Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Una veduta della zona absidale della Basilica di San Giorgio Maggiore.

La città e le mura – 2

Le opere difensive realizzate da Valentiniano III e da Narsete avevano di fatto chiuso entro limiti ben definiti la città, che nel tempo si era però estesa oltre il colle di Pizzofalcone, verso Chiaia e la costa di Posillipo: l’area era esclusa dalle mura fu così lasciata in balia dei pericoli esterni, rappresentati soprattutto dalle incursioni nemiche.

In seguito agli interventi disposti da Narsete venne tagliata fuori dalle strutture difensive  – e relegata quindi al livello di un suburbio – la zona di Pizzofalcone, che aveva rappresentato uno dei capisaldi di sviluppo dell’area occidentale.

In seguito, nel 902, di fronte alla minaccia dei Saraceni, venne distrutto intenzionalmente quanto ancora sussisteva dell’antico Castrum lucullanum, affinché non potesse costituire per eventuali nemici uno strategico avamposto.

Durante l’età ducale l’area occidentale, presso cui, sulla collina di Monterone, fu edificata la residenza fortificata del duca, continuò ad essere la più abitata della città. La zona era anche assai ricca di chiese e monasteri, diversamente da quanto avvenne a oriente e a settentrione: come già accennato, l’area di levante, specialmente nel tratto costiero, risultava infatti acquitrinosa in conseguenza del deflusso di acque provenienti dai vicini colli, mentre l’area settentrionale, a partire da Porta Capuana, era attraversata da un ampio fossato, destinato a raccogliere acqua piovana e rifiuti da incenerire. Continua domani.

La ricetta del giorno

Minestrone provenzale

Ingredienti: spolichini sgranati 100 gr, fagiolini verdi 200 gr, zucchini 300 gr, patate 300 gr, 2 bei pomodori maturi ma sodi, basilico, aglio, olio extravergine d’oliva, crostini di pane tostato, sale.

Esecuzione: cuocere gli spolichini in un paio di litri d’acqua facendoli bollire dolcemente per oltre mezz’ora.

Aggiungere fagiolini tagliuzzati, zucchini e patate a dadini e i pomodori a spicchi.

Continuare la cottura ancora per mezz’ora finché tutte le verdure siano tenere, salare, aromatizzare con abbondante basilico fresco, versare un po’ d’olio e, se piace, unire uno spicchio d’aglio a fettine.

Servire il minestrone con crostini di pane a parte. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: una bella opportunità da cogliere al volo;

Toro: scelte importanti ti aspettano, preparati bene;

Gemelli: hai bisogno di sentirti sicuro nel rapporto d’amore;

Cancro: sei pieno d’ispirazioni e voglia di fare;

Leone: inizia a preparare nuovi progetti per il futuro;

Vergine: le stelle fanno del tuo segno un vincente;

Bilancia: un incontro sarà molto importante;

Scorpione: le soluzioni che cercavi le troverai in famiglia;

Sagittario: un ritorno di fiamma ti attende;

Capricorno: stai giocando una partita, se giochi bene le tue carte vincerai;

Acquario: hai recuperato una bella energia;

Pesci: la serata potrebbe diventare molto interessante.

Buona Domenica 18 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:11 e tramonta alle 19:56

La Luna cala alle 7:43 e si eleva alle 20:33

Santa Giovanna Francesca de Chantal

Santa Elena Imperatrice

Santa Patrona di Pescara

Santa Patrona di Civitanova Marche

Santa Patrona di Palestrina

Questo nome deriva dal greco “elene” (splendore) oppure “èile” (raggio di sole).

Sant’Elena è la Protettrice dei fabbricanti di chiavi ed aghi ed è da invocare contro il fuoco e per ritrovare cose o persone smarrite.

  • Meglio ca màmmeta t’accedèsse ca ‘o sole ‘e marzo te cucèsse.
  • Chiave ‘ncinto e Martino drinto…

(nonostante che il marito sia sicuro di sé avendo ben custodita nella cintola la chiave di casa, la moglie trova egualmente il modo di farlo becco).

  • ‘Ncarisce, fièrro, ca teno ‘n’ aco ‘a vènnere.
  • Robba truvata è mèza guadagnata.

Il 18 agosto del 1424 resa incondizionata della guarnigione catalana che si era asserragliata in Castelnuovo.

Il 18 agosto del 1501 le truppe francesi entrano a Napoli e Federico di Aragona si rifugia ad Ischia.

Il proverbio del giorno: quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

La favola del giorno

I vestiti nuovi dell’imperatore

Molti anni fa viveva un imperatore, il quale amava tanto possedere abiti nuovi e belli, che spendeva tutti i suoi soldi per abbigliarsi con la massima eleganza. Non si curava dei suoi soldati, non si curava di sentir le commedie, o di fare passeggiate nel bosco, se non per sfoggiare i suoi vestiti nuovi; aveva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “E’ in Consiglio!” di lui si diceva sempre: E’ nello spogliatoio!”

Nella grande città deve egli abitava, ci si divertiva molto; ogni giorno arrivavano stranieri, e una volta vennero due impostori; si spacciarono per tessitori e dissero che sapevano tessere la stoffa più straordinaria che si poteva immaginare. Non solo i disegni e i colori erano di singolare bellezza, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili a quegli uomini che non erano all’altezza della loro carica o che erano imperdonabilmente stupidi.

