, di canti unito al rumore delle acque scorrenti, un andare ed un salire dalla profonda fontana, un frastuono ove spicca l’acuta parola feminile: Oh chi veve, fredda, fredda, oh chi veve! Un suolo lubrico ed infangato, il ruotar delle carrozze che passano sopra la volta del sotterraneo pari a tuono che romba, ed in mezzo a quel trambusto non si fa che empire e riempire bicchieri e orciuoli, orciuoli che poi si caricano la notte su barche per Portici, Torre del Greco, e su carri e carretti per tutto Napoli, per Caserta, per Santa Maria, per Capua, ecc. E però, quando la notte Toledo è quasi sgombro di gente e di vetture, e le botteghe de’ mercanti tutte chiuse, tu ti vedrai passare innanzi di questi carretti di orciuoli che si recano a Santa Lucia, ed altri che di là ritornano per provvedere tutti i posti e più lontani della sanatrice d’ogni male, acqua sulfurea.

Ogni carretto è circondato da tutta una famiglia, che si reca nell’emporio della sacra fontana, dove altri cento carri e barche vanno per l’istesso oggetto: chi è destinato a guardare il piccolo carro, chi a empire le mmommare (orciuoli) e chi a numerarle e caricare la vettura, che già ritorna allegra e festiva nel modo più poetico e bizzarro. Il padre di quella famigliuola che trascina il carro, il figlio maggiore lo spinge di dietro, da due lati camminano le due figlie scalze e piene di vasi, e il più piccolo con una semplice camicia che in parte copre la nudità, in parte no, con una cesta in capo piena di orciuoli chiude la marcia facendo di retroguardo. Seduta poi come in trono sopra le mmommare sta la vecchia madre, come la regina Pomarè, tenendo un nipotino sulle ginocchia come Iside che porta Oro nel seno; e tutti cantano canzoni d’amore con prolungata e noiosa cantilena. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 2

Federico II, i mercanti e i forestieri – 2

Nel contempo la città assunse un ruolo preminente dal punto di vista militare: fu dotata di funzionali approdi per le navi e di un’ottima darsena, costruita su suggerimento dell’ammiraglio Spinola, ben difesa e in grado di ospitare dalle sei alle otto navi. Lo stesso Castel dell’Ovo, all’imboccatura del porto, fu ampliato e rafforzato. In effetti all’imperatore il porto di Napoli sembrò il miglior approdo per la sua flotta e per quella dei suoi alleati, uno strumento indispensabile per il collegamento con i territori dell’entroterra e con le città dell’Italia centro-settentrionale. Non bisogna dimenticare che il rafforzamento delle opere portuali favorì lo sviluppo dei cantieri navali, nei quali furono costruite numerose imbarcazioni, tra cui, nel 1240, la nave dello stesso Federico II.

Le strutture portuali favorirono senza dubbio una vivace attività mercantile, che d’altra parte poteva contare su una tradizione ben radicata. L’afflusso di merci nei due approdi napoletani serviva a soddisfare le esigenze della popolazione urbana e a rifornire i mercati delle altre località del regno. La lunga tradizione artigiana napoletana nel campo del lino e della lavorazione della seta alimentava una consistente esportazione; venivano invece importate grandi quantità di lino grezzo, di seta filata sottile, di lana d’oltre mare, e, tra i generi alimentari, noci, mandorle, formaggi e diversi generi di frutta. Continua domani.

La ricetta del giorno

Filetti di pescatrice con peperoni

Ingredienti: filetti di pescatrice 800 gr, peperoni 1 kg, olive nere di Gaeta 100 gr, origano, prezzemolo, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: lavare ed asciugare i filetti di pesce, rosolarli in una padella con l’olio pochi minuti per ogni lato, salarli, peparli e tenerli in caldo.

Lavare i peperoni, eliminare il torsolo e i semi, tagliati a striscioline e cuocerli in un’altra padella con olio ed aglio, a tegame coperto mescolando spesso.

Eliminare l’aglio, unire le olive snocciolate, salare ed unire il pesce ai peperoni.

Insaporire tutto insieme per qualche minuto, completare con origano e prezzemolo tritato, passare su un piatto da portata e servire il pesce ben caldo. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: sei abbastanza adattabile alle varie situazioni che ti si presentano e che dovrai affrontare e risolvere;

Toro: serietà e precisione sono le tue caratteristiche principali della giornata;

Gemelli: la tua simpatia e il tuo temperamento socializzante avranno modo di mettersi in luce;

Cancro: devi seguire più da vicino le varie questioni familiari;

Leone: senti il bisogno di staccarti dalle incombenze quotidiane;

Vergine: raccoglierai i frutti della tua costante applicazione e dedizione alle cose che fai;

Bilancia: guarda il mondo con occhi fiduciosi e vedrai che le cose miglioreranno;

Scorpione: se qualcosa non va come vorresti, prendila con filosofia;

Sagittario: sei razionale e hai la forza per prendere qualsiasi decisione;

Capricorno: la Luna oggi ti offre serietà ed equilibrio;

Acquario: fai una profonda riflessione e stila un bilancio della tua vita;

Pesci: finalmente entri in una fase di benessere energetico di cui ne sentivi assoluto bisogno.

Buon Giovedì 19 Settembre 2019

Il Sole sorge alle 6:44 e tramonta alle 19:02

La Luna cala alle 11:34 e si eleva alle 20:56

San Gennaro vescovo

Santo Patrono di Napoli

Santo Patrono di Torre del Greco

Questo Santo è il Patrono Principale di Napoli e veniva invocato e pregato specie quando vi erano le eruzioni del Vesuvio.

  • S’è scuntrato ‘o sango cu’  ‘a capa!

(si dice quando due amici o parenti si incontrano dopo un lungo periodo di tempo. Ci si riferisce al miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro che una volta avveniva quando si incontravano le due processioni che partivano una dal Duomo di Napoli (con il busto argenteo del Santo) e l’altra dalla chiesa di Pozzuoli (con le ampolline contenenti il sangue solidificato).

Il 19 settembre del 1420 Luigi III e lo Sforza si ritirano ad Aversa.

Il 19 settembre del 1858 nasce il poeta, commediografo, giornalista e critico Roberto Bracco.

Il 19 settembre del 1991 ai piedi del Simulaun, tra Italia e Austria, viene scoperta Otzi, una mummia risalente all’Età del rame (tra il 3300 e 3200 a. C.)

Il proverbio del giorno: conservati una mela per quando hai sete.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe poter sbagliare anche la polizia? Se le infilò, si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noialtri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta.
  • Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è il padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta a un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qui tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza, sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla borsa. Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto l’equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prender poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Questi mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Continua domani.

Curiosando qui e là

Il Viagra serve anche alle donne?

Negli Usa, secondo il Journal of the American Medical Association, il 43% delle donne hanno problemi sessuali. Spesso si tratta di difficoltà di tipo comportamentale. In alcuni casi però le cause sono organiche.

Solo in questa circostanza farmaci o chirurgia possono venire in aiuto. Per le donne con lesioni alla spina dorsale o con sclerosi multipla, può essere utile il Viagra, che agisce sull’ossido nitrico presente nella muscolatura liscia, e favorisce la comunicazione tra cervello e organi genitali.

Il Viagra non aiuta, invece, donne che hanno eccitazione normale, ma non raggiungono l’orgasmo.

Un altro farmaco, a base di fentolammina, ha migliorato in alcuni casi l’afflusso di sangue alla clitoride e alla vagina, e la lubrificazione vaginale.

Nelle donne in post menopausa, può avere un effetto positivo il progesterone, un ormone implicato nel ciclo mestruale.

E’ stata provata anche l’associazione tra Dhea, un precursore del testosterone, e il Viagra, nelle donne vicino alla menopausa. Per ora si tratta però solo di sperimentazioni.

Affinità di coppia del segno della Vergine con gli altri segni – Acquario

Vergine-Acquario

Le trappole di un rapporto di testa

La passione può nascere anche da un fertile incontro-scontro di intelligenze. Ma il legame tra una rigorosa mercuriana e un creativo, anarchico acquariano entra in crisi quando lui turba l’ordinato stile di vita che lei predilige.

Oddio in amore può succedere di tutto. Pure che una Vergine e un Acquario si prendano una fenomenale cotta l’una per l’altro. Ma, se succede, è possibile che abbiano scambiato lucciole per lanterne, cioè che abbiano confuso per passione amorosa una semplice passione intellettuale. Infatti le meningi di questi due esercitano davvero un fascino, tanto sono analitiche, rigorose, lucide quelle di lei e geniali, creative, folgoranti quelle di lui. Allora è naturale che abbiano parecchie cose da dirsi, fino a rimanere invischiati in una fitta trama di incontri-scontri, verbali in cui è lei quella che, in apparenza, cede all’ostinata determinazione acquariana.

Ma si tratta, appunto, di un’apparenza perché lei torna all’attacco e, con sopraffino lavorio di cesello intellettual-dialettico, riesce alla fine ad ottenere l’ultima parola. Subito dopo, però, lui trova nuovi argomenti con cui provocarla, coinvolgendola in un legame intellettuale tanto stretto da sembrare qualcosa di molto più intimo.

