Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 6

Le vacanze e gli “otia” in Campania

ancora resti della villa romana a Punta del Capo nei pressi di Sorrento; si ritiene che fosse la villa di Pollio Felice descritta da Stazio.

Perciò non sembra che Vazia sia stato uno sciocco, a scegliere questo posto per trascorrervi in una pigra tranquillità la sua vecchiaia.

Ma un luogo, di per sé, non contribuisce molto alla tranquillità: è l’animo che ha il potere di rendere tutte le cose gradite. Ho visto persone tristi in una Villa ridente ed amena, e persone piene di preoccupazioni in mezzo alla solitudine.

Perciò non pensare che la tua vita non sia ben ordinata per il fatto che tu non stai in Campania. Ma è proprio vero che non ci stai? Rivolgi qua i tuoi pensieri. Uno può conversare con gli amici lontani tutte le volte che vuole e per tutto il tempo che vuole”.

Ancora nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino, nella sua invettiva contro i ricchi senatori romani, accusati di condurre una vita molle e dissoluta, scriveva: “Alcuni, se si allontanano dalla città per visitare i campi o per cacciare la selvaggina con le fatiche altrui, credono di aver eguagliato i viaggi di Alessandro Magno o di Cesare; oppure, se navigano in barchette variopinte dal lago di Averno fino a Pozzuoli, a loro sembrano di aver affrontato la lotta per il vello d’oro, specie poi quando osano compiere la traversata nella stagione calda. Se poi tra i ventagli dorati si posano sulle frange di seta le mosche, oppure se attraverso un foro di una tenda penetra un piccolo raggio di sole, si lamentano perché non sono nati fra i Cimmeri. Quando vengono dai lavacri di Silvano o dalle acque salutifere di Mamea, appena uno di loro ne esce e s’asciuga con finissimi lenzuoli, sciolti i torchi degli abiti esamina diligentemente le vesti splendenti per i riflessi cangianti, che sono portate tutte insieme in misura sufficiente per vestire undici persone; infine s’avvolge in quelle che ha scelto e, presi gli anelli che aveva consegnato ad uno schiavo perché non fossero rovinati dall’acqua, se ne va, come se avesse fatto prendere la misura delle dita”. Continua domani.

La ricetta del giorno

Conchiglie all’insalata con pollo e fagiolini

Ingredienti: conchiglie 300 gr, petti di pollo 500 gr, fagiolini 400 gr, patate 400 gr, 2 limoni, farina, menta, cipolla, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: lessare separatamente patate e fagiolini, tagliare le prime a dadini e insaporire ambedue per qualche minuto in una padella con olio e un trito di aglio e cipolla.

Marinare per mezz’ora i petti di pollo tagliati a tocchetti nel succo di limone, sgocciolarli, asciugarli, infarinarli e rosolarli in una padella con l’olio a fuoco vivace.

Salare, pepare, bagnare con il liquido della marinata e continuare la cottura ancora per una decina di minuti.

Lessare le conchiglie in acqua salata in ebollizione, scolarle al dente e insaporirle nella padella con il pollo per qualche minuto a fuoco vivace.

Passare la pasta nel piatto di portata, unire le patate, fagiolini, mescolare e completare con foglioline di menta fresca, la buccia grattugiata di un limone e un filo di olio a crudo.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: devi saper cogliere i tuoi stimoli ispiratori dall’esterno che ti circonda;

Toro: ti ritrovi un po’ di diponibilità economica in più, li potrai utilizzare per qualcosa di bello;

Gemelli: buone novità arrivano da persone che non vedevi da tempo;

Cancro: un amico ti farà una proposta interessante, prendila in considerazione;

Leone: devi pazientare ancora qualche giorno e poi vedrai ripartire l’amore;

Vergine: dovrai confrontarti con un problema abbastanza serio;

Bilancia: stai riacquistando la tua forma fisica ideale;

Scorpione: l’amore è un rapporto complicato, ci vuole tanta pazienza per portarlo avanti;

Sagittario: ti senti inquieto per le troppe complicazioni che ti distraggono dal tuo obiettivo primario;

Capricorno: hai troppi dualismi che ti tolgono energia e lucidità;

Acquario: sei riuscito a stabilire degli ottimi rapporti con gli altri;

Pesci: la giornata si presenta sotto i migliori auspici per qualsiasi cosa tu abbia voglia di fare.

Buon Lunedì 22 Luglio 2019

Un’altra settimana è iniziata

Buona settimana a tutti

Il Sole sorge alle 5:44 e tramonta alle 20:28

La luna cala alle 9:54 e si eleva alle 22:28

Santa Maria Maddalena di Magdala

Santa Patrona di Ravenna

Questo nome deriva dall’Etrusco ma trae origine dal greco Maria e Magdalenè cioè Maria nativa del villaggio di Magdala (el Magdel) piccolo paesino di pescatori, tuttora esistente.

  • E uno, e ddòie e tre e quattro:

E nel primo mistero ‘e Matalèna

dicènnese ‘o rusario ascètte prena,

dicènnose ‘o rusario ascètte incinta,

cu’ ‘na zizza ‘a fora e ‘n ‘ata ‘a rinto!

G.B. Basile

       –    Piglià ‘o ràncio cu’ ‘e mman ‘e ll’autre

             (non volersi assumere spiacevoli, pericolose od onerose responsabilità)

  • Quanno ‘a sàraca è grossa, tutto va buono.

Il 22 luglio del 1820 viene convocato il Parlamento del regno per il giorno 1° ottobre ma vengono mosse aspre critiche per l’urgenza (sic!) della convocazione.

Il proverbio del giorno: per Santa Maddalena la nocciola è piena.

La favola del giorno

La Sirenetta – 2

Un giorno la principessa più grande compì quindici anni, ed ebbe il permesso di salire alla superficie del mare.

Al suo ritorno aveva cento cose da raccontare; la cosa più bella però, diceva, era stendersi al chiaro di luna sopra un banco di sabbia, nel mare calmo vicino alla costa, e guardare la grande città dove scintillavano le luci come mille stelle, e ascoltare la musica e il frastuono dei carri e le voci degli uomini, e guardare le torri e i campanili delle chiese e ascoltare il suono delle campane; proprio perché non sarebbe mai potuta andare in quei luoghi, l’attiravano tanto i campanili.

Oh come stava ad ascoltare la sorellina minore, e quando nella notte si affacciava alla finestra aperta, e guardava in alto, attraverso l’acqua azzurra, pensava alla grande città con le molte torri e i campanili, e le pareva, improvvisamente, che il suono delle campane arrivasse fino a lei.

L’anno seguente la seconda sorella ebbe il permesso di salire sul mare e di nuotare nella direzione che più le fosse piaciuta. Essa emerse proprio nel momento che il sole si tuffava in mare, e questo spettacolo le parve stupendo. Tutto il cielo sembrava d’oro, essa raccontava, e le nuvole, oh! non avrebbe mai potuto descrivere la loro bellezza, erano trascorse sopra di lei tutte rosse e viola, ma, più veloce delle nuvole, uno stormo di cigni selvatici era passato a volo sull’acqua, simile a un lungo velo bianco, verso il sole; allora, anch’essa tentò di nuotare dietro a loro, ma il sole scomparve e i riflessi rosei si spensero sullo specchio dell’acqua e sulle nuvole.

L’anno seguente salì la terza sorella; essa era la più ardita, per questo osò risalire a nuoto un largo fiume che si gettava in mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie, che spuntavano tra splendidi boschi; udì cantare tutti gli uccelli, e sentì che i raggi del sole scottavano tanto che più volte dové tuffarsi in acqua per rinfrescare il viso ardente. In una piccola ansa del fiume incontrò un gruppo di bambini, che sguazzavano tutti nell’acqua; lei voleva giocare con loro, ma quelli corsero via impauriti, e subito apparve un piccolo animale nero – era un cane, ma essa non aveva mai visto un cane prima di allora – che si mise ad abbaiare verso di lei in un modo orribile, ed ella si spaventò e riprese in fretta la via verso il mare aperto; mai più, però, avrebbe dimenticato le belle foreste e le colline verdi, e quei bambini così carini che sapevano nuotare in acqua pur non avendo la coda di pesce.

La quarta sorella fu meno coraggiosa: rimase in mezzo al mare aperto e raccontò che proprio questo le era piaciuto di più: ci si poteva guardare intorno per miglia e miglia e il cielo là sopra sembrava un’immensa campana di vetro. Aveva visto anche le navi, ma da lontano, e le erano sembrate simili a gabbiani; i delfini avevano fatto delle capriole tanto divertenti, e le grandi balene avevano schizzato l’acqua dalle narici così che le era sembrato di vedere mille fontane.

E fu la volta della quinta sorella: il suo compleanno cadeva d’inverno, perciò vide cose che non avevano visto le altre, la loro prima volta. Il mare s’era fatto verde cupo e tutt’intorno galleggiavano grandi blocchi di ghiaccio; sembravano perle, ma ciascuno di loro era molto più grande dei campanili costruiti dalle mani degli uomini. Prendevano forme bizzarre e risplendevano come diamanti. Essa era andata a sedersi sopra uno dei più alti, e da ogni parte i naviganti spaventati erano fuggiti via dal luogo dove ella stava, con la sua lunga chioma svolazzante al vento; ma verso sera il cielo si ricoprì di nuvole, scoppiarono tuoni e lampi mentre il nero mare sollevava in alto enormi montagne di ghiaccio che le saette rossastre illuminavano a giorno. Sulle navi gli equipaggi ammainavano le vele tra la disperazione e l’angoscia, ma lei se ne stava tranquillamente seduta sulla montagna di ghiaccio galleggiante, e guardava le saette bluastre che a ziz-zag cadevano in mare illuminandolo tutto.

La prima volta che ogni sorella si affacciava sul mare, sempre tornava incantata per le cose belle e nuove che aveva visto, ma ora che esse erano diventate grandi e avevano il permesso di salire ogni volta che lo desideravano, non si interessavano più a niente, anzi non vedevano l’ora di ritornare a casa, e dopo un mese di libertà dissero che in fin dei conti, più bello di tutto era il fondo del mare, e che a casa si stava tanto bene.

Molte volte, al calar della sera, le cinque sorelle salivano sull’acqua tenendosi per mano; avevano voci bellissime, più belle di quelle degli uomini, e se si scatenava la tempesta esse accorrevano nei pressi delle navi che stavano per capovolgersi, e cantavano come era bello il fondo del mare, e supplicavano i marinai di non aver paura di colare a picco, ma questi non potevano capire le loro parole; credevano che fosse la voce del vento, e poi non riuscivano mai a vedere le bellezze dell’abisso, perché, quando la nave affondava, tutti gli uomini affogavano, e arrivavano morti al castello del re del mare.

Quando le fanciulle, la sera, tenendosi per mano, salivano sul mare, la sorellina piccola rimaneva sola e le seguiva con lo sguardo; sembrava che avesse voglia di piangere, ma le sirene non hanno lacrime, perciò soffrono molto di più.

  • Oh! se avessi quindici anni, – diceva, – sento che amerei tanto il mondo di sopra, e tutti gli uomini che vivono la loro vita lassù.

Finalmente compì quindici anni.

  • E ora anche tu sei diventata grande! – disse la nonna, la vecchia regina vedova. – Vieni, che voglio farti bella come le tue sorelle! – E le pose una ghirlanda di bianchi gigli sul capo: ogni petalo di fiore era formato da una mezza perla; e come simbolo del suo illustre casato, attaccò otto grandi ostriche alla coda della principessa.
  • Fanno tanto male! – disse la piccola sirena.
  • Chi vuole essere bella, deve soffrire un poco! – disse la vecchia.

Oh! con qual piacere si sarebbe liberata di tutti gli ornamenti preziosi e avrebbe deposto la pesante ghirlanda; i fiori scarlatti del suo giardino l’avrebbero adornata molto meglio, ma ormai non era il caso di cambiare tutto. – Addio! – disse, e salì sulla superficie del mare leggera come una bolla d’aria. Continua domani. Buonanotte a tutti.

Curiosando qui e là

Quando è nato l’orologio da polso e perché si porta a sinistra

I primi congegni rudimentali in cui l’orologio da tasca compare al polso, furono introdotti nel 1820. Si trattava di grossi bracciali con orologio incorporato, a uso esclusivamente femminile.

Nei primi anni del 1900 questo modello fu perfezionato, e all’orologio vennero attaccate due anse per fissare il cinturino.

L’orologio si porta d’abitudine al polso sinistro, prima di tutto per questioni di praticità. La mano destra, infatti e, per la maggior parte delle persone, quella più usata. Dunque deve restare più libera possibile. L’orologio, sul braccio che svolge molte azioni, è poi più soggetto a rischio di rotture.

I mancini però non sempre invertono la posizione, perché subentrano questioni di tradizioni.

In alcuni Paesi, per esempio quelli arabi, l’orologio si porta più spesso al polso destro.

Miti – Saghe e Leggende

Publio Ovidio Nasone – Miti della vegetazione

Il Cipresso

C’era un colle e sul colle una vasta distesa

di un prato verdeggiante di fieno.