“Sarebbero davvero vestiti meravigliosi! – pensò l’imperatore; – con quelli indosso, io potrei scoprire quali uomini nel mio regno non sono degni della carica che hanno; potrei distinguere gli intelligenti dagli stupidi, ah! sì! mi si deve tessere subito questa stoffa!” E diede molti soldi in mano ai due impostori perché cominciassero a lavorare.

Essi montarono due telai, fecero finta di lavorare, ma non avevano assolutamente niente sul telaio. Chiesero senza complimenti la seta più bella e l’oro più brillante, se li ficcarono nella loro borsa e lavorarono con i telai vuoti senza smettere mai, fino a tarda notte.

“Adesso mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!” pensò l’imperatore, ma in verità si sentiva un po’ agitato al pensiero che una persona stupida o non degna della carica che occupava non avrebbe potuto vederla, quella stoffa; lui naturalmente non pensava di dover temere per sé, tuttavia preferì mandare un altro, prima, a vedere come andava la faccenda.

Tutti gli abitanti della città sapevano dello straordinario potere della stoffa, e ognuno era desideroso di vedere quanto indegno o stupido fosse il proprio vicino di casa.

“Manderò dai tessitori il mio vecchio, bravo ministro! – pensò l’imperatore, – lui può vedere meglio degli altri che figura fa quella stoffa, perché è intelligente e non c’è un altro che sia come lui all’altezza del proprio compito!”

Così quel vecchio buon ministro andò nella sala dove i due tessitori lavoravano suoi telai vuoti: “Dio mio! – pensò il vecchio ministro spalancando gli occhi, – non vedo proprio niente!” ma non lo disse forte.

I due tessitori lo pregarono di avvicinarsi, per favore, e gli domandarono se i disegni e i colori non erano belli, e indicavano il telaio vuoto; il povero vecchio ministro continuò a spalancare gli occhi, ma non riuscì a veder niente perché non c’era niente. “Povero me! – pensò, – sarei stupido? non l’avrei mai creduto; ma ora, nessuno lo deve sapere! o non sono abbastanza adatto per questa carica? no, non posso andare a raccontare che non so vedere la stoffa!”

  • E allora, non dice niente? – chiese uno dei tessitori.
  • Oh! incantevoli, bellissimi! – disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali, – questi disegni e questi colori! sì, sì! dirò all’imperatore che mi piacciono in un modo straordinario!
  • Ah! ne siamo davvero contenti! – dissero i due tessitori, e presero a enumerare i colori e a spiegare la bizzarria del disegno. Il vecchio ministro stette bene a sentire per ripetere le stesse cose quando fosse tornato dall’imperatore; e così fece.

Allora i due impostori chiesero altri soldi, e ancora seta e oro; l’oro occorreva per la tessitura. Si ficcarono tutto in tasca, sul telaio non ci arrivò neanche un filo, e tuttavia essi seguitarono, come prima, a tessere sul telaio vuoto.

Dopo un po’ di tempo l’imperatore mandò un altro valente funzionario, a vedere come procedeva la tessitura e se la stoffa era finita. Gli successe proprio come al ministro; guardò, guardò; ma siccome non c’era niente all’infuori dei telai nudi, non poté vedere niente. Continua lunedì.

Curiosando qui e là

La bandiera sulla Luna sventola?

Quella piantata da Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11, nel corso della prima missione sulla Luna, era una bandiera vera.

Venne però inserita in un telaio rigido di metallo, per dare l’impressione di essere tesa al vento, nonostante sulla Luna non ci sia aria, quindi neppure turbolenze.

Costituzione della Repubblica Italiana – 8

Costituzione della Repubblica Italiana

Titolo II

Il Presidente della Repubblica

ART. 83.

Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.

All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia rassicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

ART. 84.

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.

L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.

L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

ART. 85.

Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.

Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del presidente in carica.

ART. 86.

Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.

In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.

ART. 87.

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

Può inviare messaggi alle Camere.

Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.

Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito, secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Può concedere grazia e commutare le pene.

Conferisce le onorificenze della Repubblica.

ART. 88.

Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.

Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

ART. 89.

Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che ne assumono la responsabilità.

Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri.

ART. 90.

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

ART. 91.

Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.

Continua – 8 

L’angolo della Poesia

Il coro di Ermengarda – 3

Come rugiada al cespite

dell’erba inaridita,

fresca negli arsi calami

fa rifluir la vita,

che verdi ancor risorgono

nel temperato albor,

tale al pensier, cui l’empia

virtù d’amor fatica,

discende il refrigerio

d’una parola amica,

e il cor diverte ai placidi

gaudii d’un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L’erta infocata ascende,

e con la vampa assidua

l’immobil aura incende,

risorti appena i gracili

steli riarde al suol;

ratto così dal tenue

obblìo torna immortale

l’amor sopito, e l’anima

impaurita assale,

e le sviate immagini

richiama al noto duol.

Sgombra, o gentil, dall’ansia

mentre i terrestri ardori;

leva all’Eterno un candido

pensier d’offerta e muori:

nel suol che dee la tenera

tua spoglia ricoprir

continua domani.

Alessandro Manzoni – da Adelchi

Scuola di Cucina – Pasta ripiena – Impasti, farce e formati.