Ma i diretti interessati non si accorgono del clamoroso granchio e, magari, si mettono in testa di poter fare sul serio anche sul piano amoroso.

Per cacciare i dubbi, proclamano che una buona complicazione razionale è la migliore garanzia di accordi duraturi. Peccato però che istinti, emozioni e sentimenti non siano energie tanto docili da sottostare al dominio della ragione. E, una volta sfuggiti, possono procurare seri guai.

Certo, a priori non è facile immaginare il potere devastante della razionalità eretta a suprema arbitra d’un rapporto amoroso. Perché c’è un bel essere ragionevoli, ma che fatica insieme giorno per giorno quando c’è una lei incapace d’andare a nanna se prima non ha tirato a lucido la cucina, mentre lui è invece uno che adora il caos di una casa piena di amici. I quali a conclusione della serata, optano unanimi per una spaghettata, invadendo come un orribile tornado la linda cucina della Vergine che, magari, sta dormendo ignara. Ma che, all’indomani, sarà aggredita da un feroce mal di testa alla vista delle spoglie lasciate sul campo dalle gozzoviglie acquariane. Se poi è costretta a uscire per andare a lavorare e, per mancanza di tempo, deve lasciare tutto come si trova, la tensione nervosa diventa insostenibile. Ma non potrà scaricarla sul reo. Che, fedele all’indipendentismo uraniano, quando fiuta aria di tempesta si concede generosissime libere uscite e getta così la Vergine in un baratro di rabbia, timori e sospetti. Comunque, quando lui torna, lei rinuncia a fargli la scenata che le verrebbe spontanea, perché teme di provocare irrefrenabili istanze di libertà definitive, che la metterebbero di fronte a una solitudine cui si sente del tutto impreparata. Ecco perché lei si convince che è meglio far finta di niente e sopportare le impennate acquariane.

Il guaio è che, quando rientra nei ranghi, lui pretende di celebrare l’evento con intimi festeggiamenti e s’aspetta che lui partecipi col debito trasporto. Ma la Vergine avrebbe bisogno di tanta calma e tanta tenerezza, per riuscire ad allentare la tensione nervosa e recuperare la propria disponibilità.

Invece no, lui è tanto disinibito e diretto da risultare offensivo per la pudica sensibilità della partner. Che, ancora una volta, rinuncia a chiarire i problemi. Annoverata anche l’intimità fra i doveri cui far fronte, partecipa con una diligente indifferenza che non lascia dubbi sulla triste metamorfosi subita dagli antichi ardori amorosi. Però non lo fa apposta. Anzi, ci soffre anche lei. Ma non può farci niente se, quando perde la fiducia e l’entusiasmo, la fantasia le si atrofizza senza rimedio, procurandole insuccessi e sterili tormenti.

Le succede anche quando c’è una ricorrenza e deve fargli un regalo. Si arrovella e poi finisce regolarmente col consegnargli un pacchettino delizioso in cui sono custodite le sorprese meno elettrizzanti che si possano immaginare. Allora lui reagisce con l’ironia e lei s’offende perché lui non ha certo la mano leggera.

Chi ha ragione? Tutti e due o nessuno dei due, fa lo stesso. Perché, nel frattempo, lui ha preso l’abitudine di allontanarsi sempre più spesso e lei lo aspetta con sempre minore convinzione, fino alla separazione.

L’angolo della Poesia

‘O Miraculo

Miracolo ‘a stu munno chi nn’ha visto?

nisciuno po’ vantà stu fatto raro.

Cchiù ‘è ciento ne facette Gesù Cristo,

mo’ c’è rimasto sulo San Gennaro.

E c’è nu Gennarino, a stu paese,

ca fa trenta miracule ogne mese!

Cu’ ddiece figlie, ‘a moglie, ‘a mamma e ‘a sora,

‘e chisti tiempe … nun è muorto ancora!

G. Aliperti

Giardinaggio – L’orto semine, tecniche e cure colturali

Cicoria e Radicchio (Cichorium intybus) – 2

Concimazioni e cure colturali: seguito

Per la cicoria di Bruxelles si può procedere in questo modo: dopo la raccolta si recidono le foglie a 2-3 cm sopra il colletto, quindi si pongono le piante al buio in luogo riscaldato dentro cassoni profondi 30-40 cm ammassandole verticalmente con i fittoni rivolti in basso. Si ricopre la cicoria con uno strato di terra di 20-25 cm che si terrà inumidito leggermente e si attenderà il tempo necessario affinché, sfruttando le sostanze di riserva accumulate nella radice, le piante avranno emesse le nuove foglie bianche, tenere e croccanti.

Nel caso dei radicchi, invece, dopo la raccolta si procede a ripulirli da foglie marce o coriacee quindi si raggruppano in mazzi di 30-40 individui e si pongono verticalmente in un luogo riparato dalla luce ricoprendoli con paglia, terra o film plastico nero e mantenendo il substrato inumidito in prossimità dell’apparato radicale delle piante senza, comunque bagnare le foglie per non provocare marcescenze.

Per imbianchire il radicchio si può intervenire con tunnel riparati di film plastico scuro, cassoni, cumuli di terreno da eseguirsi nell’orto o, più semplicemente, riparando le singole piantine con paglia, foglie o altro.

Raccolta:

muta secondo la varietà. La Cicoria rossa di Verona e di Treviso si raccolgono da novembre a tutto inverno, il variegato di Castelfranco, da novembre fino a febbraio, quello di Chioggia da ottobre a marzo. Le Cicorie da cespo sono raccolte per quasi tutto il ciclo dell’anno, mentre le Cicorie a grosse radici si estirpano da fine autunno fino a primavera.

Le Cicorie da taglio prevedono numerosi tagli d’asportazione, i quali vengono attuati tagliando la parte aerea della pianta poco sopra il colletto allorché le foglie sono tenere.

Infine le Cicorie da foglie e steli si possono raccogliere in primavera, in estate, oppure in autunno-inverno e sono in grado di fornire più produzioni nel corso dell’anno.

Avversità:

oltre che da lumache, talpe e topi, cicoria e radicchio vengono attaccati da parassiti animali e crittogame.

Tra i primi ricordiamo le larve di maggiolino, il grillotalpa, gli afidi, la nottua, i nematodi. Tra le seconde particolarmente pericolose sono la peronospora, la quale attacca dapprima le foglie cotiledonari che ingialliscono e poi disseccano, mentre in vicinanza della raccolta si manifesta sulle foglie esterne più prossime al terreno. L’infezione si evidenzia sulla pagina superiore della foglia con macchie giallognole o decolorate alle quali corrispondono nella pagina inferiore formazioni di muffa feltrosa biancastra.

La lotta preventiva conta su opportune rotazioni, l’eliminazione delle piante e parti infette, l’uso di varietà resistenti, impedimento dei ristagni. La lotta diretta si basa sull’impiego di ossicloruro di rame o di una soluzione idroalcolica di propoli addizionata a Sulfar.

Il mal bianco delle Composite si riconosce con una certa facilità in quanto i suoi attacchi provocano sulla pagina superiore della foglia macchie biancastre polverulenti. Successivamente le parti colpite ingialliscono e disseccano. Gli interventi preventivi contemplano l’impiego di varietà resistenti, seminagioni non troppo fitte, aerazioni e utilizzazione di letame o composto perfettamente maturo. La lotta diretta prevede l’impiego di decotto di equiseto più silicato di sodio (0,5-1%) o, nei casi più gravi interventi con fungicidi a base di zolfo.

La sclerotinia della lattuga conosciuta comunemente anche col nome di marciume del colletto può attaccare la lattuga nei diversi momenti del suo ciclo, ma si manifesta particolarmente evidente in prossimità della raccolta con appassimento e morte delle foglie esterne. Le radici infette e il colletto appaiono ricoperti da una muffa biancastra cosparsa da piccoli sclerozi nerastri. Preventivamente si può intervenire con opportuni avvicendamenti, evitando che le foglie esterne vengano a contatto con il terreno, arieggiando tunnel e serre, impiegando varietà resistenti, distribuendo nelle buchette di trapianto o lungo i solchi polvere di litotamnio. La lotta diretta, oltre all’eliminazione delle parti e delle piante infette, può essere praticata con ossicloruro di rame allo.

La muffa grigia della lattuga può colpire le piantine già in semenzaio con strozzature sul fusto ricoperte da una muffa grigiastra. In seguito vengono attaccati colletto e foglie: sul primo si manifestano delle caratteristiche fruttificazioni grigiastre (conidi) e talora piccoli corpiccioli nerastri appiccicati ai tessuti (sclerozi); sulle foglie si propaga un marciume molle sul si insedierà una muffa grigiastra. La lotta preventiva s’appoggia su semine non troppo fitte e sull’astensione da irrigazioni troppo abbondanti e frequenti. Si deve pure evitare i trapianti in terreni particolarmente umidi e freddi, gli squilibri idrici, gli sbalzi termici e la presenza in serre e tunnel di un’umidità troppo elevata. La lotta diretta ricorre a interventi a base di ossicloruro di rame e calcio.