Ombra non c’era. Ma poi che vi fece dimora

il cantore Orfeo, nato dagli dèi, e toccò le corde sonore,

ombra fi fu. Ci fu la quercia, pianta caonia,

il bosco di pioppi delle Eliadi, l’Ischio dalle alte fronde,

il flessuoso tiglio, il faggio, il vergine alloro,

il fragile nocciuolo, il frassino con cui si fanno le lance,

l’abete senza nodi, l’elce curva per le ghiande,

il platano giocondo, l’acero dai diversi colori,

i salici che vivono presso i fiumi, il loro acqutico,

il bosso sempre verde, le basse tamerici,

il mirto che ha due tinte, e il tino dalle verdi bacche.

Anche voi edere rampicanti, veniste e insieme

le viti dai pampini e gli olmi vestiti di vite;

gli orni, le picee, l’arbusto carico di rosse bacche,

le ondeggianti palme, premio del vincitore,

il pino dalla breve chioma e dalla cima irsuta,

caro a Cibele, madre degli dèi; se è vero che il cibellio Attis

così perse la natura umana, irrigidendosi in quel tronco.

A questa folla di piante si aggiunse il cipresso, a forma conica,

ora albero, ma allora giovinetto amato da quel dio

che con le corde suona la cetra e tira l’arco.

C’era un grande cervo sacro alle ninfe abitatrici

dei campi di Ceo, e con le ramificate corna

si faceva lunga ombra al suo corpo.

Le corna splendevano d’oro, e monili di gemme

dal collo levigato gli scendevano lungo i fianchi.

Un medaglione d’argento legato a piccoli nastri gli dondolava

in fronte, dal giorno ch’era nato: splendevano

alle orecchie, intorno alle incavate tempie, fili di perle.

Il cervo, senza timore, senza la naturale ritrosia

andava per le case e porgeva il collo

alle carezze anche di mani sconosciute.

Ma più che ad ogni altro era caro a te, o Ciparisso,

il più bello di tutta la gente di Ceo; tu lo conducevi

a nuovi pascoli, tu alla polla d’un limpido fonte,

e ora variopinti fiori gli intrecciavi fra le corna,

e ora cavalcandolo, di qua e di là lo guidavi

con purpuree redini alla tenera bocca.

Era estate, a mezzogiorno, al vapore del sole

Ardevano le curve braccia del granchio litoraneo.

Il cervo stanco posò il suo corpo sul terreno erboso,

e stava a riposarsi al fresco di una ombrosa pianta.

L’imprudente fanciullo Ciparisso lo trafisse con un acuto

dardo, e, come lo vide morire per la crudele ferita,

decise anch’egli di morire. Quale conforto non gli diede

Apollo! E come lo consigliò di addolorarsi meno:

non ce n’era ragione! Quello invece gemeva, e dono supremo

chiese agli dèi di piangere per l’eternità.

E già, stremato il sangue per il continuo pianto,

le membra presero a mutarsi in color verde;

i capelli, che prima pendevano sulla candida fronte

si fecero irta chioma; e, assunta rigidità,

si mise a guardare con l’esile cima il cielo stellato.

Gemeva tristemente il dio e disse: “Tu sarai pianto

da me e piangerai gli altri, e assisterai gli afflitti.

Publio Ovidio Nasone – da La metamorfosi. Zanichelli.

Note:

dimora: quando vi si fermò.

caonia: che cresce nell’Epiro, regione a nord della Grecia, abitata dalla popolazione dei Caoni.

Eliadi: le figlie del Sole (Elio), tramutate in pioppi dopo la morte del fratello Fetonte, rovesciatosi col carro infuocato del padre.

l’ischio: varietà di quercia.

vergine alloro: vergine perché in alloro fu trasformata la ninfa Dafne, che aveva rifiutato l’amore di Apollo.

l’elce: leccio, albero sempreverde simile alla quercia, che produce grosse ghiande, in genere molto numerose.

l’acero: che varia il colore delle foglie secondo l’esposizione al sole.

il bosso: siepe dal legno durissimo e dal fogliame sempre verde.

tamerici: pianta dal fogliame opaco e fiori rossi, che crescono lungo i litorali marini.

tino: alloro selvatico con le bacche di colore verde-azzurro.

olmi: ai quali si intreccia la vite.

picee: i frassini dai quali si estrae la manna e i pini selvatic.i

l’arbusto carico di rosse bacche: probabilmente l’agrifoglio.

cima irsuta: irta, appuntita, sia per la forma, sia per gli aghi.

Attis: amato da cibele e mutatosi in pino.

a forma conica: la chioma del cipresso ha la caratteristica forma di cono.

Ceo: isola del Mar Egeo, nel gruppo delle Cicladi.

ritrosia: la timidezza e la diffidenza naturali in questi animali.

Ciparisso: il nome del fanciullo in latino è Cyparissus; da questo è derivato l’italiano cipresso.

litoraneo: era luglio mese dominato dalla costellazione del Cancro; comunque in piena estate.

non ce n’era ragione: non era il caso.

continuo pianto: senza forze, per il troppo piangere.

da me: da Apollo, a cui il ragazzo era caro.

afflitti: infatti il cipresso è il custode dei cimiteri e come tale simbolo della morte.

L’angolo della Poesia

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

  • T’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo – da Giorno dopo giorno – Mondadori – Milano

Animali da compagnia Comportamento del gatto domestico – 2

niente paura non sono in prigione è solo la zanzariera con rete di protezione alla finestra per evitare che finiscano in bocca ai cani che stanno li sotto con le fauci spalancate ad aspettarle. sono due femmine mamma e figlia.

Spesso i Gatti domestici riescono a instaurare dei rapporti amichevoli anche con animali che abitualmente sono loro nemici; l’ormai proverbiale inimicizia tra Cane e Gatto non trova sempre riscontro nella realtà, mentre sono numerosi gli esempi di stretta amicizia stabilitasi tra i due animali. In altri casi, questi Felini si abituano alla presenza di Criceti, Topi bianchi o altri Roditori, con cui giocano senza arrecare alcun danno, e numerosi allevatori di Uccelli hanno potuto constatare come il loro Gatto si sia abituato ai volatili al punto da afferrarli con estrema precauzione con la bocca quando fuggono dalla gabbia.

Il Gatto è uno dei pochi animali domestici che sia stato accolto nella comunità umana non per fini utilitaristici, ma, almeno in origine, per motivi religiosi: presso molte popolazioni, ad esempio gli antichi Germani e numerose tribù africane e sudamericane, i Gatti selvatici erano infatti considerati animali sacri già molto tempo prima della comparsa delle razze domestiche, ed è appunto grazie a tale concezione che essi riuscirono a diffondersi così rapidamente, divenendo ovunque oggetto di saghe, culti e superstizioni che ne facilitarono la domesticazione. Gli Egizi nutrivano per i Gatti un tale amore e rispetto da tagliarsi i capelli in segno di lutto alla loro morte; in caso di incendio, gli abitanti si preoccupavano addirittura di portare in salvo per prima cosa i Felini. Al Cairo esistono ancora, con ogni probabilità, degli antichi lasciti, i cui interessi vengono impiegati per nutrire i Gatti: lo stesso Maometto li scelse come animali prediletti, e per tale motivo l’allevamento dei Gatti si diffuse con l’islamismo nelle diverse regioni asiatiche e africane. Numerose credenze dettate dalla superstizione sono del resto largamente diffuse anche in Europa: la superstizione medievale secondo cui tra i Gatti, le streghe e i maghi esisterebbe uno stretto rapporto di interdipendenza trova in pratica riscontro in dicerie ancora oggi largamente seguite, secondo cui i Gatti di tre colori avrebbero il potere di proteggere la casa del padrone dagli incendi, mentre quelli neri porterebbero sfortuna agli uomini cui attraversano la strada.

Altrettanto diffusa e invano contestata dagli studiosi è l’dea che questi Felini siano falsi; a tale proposito Konrad Lorenz scrive: “non riesco davvero a comprendere in qual modo possa essersi originata una simile teoria: escludo infatti che sia da attribuire alla tecnica di caccia adottata dai Gatti, e cioè al fatto di avvicinarsi con movimenti circospetti alla preda, per poi aggredirla all’improvviso, in quanto Tigri e Leoni si comportano allo stesso modo. Al contrario di questi Carnivori, il Gatto non ha però la fama di essere assetato di sangue, benché uccida anch’esso le proprie vittime azzannandole mortalmente. Io non conosco un solo atteggiamento, tipico del Gatto, che possa essere definito sia pure approssimativamente, anche se a torto, “falso”: ben pochi sono gli animali la cui mimica consenta di comprendere in modo così chiaro il loro stato d’animo del momento. Quando si ha a che fare con un Gatto si sa sempre come comportarsi e quale gesto ci si debba attendere per l’istante successivo: così come è inequivocabile l’espressione di fiduciosa amicizia, quando il muso viene rivolto verso l’osservatore con le orecchie ritte e gli occhi spalancati, altrettanto chiaramente qualsiasi emozione provocata da paura, irritazione o dalla presenza di un nemico trova immediata corrispondenza nella contrazione della muscolatura facciale. E sufficiente una lieve sensazione di diffidenza, perché gli innocenti occhi rotondi assumano una forma un poco più allungata e obliqua e le orecchie non siano più erette; si può in tal caso ignorare il leggero cambiamento nella posizione del corpo e della punta della coda, per comprendere che lo stato d’animo dell’animale è mutato. Quale espressività raggiungono, ad esempio, gli atteggiamenti minacciosi del Gatto, e come differiscono nettamente l’uno dall’altro a seconda che siano rivolti alla persona amica che si sia “presa un’eccessiva confidenza”, o a un nemico molto temuto, oppure abbiano uno scopo puramente difensivo o palesino l’intenzione di passare all’attacco, se l’animale si sente superiore all’avversario! Quest’ultimo atteggiamento, in particolare, non viene mai tralasciato, a eccezione ovviamente degli animali che potremmo chiamare “psicopatici”, e che esistono sia tra i Gatti sia tra i Cani meglio addomesticati; un Gatto infatti non morde o graffia mai l’avversario senza averlo prima messo chiaramente in guardia. La minaccia si esprime con vari atteggiamenti e diviene particolarmente palese di solito immediatamente prima dell’attacco, quando appunto assume il significato di ultimo avvertimento. Continua – 2’

Locali storici e tipici napoletani

Drogheria Santa Chiara

Via Benedetto Croce 50

Chi è in cerca di ingredienti per torte elaborate, da decorare con glasse particolari, troverà qui tutto ciò di cui ha bisogno: canditi, gelatine, scorzette di cioccolato amaro e al latte (ma anche al gusto di limone o arancio), confetti vari, scaglie di zucchero multicolori, concentrati di frutta al cocco o all’ananas per profumare creme e budini, sciroppi di glucosio, cacao olandese.

E’ anche possibile acquistare ottime torte già pronte da farcire a proprio gusto e ogni tipo di utensile per la preparazione dei dolci.

Settimanalmente, si tengono corsi di pasticceria gratuiti.

Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 5

Le vacanze e gli “otia” in Campania

i resti della villa romana a Punta del Capo nei pressi di Sorrento.

Nel corso del I secolo a.C. nessuno dei più influenti personaggi dell’aristocrazia romana poté esimersi dal possedere almeno una villa sulle rive del golfo di Napoli: tra questi Silla e il suo ricco nipote Fausto, Lucullo, Cicerone, Crasso, Bruto, Cesare, Pompeo, Varrone.

Da un punto di vista architettonico si possono distinguere due schemi fondamentali: le ville a peristilio, incentrate su un grande giardino porticato e le ville a portico, sviluppate in lunghezza con estesi colonnati. Belle rappresentazione dei due tipi abbiamo nelle pitture pompeane ed ercolanesi.

Centro di questi luoghi di delizia, che il geografo Strabone, in età augustea, dice estesi a tutto l’arco del golfo di Napoli (tanto che esso avrebbe avuto, visto dal mare, l’aspetto di una sola città), fu Baia. Cicerone, per screditare la principale testimone dell’accusa contro il giovane Celio Rufo, la sua ex amante Clodia, riferisce che tutti coloro che la conoscevano sapevano che era dedita a “piaceri, amori, adulteri, Baia, spiagge, banchetti, orge, canti, concerti, gite in barca”.

Varrone nelle sue “Satire” descrive la vita molle e rilassata che lì si conduceva: “Lì non solo le vergini divengono un bene comune, ma molti vecchi ringiovaniscono e numerosi fanciulli si effemminano”. E, sottolineando il tema della perdizione delle donne in questo luogo ameno, riferisce: “A Baia una donna arriva come una Penelope e ne riparte come un’Elena”. Ancora più colorita è un’iscrizione funeraria di un C. Domitius Primus, rinvenuta ad Ostia, lungo la strada per Roma: “Vissi presso le rive del lago di Lucrino, bevvi spesso il Falerno; i bagni termali, i vini, Venere, mi furono compagni nel progredire degli anni”.