Per tradizione riservata alle festività e alle occasioni speciali, la pasta ripiena nasce dall’unione di semplici ingredienti base – uova, farina, sale e un ripieno a scelta – dando vita a piatti nutrienti e gustosi dalle forme e dai contenuti più svariati.

Presente sulla nostra tavola fin dal XIV secolo (come attestano ricettari dell’epoca, in cui compare una pasta preparata con farina e acqua che fa da “contenitore” per un ripieno), la pasta ripiena è un piatto tradizionale in tutt’Italia, con varianti regionali per quanto riguarda il tipo di ripieno, il formato e il nome con cui viene chiamata.

Ogni regione, infatti, ha anche in questo campo la propria specialità, con ravioli, tortellini, cappelletti e cappellacci, tortelli e agnolotti che, diversi da città a città e da borgo a borgo, rispecchiano, nella loro grande varietà l’eterogeneità tipica del nostro paese.

L’impasto

L’impasto di base dell’involucro della pasta ripiena varia in relazione al tipo di ripieno, a seconda che questo sia di carne o di magro (ossia di pesce, di verdure o di formaggio).

Per il primo tipo di preparazione, l’impasto di base è quello classico della pasta fresca all’uovo, con un rapporto tra uovo e farina di 1 uovo ogni 100 gr di farina impiegata. Per le paste ripiene di magro, il cui contenuto ha consistenza più morbida, occorre invece preparare una pasta all’uovo altrettanto morbida, utilizzando un minor numero di uova, con un rapporto ideale di 6 uova per ogni chilogrammo di farina impiegata, alla quale va aggiunta acqua tiepida in quantità sufficiente a ottenere un impasto sodo ed elastico. Come per la pasta fresca non farcita, inoltre, anche l’impasto ripieno può essere preparato con altri tipi di farina, come per esempio quella di ceci, di castagne, di grano saraceno, di farro o integrale.

Inoltre, l’impasto può essere colorato con verdure, come i classici spinaci, il pomodoro e le barbabietole, o con spezie, come zafferano e cacao, o ancora con altri ingredienti, come il particolare nero di seppia. Le indicazioni per preparare questi altri tipi di pasta, li trovate nel post relativo alla “Pasta fresca”.

La sfoglia

Se destinata alla preparazione di pasta ripiena, la pasta all’uovo va stesa in sfoglie molto sottili (circa 1 mm di spessore), a mano con il matterello, o (con risultati più soddisfacenti) con l’apposita tirasfoglie a manovella.

Sfoglia decorata

Con l’ausilio della tirasfoglie e l’utilizzo di impasti a più colori si possono realizzare sfoglie per paste ripiene decorate in maniera fantasiosa.

Per una sfoglia a righe, per esempio, dopo aver preparato dei rettangoli di sfoglia di normale pasta all’uovo, appoggiatevi sopra, a distanza regolare, 3-4 strisce di pasta verde agli spinaci e incollatevele spenellandole con un po’ di albume. Premete leggermente con le dita per far aderire le strisce, poi passate ogni rettangolo tra i rulli leggermente infarinati in modo da assorbire eventuali gocce di albume.

Per una sfoglia alle erbe aromatiche, inumidite i rettangoli di sfoglia (molto sottile), distribuitevi sopra foglie di basilico o di prezzemolo, intere o tritate, e coprite con altri rettangoli di sfoglia, premete un poco per far aderire i due strati di pasta e passateli tra i rulli 2-3 volte, finché le erbe si vedranno in trasparenza.

Il consiglio

E’ molto importante evitare di infarinare la sfoglia anche al termine della sua preparazione, altrimenti non si attacca quando viene ripiegata per racchiudere il ripieno.

Attrezzatura occorrente.

  1. Setaccio
  2. Brocche graduate
  3. Matterello
  4. Bilancia
  5. Raviolatore a pressione con matterello
  6. Stampini tagliapasta
  7. Ciotole e terrine
  8. Rotelle tagliapasta
  9. Cucchiaio di legno
  10. Coltello

Il ripieno

Di carne, di pesce, di verdura o formaggio, il ripieno di agnolotti, tortelli, cappelletti e ravioli varia, anche all’interno della stessa tipologia, da regione a regione e, talvolta, anche da città a città, con ingredienti estremamente vari, dettati dalle diverse tradizioni gastronomiche regionali e locali. In Romagna, per esempio, la pasta ripiena viene preparata con carne di maiale e di manzo e in Emilia con erbette e stracotti, mentre in Piemonte si utilizzano soprattutto i brasati, in Liguria si preferiscono farce a base di verdure, formaggi ed erbe aromatiche e in Toscana si usano più comunemente vari tipi di carne e salsiccia.

Decisamente particolari sono poi i ripieni che accostano il sapore dolce con quello salato, come i tortelli di zucca e amaretti tipici del Mantovano, i cialzons friulani con uvetta e cacao, o i casonsei bresciani. Di fronte a una tale varietà di farce e ingredienti, si può affermare, dunque, che non esistono regole generali a proposito del ripieno, se non quella, che riguarda più che altro il modo di servirla, per cui la pasta ripiena di carne può essere presentata, a piacere, in brodo o asciutta, mentre quella di magro (a base, cioè, di verdure o di pesce) si serve esclusivamente asciutta. Continua – 1

Locali storici e tipici napoletani

Vineria del centro

Via Giovanni Paladino 8/a

Via Paladino è diventata un po’ il punto di riferimento dei giovani e degli intellettuali nuova generazione.