Il decotto di equiseto svolge una notevole azione rinforzante sui tessuti di molti vegetali. Esso va spruzzato sulla vegetazione alla sera o nelle prime ore del mattino.

Per la preparazione si utilizza tutta la pianta, senza le radici, nella quantità di 1 kg se fresca, 150 gr se secca, ogni 10 litri d’acqua. Si fa fermentare al sole per 24 ore, quindi si diluisce ulteriormente con dell’altra acqua aggiungendone dai 10 ai 50 litri ogni 10 litri di infuso.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 4

Avanza un’ora del giorno, ed è questo il tempo di scendere a Santa Lucia per respirare l’aria della marina. Percorre la via del Gigante lunga tratta di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni condizione; chè all’acqua sulfurea va il nobile e il plebeo come ad una sacra festa. Marinari, carrozze che si fanno strada in mezzo la calca, acqua, bicchieri, tarallini, urli, canti, gridi: ecco Santa Lucia in giorno festivo.

La prima volta che scendete a bere in quell’amenissima riviera tutte quelle venditrici, giovani e vecchie, co’ loro bicchieri colmi d’acqua zampillante come sciampagna, vi si fanno d’intorno supplicandovi; e voi potete scegliere come un Bascià quella che più vi aggrada, ma nei giorni seguenti non vi è più dato di cambiarla senza traccia di scortese: la vostra bella Luciana vi ha già incaparrato come un suo avventore, ed è rispettata dalle compagne osservatrici della patria costumanza, che infranta cagionerebbe sanguinose risse. Chiudono i Luciani questo loro lucroso mercato con una festa speciosa l’ultima domenica di agosto in onore di Nettuno, oggi sacra alla Madonna della Catena, nel qual dì si tuffano in mare, e nel secolo scorso vi gettavano a forza chiunque a quell’ora si trovasse passando per la riviera. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 1

Federico II, i mercanti e i forestieri

Guglielmo II, re di Sicilia, morto senza successori, aveva dato in sposa la sorella, Costanza d’Altavilla, a Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. A causa di questa scelta l’Italia meridionale visse, per circa un ventennio, in una condizione di grande instabilità politica, in quanto buona parte della nobiltà feudale e varie città si opposero alla nomina di Enrico VI.

Napoli divenne in questo periodo un baluardo antisvevo, e per tale motivo nel 1191 subì per tre mesi un assedio, peraltro senza esito, da parte delle truppe imperiali. Solo tre anni dopo, nel 1194, i napoletani decisero di offrire la loro obbedienza all’imperatore, il quale volle comunque punirli per l’orgogliosa resistenza di qualche anno prima ordinando che venissero distrutti alcuni versanti delle mura cittadine.

Dopo la morte del figlio del Barbarossa, la città fino all’avvento di Federico II, visse un periodo di relativa floridezza e autonomia: essa poteva fra l’altro contare su un proprio esercito, diretto da Goffredo di Montefuscolo, parente del conestabile Cottone, che seppe dimostrare la propria efficienza in più di un’occasione.

La situazione cambiò radicalmente a partire dal 1220, quando Federico II, incoronato imperatore, ebbe la possibilità di stabilizzare anche il proprio dominio in Italia meridionale. Il ristabilimento dell’autorità centrale, senza alcuna concessione di sorta alle varie realtà locali, costituì il fine principale della politica sveva: Napoli vide progressivamente abolite le proprie prerogative e le antiche consuetudini, e anche il privilegio concesso da Tancredi nel 1190 fu completamente ignorato dall’imperatore. Continua domani.

La ricetta del giorno

Wurstel, prosciutto e crauti

Ingredienti: 12 wurstel, crauti in scatola 1 kg, prosciutto di Praga in un sol pezzo 400 gr, 2 cipolle, 2 carote, vino bianco, brodo (anche di dado), chiodi di garofano, bacche di ginepro, alloro, burro 50 gr.

Esecuzione: sciacquare i crauti, metterli in una casseruola con il prosciutto di Praga, le cipolle intere picchettate ognuna con un chiodo di garofano, le carote a rondelle, 2 foglie di alloro e qualche bacca di ginepro.

Aggiungere il burro, un bicchiere di vino e uno di brodo e cuocere dolcemente su fuoco basso facendo sobbollire per circa mezz’ora.

A questo punto unire i wurstel e cuocere ancora 10 minuti, aggiungendo altro brodo se occorre.

Eliminare le cipolle, fare un letto di crauti in un piatto di portata e sistemarvi sopra i wurstel e il prosciutto affettato. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: la tua mente lucida ti consente di valutare i pro e i contro di ogni situazione che ti capita a tiro;

Toro: potrebbe capitarti un’occasione di investimento fortunato che devi prendere al volo;

Gemelli: il tuo senso della concretezza ti è utile per sistemare tutte le cose rimaste sospese;

Cancro: aumentano gli impegni familiari e lavorativi;

Leone: con la tua calma razionale supererai ogni intoppo che ti si presenta;

Vergine: le combinazioni astrologiche stimolano il tuo lato più duro e battagliero;

Bilancia: sei sicuro di te stesso e riesci a trasmettere fiducia anche a chi ti sta attorno;

Scorpione: cerca di alimentare la tua carica energetica per non esporti al rischio di atteggiamenti lunatici cui spesso vai soggetto;

Sagittario: stai andando spedito verso una strada di coerenza in ogni campo della tua vita;

Capricorno: i pianeti potenti e virili nel tuo segno ti sostengono dandoti la possibilità di affermarti;

Acquario: una bella combinazione di intelligenza, di fortuna e di energia accompagna ogni tua azione;

Pesci: oggi potresti essere impaziente e poco combattivo.

Buon Mercoledì 18 Settembre 2019

Il Sole sorge alle 6:43 e tramonta alle 19:05

La Luna cala alle 10:17 e si eleva alle 20:18

Santa Sofia martire

Santo Patrono di Osimo

Sofia dal greco sophia cioè sapienza, saggezza.

  • Chillo tene ‘o ssale ‘int’  ‘a cucòzza!

Santa Irene martire

San Lamberto

Sant’Eustorgio

Eustorgio dal composto greco eu (bene) e stergo (amare) e significa, quindi, amante, che ama bene.

  • L’ammore d’  ‘o lietto fa scurdà chello d’  ‘o piètto.

(l’amore carnale fa spesso dimenticare altri sentimenti ben più elevati)

San Giuseppe da Copertino sacerdote

E’ il Santo Protettore degli studenti.

  • Studèja, studèja e po’ … murèja!

Il 18 settembre del 1679 una violenta tempesta di mare danneggia seriamente il Castel dell’Ovo.

Il 18 settembre del 1746 con apposito bando gli Ebrei vengono espulsi dal Regno.

Il 18 settembre del 1860 si inaugura la nuova via Duomo.

Il 18 settembre del 1975 Maurizio Valenzi viene nominato Sindaco e ricoprirà questa carica sino al 1983.

Il proverbio del giorno: salvare capra e cavoli.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 6

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario. – 2

La poesia fu recitata molto bene e il dicitore ebbe un gran successo. Tra gli spettatori c’era anche il dottorino dell’ospedale, che sembrava aver dimenticato la sua avventura della notte precedente; ai piedi aveva le soprascarpe, perché nessuno era venuto a ritirarle, e dato che c’era molto fango per la strada, potevano fargli comodo.

La poesia gli piacque molto.

Fu poi colpito non poco dall’idea, e desiderò di possedere un paio di occhiali come quelli: a saperli usare bene, avrebbe potuto vedere sino in fondo al cuore degli uomini, e questo era certo più interessante, pensava, che vedere cosa sarebbe avvenuto l’anno seguente: questo si sarebbe venuti a saperlo lo stesso, a suo tempo, mentre il cuore umano non lo si conosce mai.

“Figurarsi tutti i signori e le signore della prima fila! Se potessi scrutare il loro cuore, vedrei come un luogo aperto, una specie di bottega. E in quella bottega, girerei lo sguardo da tutte le parti. Nel cuore di quella signora troverei certo un gran negozio di mode! La bottega di quello là è certo vuota, e una bella pulizia non guasterebbe davvero. Potrei anche trovare delle botteghe rispettabili? Oh, sì, – sospirò, – ne conosco una rispettabile sotto ogni aspetto, ma dentro c’è già un garzone, e questa è l’unica cosa che non va in tutta la bottega. Davanti a più d’una si sentirebbe gridare: “vengano avanti, per favore!” Oh, volesse il cielo che io potessi entrarci, traversare i cuori come un breve pensiero!”

Ce n’era abbastanza per le soprascarpe: il dottorino divenne sempre più piccolo e iniziò un viaggio del tutto insolito attraverso i cuori degli spettatori della prima fila. Il primo cuore che attraversò fu quello di una signora, ma egli pensò subito di trovarsi alla clinica ortopedica, come si chiama la casa dove i dottori raddrizzano la gente e la rimettono a posto. Era certo nella stanza più brutta, dove sono appesi alle pareti i calchi di gesso delle membra anormali, con la sola differenza che nella clinica i calchi sono presi quando i pazienti entrano, mentre in quel cuore erano stati presi, per esser conservati tali e quali, all’uscita delle persone; erano i calchi delle amiche, con tutti i loro difetti fisici e morali.