Seneca in due lettere all’amico Lucilio, così parla della vita gaudente che si svolgeva sulle rive del golfo di Napoli: “mi sono dovuto contentare di Baia, ma l’ho lasciata il giorno dopo che vi ero arrivato. Pur avendo l’attrattiva delle bellezze naturali, è una città da evitarsi, poiché ormai è un noto centro di corruzione… Là tutto si concede all’immoralità: là ci si disfrena più che altrove, come se il luogo stesso richiedesse ogni specie di scostumatezze… A che mi servono le acqua termali o i bagni sudoriferi in cui si sviluppa il vapore ardente che dovrà spossare il corpo? Il sudore sia provocato solo dalla fatica”. E, descrivendo la villa dell’amico Servilio Vazia, ormai scomparso, sul promontorio di Torregaveta, dominante la spiaggia e il lago Fusaro presso Cuma, ci ha lasciato una delle più belle descrizioni di una villa marittima: “Non posso scriverti nulla di sicuro sulla villa, poiché ne conosco solo la facciata, e la parte esterna, visibile anche ai passanti. Ci sono due grotte artificiali che hanno l’ampiezza di un atrio spazioso: di esse, una è completamente all’ombra, l’altra è esposta al sole tutto il giorno. Un canale, derivato dal mare e dal lago Acherusio, divide nel mezzo un boschetto di platani, e, quando non è prosciugato, nutre molti pesci. Se il mare è calmo, si lasciano in pace i pesci nel canale; ma vi si ricorre quando le tempeste impediscono ai pescatori d’imbarcarsi. La villa ha questo grande vantaggio: essendo molto vicina a Baia, se ne possono godere i piaceri senza doverne subire gli inconvenienti. So che ha anche questo aspetto favorevole può essere abitata tutto l’anno, poiché è esposta al vento favonio, che essa prende tutto per sé, sottraendolo a Baia. Continua domani.

La ricetta del giorno

Riso con la peperonata al forno

Ingredienti: riso 400 gr, peperoni 1 kg, cipolle 1 kg, tonno sott’olio 400 gr, scamorza 500 gr, pomodorini pelati 300 gr, 4 filetti di acciughe sott’olio, olive nere 100 gr, capperi 30 gr, formaggio grattugiato, basilico, origano, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: In una padella con l’olio rosolare uno spicchio d’aglio e le cipolle sottilmente affettate. Quando saranno dorate unire i peperoni grossolanamente spezzettati, mettere il coperchio e cuocere per circa 15 minuti mescolando ogni tanto, poi unire i pomodori schiacciati, sale, pepe, origano e basilico tritato.

Continuare la cottura a fiamma bassa ancora per 20 minuti, poi aggiungere il tonno le olive snocciolate, i capperi sciacquati, le acciughe spezzettate e insaporire tutto insieme per qualche minuto.

Lessare il riso, scolarlo al dente, condirlo con un filo d’olio, fare uno strato in una pirofila unta, cospargerlo di formaggio grattugiato, ricoprirlo di peperonata e fettine di scamorza, coprire con il riso rimasto, cospargere di formaggio grattugiato e gratinare in forno già caldo a 180° per circa mezz’ora fin quando si sarà formata una invitante crosticina. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: sono previste in arrivo delle notizie dall’esterno dal tuo giro quotidiano;

Toro: è una giornata positiva, ti senti bene e con tanta voglia di fare;

Gemelli: stai dando l’impressione di scarsa disponibilità, se ci tieni dai più attenzioni;

Cancro: l’amore sta arrivando ed è più vicino di quanto tu possa immaginare;

Leone: è un buon periodo per promuovere contatti che favoriscano il tuo lavoro;

Vergine: non ti senti soddisfatto per colpa di alcuni ritardi che ti stanno condizionando negativamente;

Bilancia: per chi del segno della Bilancia cerca l’amore, dico di pazientare ancora un pochino, è in arrivo, gli ultimo 2-3 giorni del mese saranno quelli buoni, auguri e se son rose fioriranno;

Scorpione: per te Scorpioncino che hai sensibilità e intuito dico che l’istintività vale più della razionalità;

Sagittario: fai le tue cose quotidiane con il solito impegno, non cercare di strafare che poi si pagano le conseguenze;

Capricorno: i tuoi obbiettivi prefissati sono più vicini alla realizzazione di quanto tu possa immaginare;

Acquario: la Luna ti dà una posizione di vantaggio e favorirà i tuoi incontri;

Pesci: vivrai delle nuove emozioni che ti faranno sentire bene con te stesso e con gli altri.

Buona Domenica 21 Luglio 2019

1969 – alle ore 2:56 UTC , Neil Armstrong compie il primo passo sulla Luna.

Il Sole sorge alle 5:43 e tramonta alle 20:29

La Luna cala alle 8:46 e si eleva alle 22:06

San Lorenzo da Brindisi dottore

Questo nome deriva dal latino “laurentius” cioè nativo della città di Laurentum nel Lazio dove, erano estesissime coltivazioni di alloro (laurus) che anche oggi viene usato come base nei preparati medicali contro lo stress e le arrabbiature e cioè dei tranquillanti in genere.

  • Vale cchiù ‘n’arraggiàta ca ‘na mazziàta.
  • ‘O cane arraggiato ‘nce lassa ‘o pilo.
  • Nun te piglià collera, ca ‘o zùccaro costa caro!
  • Chi se piglia collera piscia ‘ncopp’  ‘a scopa nova e lle passa.

San Daniele

Il 21 luglio del 1417 Giovanna II affida la direzione politica ad un Consiglio Segreto della Corona mentre Giacomo della Marca viene privato di ogni potere.

Il 21 luglio del 1969 alle ore 2:56 UTC Neil Armstrong compie il primo passo di un uomo sulla Luna.

Il 21 luglio del 1993 per l’assenteismo dei Gruppi Consiliari il Sindaco Tagliamonte si dimette. Le sue funzioni vengono assunte dal Vice Sindaco R. Cortese.

Il proverbio del giorno: mangiare per vivere e non vivere per mangiare.

La favola del giorno

La sirenetta

Lontano, in alto mare, l’acqua è azzurra come petali di bellissimi fiordalisi e trasparente come cristallo purissimo, ma è molto profonda, così profonda che un’anfora non potrebbe mai toccarne il fondo, e bisognerebbe mettere uno sopra l’altro molti campanili prima di arrivare alla superficie. Laggiù abitano le genti del mare.

Non si deve pensare, ora, che vi sia soltanto nuda sabbia bianca da vedere! Oh no! Alberi stupendi vi crescono, e piante con foglie e steli talmente flessibili che tremano come esseri viventi al più piccolo moto dell’acqua. Tutti i pesci, piccoli e grandi, guizzano tra i rami, come, qui da noi, gli uccelli dell’aria. Nel punto più profondo sta il castello del re del mare, le pareti sono di corallo e le grandi finestre a ogiva sono fatte di chiarissima ambra; il tetto è di conchiglie che si aprono e si chiudono a seconda che l’onda va e torna, e tutte, oh spettacolo meraviglioso! racchiudono splendide perle, una sola delle quali farebbe una bellissima figura sulla corona di una regina.

Il re del mare era ormai vedovo da molti anni, però c’era la sua vecchia madre che pensava a tenergli in ordine la casa; era una donna saggia, ma molto fiera della propria nobiltà; infatti aveva dodici ostriche sulla coda, mentre le personalità di massimo rango non avevano diritto a portarne più di sei. Peraltro aveva grandi meriti, soprattutto quello di amare moltissimo le piccole principesse, le sue nipotine. Erano sei belle fanciulle, ma la più giovane era la più bella di tutte. Aveva la carnagione chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo, ma al pari delle altre, non aveva piedi, il suo corpo terminava in una coda di pesce.

Durante le lunghe giornate potevano giocare nelle grandi sale del castello, dove fiori viventi germogliavano alle pareti. Quando le grandi finestre di ambra venivano aperte, i pesci nuotavano dentro, come fanno da noi le rondini che entrano in casa quando spalanchiamo le finestre, ma laggiù i pesci si avvicinavano alle principessine, mangiavano dalle loro mani, e si lasciavano accarezzare.

Intorno al castello si stendeva un grande giardino con alberi color rosso acceso o turchino scuro, i frutti splendevano come oro e i fiori, che senza posa agitavano i petali e gli steli, parevano fiamme. La terra era fine sabbia, ma di colore azzurro come zolfo ardente. Tutto laggiù era soffuso d’uno strano chiarore turchino; era più facile pensare di trovarsi nell’aria e di vedere cielo dovunque, di sopra e di sotto, piuttosto che nella profondità del mare. Nei giorni di mare calmo si vedeva il sole, che sembrava un fiore di porpora dal cui calice sgorgasse un fiume di luce.

Ogni principessina aveva una piccola aiuola nel giardino, dove poteva lavorare e piantare fiori a suo piacere; una diede al suo giardinetto la forma di una balena, un’altra preferì che il suo somigliasse a una sirenetta; la più piccola fece la sua aiuola rotonda come il sole, e dentro vi piantò tutti fiori scarlatti come il sole. Era una bambina strana, tranquilla e pensierosa; le altre sorelle si divertivano a disporre nelle loro aiuole i più svariati oggetti provenienti da bastimenti affondati, invece lei volle soltanto i fiori scarlatti che somigliavano al sole su in alto, e la statua di un giovane, una bellissima statua, scolpita in pietra bianca e trasparente, capitata sul fondo del mare pel naufragio di qualche nave. Presso il piedistallo essa piantò un salice piangente dal fogliame roseo, che crebbe rigoglioso, ripiegando i freschi rami sopra il capo del giovane fino a toccare il suolo di sabbia turchina, dove l’ombra diventava viola e si muoveva come i rami; sembrava che i rami e le radici si prodigassero tra loro le più dolci carezze.

Non c’era per lei felicità più grande che sentir parlare del mondo sopra il mare, dove vivevano gli uomini; la vecchia nonna doveva raccontare tutto quello che sapeva sulle navi, le città, gli uomini e gli animali; soprattutto la incantava che sulla terra i fiori spirassero un buon profumo, poiché sul fondo del mare i fiori non odorano, e che i boschi fossero verdi, e che i pesci che si vedevano tra i rami sapessero cantare tanto bene che era una gioia ascoltarli; ella intendeva gli uccellini che la nonna chiamava pesci per farsi meglio capire da loro, che non avevano visto mai un uccello.

  • Quando avrete compiuto il quindicesimo anno di età, – aveva detto la nonna, – vi darò il permesso di affacciarvi alla superficie del mare, di sedervi sugli scogli nel chiaro di luna e guardare le navi che passano; vedrete anche i boschi e le città.

L’anno prossimo, la sorella maggiore avrebbe avuto quindici anni, e c’era un anno di differenza tra loro, così la più piccola doveva aspettare ancora cinque lunghi anni prima di poter salire dal fondo del mare per vedere come era fatto il mondo di noi uomini. Ma ognuna di loro aveva promesso alle altre di raccontare quello che aveva veduto il primo giorno e che le era piaciuto di più; poiché non era mai abbastanza quello che raccontava la nonna e c’erano ancora tante cose che desideravano sapere.

Nessuno però aveva nostalgia come la più piccola, proprio quella che doveva aspettare più a lungo, e che era così tranquilla e pensierosa. Parecchie volte, di notte, ella si metteva alla finestra aperta e guardava in su, attraverso l’acqua azzurro-scura, dove i pesci sbattevano con la coda e le pinne. Vedeva la luna e le stelle che attraverso l’acqua sembravano molto pallide, ma anche molto più grandi che ai nostri occhi; e quando un’ombra nera le oscurava, ella sapeva che stava passando una balena oppure una nave con tanti uomini; e quelli certo non s’immaginavano che laggiù una graziosa sirena tendeva a loro le sue bianche braccia. Continua domani.

Curiosando qui e là

A quando risale l’usanza di celebrare i matrimoni suonando la marcia nuziale?

La prima a scegliere la marcia nuziale, per le sue nozze con Guglielmo di Prussia nel 1858, fu la principessa Victoria, figlia della regina Vittoria d’Inghilterra.

Il brano è tratto dal Lohengrin di Richard Wagner, e sottolinea nell’opera il matrimonio tra Lohengrin ed Elsa di Bramante. L’opera era stata messa in scena per la prima volta nel 1850. La grande diffusione è però legata al fascino che il gusto europeo esercitava sulle classi agiate americane di fine ‘800: un diplomatico, di ritorno a New York dopo un viaggio in Europa, suggerì a un’ereditiera che stava per sposarsi di scegliere la musica di Wagner per il corteo d’ingresso.

Da allora ebbe inizio la fortuna del brano, che ora accompagna, in concorrenza con la marcia nuziale tratta dal Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelsshon, i cortei matrimoniali in tutto il mondo.

Animali da compagnia Comportamento del gatto domestico

Il Gatto domestico non considera di solito il padrone come compagno, ma più semplicemente interpreta la sua casa come il proprio territorio personale e lo stesso padrone come un “oggetto” di questo territorio: di conseguenza mantiene sempre un atteggiamento assai indipendente, e viene perciò spesso giudicato un animale “ancora selvatico”. Ciò nonostante, o forse appunto per questo, è un animale molto amato: fin dalla comparsa dei primi Gatti in Egitto, l’uomo ha infatti apprezzato in essi la loro genuina indole selvatica: pur sostenendone a parole l’utilità nella lotta contro i Topi, la maggior parte delle persone alleva in realtà i Gatti per pura e semplice gioia personale. Trova infatti piacere nell’ospitare questi vivaci e sensibilissimi animali che non sono divenuti docili schiavi dell’uomo, ma hanno conservato la propria indipendenza.