I locali sono spuntati come funghi e, di sera, la gente si affolla sulla strada passando da un bar all’altro.

Anche la Vineria è nata come ritrovo, per incontrarsi sorseggiando un buon bicchiere di vino, magari campano.

Due i livelli; al piano terra, il bar per le consumazioni al banco; al piano superiore, atmosfera vivace, tavolini e sedie dove potersi accomodare.

Il vino – i prezzi variano secondo le etichette – si può accompagnare con l’ottima pizza rustica o una fetta di torta alle mele.

Non mancano le iniziative culturali – in genere mostre fotografiche di giovani autori.

Orario 20-3 Lunedì chiuso.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

In un disegno ottocentesco, gli scavi e la parziale demolizione di San Giorgio Maggiore.

La città e le mura

Per comprendere la situazione urbanistica della Napoli altomedioevale occorre prima rivolgere l’attenzione all’epoca tardoimperiale. Almeno fino al II secolo d.C. l’espansione della città aveva seguito la direttrice occidentale, essendo inidonee le condizioni geofisiche delle altre aree: a meridione infatti il limite era costituito dalla presenza della spiaggia, mentre a settentrione e a oriente faceva ostacolo la natura acquitrinosa del territorio. Lo sviluppo urbanistico era poi avvenuto secondo due assi principali, rappresentati uno dalla via che conduceva al porto, l’altro dalla strada per Pozzuoli e Cuma: i nuclei principali di tale espansione furono perciò costituiti dal popolato quartiere portuale e dagli insediamenti residenziali ubicati lungo la costa oltre il colle di Pizzofalcone.

Verso la metà del V secolo l’imperatore Valentiniano III, per far fronte alle minacce delle incursioni barbariche di Alarico, dispose la costruzione di nuovi tratti di mura, estesi dall’attuale piazza Bellini a via San Sebastiano e a piazza del Gesù, fino a San Giovanni Maggiore, comprendendo in tal modo tutta l’area di Sant’Anna dei Lombardi e di Santa Maria la Nova. Venne inoltre fortificata l’antica villa di Lucullo, che fu perciò trasformata nel Castrum lucullanum.

La situazione urbanistica rimase sostanzialmente invariata fino all’arrivo di Belisario, che nel 537 assediò e conquistò la città occupando strategicamente il porto. Belisario decise di rafforzare le mura attraverso il rifacimento delle torri poligonali, e favorì inoltre l’afflusso nella città di gente del contado, destinata a provvedere, tra l’altro, a una migliore difesa dell’abitato.

Il successivo intervento di Narsete (553 circa) risultò determinante per l’ampliamento della cinta muraria in direzione del porto, punto debole del sistema difensivo partenopeo. Tutto il quartiere portuale sviluppatosi in corrispondenza dell’attuale piazza Municipio, fu fortificato opportunamente attraverso la costruzione del tratto di mura che da via Rua Catalana, proseguendo parallelamente alla costa, andava a ricongiungersi con gli avancorpi situati tra piazza della Borsa e via Mezzecannone. Tale intervento non fu seguito da altri ampliamenti, né in età ducale né in periodo normanno. Continua domani.

La ricetta del giorno

Torta ai mirtilli

Ingredienti: farina 350 gr, 2 uova, burro 100 gr, zucchero 100 gr, latte, lievito di birra 15 gr, confettura di mirtilli 500 gr, mirtilli freschi 50 gr, zucchero a velo, sale.

Esecuzione: mescolare la farina con un pizzico di sale, incorporarvi le uova e poco latte tiepido in cui sia stato sciolto lo zucchero, il burro e il lievito.

Lavorare bene l’impasto, coprirlo e farlo crescere per mezz’ora in un luogo tiepido.

Dividere la pasta in due pezzi, stenderli formando due dischi e con uno foderare una tortiera imburrata e infarinarla, spalmarvi sopra la confettura di mirtilli livellarla con una spatola lasciando libero un centimetro del bordo e chiudere la torta con il secondo disco sigillando bene i bordi.

Coprire il dolce con un tovagliolo, lasciarlo lievitare per mezz’ora in luogo tiepido e cuocerlo in forno già caldo a 180° per circa 45 minuti.

Sformare la torta, metterla su un piatto di portata, cospargerla di zucchero a velo e decorarla al centro con i mirtilli freschi. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: oggi è un giorno buono;

Toro: sta cambiando qualcosa in amore;

Gemelli: fai le cose con molta attenzione;

Cancro: troverai il tuo tornaconto da quello che fai;

Leone: hai troppe tensioni da superare;

Vergine: una sfida ti aspetta con impegno potrai vincerla;

Bilancia: non riesci proprio a cambiare il tuo comportamento;

Scorpione: è un periodo di pigrizia, quando riuscirai a superarlo le cose avranno un aspetto diverso;

Sagittario: dovresti ritrovare il tuo equilibrio con la natura;

Capricorno: devi cercare di restare calmo è inutile arrabbiarsi per nulla;

Acquario: hai troppe cose da fare;

Pesci: cerca di evitare i conflitti.