Passò poi subito in un altro cuore femminile, e questo gli sembrò una grande chiesa consacrata, con le bianche colombe dell’innocenza che volavano intorno all’altar maggiore. Si sarebbe inginocchiato volentieri, ma doveva proseguire il suo viaggio, ed entrò perciò nel cuore successivo, mentre ancora udiva il suono dell’organo e si sentiva lui stesso una persona nuova e migliore, degno di penetrare nel santuario vicino. Questo era un povero abbaino dove si trovava una madre ammalata, ma dalla finestra aperta entrava il dono divino del sole, e delle splendide rose rosse oscillavano al vento nella cassetta di legno sul tetto, mentre due uccellini cantavano di gioia sentendo la madre invocare la benedizione sulla sua figliola.

Camminò carponi attraverso una macelleria piena zeppa; non c’era che carne, niente altro che carne: era il cuore di un ricco e distinto signore, di cui si può senza dubbio trovare il nome nel “Chi è?”

Entrò poi nel cuore della moglie: era una vecchia piccionaia in rovina, con il ritratto del marito che serviva da banderuola segnavento, ed era legato alle porte di modo che esse si aprivano e si chiudevano ogni volta che lui si girava.

Poi giunse in un gabinetto di specchi, simile a quello che c’è al castello di Rosenborg, ma con gli specchi che ingrandivano in modo inverosimile. In mezzo al gabinetto era accovacciato per terra, simile a un Dalai-Lama, lo scialbo io del proprietario, assorto nella contemplazione della propria grandezza. Subito dopo, pensò di essere capitato in uno stretto agoraio, pieno di aghi appuntiti: “E’ certo il cuore di una vecchia zitella”, pensò involontariamente, ma non era così: si trattava di un giovane militare pluridecorato, di quelli che si dicono uomini di cuore e di spirito.

Stordito, il dottorino uscì dall’ultimo cuore della fila con la testa che gli girava, incapace di riordinare le idee, dando la colpa di tutto alla fantasia troppo vivace, che gli aveva preso la mano.

“Mio Dio, – sospirò, – devo certo aver tendenza alla pazzia! Qui dentro fa anche un caldo insopportabile e il sangue mi sale alla testa”. In quel momento si ricordò di quello che gli era successo la sera prima, quando il capo gli era rimasto stretto tra le sbarre della cancellata dell’ospedale. “Ecco la ragione di tutto questo! – pensò, – è meglio trovar subito un rimedio. Un bagno russo mi farebbe sicuramente bene. Se potessi già esser là dentro, sdraiato sulla panca più alta!”

Ed eccolo sdraiato nel bagno russo, in mezzo al vapore, sulla panca più alta, ma con tutti i vestiti addosso; e in più gli stivali e le soprascarpe, con le gocce d’acqua bollente che gli cadevano dal soffitto sul viso.

Con un grido balzò giù dalla panca per fare una doccia; nel vedersi lì dentro un uomo vestito di tutto punto, anche il bagnino gettò uno strillo.

Ma il dottorino ebbe tanta presenza di spirito da sussurrargli: – Si tratta di una scommessa! – Appena fu arrivato in camera sua, però, la prima cosa che fece fu di applicarsi sulla schiena due grandi fogli di carta senapata, uno più su e uno più giù, per vedere di far uscire la pazzia dal corpo.

La mattina dopo aveva la schiena tutta insanguinata: ecco che cosa aveva ottenuto con le soprascarpe della felicità. Continua domani.

Curiosando qui e là

Cosa sono le sentinelle remote (e cosa controllano)?

Una sentinella remota è una speciale telecamera che si collega alla rete telefonica. Può essere installata in casa o in qualunque posto che si voglia controllare a distanza.

Alla sentinella remota ci si collega poi tramite un computer o un palmare. La sentinella invia una sequenza di immagini che vengono visualizzate sul monitor e che consentono all’utente di tenere sotto controllo un posto in qualsiasi momento.

Una variante di questo sistema prevede di aggiungere dei sensori che rivelano la presenza di persone nella zona da controllare; in tale eventualità la sentinella provvede ad inviare un segnale d’allarme (tramite SMS o tramite chiamata) sul cellulare del proprietario e provvede a memorizzare le immagini consentendo una ricostruzione dell’accaduto.

Giardinaggio – L’orto semine, tecniche e cure colturali.

Cicoria e Radicchio (Cichorium intybus)

Varietà:

le cultivar di cicoria sono assai numerose e possono distinguersi in base al colore della foglia, alla modalità di raccolta (da taglio o da cespo) e l’epoca di raccolta. Tra le varietà più celebri la Cicoria di Bruxelles (Witloof) a cespo verde, ma posta in commercio dopo imbianchimento; la Grumolo bionda e verde scuro; la Catalogna brindisina e quella a foglie larghe del Veneto; il Pan di zucchero a cespo di color verde chiaro e tutte le varietà rosse a cespo: Cicoria rossa di Treviso, Cicoria variegata di Castelfranco, Cicoria rossa di Verona a palla, Palla rossa Zorzi precoce e semiprecoce, la Spadona a cespo verde e, infine, la Cicoria di Soncino da radici della quale si utilizzano le radici.

Clima e terreno:

tutte le cicorie in genere rivelano una buona adattabilità a diversi tipi di clima e terreno. Hanno resistenza sia alla siccità che alle gelate, ma mal sopportano i ristagni d’acqua.

Avvicendamento:

non dimostrano particolari problemi con la maggior parte degli ortaggi, per cui possono seguire o procedere numerose specie orticole in quanto sono da ritenersi normalmente alla stregua di colture intercalari.

Consociazione:

con numerosi ortaggi, in particolare con carote, pomodoro, finocchi, lattuga, fava, pisello, fagioli rampicanti.

Semina:

l’epoca di semina muta a seconda delle varietà e delle tecniche colturali che intendiamo adottare. Per le cicorie da taglio la semina avviene direttamente nell’orto a spaglio lungo tutto l’arco dell’anno eccettuati i mesi più freddi. Per le cicorie da cespo la semina si può effettuare a dimora o, per talune varietà, in semenzaio per trapiantare allorché hanno emesso la ottava foglia. Le distanze medie di impianto sono di circa 20-30 cm sulle file e di 30-40 cm tra le file.

Le cicorie a radice voluminosa, come ad esempio le cicorie di Magdeburgo e di Bruxelles, vengono seminate direttamente nel campo. La profondità di semina s’aggira attorno ai 0,5-1 cm. Nel caso di utilizzo del semenzaio 1-2 gr di seme sono sufficienti per 1 mq.

L’epoca di semina è alquanto variabile e si consiglia di attenersi ai dati forniti di volta in volta dal venditore o riportati sul contenitore. Indicativamente i radicchi rossi si seminano all’inizio dell’estate, fatta eccezione per quello di Chioggia che si semina dall’inizio della primavera fino a luglio; la cicoria di Bruxelles da fine inverno ad agosto; quella di Magdeburgo da marzo a maggio come la catalogna.

Concimazioni e cure colturali:

letame o composto devono essere distribuiti perfettamente maturi, in quanto la cicoria può soffrire  per fertilizzanti non ben decomposti. La quantità di distribuzione s’aggira attorno ai 2-3 q/100 mq interrata a una profondità di 30-40 cm con una vangatura.

Le cure colturali prevedono interventi irrigui da praticarsi con una certa regolarità e ripetuti nelle stagioni calde e siccitose, alla semina e dopo il trapianto; scerbature e zappettature per arieggiare il terreno e tenerlo mondo dalle infestanti; diradamento, da farsi allorché le piantine hanno emesso l’ottava foglia, mentre i soggetti non attecchiti andranno sostituiti dopo il trapianto. L’imbianchimento è una tecnica colturale che si applica su certe varietà come la cicoria di Bruxelles e i radicchi rossi di Verona e Treviso e il variegato di Castelfranco. Continua domani.

L’angolo della Poesia

‘A maruzza e ‘a nnamurata mia

Maruzza ca vaje chianu chianu chiano

e ca pe fa nu palmo miette n’ora,

nisciuno vene pe’ te dà na mano

a strascenà sta casa? che bonora!

“Chi va chiano, va sano e va luntano”,

è overo, ma tu tiene ll’uocchie ‘a fora …

e muove ‘e ccorna, t’affatiche e lasse

na striscia ‘argiento fino pe do passe …

‘A nnamurata mia – viata a essa! –

fa ciento miglia senza se stancà.

Dice che va p’  ‘a spesa, va p’  ‘a messa.

Ma è nu mistero! può capì addò va? …

Maruzza mia, chella va tanto ‘e pressa

ca ‘e nnuvole ce vonno p’arrivà.