Mentre si riesce quasi sempre a impedire che i Cani si riproducano (qualora ovviamente ciò non sia desiderato), semplicemente tenendoli rinchiusi, è assai più difficile reprimere gli stimoli sessuali dei Gatti: all’epoca degli accoppiamenti, se non trovano il mezzo per portarsi all’aperto, questi Felini diventano infatti insofferenti e corrono allora senza posa nelle stanze, si rotolano sul pavimento e giungono addirittura a lasciare dei segnali odorosi sui tappeti e negli angoli, forse nella speranza che un compagno riesca in qualche modo a introdursi nell’abitazione. Poiché tuttavia durante l’epoca degli amori i maschi e le femmine riescono a sfuggire alla sorveglianza dei padroni, i Gatti finiscono col moltiplicarsi in misura assai superiore a quella auspicata dall’uomo; soltanto facendo ricorso alla sterilizzazione si può impedire che questi animali si riproducano periodicamente due volte l’anno.

Non si può dire di conoscere a fondo una Gatta se non dopo aver trascorso con essa gli 8-10 giorni durante i quali è in cerca di un compagno: in questo periodo essa rivela infatti la sua più intima natura, e per una persona “malata” di perbenismo, questa è un’esperienza indubbiamente spiacevole.

Il fatto che anziane zitelle si circondino così spesso di Gatti dimostra che la loro larghezza di vedute è di gran lunga superiore a quanto generalmente si presume: chi ha vissuto con una Gatta non sterilizzata deve necessariamente liberarsi di ogni pregiudizio … Chi, in campagna o in città, alleva dei Gatti non castrati, deve rassegnarsi a sopportare in essi un comportamento in cui gli istinti sessuali costituiscono una parte notevole, talvolta addirittura la più importante… Anche la Gatta più dolce e mansueta è perfettamente conscia del fatto che al mondo esistono anche i maschi ed è fermamente decisa a conquistarne uno.

Tetti e giardini sono i luoghi d’incontro preferiti, e da qui le femmine lanciano le loro grida per attirare i maschi; questi a loro volta danno inizio a rumorosi e lunghi concerti: il risultato di questi incontri notturni è un variopinto miscuglio di piccoli Gattini, che finirebbero per invadere le città e i villaggi se l’uomo non intervenisse, e si troverebbero esposti a molteplici pericoli, ritornerebbero semiselvatici, arrecherebbero ogni sorta di danni e sarebbero comunque destinati a concludere miseramente la propria esistenza in un tempo più o meno breve. Tale problema preoccupa i naturalisti di tutto il mondo: oggi come in passato vengono uccisi in ogni parte della terra innumerevoli Gattini appena nati, mentre una quantità incalcolabile di Gatti vagabondi scorrazza nelle città e nelle campagne, rimanendo prima o poi vittima della fame o dell’uomo.

Sebbene nella nostra società la sterilizzazione delle Gatte mediante legatura degli ovidotti sia praticamente inevitabile, ognuno prova una particolare gioia nell’allevare i piccoli e nel vederli giocare con la madre: in tali occasioni la femmina insegna ai figli a catturare le prede vive, mentre i Gattini, ancora maldestri, se le lasciano continuamente sfuggire; la madre è pronta allora a riafferrarle e a porgerle di nuovo ai figli.

Anche allo stato libero i piccoli Felini, se vogliono riuscire a sopravvivere, devono apprendere dalla madre le più diverse tecniche di caccia, e tutte queste azioni istintive sono rimaste inalterate anche nelle razze domestiche. Continua.

L’angolo della Poesia

Senza titolo

Tutti eravamo là

A porgere il sapone dicendo

  • Dovete solo pulirvi -.

Oh il lamento ferito dei bimbi

aggrappati alle carni materne

nell’osceno groviglio ululante

al primo getto di gas.

Tutti eravamo là

a prendere il sapone tremanti.

Pugni senza speranza

battevano ritmi neri

contro le porte studiate

can calcoli esatti.

Il canto dei salmi moriva

sui gemiti sempre più fiochi

Siamo ancora là,

sempre,

tutti.

Non sono tornati gli uccelli

scacciati dal fumo dei forni.

Reclinare il viso

sul tuo seno caldo

in cerca di luce

per l’animo spento.

Anonimo

Pochi versi senza titolo, senza autore. I campi di concentramento nazisti. I poveri prigionieri che vivono gli ultimi istanti della loro misera esistenza. I loro sentimenti. Le emozioni. E l’attesa, l’attesa di quel momento prossimo. Bambini, donne, uomini tutti accumunati da un unico tragico destino dettato dalla crudeltà umana.

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Locali storici e tipici napoletani

Arte in Oro

Via Benedetto Croce, 20

Intorno a 130 anni fa nasceva questa bottega di arte orafa dove si lavorano argento e oro, pietre preziose e corallo.

Emblema del negozio, una cornice in legno dipinto che richiama il portale dell’adiacente palazzo Venezia, residenza dell’ambasciatore veneto ai tempi di Durazzo.

All’interno, atmosfera d’altri tempi, vetrine colme di ventagli, borsette in argento, binocoli da teatro e il piano-lavoro in bakelite sul quale Ludovico Marciano, utilizzando trapani antiquati e vecchie pinze crea con le sue mani veri e propri oggetti d’arte.

Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 4

Le vacanze e gli “otia” in Campania

La piscina della Villa di Poppea nell’antica Oplonti.

E proprio sulle coste della Campania, saldamente romanizzata, dove si svolgeva un grande volume di scambi commerciali, dove la natura e il paesaggio si coniugavano al clima mite in ogni stagione, dove erano presenti famose sorgenti termali, che sorsero le prime vere ville marittime, per iniziativa, non a caso, degli ellenenizzanti Scipioni: già Scipione l’Africano aveva scelto, per il suo volontario esilio, la villa di liternum presso le rive del lago di Patria, colonia da lui fondata, che a Seneca, precettore di Nerone, più di due secoli dopo, appariva straordinario esempio di semplicità, al confronto delle costruzioni dei suoi tempi. Cornelia, madre dei Gracchi, Scipione Emiliano e il suo amico Lelio possedettero, intorno al golfo di Napoli, ville d’otium. Ancora le ville di Baia di Cesare e di Pompeo, che dominavano dall’alto la costa, avevano l’aspetto di fortilizi, con recinti merlati e torri.  Presto la scala dimensionale delle ville marittime crebbe a dismisura e, parallelamente, il lusso e lo sfarzo degli arredi.

La Villa dei Papiri di Ercolano, appartenuta probabilmente al suocero di Cesare, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, aveva una fronte a mare di oltre 250 metri e proporzioni impressionanti: il grande peristilio, con 25 colonne sui lati maggiori e 10 sui lati minori, aveva poco meno di 100 metri di lunghezza per 37 di larghezza, e presentava al centro una piscina lunga più di 66 metri. Di essa sono stati recuperati gli splendidi arredi scultorei e la biblioteca con più di mille rotoli di papiro, conservati nelle apposite sezioni del Museo Archeologico Nazionale e della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Altri ben conservati esempi di ville marittime sono quella di Poppea a Oplonti nel comune di Torre Annunziata, le ville di San Marco e di Arianna a Castellammare di Stabia e la Villa dei Bagni della Regina Giovanna a Sorrento. Continua – 4.

La ricetta del giorno

Frullato di frutta con yogurt e corn-flakes

Ingredienti: 1 banana, 1 mela, 1 pera, 2 fette di ananas, 1 limone, lamponi 100 gr, corn-flakes 250 gr, yogurt naturale 200gr, latte 2 dl, miele.

Esecuzione: raccogliere nel frullatore mela e banana a pezzetti, spruzzarle con succo di limone, unire ananas e pera tagliuzzati, il latte, lo yogurt.

Frullare fino ad ottenere un composto cremoso e metterlo a raffreddare in frigorifero per un’ora.

Suddividere in ciotole individuali i corn-flakes, ricoprirli con il frullato preparato e guarnire con i lamponi e un cucchiaino di miele. Buona colazione.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: allarga i tuoi orizzonti, fai nuove conoscenze ti porteranno bene;

Toro: è un periodo in cui la tua passionalità sale tanto;

Gemelli: ti senti agitato per delle nuove situazioni che non ti senti pronto ad affrontare;

Cancro: riesci a dimenticare le cose con molta facilità, questo è un bene perché ti aiuta a non soffrire;

Leone: hai un atteggiamento pessimista verso il futuro ma motivi reali non ve ne sono quindi cerca di recuperare la tua fiducia;

Vergine: devi riuscire a tenere sotto controllo qualsiasi discussione prima che prendano una brutta piega;

Bilancia: problemi e fastidi da un ex;

Scorpione: le intuizioni giuste tu le hai, il problema è trovare il coraggio per metterle in atto;

Sagittario: stai riflettendo molto su un’eventuale cambiamento di lavoro;

Capricorno: stai programmando il tuo futuro per il prosieguo;

Acquario: devi ridurre i tuoi impegni e la tua fatica se non vuoi avere problemi;

Pesci: certe volte è meglio agire da solo se gli altri sono titubanti e contrari.

Buon Sabato 20 Luglio 2019

Moon Day

Il Sole sorge alle 5:42 e tramonta alle 20:30

La Luna cala alle 7:39 e si eleva alle 21:44

Sant’ Aurelio vescovo

Sant’Elia profeta

Santo Patrono di Montefiascone

Questo Santo è il protettore dei cocchieri e si invoca per ottenere la pioggia.

  • Pullecenèlla quanno va ‘ncarrozza tutte ‘o vèdeno; quanno ‘a tira nisciuno ‘o vede.

(significa che quando a qualcuno le cose vanno bene tutti lo vedono; quando invece le cose vanno male tutti fingono di non saperlo)

  • Quanno chiòveno passe e ficusecche!

(si dice di cosa od evento di impossibile realizzazione)

Sant’Apollinare di Ravenna vescovo

Santa Margherita d’Antiochia

E’ la Protettrice delle partorienti e delle puerpere.

  • Fèmmena aburtùta, mèza prena.

(perché facilmente resta nuovamente incinta)

  • Prenànza ogne male scanza.

(in genere, le donne gravide difficilmente cadono malate)

Il 20 luglio del 1860 nasce il poeta, musicista, pittore e scultore G. Battista De Curtis.

Il 20 luglio del 1969 l’uomo è atterrato sulla Luna

Il Proverbio del giorno: chi ci cava il sonno non ci cava la fame.

La favola del giorno

Un folletto del Donegal

Eh, sì, è una brutta cosa scontentare i “signori”, è proprio vero – possono diventare poco amichevoli se li si fa andare in collera, e possono essere il meglio dei vicini se sono trattati con gentilezza.

Un giorno la sorella di mia madre stava tutta sola in casa con un pentolone d’acqua che bolliva sul fuoco, e uno della piccola gente è caduto giù dal camino, ed è scivolato nell’acqua calda con le sue gambette.

Ha cacciato uno strillo terribile e in un minuto la casa era piena di creaturine piccolissime che lo tiravano fuori dal pentolone e lo trascinavano per il pavimento.

  • Ti ha scottato lei? – mia zia ha sentito che gli chiedevano.
  • No, no, sono stato io che mi sono scottato da me, – fa il piccolino.
  • Ah, bene, bene, – dicono loro. – Se sei stato tu che ti sei scottato da te non diremo niente, ma se ti avesse scottato lei, gliela avremmo fatta pagare.

Incarnazioni fatate

A volte i folletti si invaghiscono di esseri mortali e li portano con sé nel loro paese, lasciando in cambio un qualche malaticcio bimbo-folletto, o un ceppo di legno che per incantesimo appare come un mortale, e a poco a poco si consuma e muore e viene sepolto. Rubano per lo più bambini. Se si “guarda troppo un bambino”, se cioè lo si osserva con invidia, i folletti lo hanno in loro potere. Si possono fare molte cose per scoprire se un bambino è un’incarnazione dei folletti, ma c’è un sistema infallibile: metterlo sul fuoco con questa formula riportata da Lady Wilde: “Brucia, brucia, brucia, se sei del diavolo, brucia; ma se sei di Dio e dei Santi, sii salvo da ogni male”. Allora, se è un’incarnazione dei folletti, scapperà su per il camino con un grido, perché secondo Giraldus Cambrensis , “il fuoco è il nemico più grande di ogni genere di spettro, tanto che quelli che hanno avuto apparizioni cadono in deliquio non appena percepiscono la brillantezza del fuoco”.

A volte ci si libera della creatura in un modo molto meno brutale. Risulta che un giorno, mentre una madre stava curva su una incarnazione avvizzita, il chiavistello fu sollevato ed entrò un folletto riportando a casa il bimbo sano rapito. “Sono stati gli altri, – disse, – a rapirlo”. In quanto a lei rivoleva indietro il suo bambino.

Secondo alcuni, coloro che sono portati via sono felici, poiché vivono in un’abbondanza di agi, musica e allegria. Altri però affermano che essi si struggono continuamente per la mancanza dei loro amici terreni. Lady Wilde riporta una fosca tradizione secondo la quale ci sono due tipi di folletti: i primi allegri e gentili; gli altri cattivi, che ogni anno sacrificano una vita a Satana ed è a tale scopo che rubano i mortali. Nessun altro scrittore irlandese riferisce di questa tradizione: se esistono tali tipi di folletti devono essere fra gli spiriti solitari, i Pooka, i Fit Darrig e simili.