Buon Sabato 17 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:10 e tramonta alle 19:57

La Luna cala alle 6:35 e si eleva alle 20:11

Santa Chiara da Montefalco

Santa Emilia

San Giacinto sacerdote e confessore

Questo Santo è anche il Protettore delle gestanti e delle partorienti.

  • Chi è prena ha dda figlià!
  • Panza appuntùta,, prepara lo fuso; panza chiatta prepara la zappa.

(quando non ancora esistevano i moderni sistemi ecografici, per conoscere in anticipo il sesso dei nascituri ci si basava sulla forma del ventre materno. Se esso era a punta il feto era di sesso femminile, se invece aveva una forma tondeggiante il sesso era maschile).

  • Tu si figlio ‘e  ‘na coperativa ‘e pate!

Il 17 agosto del 1348 la Regina Giovanna I ed il marito Luigi di Taranto ritornano a Napoli.

Il 17 agosto del 1389 avviene, per la prima volta, il miracolo di San Gennaro.

Il 17 agosto del 1924 si riuniscono, in una manifestazione di piazza, tutti i gruppi di opposizione tranne i comunisti. Le squadre fasciste intervengono e si hanno due morti e vari feriti.

Il proverbio del giorno: nel vino la verità.

La favola del giorno

La distillazione dei gusci d’uovo

La signora Sullivan aveva il sospetto che il suo ultimo nato le fosse stato scambiato da “ladri folletti”, e certamente le apparenze giustificavano tale conclusione; in una sola notte, infatti, il suo sano bimbetto dagli occhi azzurri, si era raggrinzito fino a diventare quasi un niente e non la smetteva di strepitare e piangere. La povera signora Sullivan era naturalmente molto triste, e tutti i vicini, per confortarla, le dicevano che sicuramente il suo bambino era con il “buon popolo” e che al suo posto era stato messo un folletto.

Certamente la signora Sullivan non poteva non credere a ciò che tutti quanti le dicevano, ma non voleva far del male alla creaturina, perché, sebbene la sua faccia fosse così avvizzita e il corpo ridotto al solo scheletro, conservava tuttavia una forte somiglianza col suo vero bambino. Non riusciva perciò a trovare il coraggio di arrostirlo vivo sulla graticola o di bruciargli via il naso con le molle incandescenti o di gettarlo sul lato della strada in mezzo alla neve, malgrado questi e altri simili procedimenti le venissero caldamente raccomandati come sistemi per recuperare il suo bambino.

Un giorno successe che la signora Sullivan incontrò per caso proprio una donna che la sapeva lunga di queste cose, ben conosciuta nel paese col nome di Ellen Leah (o la Grigia Ellen). Aveva il dono, comunque l’avesse acquistato, di dire dove erano i morti e che cosa potesse essere utile al riposo delle loro anime; e con arti magiche aveva il potere di togliere porri e gozzi, e di compiere tutta una serie di meraviglie di tal genere.

  • Vi vedo afflitta questa mattina, signora Sullivan, – furono le prime parole che Ellen Leah le rivolse.
  • Lo potete ben dire, Ellen, – disse la signora Sullivan, – e ho ben ragione di essere afflitta, dal momento che il mio bel bambino, che era nella culla, mi è stato strappato via senza neanche un “con permesso” o uno “scusate tanto”, e al suo posto c’era un brutto sgorbio di folletto grinzoso; non c’è da sorprendersi, dunque, che mi vediate afflitta, Ellen.
  • Non vi si può rimproverare, signora Sullivan, – disse Ellen Leah, – ma siete sicura che sia un folletto?
  • Sicura! – fece eco la signora Sullivan. – Ne sono ben sicura, per mia disgrazia; posso forse dubitare dei miei stessi occhi? Ogni cuore di madre deve certo commiserarmi!
  • Volete seguire il consiglio di una vecchia? – chiese Ellen Leah fissando il suo sguardo inquietante e misterioso sulla infelice madre; e, dopo una pausa aggiunse: – Ma poi non direte che è un consiglio sciocco?
  • Potete farmi riavere il mio bambino, il mio caro bambino, Ellen? – disse la signora Sullivan tutta infervorata.
  • Se farete come vi ordino, – rispose Ellen Leah, – lo saprete.

La signora Sullivan rimase in attesa, in silenzio, ed Ellen continuò: – Mettete sul fuoco il pentolone grosso, pieno d’acqua, e fatela bollire a più non posso; poi prendete una dozzina di uova appena deposte, rompetele e tenete i gusci, ma gettate via il resto; fatto questo, mettete i gusci nella pentola d’acqua bollente e saprete presto se quello è il vostro bambino o un folletto. Se scoprite che quello nella culla è un folletto, prendete l’attizzatoio incandescente e ficcateglielo giù per la sua orribile gola, e, fatto questo non avrete più fastidi, ve lo assicuro.

La signora Sullivan se ne andò a casa e fece come Ellen Leah le aveva comandato. Mise la pentola sul fuoco e sotto una gran quantità di torba e fece bollire l’acqua a un ritmo tale che se mai ci fu un’acqua incandescente quella sicuramente lo era.

Il bambino giaceva, strano a dirsi, tutto calmo e tranquillo nella culla, lanciando ogni tanto un’occhiata, che brillava pungente come una stella in una notte gelida, verso il gran fuoco e il pentolone che vi stava sopra; e seguiva con estrema attenzione la signora Sullivan che rompeva le uova e metteva a bollire i gusci. Alla fine chiese, con la voce di un uomo molto vecchio: – Cosa stai facendo mammina?