Ma è bella assai! E i’ tremmo, saie pecché?

tu ‘e ccorna ‘e ttiene, chella ‘e po’ ffa a me …

G. Panza

Animali – I Canidi – 6

Il Lupo

Gli accoppiamenti sono di solito limitati ai Lupi di un certo rango, che spesso ostacolano addirittura i tentativi compiuti dai compagni gerarchicamente inferiori. Tale abitudine, insieme a un indice abbastanza elevato di mortalità durante il primo anno, realizza una sorta di controllo delle nascite, e quindi un’autoregolazione della densità di popolazione, comune del resto ad altri Carnivori di grandi dimensioni. Gli accoppiamenti hanno luogo in febbraio-marzo per le forme eurasiatiche, ai primi di aprile per quelle diffuse nelle estreme regioni settentrionali del Nordamerica. Dopo una gestazione di circa 9 settimane la femmina dà alla luce da 3 a 10 piccoli (più comunemente da 5 a 7), ciechi e inetti come quelli dei Cani domestici. Qualche tempo prima del parto la futura madre predispone un ricovero adatto ad accogliere la prole, scavando di solito un rifugio nel sottosuolo, o più semplicemente installandosi in un tronco cavo, in una tana di Volpi oppure in una tana abbandonata di Castori. I piccoli vengono allattati per circa 8 settimane, quindi la femmina viene aiutata ad allevarli sia dal maschio, che sovente vive per vari anni con la stessa compagna, sia da altri Lupi del branco che non hanno ancora formato una coppia, soprattutto dalle femmine più giovani; queste si prendono cura dei cuccioli allorché la madre ricomincia ad allontanarsi per andare a caccia. Dopo essere stati svezzati i piccoli vengono infatti nutriti con il cibo procurato dai genitori, che talvolta lo portano direttamente tenendolo in bocca, oppure lo inghiottono per poi rigurgitarlo nella tana.

I cuccioli crescono con tale rapidità da raggiungere durante l’inverno delle dimensioni prossime a quelle dei genitori (da una certa distanza è pressoché impossibile distinguerli dagli adulti); poiché tuttavia non sono ancora in grado di contrastare validamente le pericolose reazioni delle prede, si limitano dapprima a partecipare alla caccia come apprendisti, senza intervenire attivamente. Trascorrono invece molte ore dedicandosi ai giochi più diversi, trascinando talora anche gli adulti. I Lupi raggiungono la maturità sessuale verso i 3 anni e allo stato libero non vivono probabilmente più di 10 anni; a questa età infatti l’animale ha i denti talmente logori, ed è tanto indebolito dai parassiti da trovare notevole difficoltà nella ricerca del cibo. A volte gli individui molto anziani vengono scacciati dal branco e costretti a vivere isolati, per cui finiscono ben presto per morire.

I lupi e l’uomo

Fin dai tempi più antichi il Lupo è stato temuto e odiato dagli uomini: i cacciatori vedevano in questo Carnivoro un temibile concorrente, i pastori lo consideravano un predatore di animali domestici e addirittura pericoloso nemico. Non è dunque difficile immaginare quanto abbia influenzato la mitologia e la superstizione di molti popoli dell’emisfero settentrionale, non solo nell’antichità (basti pensare alla leggenda di Romolo e Remo allattati da una Lupa), ma addirittura ai nostri giorni. In India, ad esempio, si narrano tuttora storie di bambini che, abbandonati dai genitori, sono stati accolti e allevati da un branco di Lupi (di qui il personaggio di Mowgli, ideato da Rudyard Kipling). Ai tempi in cui in Europa vigeva il regime feudale, questi Carnivori erano divenuti per i contadini oppressi l’incarnazione stessa del terrore: l’irruzione di un branco in un pascolo di Bovini poteva risolversi in una catastrofe economica per i proprietari degli animali uccisi, per i quali un simile evento significava la perdita delle decime o quanto meno l’impossibilità di accumulare le provviste di carne (conservata sotto sale) necessarie per l’inverno. Dopo la guerra dei Trent’anni, quando i Lupi si accrebbero in misura tale da annientare talune colonie agricole di recente formazione, i feudatari decisero di condurre una lotta spietata contro questi Carnivori, ricorrendo perlopiù all’arruolamento in massa di battitori che avevano il compito di spingere i Lupi verso una località prefissata; qui gli animali rimanevano imprigionati in reti e facilmente abbattuti. In confronto ai risultati ottenuti, tuttavia il costo di una simile tecnica di caccia fu veramente enorme, e si risolse, in pratica, in un pesante aggravio per i contadini, costretti loro malgrado a fungere da battitori. Nella prima metà del XVIII secolo il graduale miglioramento tecnico delle armi da fuoco e l’introduzione della stricnina quale mezzo di lotta contro i Lupi provocarono una progressiva riduzione numerica nelle popolazioni di questa specie, che all’inizio delle guerre napoleoniche appariva ormai quasi completamente sterminata in gran parte dell’Europa centrale. Dopo l’infelice campagna di Russia branchi di Lupi seguirono le armate napoleoniche in ritirata, spingendosi dalle regioni orientali fino all’Europa centrale, ove vennero però in gran parte distrutti. La penetrazione verso le regioni centrali di gruppi di questi Carnivori continuò tuttavia, sia pure sporadicamente, fino al 1870; verso il 1900 vennero uccisi gli ultimi esemplari sopravvissuti in Alsazia, Lorena e Saar, mentre nelle Ardenne e nelle altre zone della Francia Orientale la specie scomparve attorno al 1910. Un piccolo gruppo di Lupi sopravvive oggi nei Pirenei, e alcuni individui si spingono talora verso nordest, fino alle Cevenne. Nell’Europa orientale questa specie ha invece registrato un aumento numerico apprezzabile dopo la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda, tanto che negli ultimi decenni si sono verificate delle nuove migrazioni verso occidente, fino alla Bassa Sassonia. In Italia esistono ancora circa 300-400 Lupi di una razza particolare (Lupo appenninico), diffusi dall’Umbria alla Calabria. Difficilmente, però essi potranno sopravvivere in futuro, a eccezione dei pochi esemplari presenti nel Parco nazionale degli Abruzzi. Continua – 6

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 3

  • Descrizione della lapide del Chiatamone relativa alla fonte di acqua sulfurea.

Questa lapide si trova propriamente sul muro rimpetto la piccola scala che mena alla fonte dell’acqua ferrata, e vi fu posta sotto il governo del Vicerè Don Luigi Tommaso Raimondo Conte di Arrach: essa è tale quale la riproduzione qui appresso:

APPARTENENDO AL NRO TRIBLE LA PIENA CURA SU QUESTA

ACQUA FERRATA SPERIMENTATA GIOVEVOLISSIMA A NO-

STRI CITTADINI, E CONCORRENDO ALL’USO DI ESSA MOLTIS-

SIMA GENTE BISOGNOSA DELLA VIRTU’ DI LEI, PERCHE’ TUT-

TI SENZA LA MINIMA ECCEZIONE POSSONO GODERNE DEL-

L’UTILE, SENZA DISPENDIO ALCUNO, ORDINIAMO CHE

NESSUNO ARDISCA INTROMETTERSI NELLA DISTRIBUZIO-

NE DI ESS’ACQUA, SENZA ESPRESSA LICENZA DEL NRO

TRIBLE, NE PER ESSA SOTTO QUALSIV COLORE, E PRETO ESI-

GERE DENARO ALCUNO, BENCHE’ MINIMO, SOTTO PENA DI

DUCATI CINQUANTA, E MESI SEI DI CARCERE IN SAN

LORENZO IL PRIMO DI SETTEMBRE 1731

GIUSEPPE CAPECE SCONDITO DUCA DI CAMPOCHIARO.

BARTOLOMEO ROSSI.                   GAETANO FALCINELLI.

INDICO GUEGUARA.                      GIULIO PALUMBO.

PRINCIPE DI PALO.                         AGNELLO VASSALLO SECA.

Mie note personali a proposito di questa fonte.

Questa fonte fu donata alla città di Napoli, nei miei personali ricordi della mia fanciullezza ho bevuto tante volte questa acqua che veniva venduta dagli acquafrescai nei loro chioschi che tuttora esistono a Napoli. L’acqua del Chiatamone veniva venduta in orci di terracotta monoporzioni a 10 lire. All’improvviso la fonte è scomparsa sottratta al popolo napoletano suo legittimo proprietario, nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’Hotel Continental su via Partenope, di fronte al Castel dell’Ovo, questa fonte fu inglobata nell’Hotel e non si è saputo più niente e nessuno fa niente per recuperarla. Continua domani.

Monumenti di Napoli

L’età dei Normanni – 18

San Giovanni unica chiesa Normanna

Tra le fabbriche ecclesiastiche realizzate durante la dominazione normanna l’unica testimonianza sopravvissuta è costituita dalla Chiesa di San Giovanni a Mare, nella via omonima, fondata dai Gerosolomitani, che a fianco dell’edificio fecero costruire un ospedale per il ricovero dei reduci dalle Crociate. Della struttura originaria, databile alla seconda metà del XII secolo, restano alcuni elementi visibili, nonostante le radicali trasformazioni che hanno compresso la fabbrica tra gli edifici circostanti.

La basilica, articolata in tre navate di modeste dimensioni, presenta un antico nucleo centrale, caratterizzato da una sequenza di archi su colonne di spoglio che ricorda modelli cassinesi. Sopravvivono elementi di accento bizantino nell’impiego degli abachi e nelle volte impostate su slanciati peducci pensili dal grande effetto ascensionale. Interessante è l’adozione di archi acuti dal profilo tagliente che richiamano gli spigoli vivi delle crociere di tipo arabo, segno della fusione tra apporti bizantini e caratteri stilistici musulmani.