Fiabe popolari irlandesi

Curiosando qui e là

Dalla pianta alla scrivania: la fabbricazione dei “pastelli” – Matite colorate ecco come nascono.

La qualità dipende dal legno: per quelle più pregiate è di cedro incenso californiano, ma ottime sono anche quelle di pino o di ginepro.

Atossica

Il cuore di una matita colorata è però la mina, un impasto di caolino (argilla bianca pregiata) e cera d’api, cui vengono aggiunti i pigmenti coloranti. Una buona matita ha la mina di colore uniforme, senza striature: significa che l’impasto è stato ben dosato. I pigmenti sono gli stessi usati nell’industria alimentare, visto che i pastelli finiscono soprattutto in mano ai bambini in età prescolare, che li usano per disegnare.

Selezionata

Per fabbricare una matita si parte dalla pianta, che viene selezionata in appositi vivai e poi fatta crescere in piantagioni molto vaste (molte si trovano in America del Sud). Dalle piante si ottiene il legname, tenero, privo di nodi e a fibra diritta, dal quale ricavare delle tavolette spesse circa 5 mm.

Laccata

Le tavolette vengono asciugate e sagomate in modo da poter accogliere la mina. A ogni tavoletta con la mina ne viene sovrapposta e incollata un’altra, speculare. Il sandwich così ottenuto viene tagliato da un’apposita macchina in singole matite grezze, che vengono laccate in media con cinque strati di lacca colorata per renderle inattaccabili dai batteri, temperate da un’altra macchina e infine inscatolate.

La medicina dalla A alla Zeta – dizionario della salute – 12

Acromioclavicolare, articolazione.

Articolazione che è situata tra l’estremità esterna della clavicola e l’acromion (sporgenza ossea posta sopra la lamina della scapola).

Lesioni dell’articolazione

Le lesioni di questa articolazione sono rare. In genere sono conseguenti a una caduta sulla spalla e possono provocare sublussazione (spostamento parziale con le ossa ancora in contatto tra loro) o, raramente, lussazione (spostamento completo delle ossa).

Nella sublussazione la membrana sinoviale (rivestimento dell’articolazione) e i legamenti che la circondano sono stirati e contusi, l’articolazione è gonfia e si percepisce che le ossa sono leggermente disallineate. Nella lussazione i legamenti sono lacerati, il gonfiore è maggiore e la deformazione ossea è più marcata. Sia nella sublussazione sia nella lussazione, l’articolazione è dolente spontaneamente e al tatto il movimento della spalla è ridotto.

La sublussazione viene trattata mettendo a riposo il braccio e la spalla con un bendaggio. Se il dolore e la dolenzia persistono, spesso è utile l’iniezione di un corticosteroide e di un anestetico locale.

In caso di lussazione è necessaria una fasciatura intorno alla clavicola e al gomito per riportare nella posizione corretta l’estremità esterna della clavicola. Di solito il bendaggio viene lasciato almeno per tre settimane.

Se l’articolazione subisce lesioni ripetute può comparire la degenerazione cartilaginea dell’articolazione, che rende doloroso il movimento dell’articolazione.

Acroparestesia

Termine medico usato per descrivere il formicolio delle dita delle mani o dei piedi.

Acropatie

Termine generico con cui si indicano tutte le malattie che interessano le estremità: acromelalgia, malattia di Raynaud.

ACTH

Abbreviazione per indicare l’ormone adrenocorticotropo (chiamato anche corticotropina), che viene prodotto dalla parte anteriore dell’ipofisi e stimola la liberazione di diversi ormoni corticosteroidei da parte della corteccia surrenale, strato esterno delle ghiandole surrenali. L’ACTH è necessario anche per il mantenimento e la crescita delle cellule della corteccia surrenale.

Azioni

L’ACTH stimola la corteccia surrenale ad accrescere la produzione degli ormoni idrocortisone (cortisolo), addosterone e degli androgeni. La più importante di queste azioni è la stimolazione della produzione di idrocortisone.

La produzione di ACTH è controllata in parte dall’ipotalamo e in parte dal livello di idrocortisone nel sangue. Quando i livelli di ACTH sono troppo elevati, la produzione di idrocortisone aumenta e ciò inibisce la liberazione di ACTH da parte dell’ipofisi. Se i livelli di ACTH sono troppo bassi, l’ipotalamo libera i suoi ormoni, stimolando l’ipofisi ad accrescere la produzione di ACTH con conseguente liberazione di idrocortisone da parte della corteccia surrenale. I livelli di ACTH aumentano in risposta a stress, emozioni, lesioni, infezioni, ustioni, interventi chirurgici e a calo della pressione del sangue.

Disturbi

Un tumore dell’ipofisi può provocare produzione eccessiva di ACTH che, a sua volta, causa una sovrapproduzione di idrocortisone da parte della corteccia surrenale, inducendo la sindrome di Cushing. Una secrezione insufficiente di ACTH conseguente per esempio, a ipopituitarismo (attività carente dell’ipofisi) è rara. Quando accade si manifesta una insufficienza surrenalica.

Usi medici

L’ACTH è usato per trattare disturbi infiammatori come l’artrite, la colite ulcerosa e alcuni tipi di epatite. E’ stato impiegato per ottenere remissioni della sclerosi multipla, con efficacia incerta. L’ACTH viene utilizzato anche per diagnosticare i disturbi delle ghiandole surrenali. Continua – 12

Arte – Cultura – Personaggi

Sandor Petofi

La vita

Il maggior poeta ungherese, figlio di un macellaio e di una lavandaia slovacchi, nacque a Kiscoros (provincia di Pest) nel 1823 e visse agiatamente durante l’adolescenza; poi, a causa dei rovesci economici del padre, visse in ristrettezze economiche.

Fu molto criticato per il suo realismo che scandalizzava i letterati del tempo; fu sempre animato da idee libertarie e nel 1948 partecipò ai moti rivoluzionari per i quali scrisse anche il Canto Nazionale.

Fu ucciso, sul campo di battaglia di Segesvar nel 1849 dalle truppe dello Zar ed il suo corpo non venne ritrovato.

Un commento alla poesia di oggi.

In questa poesia, scritta nel 1848, possiamo notare tanto l’elemento patriottico quanto quello romantico del linguaggio. Il patriottismo è una delle caratteristiche del periodo romantico che si afferma nel momento in cui, dopo il Congresso di Vienna, l’Europa è in fermento e dappertutto si respira aria di nazionalismo.

Il nazionalismo della prima metà del secolo è sinonimo di patriottismo e nasce dalla convinzione che tutte le nazioni abbiano diritto alla libertà, quindi ha un significato ben diverso da quello che assumerà, poi, alla fine del secolo.

Qui il poeta romantico non solo aspira ad una morte eroica da combattente per la libertà della patria, ma già spera di vedere le “rosse bandiere”, anticipa, cioè, temi rivoluzionari. Il linguaggio è immediato, dettato dall’impeto delle passioni ed animato da un forte sentire, da uno stato d’animo infiammato.

L’angolo della Poesia

Libertà nel mondo!

Un pensiero mi turba:

di morire nel letto, fra i cuscini;

lentamente appassire come il fiore

morso dal dente di un verme nascosto.

Consumarsi pian piano, come il lucignolo della candela

che resta abbandonata nella camera vuota.

Non dare, o Signore, simil morte,

non dare a me una simile morte!

Ch’io sia l’albero che il fulmine trapassa

o l’uragano sradica.

Ch’io sia la roccia che il tuono, scuotitor della terra,

fa rovinare dalla cima , fino giù nella valle.

Quando i popoli schiavi

stanchi del giogo scendano in campo,

con volto di porpora e rosse bandiere,

e sulle bandiere scritto questo sacro motto:

“Libertà nel mondo!”

e questo grido suonasse

rimbombando, da oriente ad occidente,

ad atterrar la tirannide;

là io cada

sul campo della mischia,

là scorra il giovin sangue dal mio cuore;

e se sul mio labbro risuonasse un ultimo grido di gioia

lasciate che lo soffochi il fragor dell’acciaio,

il suono della tromba, il rombo del cannone.

E sopra il mio cadavere

sbuffanti destrieri

galoppino, nella vittoria conquistata,

e là mi lascino, calpestato.

E si raccolgan le mie ossa sparse

quando giunga il giorno della gran sepoltura,

quando con solenne e lenta musica luttuosa

e con l’accompagnamento di velate bandiere,

sarà data una tomba comune agli eroi

che per te sono morti, o sacrà libertà!

Sandor Petofi – da Poemetti, in Poesie scelte.

Affinità di coppia del segno del Cancro con gli altri segni – Pesci

Cancro-Pesci

Saziami, e non solo di baci

L’incontro di questi due sognatori è un tuffo in un oceano di emozioni. Difficile riemergere alla realtà senza provare le vertigini e il timor panico. Il rimedio? Consumare insieme deliziosi peccati d gola, così cari ad entrambi.

Uno, nessuno, centomila. Questo è l’uomo dei Pesci, il più mobile fra i segni mobili. E, per di più un segno d’Acqua. Non l’acqua amniotica del Cancro. Né quella torbida e limacciosa della morte-rigenerazione scorpionica. E’ l’acqua del fluire inarrestabile che perpetua l’infinito svolgersi della vicenda cosmica.

Se le classificazioni sono sempre riduttive, a proposito dei Pesci diventano praticamente improponibili: il regno del dodicesimo segno è il regno del possibile. Ma, nonostante tutto, c’è una vaga possibilità di distinguere questi cangianti nativi in due filoni, sulla falsariga dei due Governatori dei Pesci: Nettuno e Giove.

Nei Pesci nettuniano alita il soffio dell’omonimo dio classico, sovrano incontrastato dei mari. E’ un essere irrazionale. Non nel senso che manca di logica, ma nel senso che gli angusti schemi del pensiero mercuriano (Mercurio è in esilio nei Pesci) sono inadeguati rispetto alle infinite profondità dello psichismo nettuniano. Questo Pesci comunica con la sua sensibilità intuitiva, che funziona come una magica ricetrasmittente e anche come un ricco crogiuolo di creatività. E’ un personaggio che spesso sembra distratto, librato in un’altra dimensione, ma questo è vero solo in parte: mentre i suoi pensieri vagano liberi, una piccola fetta della sua attenzione rimane agganciata al presente, pronta a ristabilire i collegamenti se interverrà qualcosa di non ripetitivo. Quindi interessante.

Il Pesci nettuniano è l’artista, il genio potenziale che rifugge dall’idea del lavoro nel senso comune del termine. Per lui esiste solo la creazione: quella che coinvolge e sfinisce perché è, semplicemente, un atto d’amore. E, a proposito d’amore, il Pesci nettuniano non sa cosa siano le avventure, i giochi erotici fine a se stessi. Lui cerca solo sentimenti sublimi e vede nell’unione dei corpi il riflesso di due anime che si incontrano.

Per il Pesci gioviano le cose stanno in modo alquanto diverso: l’edonismo imbavaglia le istanze alla sublimazione e ingaggia una corsa gagliarda verso l’appagamento delle vive aspirazioni al piacere. Nel lavoro rivela uno straordinario bernoccolo per gli affari: per lui vige la regola aurea del minimo sforzo-massimo rendimento.

Ma praticamente non esiste il Pesci solo nettuniano o quello solo gioviano e così, nella maggior parte dei nati nel dodicesimo segno, emerge ora l’uno ora l’altro aspetto: il denominatore comune è, in ogni caso, una particolare sensibilità affettiva.

L’incontro di un Pesci con una donna del Cancro ha in sé qualcosa di magico. E’ la suggestione dei riflessi lunari che illuminano il mare notturno eccitando la fantasia, il sogno. E lo struggimento del corpo non è che il riflesso di emozioni che si spandono su onde a raggiera. Il mondo di questa coppia è soprattutto notturno, fatto di tante parole che fluiscono senza costrutto apparente, di carezze pigre che protraggono i preliminari fino quasi ad esaurirsi in essi…

Ma in amore che assomiglia tanto al sogno s’annida la terribile insidia d’un brusco risveglio: il ritorno alla realtà di una coppia Pesci-Cancro rischia di non reggere all’urto e di frantumarsi irrimediabilmente. Conclusa la fase idilliaca dell’innamoramento, entrambi possono sentirsi ingiustamente defraudati quando il lavoro e le prosaiche necessità quotidiane li mettono di fronte a una realtà avara di spazi per i sogni. E siccome realismo e obiettività fanno difetto a entrambi, il dolore della rinuncia falsa le loro prospettive. Col risultato che l’uno finisce con l’attribuire all’altro la responsabilità del dolore che prova. Come uscirne? Dedicando ampi spazi di tempo libero, oltre che all’amore, all’arte. Soprattutto alla musica che, col suo suggestivo potere evocatore, favorisce la partecipazione mistica delle anime. Cioè la linfa stessa dell’unione di queste due sensibilissime creature. In una dimensione più terrestre ma altrettanto vitale, la sopravvivenza del rapporto Pesci-Cancro passa anche attraverso i piaceri della tavola. Perché, per via di Giove domiciliato nei Pesci ed esaltato nel Cancro, bisogna ammettere che stiamo parlando d’una coppia di golosi. Ma su questo è meglio sorvolare.