Quando la signora Sullivan sentì il bambino parlare, il cuore – come lei stessa riferì – le balzò in gola al punto da soffocarla. Ma riuscì a mettere l’attizzatoio nel fuoco e a rispondere a quelle parole senza mostrare alcuna sorpresa: – Sto distillando, figlio mio.

  • E cosa distilli, mammina? – disse il diavoletto, la cui soprannaturale capacità di parola provava senza alcun dubbio che era un sostituto fatato.
  • Ah, se l’attizzatoio fosse già rosso, – pensava la signora Sullivan; ma era grosso e impiegava molto tempo a scaldarsi, perciò decise di distrarre il bambino con le chiacchiere finché non fosse arrivato al punto giusto per ficcarglielo in gola, e così ripeté la domanda: – Vuoi sapere cosa sto distillando, figlio mio? – disse.
  • Sì, mammina; cosa distilli? – rispose il folletto.
  • Gusci d’uova, figlio mio, – disse la signora Sullivan.
  • Oh! – strillò il diavoletto saltando su nella culla e battendo le mani, – sono al mondo da millecinquecento anni e non ho mai visto una distillazione di gusci d’uova prima d’ora!

A questo punto l’attizzatoio era rovente e la signora Sullivan, afferrandolo, corse con furia verso la culla; ma in qualche modo le scivolò un piede, cadde distesa sul pavimento e l’attizzatoio le volò via di mano fino all’altro lato della stanza. Si alzò tuttavia senza perdere troppo tempo e andò alla culla, con l’intenzione di ficcare la creatura maligna che vi giaceva nella pentola d’acqua bollente, quando vide il suo vero bambino immerso in un dolce sonno; uno dei morbidi e rotondi braccini era appoggiato sul cuscino, i suoi lineamenti erano sereni come se la loro quiete non fosse mai stata disturbata e solo la rosea boccuccia si muoveva con un respiro lieve e regolare.

Fiabe popolari irlandesi.

Curiosando qui e là

Il principio su cui si basa il funzionamento degli aerei a reazione.

Il principio dei motori a reazione è quello che fa arretrare il fucile (reazione) quando viene sparata una pallottola (azione).

In particolare, il motore a reazione degli aerei consiste in un “tubo” contenente una serie di ventole in rotazione (compressore).

Quando l’aereo è in volo, l’aria che entra nel tubo viene accelerata dalle ventole e portata ad alta pressione. In questo flusso d’aria (ancora all’interno del tubo) si immette combustibile che viene incendiato, provocando un’ulteriore espansione e quindi un aumento della velocità alla quale l’aria fuoriesce all’’estremità del tubo. Una parte dell’energia della combustione viene recuperata da un’altra serie di ventole (turbine) e utilizzata per mantenere in rotazione il compressore.

Per la precisione, questo sistema prende il nome di “turbogetto”.

Medicina e salute – Le proprietà delle piante. – 2

Dalla tradizione medica dell’antica Cina ci sono giunte informazioni mediche e farmacologiche su moltissime piante: dalla Schizandra chinensis (che veniva utilizzata per curare le intossicazioni al fegato) viene estratta la gomosina A, con la quale oggi sono curate le epatiti virali croniche.

Una ricerca da condurre, però, senza dimenticare i diritti dei nativi e la protezione delle loro risorse dallo sfruttamento selvaggio: alcuni laboratori senza scrupoli si sono già impossessati delle piante utilizzate dalle tribù da millenni (tramite la deposizione di un brevetto che ne ha rivendicato la “proprietà”), lasciando così gli indigeni senza alcun beneficio.

In passato un laboratorio farmaceutico americano si è appropriato di una pianta del Guatemala, Tagetes lucida, con proprietà antidolorifiche: lo sfruttamento eccessivo ha reso la pianta rara, lasciando i locali senza più possibilità di curarsi. Famoso è il caso di un giovane botanico indiano, Chattopadhyay, inviato a studiare la medicina tradizionale degli Onge, una tribù aborigena delle isole Andamane. Al suo ritorno, svelò che questa gente utilizza una pianta efficace nella cura della malaria; ma che non avrebbe detto niente di più, se non in presenza di un contratto che riconoscesse i diritti economici degli Onge, derivanti dallo sfruttamento di quella pianta. Gli interessi in gioco, in effetti, sono enormi: la malaria uccide ogni anno due milioni di persone in Africa, America meridionale e Asia. Egli è diventato il capostipite di una generazione di studiosi che dedicano la propria vita alla ricerca di nuove molecole benefiche, ma anche alla difesa dei diritti dei nativi delle foreste tropicali, con i quali condividono parte della loro vita.

La ricerca di piante con proprietà curative non è certo semplice: ogni 10 mila specie, una sola contiene sostanze veramente utili per la nostra salute. Molto il lavoro che resta ancora da fare: si stima che soltanto il 5-10 per cento delle specie vegetali di tutto il mondo siano state esaminate dai biochimici. Altre ricerche si svolgono nelle biblioteche: “Stiamo raccogliendo in un museo, a San Sepolcro (Arezzo), gli antichi trattati di erboristeria”, comunicò Valentino Mercati di Aboca, azienda italiana leader in questo settore. “Contengono informazioni utili per trovare nuove proprietà curative delle erbe note”.