Degna di rilievo è la presenza di un doppio transetto: il primo, sopraelevato su tre gradini, è coperto da tre volte a crociera impostate su pilastri a sezione quadrata, ed è dotato di archi di accesso in piperno di epoca sveva; il secondo, realizzato probabilmente nel XIII secolo, è ornato da tre cappelle a pianta quadrata, con archi d’ingresso realizzati tra il XIV e il XV secolo, di cui quello centrale, ribassato, è di chiaro stile catalano-durazzesco, mentre gli altri due, laterali e ogivali, sembrano appartenere a un’esecuzione più tarda. Continua domani.

La ricetta del giorno

Frittatine farcite di magro

Ingredienti: 8 uova, salsa di pomodoro, 2 zucchini, 2 melanzane, ricotta 400 gr, provola affumicata 500 gr, latte 1 dl, parmigiano grattugiato, basilico, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: spuntare zucchini e melanzane, lavarli, tagliarli a dadini e friggerli poco per volta in una padella con poco olio.

Stemperare la ricotta in una ciotola, unire le verdure fritte, parmigiano, sale, metà della provola, tagliuzzata, basilico spezzettato, e mescolare con delicatezza.

Sbattere leggermente le uova in una fondina, con latte, sale, pepe, parmigiano e basilico sminuzzato, scaldare una padella antiaderente unta d’olio e con il composto fare 8 frittatine larghe e sottili.

Quando saranno pronte ripartire equamente fra tutte il composto preparato, avvolgerle e allinearle man mano in una pirofila con il fondo velato con salsa di pomodoro.

Cospargere sulle frittatine altra salsa e parmigiano, distribuire il resto della provola a fettine e gratinare in forno già caldo a 180° per circa 20 minuti. E buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: giornata così così alternata da alti e bassi nel tono e nell’umore;

Toro: una forma fisica eccellente ti fa sentire bene anche mentalmente e nell’umore;

Gemelli: riuscirai ad affrontare ogni cosa perché hai lo slancia giusto;

Cancro: attenzione a non strapazzarti troppo in attività sportive pesanti;

Leone: in diverse occasioni verrà alla ribalta la tua personalità vivace, solare, ed espansiva;

Vergine: giornata positiva, mentalmente lucido e più spiritoso e socievole;

Bilancia: qualche cosa dentro di te ti spinge a voler cambiare o addirittura a voler rivoluzionare la tua esistenza,

Scorpione: godrai di ottimi risultati nel campo dei sentimenti, della vita familiare con delle feconde intuizioni;

Sagittario: sei molto deciso e risoluto e proprio a partire da oggi avrai modo di metterlo in pratica;

Capricorno: Plutone in congiunzione nel tuo segno continua a darti una prodigiosa iniezione di carica esplosiva;

Acquario: valuta delle discrete occasioni di investimento per poter riuscire a proteggere i tuoi risparmi;

Pesci: riuscirai a vedere oltre in ogni scelta compiuta grazie al tuo intuito eccezionale.

Buon Martedì 17 Settembre 2019

Il Sole sorge alle 6:42 e tramonta alle 19:06

La Luna cala alle 9:01 e si eleva alle 19:48

San Roberto Bellamino dottore

Roberto dal composto germanico hrodebert che significa di chiara fama.

  • Corsa ‘e ciuccio poco dura!

(si dice quando una persona raggiunge un successo effimero)

San Socrate

Chi nun ne mesùra vene mesuràto.

Santa Arianna

Arianna dal composto greco ari (rafforzativo) e aghnòs (casto, puro) e significa quindi molto casta, purissima.

  • Duòrme, zetella mia, ca ‘a sciorte veglia!
  • ‘O spasso d’  ‘e zetèlle so’  ‘e capille.

(perché passano buona parte del loro tempo davanti allo specchio).

  • Quant’è bella ‘a fessa … si ‘a fèmmena t’  ‘a da’!

Il 17 settembre del 1350 Luigi d’Ungheria ritorna a Napoli.

Il proverbio del giorno: tutti i mestieri danno il pane.

La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 5

Come ho detto, il cadavere fu portato all’ospedale: prima di lavarlo, gli tolsero, per cominciare, le soprascarpe, e allora l’anima dové tornare indietro, e si diresse verso il cadavere che riacquistò in un attimo la vita. Il guardiano dichiarò che quella era stata la notte più terribile di tutta la sua vita, e che non avrebbe voluto tornare a passare quello che aveva passato neanche per due scudi.

Egli fu dimesso dall’ospedale in giornata, ma le soprascarpe rimasero lì.                   

Storia d’una testa – Recita

Viaggio straordinario.

Tutti gli abitanti di Copenaghen conoscono bene l’ingresso dell’ospedale di Federico, ma dato che probabilmente leggeranno questa storia anche alcune persone che non abitano nella nostra città, è meglio darne una breve descrizione.

L’ospedale è separato dalla strada da una cancellata abbastanza alta, le cui grosse sbarre di ferro son così lontane l’una dall’altra che, a quanto si racconta, dei dottorini di guardia molto sottili sono riusciti a infilarsi tra l’una e l’altra per le loro scappate fuori di ospedale. La parte più difficile da passare è la testa; anche in questo caso, come del resto spesso nel mondo, i più fortunati erano quelli con la testa piccina. Ma tanto basti come introduzione.

Uno dei dottorini che aveva una gran zucca, senza però essere uno zuccone, doveva una sera esser di guardia; pioveva anche a dirotto, ma le due cose non gli impedivano di voler uscire, assolutamente. Per un quarto d’ora solo, gli sembrava, non valeva la pena di confidarsi col portiere, dato che si poteva sgusciare attraverso le sbarre. Viste le soprascarpe che il guardiano aveva dimenticato, se le infilò, senza assolutamente pensare che potessero essere quelle della felicità: con quel tempo, erano proprio quel che ci voleva per lui. Restava ora da vedere se gli sarebbe riuscito di sgusciare attraverso le sbarre, cosa che tentava di fare per la prima volta. ed eccolo lì, alle prese con la cancellata.

“Dio volesse che avessi già il capo fuori!” esclamò tra sé, e quello passò subito felicemente tra le sbarre, per quanto fosse grande e grosso; merito delle soprascarpe, si capisce, ma adesso doveva passare il resto del corpo: era un vero problema.

“Ahimè, sono troppo grasso! – si disse. – Avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata la testa, e invece non ci riesco lo stesso!”

Cercò di tirare subito indietro il capo, ma senza riuscirci. Tutto quel che poteva fare, era muovere comodamente il collo in su e in giù. In un primo momento andò in bestia, poi cadde in una profonda depressione. Le soprascarpe della felicità lo avevano posto in una situazione terribile, e purtroppo non gli venne in mente di desiderare di esser libero: invece di desiderare, agiva, e così restava lì. La pioggia cadeva a torrenti e per la strada non si vedeva anima viva. Il campanello era troppo lontano; come fare a svincolarsi? C’era il caso che gli toccasse di rimaner lì sino al mattino, lo sapeva bene, e allora poi avrebbero dovuto mandare a chiamare un fabbro per segare le sbarre, ma non sarebbe stata una faccenda tanto semplice, e prima sarebbero sfilati lì davanti tutti gli orfanelli vestiti di blu della scuola di fronte, sarebbero arrivati tutti i marinai che abitavano lì vicino per vederlo stare lì alla berlina. Che affluenza di gente ci sarebbe stata! Molto maggiore di quanta era corsa l’anno prima a vedere l’agave gigante. “Oh, il sangue mi monta alla testa, da farmi impazzire. Impazzisco davvero. Volesse il cielo che potessi liberarmi, allora mi passerebbe tutto!”

Se lo avesse pensato prima sarebbe stato meglio: non aveva infatti ancora finito di esprimere il suo desiderio che il capo gli uscì dalle sbarre, ed egli tornò in camera di corsa, fuori di sé per lo spavento che gli avevano procurato le soprascarpe della felicità.

Ma non bisogna credere che tutto fosse finito: il peggio era ancora da venire.

Passò la notte, passò tutto il giorno seguente senza che nessuno mandasse a ritirare le soprascarpe.

Nel piccolo teatro in via dei Canonici quella sera c’era spettacolo. La sala era gremita: tra i numeri del programma c’era anche una nuova poesia intitolata:

Gli occhiali della nonna

Mia nonna “vede”, già tutti lo sanno;

nel Medioevo l’avrebber bruciata,

e certo stato sarebbe un gran danno

perché conosce la vita passata,

e come niente indovina il futuro,

e indaga i fatti dell’anno venturo.

Cosa accadrà,

essa lo sa,

ma nol dirà.

Che cosa ci accadrà l’anno venturo?

Mi piacerebbe tanto di ascoltare

quel che la nonna vede nel futuro,

ma lei non me lo vuole raccontare.

L’ho tormentata un’intera giornata,

e alla fine ha ceduto disperata.

Non disse no,

e mi spiegò

quel che dirò.