Locali storici e tipici napoletani

Amitrano

Via Benedetto Croce 56

L’esatta denominazione della ditta è “Eredi di Raffaele Amitrano”, un omaggio dei figli al padre, erede a sua volta di una tradizione familiare che opera da tempo nel campo del tessile per l’arredamento.

A questa attività di lunga data si è aggiunto in seguito l’antiquariato, come testimonia lo spazio espositivo al n. 53 della stessa strada.

Ma è nel negozio sul cortile, con l’arredo originale degli anni Quaranta del secolo scorso, che va avanti un discorso mai interrotto da quattro generazioni: una vasta scelta di tessuti classici di qualità.

Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 3

Le vacanze e gli “otia” in Campania

resti del Santuario di Apollo

Intorno alla metà del II secolo a.C., con l’economia dell’Italia romana in piena ripresa dopo la crisi della seconda guerra punica e la cultura greca ormai accettata senza ostacoli dalla classe dirigente dell’Urbe, si sviluppò un tipo particolare di villa dove, accanto ai settori destinati alla produzione, alla raccolta e alla trasformazione dei prodotti agricoli e all’allevamento specializzato, assunse sempre maggiore importanza la lussuosa parte destinata ai soggiorni, più o meno saltuari, dei ricchi proprietari.

Quando le coste dell’Italia divennero del tutto sicure in seguito alla sconfitta dei pirati ad opera di Pompeo, questo tipo di villa si sviluppò in grande stile, divenendo il luogo deputato degli otia dei ricchi senatori e dei cavalieri romani che qui amavano coltivare i loro interessi culturali e soddisfare i più vari piaceri.

Le ville furono costruite in luoghi suggestivi, in genere posti in alto e ben esposti ai venti, spesso dominanti la linea di costa, con rampe e terrazze digradanti verso il mare, dove quasi sempre la villa possedeva un approdo privato e delle peschiere. Al corpo principale dell’edificio, eretto su massicce sostruzioni voltate in calcestruzzo, dove la tradizionale successione atrio-peristilio risultava di norma invertita, si aggiunsero portici, passeggiate alberate, vasti saloni, cubicoli diurni, terme private, giardini, ninfei, piscine, e perfino basiliche, destinate agli arbitrati privati e a discutere i più svariati affari con le numerose clientele, e ancora biblioteche, tempietti, edifici per gli spettacoli. Continua domani.

La ricetta del giorno

Sfogliata di zucchini e prosciutto

Ingredienti: pasta sfoglia 500 gr, zucchini 1 kg, 4 uova, prosciutto cotto 150 gr, fontina 200 gr, pomodori pelati 200 gr, grana grattugiato, 1 cipolla, basilico, origano, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: spuntare gli zucchini, lavarli, tagliarli a bastoncini e rosolarli in una padella con olio e la cipolla finemente tritata.

Quando tutto sarà ben dorato unire i pomodori tagliuzzati, il basilico spezzettato, sale, pepe e origano.

Mettere il coperchio e cuocere ancora per 15 minuti mescolando ogni tanto e aggiungendo poca acqua se la preparazione tendesse ad attaccarsi sul fondo.

Stendere la pasta sfoglia realizzando due dischi di cui uno più grande con cui si rivestirà una tortiera imburrata e infarinata.

Riempirla con gli zucchini, stendervi sopra prosciutto e fontina a fettine, su tutto versare le uova sbattute con sale, abbondante formaggio grattugiato e basilico tritato.

Agitare la tortiera sbattendola leggermente per livellare il composto, coprire con l’altro disco di pasta, sigillare bene i bordi e cuocere in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti. e buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: ti senti ispirato dall’arte e dalla creatività, e allora datti da fare crea qualcosa di grande;

Toro: è un periodo in cui le avventure per te contano molto;

Gemelli: per le coppie un importante problema da risolvere;

Cancro: i sentimenti per te hanno un valore enorme;

Leone: stai progettando una vacanza fuori dal comune e da ricordare a lungo;

Vergine: continua il periodo favorevole ma non riesci a sfruttarlo appieno;

Bilancia: sei paziente e disponibile con tutti;

Scorpione: sei sotto stress e non sai come uscirne;

Sagittario: dedicati ai progetti futuri;

Capricorno: questo Luglio per quanto riguarda l’amore non è stato certo favorevole;

Acquario: evita tutto quello che ti possa portare stress e stanchezza;

Pesci: ti senti come un pesce fuor d’acqua, vedi troppe cose cambiare attorno a te.

Buon Venerdì 19 Luglio 2019

27° anniversario della strage di via D’Amelio

IL Sole sorge alle 5:41 e tramonta alle 20:31

La Luna cala alle 6:32 e si eleva 21,20

Sant’Arsenio il Grande diacono e eremita

Arsenio dal greco arsen cioè maschio, virile.

  • Jàmme cuònce! … dicètte ‘a vitella a ‘o vòje.
  • Uòcchio ‘e pesce, addò guarda cresce!

Santa Giusta vergine

Giusta dal latino iustus cioè giusto, equo, spartano.

  • Chello ca è giusto è giusto!

San Simmaco papa

Il 19 luglio del 1950 viene istituita la “Cassa per il Mezzogiorno” (Casmez) che sarà poi trasformata, nel 1987, in “Agensud” – Agenzia per il Sud.

Il 19 luglio del 1963 Si ha la prima Giunta di centro-sinistra, guidata da F. Clemente.

Il 19 luglio del 1994 a causa della viva reazione dell’opinione pubblica e di buona parte delle forze politiche, il Governo ritira il decreto Biondi riservandosi di presentare, in sostituzione, un apposito “disegno di legge” con norme più rigide ed incisive.

Il proverbio del giorno: a tavola non si invecchia.

La favola del giorno

Le oche-cigni

C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. “Piccola, piccola mia – diceva la madre – noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal cortile.” I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta campagna e in lontananza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento. Corri corri, ecco un forno. “Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia la mia galletta di segale e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!” Il forno tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. “Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche.cigni?” “Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangiano neanche quelle di giardino!” Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. “Fiume di latte, rive di gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?” “Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo dirò.” “Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna.

Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: “Porcospino, caro porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?”. “Di là!”, indicò quello. La bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa. Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le oche-cigni la inseguono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il fiume di latte tra le rive di gelatina. “Fiume caro, nascondimi!” “Mangia della mia gelatina!” Non c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni passarono oltre. La bambina uscì, disse: “Grazie!” e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cigni erano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. “Melo, caro melo, nascondimi!” “Mangia la mia mela selvatica!” La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno colpendo con le loro ali e a momenti le strappano dalle mani il fratellino! Per fortuna c’è il forno sulla strada. “Signor forno, nascondimi!” “Assaggia la mia galletta di segale” La bambina si mise in bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono, gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

Fiabe popolari russe

Curiosando qui e là

Come fanno gli attori a imparare a memoria un lungo copione?

Ciò che consente agli attori di ricordare un intero copione non è la ripetizione delle battute, ma l’analisi approfondita del testo da recitare.

L’attore infatti, per capire come interpretare il personaggio analizza la parte parola per parola, questo lavoro di scomposizione è utile alla memoria perché costringe a collegare ogni parola a un pensiero, un giudizio o una sensazione.

L’associazione fa sì che le parole si fissino poiché il cervello procede per assimilazione, collegando le nuove informazioni a conoscenze che già possiede.

Un elenco di vocaboli si ricorda meglio persino quando alle parole si associano anche solo aggettivi come “bello” o “brutto”. Uno studio pubblicato ha dimostrato che gli attori di teatro sono in grado di recitare una commedia anche cinque mesi dopo l’ultima rappresentazione e, per riuscirvi, non hanno bisogno dei riferimenti forniti da scenografia e contesto.

Arte – Cultura – Personaggi

Luciano De Crescenzo

Ingegnere, Scrittore, Filosofo, Regista, Attore, Fotografo, Sceneggiatore, Figlio di Napoli, amava il Presepe.

Luciano De Crescenzo, il giorno dopo la morte di Andrea Camilleri ha pensato bene di lasciarci anche lui. La sua morte mi ha preso di sorpresa anche perché al contrario di Camilleri, non ero al corrente che da due settimane era ricoverato in ospedale.

Un omaggio a Luciano è doveroso per il contributo che ha dato alla sua e mia città Napoli.

Luciano De Crescenzo fa un po’ di tutto: ingegnere per più di vent’anni nel settore dei calcolatori elettronici, diventa improvvisamente crittore e pubblica uno dei maggiori successi editoriali degli anni ’70: Così parlò Bellavista e l’anno successivo Raffaele, dove si rivela anche come cartoonist. Nel frattempo lo ritroviamo sceneggiatore cinematografico, collaboratore di vari quotidiani e presentatore televisivo. A questo punto credevamo di aver chiuso con il numero delle sue attività, quando ecco si ripresenta come fotografo.

Questa immagine è la copertina del libro di Luciano De Crescenzo intitolato La Napoli di Bellavista – sono figlio di persone antiche – Arnoldo Mondadori Editore anno 1979 nella collana Libri Illustrati Mondadori I edizione ottobre 1979 II seconda edizione novembre 1979.

Nel frontespizio della copertina vi è scritto: Nel 1857 Francesco De Bourcard, editore e scrittore napoletano, pubblicò un libro intitolato: Usi e costumi di Napoli e dintorni, attualmente riedito dalla Longanesi. Per quest’opera il De Bourcard si avvalse dell’aiuto dei maggiori scrittori napoletani dell’epoca, quali il Mastriani, il Rocco, il Dalbono, e di grandi pittori come Filippo Palizzi, Paolo Mattei e Teodoro Duclere.

Un secolo dopo Luciano De Crescenzo sente il bisogno di rifare il punto della situazione e fa tutto da sé. Non avendo a disposizione un Palizzi, per le immagini si avvale della sua macchina fotografica, mentre per le descrizioni dei “mille mestieri” continua il discorso già cominciato nel suo “Così parlò Bellavista”.

150 fotografie e una trentina di “fattarielli” bellavistiani daranno al lettore la sensazione di vivere all’interno di questa stranissima città.

Si tratta di flash, interviste e racconti che a volte divertono e a volte fanno pensare.

E’ cambiata Napoli dai tempi di De Bourcard? E’ difficile dirlo. Oggi ovviamente i napoletani, in particolare i giovani, hanno acquisito una diversa coscienza sociale e politica, purtuttavia resta immutato il carattere di questo popolo che mentre copre con uno strato di humor il suo tragico-quotidiano, rivela sempre nel modo di essere una profonda malinconia. Non a caso De Crescenzo voleva intitolare questo libro: “Sono figlio di persone antiche”.

Questa immagine è il retro del libro tra le altre cose io questo venditore ambulante lo vedevo tutti i giorni quando ero un ragazzo. Si chiamava Fortunato e vendeva i panini con la ricotta che farciva all’istante, ne ho mangiati tanti anch’io da lui. Il suo grido di battaglia era: Fortunat tene ‘a rrobba bella, bella ‘a bell – nel senso che i suoi prodotti erano di ottima qualità.

Luciano De Crescenzo Oi Dialogoi I dialoghi di Bellavista – Oscar Mondadari collana Best Sellers – I edizione Biblioteca Umoristica Mondadori ottobre 1985 – I edizione Best Sellers Oscar Mondadori maggio 1990 – ristampe anni 1993-1994-1995-1996-1997 – 12^ ristampa

Il libro inizia così: Oi dialogoi

Il valore di un dialogo dipende in gran parte dalla diversità delle opinioni concorrenti. Se non ci fosse stata la torre di Babele avremmo dovuto inventarla. – Karl R. Popper

E’ un libro bellissimo che ne vale davvero la pena di leggere.

Luciano De Crescenzo – Storia della Filosofia Greca – da Socrate in poi – 1986 Arnoldo Mondadori Editore S.P.A. – Edizione CDE spa – Milano su licenza della Arnoldo Mondadori Editore.

Sul risvolto della copertina c’è scritto:

Storia della Filosofia Greca II “da Socrate in poi”

Chi apre questo volume vi troverà o ritroverà intatta la grazia che sedusse i numerosissimi lettori del primo. Là si parlava dei presocratici; qui si parla della filosofia greca successiva, fino a Plotino.

Ha scritto Pascal: “Platone e Aristotele si immaginano di solito in grandi toghe e come personaggi sempre seri e gravi; invece erano uomini urbani che ridevano come gli altri con i loro amici…” Questa dimensione così spesso occultata balza su da ogni pagina di Luciano De Crescenzo.

Tutta la sua Storia della filosofia greca ci ricorda come coloro che insegnarono all’Occidente a pensare siano congenialmente vissuti sullo sfondo animato, socievole e loquace di antiche città del Sud. Nobile arte è la divulgazione, anche se non sempre onorata. Con la sua prosa leggera e ridente, da grande divulgatore, De Crescenzo trascina i suoi lettori nella cella dove Socrate sta per morire o fra le vertiginose architetture intellettuali della Repubblica e del Simposio di Platone. Da Socrate in poi, la filosofia ha affrontato quei fondamentali problemi dell’Uomo che sono ancora nostri. Nessuno saprebbe accompagnarci sino alla loro soglia severa conversando e intrattenendoci con la simpatia e con l’irresistibile amabilità di Luciano De Crescenzo.

Il libro inizia così:

Ho chiesto ad Apollo:

“Cosa debbo fare?”