Nell’ultimo decennio, i moderni sistemi di analisi hanno permesso di isolare molecole prima difficilmente identificabili: una volta individuata la loro struttura, la si ricostruisce in laboratorio. Spesso l’estrazione del principio attivo dalla pianta d’origine è particolarmente difficoltosa, od occorre sacrificare troppe piante: il tassolo, per esempio, è uno tra i più importanti antitumorali e viene estratto dalla corteccia del tasso (Taxus brevifolia). Occorrono ben 4 piante per ottenere un grammo di tassolo. E per sfruttare ogni pianta bisogna attendere decenni, visto che la crescita è molto lenta. Ecco perché il tassolo oggi è prodotto artificialmente a partire da una sostanza presente nelle foglie del tasso europeo (taxus baccata).

Non sempre però si riesce a riprodurre in laboratorio un principio attivo. Quando possibile, si ricorre allora a estese coltivazioni: è il caso della pervinca del Madagascar (Catharanthus roseus), di grande utilità nella lotta del tumore al seno e al polmone. E’ coltivata in India, “trasformata” in Francia, e infine distribuita agli ospedali del mondo intero.

Tra le ricerche in corso, nel tentativo di trovare antitumorali efficaci, desta parecchie aspettative quella su una pianta molto rara della Nuova Caledonia, la Sarcomelicope follicularis: contiene un principio attivo, l’acronicina, che pare abbia un forte potenziale. Ispirandosi alla chimica di questa pianta, un gruppo di ricercatori francesi ha creato degli “analoghi” di sintesi (molecole dalla struttura simile).

Curarsi con estratti di piante medicinali non equivale a bere acqua fresca: accanto alle proprietà benefiche conosciute, ve ne possono essere altre tossiche (anche i veleni più potenti sono ricavati dalle piante). Utilizzarle senza conoscere gli effetti secondari può provocare danni, principalmente epatici, renali e cardiaci.

Il mercato dei prodotti ricavati da piante medicinali è fiorente anche in Italia, soprattutto per i prodotti erboristici. Il fatturato italiano della fitoterapia si aggira intorno ai 600 milioni di euro: la richiesta maggiore è per tonificanti (guaranà, ginseng), rilassanti (camomilla, tiglio), preparati per l’apparato gastrointestinale (frangula, finocchio). Le piante ora preferite sono l’iperico (antidepressivo), e la Ginkgo biloba, utile nei disturbi della circolazione e della memoria.

Previsioni ottimistiche anche per il futuro: le molecole di sintesi derivate dallo studio della composizione delle piante medicinali saranno sempre di più. Un aiuto è arrivato anche dal Ministero della Salute, che con una direttiva ha riconosciuto le proprietà delle piante medicinali, facendole uscire dal ghetto della medicina alternativa.

L’angolo della Poesia

Il coro di Ermengarda – 2

quando ancor cara, improvida

d’un avvenir mal fido,

ebbra spirò le vivide

aure del Franco lido,

e tra le nuore saliche

invidiata uscì:

quando da un poggio aereo,

il biondo crin gemmata,

vedea nel pian discorrere

la caccia affaccendata,

e sulle sciolte redini

chino il chiomato sir;

e dietro a lui la furia

de’ corridor fumanti;

e lo sbandarsi, e il rapido

redir dei veltri ansanti;

e dai tentati triboli

l’irto cinghiale uscir;

e la battura polvere

rigar di sangue, còlto

dar regio stral: la tenera

alle donzelle il vòlto

volgea repente, pallida

d’amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

lavacri d’Aquisgrano!

ove, deposta l’orrida

maglia, il guerrier sovrano

scendea del campo a tergere

il nobile sudor!

Continua domani.

Alessandro Manzoni – da Adelchi

Affinità di coppia del segno del Leone con gli altri segni – Acquario

Leone-Acquario

Tra loro, un amore superbo

Quando lui e lei sono nati in un segno fisso, l’ostacolo maggiore alla loro felicità è l’orgoglio. L’altera Leonessa pretende omaggi che di solito lo sbrigativo acquariano non è disposto a elargire. Ma l’alunna del Sole sa come vincere le resistenze.

La convivenza degli opposti è sempre un’esperienza ardua. Ma lo diventa ancora di più quando questi opposti appartengono ai segni fissi, cioè Toro, Scorpione, Leone e Acquario. Perché i nati nei segni fissi non sono solo delle persone determinate, ma spesso denunciano anche evidenti sintomi d’irriducibile ostinazione. Quasi tutto, fra loro, si traduce in termini di braccio di ferro: uno vince e l’altro perde. Ma lo sconfitto non ha pace finché non è riuscito ad avere la rivincita. E via di questo passo.

In fondo, l’orgoglio è il grande motore di questi rapporti assai tesi e allo stesso tempo stimolanti. A proposito di orgoglio, si sa che la natura leonina è particolarmente esposta ai peccati d’eccesso. E’ molto meno noto che gli Acquario hanno una forte inclinazione agli stessi peccati. Infatti scagli la prima pietra chi di essi non si sente fuori del comune grazie all’originalità progressista, alla chiarezza di idee, al distacco critico con cui affrontano il contraddittorio mondo delle umane passioni.