Devi per questa volta esser contento,

ecco gli occhiali mettili sul naso,

e poi va’ pure dove mena il vento,

lasciati trasportar solo dal caso.

La gente che vedrai, giuro che è vero,

per te più non sarà, certo, un mistero.

Gli occhiali avrai,

saper potrai,

quel che vorrai!

Le dissi grazie e son qui per vedere

(del teatro non v’è luogo migliore)

se qualche cosa riuscirò a sapere

quando vi scruterò tutti nel cuore.

Sarà come facessi a voi le carte!

Non tutti, certo, ne conoscon l’arte.

Non ve ne andate,

non protestate,

solo ascoltate!

E’ proprio come la nonna ha detto,

se poteste venir quassù anche voi

tutto vedreste, e in modo perfetto,

e come ridereste, certo, poi!

Una dama di picche, grande e grossa,

al bel fante di quadri fa una mossa.

Vedo quadri e fiori,

vedo picche e cuori

e molti ori!

Ma sul teatro non voglio indagare

Per non inimicarmi il direttore.

Del mio futuro è meglio non parlare:

le cose proprie stanno troppo a cuore.

Chi sarà il più felice? A che svelarlo?

Chi più a lungo vivrà? Meglio non dirlo!

Quel che accadrà,

ognun vedrà

quando avverrà!

Ma vedo bene quello che pensate,

anche per questo, sono in imbarazzo;

non mi è nascosto quello che sperate,

quasi quasi, vorreste fossi pazzo!

Ma il pubblico, si sa, non ha mai torto,

e tacerò come se fossi morto.

Godrà allor

ogni cuor

senza timor!

Continua domani.

Curiosando qui e là

Perché guardando la strada si soffre meno il mal d’auto?

Il mal d’auto fa parte di un insieme di disturbi chiamati chinetosi, provocati dall’eccessivo movimento di un mezzo di trasporto.

Malesseri analoghi si possono avvertire in treno, su un’imbarcazione, in aereo.

La causa principale della chinetosi è una stimolazione eccessiva dell’organo responsabile dell’equilibrio (l’apparato vestibolare) localizzato all’interno dell’orecchio.

Quando l’organismo affronta una serie di movimenti troppo rapidi, si origina dall’apparato vestibolare una scarica di messaggi nervosi che il cervello non è in grado di smaltire ed interpretare ed al quale reagisce con nausea e vomito. Guardare la strada può aiutare il cervello a interpretare questi stimoli, ma soprattutto può permettere un meccanismo inconscio per cui si è portati, per esempio in corrispondenza di una curva, a preparare i muscoli del collo e dell’addome alla sollecitazione esterna in modo da diminuire il movimento della testa e quindi dell’apparato vestibolare.

Storia – Chi erano i Celti – 3

Ma in un’arte i Celti soprattutto eccellevano: la lavorazione dei metalli. Padroneggiavano la fusione del ferro dolce con risultati che furono perfezionati solo 2 mila anni dopo, verso la fine del 1800, ottenendo lamine sottilissime senza bisogno di laminatoi. Furono i primi a ricorrere al mercurio, ricavandolo per distillazione, per stagnare o argentare oggetti in rame. Per gli oggetti in ferro battuto, molto richiesti da Greci e Romani, si può parlare di vera e propria esportazione. E le armi? Molto dell’armamento tipico del legionario romano era di origine celtica, l’elmo per esempio.

Donne “capitaliste”

Il territorio di una tribù era generalmente esteso: apparteneva alla comunità, e non ai singoli. Era organizzato in diversi insediamenti, costituiti da villaggi o fattorie isolate, uno dei quali, che sarebbe diventato una città (come Mediolanum-Milano, o Lutecia-Parigi), era scelto come centro della difesa comune e sede delle attività commerciali e religiose. La società celtica non era maschilista. Il contratto matrimoniale prevedeva una divisione dei beni tra i membri della nuova coppia e la donna poteva disporre in proprio di “capitali”, come i capi di bestiame. Poiché al numero dei capi corrispondeva il prestigio sociale, donne molto ricche giunsero anche ad essere elette regine. Il marito poteva essere scelto dalla donna e il matrimonio non era mai stipulato senza l’assenso della sposa.

L’omosessualità maschile era molto diffusa e accettata naturalmente, un fatto comune ad altri gruppi guerrieri dell’epoca classica (basti pensare ai legami sentimentali degli eroi dell’Iliade).

Secondo le descrizioni dei contemporanei, i Celti erano molto puliti e ben curati e indossavano vesti molto sgargianti e colorate, antenate del tessuto “tartan” scozzese. Oltre ai pantaloni che chiamavano bracae, famose e comode erano le scarpe in cuoio, molto esportate in tutto il mondo antico.

Pazzamente appassionati di gioielli, uomini e donne portavano al collo il torquis, un collare in metallo più o meno prezioso.

La struttura tribale, condizionata dall’aristocrazia guerriera, impedì ogni possibile formarsi di federazioni stabili e durature sotto un’autorità unica, capace di creare un vasto impero. Così la fase espansiva dei Celti si esaurì definitivamente tra il II e il I secolo a. C., di fronte all’ostacolo rappresentato dai Romani (che compirono genocidi e deportazioni, in Italia e in Francia, contro le popolazioni celtiche) e dalle popolazioni germaniche provenienti da oriente, contro le quali i Celti non opposero resistenza compatta.

Tra tutti gli insediamenti celtici in Europa, l’unico che riuscì a mantenere intatti i caratteri originali fu quello degli Scoti e Gaeli delle isole britanniche, parte dei quali fu spinta, dal V secolo d. C., dall’invasione degli Angli e dei Sassoni, a rifugiarsi nella penisola di Armorica che da allora fu chiamata Bretagna (nell’odierna Francia). In particolar modo i Gaeli, abitanti dell’Irlanda, pur subendo l’influenza di Angli, Sassoni e Vichinghi, serbarono una forte identità culturale. E l’Irlanda è oggi il solo Stato in Europa a maggioranza celtica, e l’unico diretto erede di quell’antico gruppo di popoli. Continua

L’angolo della Poesia

Provvidenza

Io tengo ‘nu cumpare

ca veramente è buono comme ‘o ppane.

‘na Pasca a mme me pare,

pe’ quanto è buono po’ tanto è alla mano.

Aggia pavà ‘o pesone?

E stu cumpare mette mano a’ sacca.

Niente le fa impressione:

pe’ mme ‘e denare proprio ‘e ghiètte a ssacco.

E’ proprio na putenza.

Chistu cumpare tanto affezionato …

‘Na vera provvidenza

ca me mantene ‘a ogni ‘nciambeccata …

Mogliema me mulesta,

ma quanno sta ‘o cumpare in casa mia …

p’essa e pe’ mme è ‘na festa …

io sulo tanno stongo ‘ngrazia ‘e Ddio!

G. Di Roberto

Affinità di coppia del segno della Vergine con gli altri segni – Capricorno

Vergine-Capricorno

L’amore corre in formula 1

Se ne vale la pena, il saturnino parte alla conquista della prescelta e non se la lascia sfuggire. Di solito, vale la pena di fare la corte a una mercuriana, che all’apparenza è molto controllata ma che è capace, come lui, di ardori segreti.

Come le donne nate negli altri segni mobili (Gemelli, Sagittario, Pesci), la Vergine ha la caratteristica dell’imprevedibilità. Per esempio, è una persona loquace o taciturna? Difficile dirlo. Dipende dall’umore, dalle circostanze, dalle persone che la circondano. Infatti, quando è assillata da una delle sue ansie segrete, può passare un’intera serata pronunciando solo monosillabi. Così, mentre sta pensando ai fatti suoi, gli altri le attribuiscono la parte, preziosa e rara, della donna che sa ascoltare. Lei non parla tanto per parlare. Ma, se le scatta la vena ciarliera, diventa irriconoscibile: produce un profluvio di parole praticamente impossibili da arginare. Però neppure in questo caso parla a vanvera. Anzi, spiega e puntualizza ogni cosa nei minimi particolari, fa sfoggio di un’acutezza critica degna d’ammirazione.

Allo stesso modo, anche il suo aspetto esteriore può produrre messaggi contrastanti. Perché, se è vero che la Vergine predilige un look poco vistoso e in apparenza quasi modesto, a uno sguardo attento non sfugge il fatto che i suoi vestiti dal taglio perfetto sono fatti di tessuti pregiati. E, visto che l’abito dice molto di chi lo porta, non può sfuggire il fatto che la mercuriana, pur non essendo gravemente malata di protagonismo, è tutt’altro che insensibile a tutto ciò che ha a che con il prestigio e il successo. Quindi le fa molto piacere ottenerli, magari per interposta persona. E per questo le può capitare la ventura di scegliere un uomo dagli spiccati talenti carrieristici come il Capricorno.

Se è vero che una donna sceglie l’uomo che la sceglierà, la massima si applica a pennello al caso Vergine-Capricorno. Infatti lei sa bene come fare ad attirare l’attenzione del saturnino senza però avere l’aria di prendere l’iniziativa. Alla sua astuta mente analitica non sfugge che il misogino nato nel decimo segno non tollera l’idea di piegarsi a manifeste, impudiche profferte femminee. E apprezza sul serio solo le donne che sanno tenersi in disparte e, soprattutto, non l’assordano con stupidi cicalecci. O meglio, lui prende in considerazione altri tipi di donna per una sera o poco più.