E Apollo ha risposto:

“RIDI E FAI FOLLA GROSSA E COLTA.”

Lì per lì non ho capito,

poi ho anagrammato,

e ne è venuto fuori:

“STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA.”

Delfi, 11 settembre 1986

Questo è il mio omaggio ed il mio saluto a Luciano De Crescenzo, era doveroso per tutto quello che questo grande figlio di Napoli ha saputo dare alla sua e mia città. Ciao Luciano, grazie di tutto e che il tuo viaggio sia come hai vissuto.

L’angolo della Poesia

Apprendo in quest’istante della morte di Luciano De Crescenzo preparerò un omaggio per quest’altro scrittore e filosofo che ci ha lasciato

Chèllata

Ajere no si’ Tonno npertinente

Che ncojeta le pprete de la via,

N’vedè la si’ Lucia

che se spassava a spozzolà semmente,

  • Te l’avviso pe bbene – lle dicètte –

Si pe ccaso mariteto mme torna

a parlà, sparo, e a ffàreme despiette,

Io lle rompo le ccorna. –

  • E che ne cacce da sse belle pprove! –

Disse Lucia – Lle faccio ll’aute nove!

G. Genoino

Cose ‘e pazze

Pe’ dint’  ‘a casa ce sta aria ‘e guerra

E ‘a mugliera parlanno cu ‘o marito

E cu ll’amante

  • Ca stanno tutt’ e ddùje a sguardo ‘nterra –

le dice:

  • “Fra noi tre tutto è finito!”

L. Lupoli

‘O zimmaro e ‘o cervo

Nu zimmaro passianno ‘mmiez’  ‘o bosco

‘ncontra a nu cervo e tutto ca s’  ‘o guarda,

po’ dice: – Me sì zio, mo te cunosco!

‘O cervo le risponne sustenuto:

  • ‘A parentela c’è, però è bastarda:

i’ tengo ‘e ccorne, ma nun so’ curnuto!..

A. Ferrara

Viaggiare – Hawai’i – 4

nella cultura hawaiiana, il più bell’omaggio che si possa rendere al prossimo è comporre o cantare un canto in suo onore.

Quanto alla Hula per tutti gli hawaiiani questa danza è stata fonte di ispirazione e di recupero dell’identità. Non è difficile capire perché. Attraverso il gesto, il movimento, la musica che l’accompagna, il ritmo delle percussioni (zucche svuotate colpite con il palmo della mano), l’hula può essere, di volta in volta, un racconto, una festa in omaggio al tramonto o a un personaggio importante; oppure, ancora, una successione di gesti d’affetto. Può essere eseguita da una sola persona o da un intero halau, un gruppo di uomini che cantano e battono i piedi, o di donne che si muovono sinuose. Nella sua forma classica è uno spettacolo e, allo stesso tempo, un modo formale di accogliere gli ospiti, e di celebrare eventi e luoghi.

Attraverso l’hula si può apprendere la lingua, ma anche la storia, la genealogia, la spiritualità delle Hawai’i. E soprattutto al danzatore insegna a comprendere l’identità hawaiiana e dunque insegna il rispetto per la cultura.

Il re Kalakakua, che governò dal 1874 al 1891 era chiamato Merrie Monarch (l’allegro monarca) per il suo stile di vita esuberante e la sua passione per lo champagne, la musica, e, appunto ‘hula.

Il kahiko è la forma più antica di hula e racconta la storia delle Hawai’i: è storia orale. La tradizione è sopravvissuta all’ostracismo dei missionari perché nelle campagne si continuava a praticarla, a differenza delle città. Oggi il kahiko viene eseguito con passione da gruppi di 20 o 30 giovani di entrambi i sessi, mentre la auana, la forma moderna di hula, ha musiche più melodiche e movenze più sensuali.

Tutti i tentativi di cancellare l’hula, però, l’hanno resa solo più forte. Come nel 1964, quando fu al centro della prima battaglia culturale di Gladys Brandt, all’epoca preside della sezione femminile della Kamehameha School, la più grande e importante scuola privata per havaiiani .

Fondata nel 1887, la scuola si propone di dare accesso solo a bambini di etnia hawaiiana. Una regola della scuola vietava alle ragazze di danzare l’hula stando in piedi. Stavano sedute ed usavano le mani. Quando la signora Gladys Brandt permise loro di alzarsi, le fu detto che il consiglio di amministrazione della scuola avrebbe dovuto esprimersi su questo cambiamento mentre uno dei consiglieri ebbe da ridire: “donna”, esclamò, “quando ti abbiamo assunta non pensavamo di portarci in casa qualcuno che avrebbe promosso l’indecenza”. Ma zia Glayds, così la chiamavano, tenne duro, e quando le ragazze danzarono l’hula in piedi, ottenne un trionfo personale: aveva assolto in pieno il suo compito di kapuma.

Se la cultura hawaiiana esiste ancora, nonostante subisca da quasi tre secoli la pesante concorrenza delle culture importate dagli immigrati (cinesi, filippini, giapponesi e, naturalmente statunitensi), è merito di persone come Gladys Brandt. “Mi sembra che gli hawaiiani fossero considerati poco più che spazzatura”, ricorda zia Gladys. “Sentivo che un’intera società era al di fuori della mia portata, e che per me tante porte erano sbarrate. Ma quando sono diventata preside ho smesso di pensare che gli hawaiiani fossero spazzatura”. Oltre alle sue innovazioni nel campo dell’hula, nella sua scuola zia Gladys ha incoraggiato lo studio della musica e di altri aspetti della cultura hawaiiana. Continua – 4.

Locali storici e tipici napoletani

Anna Maria Pondrano Altavilla

Via Benedetto Croce 12

Per arrivare nel laboratorio di ceramica di Anna Maria Pondrano bisogna salire al terzo piano con un vecchio ascensore in ferro e poi arrampicarsi per un’angusta scala a chiocciola: ci si ritrova così nelle soffitte di palazzo Filomarino, che affacciano su una terrazza stretta fra le chiese del centro antico, pieno di gerani, limoni e rose.

Fra pennelli, colla, boccette di colori in polvere, le signore che aderiscono al club della “Soffitta” modellano e dipingono terraglia bianca e creta, chiacchierando animatamente intorno a un tavolo lungo e stretto, dietro lo sguardo vigile della signora Pondrano, che ha insegnato loro un’arte antica.

Sotto un tetto adiacente, lo spazio espositivo che accoglie le creazioni di questa artista autodidatta: quadri a rilievo in ceramica smaltata, presepi in terracotta, sculture e oggetti di arredamento: pezzi unici lavorati con tecniche particolari e dagli effetti sorprendenti.

Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 2

resti della via Sacra a Cuma

Una volta terminata la guerra sociale, Napoli ebbe di che lamentarsi della concessione della cittadinanza romana, meno favorevole del trattato stipulato nel 326 a.C.

Avendo poi parteggiato per il partito popolare di Mario la città fu duramente punita da Silla, nell’82 a.C., e privata delle sue navi da guerra e del possesso dell’isola di Ischia. Tenne poi, con la vicina Cuma per Pompeo, provocando lo sdegno di Cesare.

A partire dal primo secolo a.C. le pendici della collina di Pizzofalcone e l’antistante isolotto di Megaride furono occupati da lussuose ville marittime romane, prima fra tutte quella di Lucullo, il celebre personaggio senatorio, vincitore del re del Ponto Mitridate, noto, oltre che per i succulenti banchetti, anche per aver introdotto il ciliegio in Italia.

Di questo periodo sono visibili un muro con sei nicchie sulla sommità del colle, e vaste peschiere nel mare antistante il Castel dell’Ovo.

Per realizzare queste ultime Lucullo fece tagliare il tufo della collina, tanto che la realizzazione di esse costò più della stessa villa.

Un’altra villa famosa con peschiera fu quella di Vedio Pollione a Posillipo.

Bruto, il famoso uccisore di Cesare, possedeva, invece, una villa sull’isola di Nisida – che è dotata di un Porto romano con molo costituito da una doppia fila di piloni collegati da arcate – dove, dopo un lungo travaglio, aderì alla congiura.

Nell’estate del 44 a.C., dopo l’assassinio del dittatore, Cicerone fu più volte a Nisida presso Bruto, come riferisce egli stesso nelle lettere all’amico e confidente Attico. Due anni dopo, in seguito alla sconfitta di Bruto e di Cassio a Filippi, la moglie di Bruto, Porzia, si uccise nell’isola, ingoiando carboni accesi.

Altri resti notevoli, un portico con fontana, coevi alle ville, in uso fino al Tardo Impero, sono stati rinvenuti in scavi sotto il Castel Nuovo. Continua domani.

La ricetta del giorno

Pesce spada in crosta

Ingredienti: pasta brisée 500 gr, 4 fette di pesce spada 800 gr circa, scamorza asciutta 300 gr, pomodorini 250 gr, olive nere 50 gr, capperi 30 gr, farina, cipolla, carota, sedano, prezzemolo, aglio, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: in una casseruola con poco olio soffriggere un trito di cipolla, carota e sedano, unire i pomodorini a spicchi, salare e cuocere per 10 minuti aggiungendo olive snocciolate, capperi sciacquati e prezzemolo tritato.

Riscaldare un poco d’olio in una larga padella, scottarvi le fette di pesce spada leggermente infarinate rosolandole dai due lati, poi eliminare con cura pelli e lische senza romperle troppe.

Stendere la pasta brisée in modo da ricavare un disco grande e uno più piccolo, con il primo foderare una pirofila imburrata e infarinata, stendervi sul fondo il pesce spada, ricoprirlo con la salsa, la scamorza a fettine e coprire con il disco piccolo.

Saldare bene i bordi, bucherellarne la superficie con i rebbi di una forchetta e cuocere in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: dedica la giornata al lavoro con grande impegno e in cambio avrai tante soddisfazioni;

Toro: non perdere tempo in discussioni inutili, ci perderesti energie preziose;

Gemelli: è inutile aggrapparsi al passato, tieni presente che il futuro ha più valore;

Cancro: continui ad essere titubante e ad avere dei dubbi sul tuo rapporto di coppia;

Leone: utilizza la mattinata con cose lievi e leggere, mettiti in moto piano piano;

Vergine: il risveglio è stato buono e ti senti tanta energia addosso;

Bilancia: al contrario della Vergine tu hai troppa stanchezza da smaltire;

Scorpione: oggi è un giorno da dedicare alla positività e all’allegria, la malinconia mettila da parte;

Sagittario: i tuoi approcci con le altre persone stanno migliorando notevolmente e ciò ti porterà dei vantaggi;

Capricorno: devi utilizzare questo periodo per pianificare le cose giuste da fare in autunno;

Acquario: devi evitare i grossi sforzi altrimenti ne paghi il conto;

Pesci: avrai degli incontri fortunati, sappi approfittarne.

Buon Giovedì 18 Luglio 2019

Il sole sorge alle 5:40 e tramonta alle 20:32

La Luna cala alle 5:26 e si eleva alle 20:52

San Federico di Utrecht vescovo

Federico dal germanico frithu (sicurezza) e rik (ricco) e significa che domina, che difende i suoi beni, i suoi averi.

  • Una cosa ‘nce vo’ pe’ essere ricco: o nàsceta, o pàsceta o ‘na bona ‘ncurnatura.

San Calogero

Santo Patrono di Porto Empedocle il paese natale di Andrea Camilleri.

Il Maestro benché si è sempre professato ateo, ci teneva molto a questo Santo di cui portava il nome come suo secondo nome è alla cui statua in processione fu mostrato quando nacque affinché il Santo lo prendesse sotto la sua protezione.

Infatti Andrea Camilleri scampò proprio in un bar del suo paese natio ad una strage di mafia con 6 morti durante una sparatoria tra due clan rivali.

  • Miètte ‘anguènta ‘ncopp’  ‘a guàllera e chella luce!

Sant’Arnoldo

Questo Santo è da invocare dai coniugi traditi.

  • Quanno ‘o diàvulo nun tène che ffà, se ‘ràtta ‘e ccorne.
  • Corne ‘e ‘nnammuràte, corne arraggiate; corne ‘e marito, corne sapurìte; corne ‘e muglièra, so’ corne ovère!

Il 18 luglio del 1923 nasce il cantante e batterista Gegè Di Giacomo che fece per tanti anni parte dell’orchestra del Maestro Renato Carosone.

Il proverbio del giorno: la lingua riceve spesso morsi, ma rimane insieme ai denti.