Se il Capricorno coltiva intenzioni impegnative, è facilmente indotto a un esame più approfondito del carattere, delle aspirazioni, dei progetti della mercuriana, le cui credenziali gli sembrano molto attendibili.

E, quando ha appurato che l’ordine esteriore è il riflesso di un esigenza di ordine esistenziale fondato, tra l’altro, sul rispetto dei beni materiali, comincia a fare la corte in piena regola. Se decide che ne vale la pena, il Capricorno sa comportarsi come il più solerte e squisito dei cavalieri: autentico stratega del potere, anche in amore, ben di rado si lascia sfuggire la preda. Così, assediata da fiori, inviti e ogni sorta di attenzioni, la donna della Vergine si sente non solo amata, ma anche guarita da insicurezze e complessi d’inferiorità.

E, finalmente rilassata, libera la verve mercuriana e diventa allegra, loquace, arguta. Ma lo fa con l’aria di porgere un dono personale al Capricorno, che ha saputo credere nei suoi lati migliori. Così lui si sente molto gratificato e importante.

Sempre più convinto dell’opportunità di mettere i propri sentimenti nelle fidate mani della terrestre mercuriana. E a coinvolgerla in piani a lunga scadenza, che prevedono un regolare matrimonio con altrettanto regolare procreazione di figli da allevare con equilibrio di affetto e di rigore…

Vista da occhi estranei, questa storia potrebbe sembrare poco più che un perfetto ingranaggio di efficienza e concretezza. Ma è solo un’apparenza. Infatti sia il Capricorno sia la Vergine sono due tipi molto riservati. Che mettono un’estrema, solidale cura nell’erigere un netto diaframma fra il pubblico e il privato. E, per difendere la loro privacy, ostentano una freddezza reciproca che li fa apparire due iceberg, sulle cui gioie del talamo ben pochi sarebbero disposti a scommettere. Invece queste gioie le hanno, eccome. Addirittura maggiori di quelle riservate ad altri apparentemente più passionali. E la cosa non stupisce affatto, se si pensa che l’ingordigia saturnina, sommata all’energia marziana e cardinale, fa del Capricorno un uomo dagli impulsi robusti.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 2

Santa Lucia ne’ remoti tempi non era che un piccol paese di poveri pescatori, lontano da Napoli, sotto il monte Echia, nella region lucullana, presso il convento del Salvatore, ove oggi sorge il Castello dell’Uovo e le grotte platamoniche; ma Napoli estese a poco a poco le sue braccia e la raccolse nel suo grembo: oggi Santa Lucia è a Napoli ciò ch’è una rosa nel seno di una bella donna. Ma per quante metamorfosi abbia subite, per quanto si sforzi la civiltà moderna a cambiare la faccia di sua prima origine, nell’intimo quel luogo è sempre l’istesso, cioè il luogo de’ bagni, delle cene dei romani; e quei cuori sono sempre dell’antica istessa tempra. I Luciani hanno dialetto diverso dai cittadini di Palepoli, modi più semplici; fieri de’ loro diritti e delle loro costumanze, si sono nei tempi più difficili della città dimostrati generosi, affabili, disinteressati. Per antica consuetudine godono la proprietà delle acque minerali, quantunque nei tempi andati l’acqua lucullana, detta ferrata, dalla Città fosse decretata di pubblico uso per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna, come si legge nella lapide del Chiatamone: (1) oggi è ben altrimente. I luciani però conservano la privativa dell’acqua sulfurea ch’essi vendono, e con tal lucro vivono tutto l’anno, prendendo in prestito l’inverno per pagare l’estate. Quella idropisia sulfurea del popolo napolitano e de’ paesi vicini sembra un tributo imposto dalla provvidenza a pro di tanta povera gente. Mi duole che i più forti collegati soverchino i più deboli e i più indigenti. La vendita dell’acqua si fa dagli uomini da un’ora di notte sino al mezzodì, quindi dalle donne sino al ritorno dell’ora accennata. Continua domani.

Monumenti di Napoli

L’età dei Normanni – 18

Il baluardo di Guglielmo I -2

Per adattarsi alle diverse esigenze abitative il castello subì continue modifiche come quelle disposte da Federico II di Svevia, che intese trasformarlo in una ricca residenza, divenuta in breve tempo molto rinomata.

Sotto gli Angioini il sontuoso maniero ospitò alti dignitari e illustri personaggi di passaggio per la città, tra cui Francesco Petrarca, che vi giunse come legato di papa Clemente VII. Nel castello furono organizzate importanti celebrazioni e ricevimenti, tra i quali si ricorda ancora quello offerto per le nozze di Carlo di Durazzo.

Con don Pedro de Toledo, nel 1540 circa, l’edificio mutò funzione divenendo sede dei tribunali della città. Denominata Vicaria, la struttura, i cui lavori di adattamento furono affidati a Ferdinando Manlio, venne munita nei sotterranei di sicure celle carcerarie e di una camera per la tortura. Numerose altre modifiche attutirono in seguito quanto ancora rimaneva dell’originario aspetto, che venne ulteriormente alterato dopo l’Unità d’Italia, quando furono ridotte le finestre e venne creato un marciapiede lungo i tre lati.

All’interno dell’edificio si conservano ancora ambienti antichi, come la cinquecentesca Cappella della Sommaria, con gli affreschi del pittore spagnolo Pedro de Rubiales raffiguranti il Giudizio Universale e le Storie del Nuovo Testamento (1547 circa), e il Salone della Regia Camera della Sommaria, arricchito di affreschi con le Allegorie delle Province del Regno di Napoli. Continua domani.

La ricetta del giorno

Ravioloni con sugo ai porcini

Ingredienti: ravioloni di ricotta 600 gr, funghi porcini 600 gr, pomodorini 500 gr, parmigiano grattugiato, aglio, prezzemolo, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: pulire i funghi porcini con un canovaccio leggermente bagnato per eliminare ogni traccia di terra e tagliarli a fettine. Rosolare uno spicchio d’aglio tritato in una padella larga, unire i pomodorini tagliati in quattro e cuocerli a fuoco vivace finché saranno asciutti.

Aggiungere i funghi affettati e salare, pepare e continuare la cottura finché sarà evaporata l’acqua di vegetazione, completare la salsa con prezzemolo tritato.

Lessare in acqua salata in ebollizione i ravioloni scolarli e versarli nella padella con i funghi.

Rigirarli delicatamente per condirli in modo uniforme, passarli in un piatto di portata e cospargerli di parmigiano grattugiato e buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: gli astri favorevoli ti danno la possibilità di godere degli ultimi scampoli della tua stagione preferita: l’estate;

Toro: la Luna in Ariete ti spinge favorevolmente verso gli altri;

Gemelli: giornata tra alti e bassi, aumenta il tuo nervosismo che limita un po’ la tua lucidità;

Cancro: procedi con la tua abile diplomazia onde evitare le facili incomprensioni;

Leone: la tua spontanea generosità fa sì che ti si aprano molte porte;

Vergine: giornata discreta anche se intervallata da qualche piccolo contrattempo in famiglia;

Bilancia: puoi finalmente chiudere una fase non facilissima godendo un meritato relax;

Scorpione: leggi qualche buon libro che su di te ha lo stesso effetto di una medicina;

Sagittario: giornata molto luminosa, fai solo attenzione a non raccogliere le provocazioni e modera il linguaggio;

Capricorno: il momento in generale è positivo però tiene sempre presente che non tutto è rosa e fiori;

Acquario: la Luna benevole ti alleggerisce di alcuni impegni che ti avevano tenuto sotto pressione;

Pesci: sei dotato di un grande intuito sentimentale, sensibilità affettiva e capacità di apprendere il bello dalle cose.

Buon Lunedì 16 Settembre 2019

Il Sole sorge alle 6:41 e tramonta alle 19:07

La Luna cala alle 7:48 e si eleva alle 19:22

San Cornelio

Santo Patrono di Civitacastellana

Cornelio dal latino cornu. Chiara l’affinità etimologica fra cornelius e cornutus ma, mentre nell’antichità, il corno era il simbolo dell’abbondanza, ora sta ad intendere tutt’altra cosa…

  • A ‘stu munno, si ‘nce liève curnute e giudicate nun ce resta cchiù nisciuno.
  • ‘E ccorna so’ comm’  ‘o murbillo: primma o doppo sempe ‘e ppiglie.
  • E’ meglio essere curnuto ca essere tenuto pe’ pezze ‘e pière.
  • Marito geluso more curnuto.
  • Parlanno d’  ‘o diàvulo, spontano ‘e ccorna.

San Cipriano vescovo

Cipriano dal greco Kypros cioè dell’isola di Cipro dove, nell’antichità, vi era abbondanza di rame (donde il simbolo CU).

  • Tu nun sì buono manco pe’ scerià ‘a ràmma!

Il 16 settembre del 1946 muore il musicista Nicola Valente.

Il proverbio del giorno: per San Cipriano semina in costa e semina in piano.