La favola del giorno

I dodici fratelli – 2

Prese le dodici camicie e andò e subito si addentrò nella gran foresta. Camminò tutto il giorno, e a sera giunse alla casetta incantata. Entrò e trovò un ragazzino, che le chiese: – Donde vieni e dove vai? – e si meravigliò che fosse così bella, portasse abiti regali e avesse una stella in fronte. Ed ella rispose: – Sono una principessa e cerco i miei dodici fratelli, e voglio andare fin dove il cielo è azzurro, pur di trovarli -. E gli mostrò le loro dodici camicie. Allora Beniamino si avvide che era sua sorella e disse: – Io sono Beniamino il minore dei tuoi fratelli -. Ed ella si mise a piangere di gioia, come Beniamino; e si baciarono e si abbracciarono con grande affetto. Poi egli disse: – Cara sorella, c’è ancora un inciampo: avevamo stabilito che ogni ragazza che c’incontrasse dovesse morire, perché per una ragazza fummo costretti a lasciare il nostro regno -. Allora ella disse: – Morirò volentieri, se in tal modo posso liberare i miei dodici fratelli. – No, – egli rispose, – tu non devi morire: nasconditi sotto questa tinozza fino all’arrivo degli undici fratelli; mi metterò certo d’accordo con loro -. La fanciulla obbedì, e quando scese la notte, gli altri tornarono dalla caccia e la cena era pronta. Sedettero a tavola e durante il pasto domandarono: – Che c’è di nuovo? – Disse Beniamino: – Non sapete nulla? – No, – risposero. Egli proseguì: – Voi siete andati nella foresta e io son rimasto a casa, eppure ne so più di voi. – Racconta, dunque! – esclamarono gli altri. Rispose: – Mi promettete anche che la prima fanciulla da voi incontrata non sarà uccisa? – Sì, – esclamarono tutti, – le faremo grazia; ma racconta! – Allora egli disse: – C’è qui nostra sorella -. Sollevò la tinozza e ne uscì la principessa in abiti regali, con la stella d’oro in fronte; ed era tanto bella, delicata e gentile. Tutti se ne rallegrarono, le saltarono al collo, la baciarono e l’amarono con tutto il cuore.

Ora ella rimaneva a casa con Beniamino e l’aiutava nei lavori domestici. Gli undici fratelli andavano nel bosco, prendevano selvaggina, caprioli, uccelli e piccioncini, per aver da mangiare; e la sorella e Beniamino pensavano a prepararli. Ella cercava la legna per cuocere le erbe per la verdura e metteva le pentole sul fuoco, sicché la cena era sempre pronta quando gli undici tornavano a casa. Inoltre teneva in ordine la casetta e preparava i lettini con biancheria ben pulita, e i fratelli erano sempre contenti e vivevano con lei in grande armonia.

Per un po’ di tempo, i due che restavano a casa prepararono ottimi pasti; e quando eran tutti riuniti, sedevano, mangiavano, bevevano ed eran felici. Ma alla casetta incantata era annesso un minuscolo giardino, dov’eran cresciuti dodici gigli (che si chiamano anche fiori di Sant’Antonio). Un giorno ella volle far piacere ai fratelli, colse i dodici fiori e pensava di regalarglieli a cena, uno per ciascuno. Ma appena colti i fiori, ecco i dodici fratelli trasformarsi in dodici corvi e volar via per la foresta; e casa e giardino erano spariti. Ora la povera fanciulla era sola nella foresta selvaggia; e, quando si guardò intorno, accanto a lei c’era una vecchia, che disse: – Bimba mia, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, che ora son trasformati in corvi per sempre! – La fanciulla disse piangendo: – Non c’è nessun mezzo per liberarli? – No, – disse la vecchia, – non ce n’è che uno in tutto il mondo, ma è così difficile che non li libererai: perché devi esser muta per sette anni, non devi parlare né ridere e se dici una sola parola, e manca soltanto un’ora ai sette anni, tutto è vano e i tuoi fratelli saranno uccisi da quella tua sola parola.

E la fanciulla disse in cuor suo: “So di certo che libererò i miei fratelli”; andò a cercare un albero alto e ci si arrampicò; e lassù filava e non parlava né rideva. Ora avvenne che un re andò a caccia nella foresta; aveva un gran veltro che corse all’albero dov’era la fanciulla, e ci saltò intorno latrando e abbaiando verso la cima.

Il re si avvicinò e vide la bella principessa con la stella d’oro in fronte, e fu così rapito dalla sua bellezza che le domandò se voleva diventare sua moglie. Ella non rispose, ma fece un lieve cenno col capo. Allora egli salì sull’albero, la portò giù, la mise sul suo cavallo e la condusse a casa.

Le nozze furon celebrate con gran pompa e tripudio, ma la sposa non parlava e non rideva. Vissero insieme felici un paio d’anni; ma poi la madre del re, una donna cattiva, cominciò a calunniare la giovane regina, e disse al figlio: – E’ una volgare accattona quella che ti sei portato in casa, chissà che tiri scellerati combina di nascosto. Se è muta e non può parlare, potrebbe almeno ridere; ma chi non ride, ha cattiva coscienza -. Il re in principio non voleva crederci, ma la vecchia insistette tanto e la incolpò di tante brutte cose, che alla fine egli si lasciò persuadere e la condannò a morte.

Nel cortile fu acceso un gran fuoco in cui ella doveva esser bruciata; e il re stava alla finestra e guardava con gli occhi pieni di lacrime, perché l’amava ancora tanto. E quando era già legata al palo, e rosse lingue di fuoco lambivan le sue vesti, ecco trascorso l’ultimo istante dei sette anni. Allora si udì nell’aria un frullar d’ali e giunsero in fila dodici corvi e calarono a terra: e quando toccarono il suolo, erano i suoi dodici fratelli, liberati da lei. Essi sconvolsero il rogo, spensero le fiamme, slegarono la loro cara sorella e la baciarono e l’abbracciarono. Ma ora che poteva schiudere le labbra e parlare, ella raccontò al re perché prima fosse muta e non ridesse mai.

Il re apprese con gioia la sua innocenza e da allora vissero tutti insieme in buona armonia fino alla morte.

La cattiva matrigna venne sottoposta a giudizio, fu messa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di mala morte.

Jacob e Wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare

Curiosando qui e là

Perché l’abbronzatura al mare è diversa da quella in montagna?

La differenza di tonalità tra la pelle abbronzata al mare, che assume un colore rosso-ramato, e quella in montagna, più gialla e bruna, è dovuta ai diversi tipi di raggi ultravioletti che predominano in questi ambienti.

Le variazioni di colore sono molto marcate i primi giorni di vacanza, ma svaniscono dopo 15 giorni di esposizione al sole.

Al mare sono gli ultravioletti B, o Uvb, a prevalere nella luce solare: inizialmente sollecitano una categoria di cellule dell’epidermide.

I cheratinociti, che producono, per reazione, sostanze con proprietà vasodilatatrici, che provocano un aumento dell’afflusso sanguigno e l’arrossamento tipico dei primi giorni di esposizione al sole.

Solo in un secondo momento gli Uvb sollecitano altre cellule, i melanociti, che contengono il pigmento melanina. L’abbronzatura passa allora progressivamente dal rosso al bruno.

In montagna, invece, prevalgono gli Uva. Questi ultimi agiscono prevalentemente sui melanociti: dunque provocano fin dall’inizio un’abbronzatura più scura.

Un commento alla Poesia del giorno

  1. Ritorna in prigione: ripiomba cioè, nello stato d’animo che aveva mentre era in prigione. E’ da ricordare che la poesia fu scritta a Brancaleone Calabro, dove Pavese era confinato, nell’ottobre 1935.
  2. L’idea di libertà si identifica, per il carcerato, con la libera, velocissima corsa delle lepri. Ma, una volta libero, l’uomo si ritrova oppresso dalla nebbia d’inverno, dai muri di strade, dall’acqua fredda, e la “prigione” rivive ogni volta che morde in un pezzo di pane.
  3. dopo: quando sarà tornato in libertà.
  4. che sapeva di lepre in prigione: che richiamava il pensiero della libertà.

Un commento alla poesia

Il ricordo della prigione non abbandona mai l’uomo che vi è stato. La libertà sognata fra le mura di un carcere non si riacquista uscendone, perché l’isolamento materiale si trasforma in solitudine esistenziale per l’uomo. E’ il concetto essenziale di questa poesia.

I campi arati, il ciuffo di rovi spogliati lungo l’argine, già verde in agosto e, prima, i riferimenti alla città, all’osteria, alla stalla, richiamano il giudizio espresso dallo stesso Pavese su Lavorare stanca, sua prima raccolta poetica, definita “L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.

L’angolo della Poesia

Semplicità

L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione (1)

ogni volta che morde in un pezzo di pane.

In prigione sognava le lepri che fuggono

sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno

l’uomo vive tra muri di strade, bevendo

acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane. (2)

Uno crede che dopo (3) rinasca la vita,

che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno

con l’odore del vino nella calda osteria,

e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,

fin che è dentro uno crede. Se esce fuori una sera,

e le lepri le han prese e le mangiano al caldo

gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere

Quando proprio si gela, e contempla il suo vino:

il colore fumoso, il sapore pesante.

Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre

in prigione, (4) ma adesso non sa più di pane

né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento

di saperli già arati. Nella sala deserta

sottovoce si prova a cantare. Rivede

lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati

che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.

E compare la lepre e non hanno più freddo.

Cesare Pavese da Lavorare stanca.

Affinità di coppia del segno del Cancro con gli altri segni – Acquario

Cancro-Acquario

A lui serve una donna tenera

Più fragile di quanto si pensi, l’acquariano ha bisogno di ancorare i suoi voli pindarici a un solido punto di riferimento affettivo. Glielo fornisce, con insospettabile energia, la lunare cancerina, capace di occuparsi attivamente non solo di lui ma di tutto il suo clan…

Certo l’acquario è un tipo molto indipendente e animato da una spinta avveniristica che spesso sconfina nell’utopia più sfrenata, azzardata e pericolosa. Ma lo stereotipo che lo riguarda sorvola spesso sul lato saturnino del suo carattere, che conferisce ai suoi atteggiamenti affettivi vaghe sfumature di egoismi infantili. Insomma, il fatto è che l’acquario, fin da quando è nato, si sente un po’ uno sradicato. Uno che, animato da impulsi interiori tesi ad anticipare-indagare il futuro, è costretto per questo a rinunciare ai rassicuranti legami con il passato e le sue tradizioni. Però, anche lui, come tutti, ha un lato umano, emotivamente fragile e insicuro, che ha bisogno di punti di riferimento capaci di ancorarlo a qualche certezza definitiva o almeno di lunga e rassicurante tenuta.

E, se appena può, lui questa certezza la cerca proprio nel rapporto con una donna. Ma non è un’impresa facile, soprattutto di questi tempi. Perché non sono molte le donne disposte a profondere nell’amore la carica materna necessaria per reggere alle intemperanze di quel bambino ipercinetico e del tutto imprevedibile che è l’Acquario.

Ma la Cancro, di solito, questa riserva di amorevoli energie la possiede in abbondanza. Tanto che le sue trepide cure finiscono spesso con l’imprigionare l’uomo in un complicato labirinto di dipendenze. Ma questo deriva non tanto dalla Cancro, quanto dal fatto che molti uomini sono sprovvisti dello spirito d’autonomia necessario per prevenire in tempo i rischi di schiavitù.

L’Acquario si distingue, eccome, da questo branco. Infatti, fin dall’inizio, dice chiaro e tondo alla Cancro che coccole e tenerezza gli stanno molto bene a patto che non tentino d’impiegarlo in un rapporto asfissiante e restrittivo.

Insomma le fa capire, senza possibilità di equivoci che, pur amandola, non intende affatto far monopolizzare da lei tutto il proprio tempo libero. E allora i casi sono due: o lei gli volta le spalle offesa oppure, se lo ama davvero, si rimbocca le maniche e corre ai ripari. Fa cioè appello alle risorse dinamiche della natura cardinale e, mentre accetta le condizioni acquariane, provvede a riempire la propria vita d’impegni da cui far assorbire tempi ed energie resi disponibili e vacanti dall’indipendentismo uraniano.

Tutto questo le fa un bene incredibile. Perché, assorbita da un sostenuto ritmo di vita che gratifica la sua irrequietezza lunare, non ha più tempo per abbandonarsi a lamenti e recriminazioni. E impara ad amarlo in modo maturo e soprattutto non possessivo. Così, quando riesce a catturare il suo Acquario, gli fa vivere intense parentesi contemplative, durante le quali i suoi languori lunari trovano rispondenza nella carica emotiva che è uno dei risvolti della natura fissa del suo compagno. Inoltre il clima di reciproca indipendenza rinnova occasioni di confronto e, perché no?, di scontri costruttivi, che impediscono al rapporto d’insabbiarsi.

E proprio questo permette il verificarsi del miracolo che, segretamente, costituisce la massima aspirazione della Cancro: convinto di non mettere a repentaglio la propria libertà, lui si sente disposto ad assecondare fino in fondo questo amore e diventa Cancro dipendente.

Così accetta di farsi coccolare e contraccambia il favore evitando d’assumere posizioni d’indipendenza oltranziste. Impara, per esempio, ad avvisare in tempo se decide di non tornare a casa per pranzo o se, al contrario, ha deciso di tornare con una troupe di amici che toccherà alla Cancro nutrire col consueto amore materno.

E, a proposito di senso materno, si può stare certi che, accanto all’Acquario, lei non rischia proprio di sentirsi frustrata nel desiderio di diventare madre. Infatti l’acquariana fede nel futuro rende i nati nel penultimo segno molto propensi a dare un contributo a incrementare l’umanità.

Così è molto probabile che i figli della Cancro e dell’Acquario non siano figli unici. Sono anche piuttosto privilegiati perché possono contare su una mamma tenera, protettiva e attenta al valore delle tradizioni. E allo stesso tempo su un padre capace di stimolare in loro con pungoli uraniani spirito d’indipendenza e assoluta autonomia di giudizio.