Allora è chiaro: un rapporto fra l’orgogliosa Leone e l’orgoglioso Acquario non è un rapporto facile.

A lei infatti sembra assolutamente offensivo che lui le proponga il flirt con la stessa disinvoltura con cui potrebbe chiederle di andare al cinema.

Perché sia ben chiaro, la Leone potrà anche essere femminista, emancipata, disposta al flirt e chissà a che altro ancora, ma mai e poi mai rinuncerebbe al piacere sottile ed essenziale del corteggiamento.

Quindi non c’è dubbio: le dirette e, francamente, un po’ troppo sbrigative avance acquariane non solo provocano il reciso rifiuto leonino, ma fanno scattare anche un preciso programma di rappresaglia. Che consiste in un civettare provocatorio e altero.

L’acquario ha un bel ritenersi un tipo freddo al di sopra della passione: senza accorgersene, si surriscalda sotto l’inesorabile azione del calore solare che emana da una Leone decisa a risplendere e vincere. Così, cotto a dovere, l’uraniano prima o poi si rassegna a mettere in pratica il manuale del perfetto corteggiatore, che ormai non gli appare più né stupido né sorpassato. E così, a forza d’insistere, fa risalire felicemente le sue quotazioni presso la Leone. Che, prima di cedere, fa sospirare a lungo il povero Acquario. Se gli ultimi sussulti libertari non suggeriscono pronte soluzioni di fuga in extremis, alla fine lui si trova coinvolto in un rapporto che implica piani ufficiali a breve scadenza.

Ma un ménage fra la Leone e l’Acquario non è facile. Perché l’amore e l’accordo sopravvivano, è indispensabile che i due stabiliscano, fin dall’inizio e con chiarezza, i rispettivi settori di competenza. In modo tale che ciascuno dei due possa avere uno spazio su cui esercitare un dominio assoluto e incontrastato. Perché, se sperano di poter riuscire a suonare a quattro mani l’intera armonia del loro rapporto, si sbagliano di grosso. Per esempio, se capita che lavorino insieme, devono stare molto attenti e fare di tutto per riuscire a svolgere mansioni indipendenti l’uno dall’altra. Oppure, se hanno la fortuna di lavorare in proprio, lui potrebbe occuparsi dell’aspetto tecnico-organizzativo mentre a lei spetterebbe il compito di curare le pubbliche relazioni e l’immagine della ditta. Nell’amministrazione di casa, poi, lui non deve affatto permettersi di ficcare il naso, anche se gli sembra che lei spenda troppo per il costoso scenario domestico e, soprattutto, per il corredo dei suoi protagonisti. Corredo che deve essere assolutamente all’altezza delle aspettative leonine.

Tanto è vero che se l’Acquario alla vigilia delle nozze deve fare un drastico repulisti del suo guardaroba da scapolo, formato da un numero imprecisato di stracci casual, provvedendo in tempo a procurarsi un vasto assortimento di capi quanto mai raffinati e prestigiosi. Proprio come piace alla Leone.

Così come le piace che, quando arrivano i bambini, si abituino molto presto a comportarsi come dei principini. Sicuri di sé e perfettamente al corrente delle buone maniere.

A queste condizioni, ben venga quel tocco d’originalità e d’indipendenza di cui può arricchirli il contributo educativo di papà Acquario.

Locali storici e tipici napoletani

Blu Cobalto

Via Giovanni Paladino 3

Atmosfere newyorkesi nel cuore del centro antico.

A pochi passi dalla statua del Nilo, Blu Cobalto è tappa d’obbligo di artisti e intellettuali.

Galleria d’arte per pittori, scultori e fotografi napoletani, ma anche spazio “aperto” per incontri di poesia, presentazione di libri, dibattiti, concerti di musica dal vivo.

Il locale disposto su due livelli, cambia continuamente abito a seconda delle iniziative in corso, fatta eccezione per il bar al piano terra dove è sempre possibile rifornirsi di bevande varie, sandwich e torte.

Orario 16-24 lunedì chiuso.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

Un capitello della “sala delle colonne” dell’antico Monastero di San Salvatore all’interno del Castel dell’Ovo.

Il potere, il commercio e la religione – 2

Anche come centro manifatturiero Napoli seppe imporsi sulle altre città campane: vi fiorirono molteplici attività artigianali, grazie a numerose botteghe, in buona parte di proprietà monastica, in cui lavoravano calzolai, sarti, tessitori, saponai, ortolani, macellai, panettieri. Numerosi erano anche gli artigiani dediti alla lavorazione del metallo (armaioli, ferrai, calderai) o specializzati nella produzione di selle, di carri e più in generale di utensili in legno. Non si trattava probabilmente di artigiani riuniti in associazioni o corporazioni, ma piuttosto di lavoratori sciolti da ogni vincolo corporativo.

Pur in presenza di cospicui proprietà della Curia romana, la città fu quasi sempre schierata, nelle questioni religiose, dalla parte di Costantinopoli. Durante la crisi iconoclasta il vescovo Paolo II fu espulso per essersi opposto alla distruzione delle immagini sacre, e dovette sistemare fuori delle mura un episcopio di emergenza per poter continuare ad esercitare la sua carica.

Nel 663 soggiornò a Napoli lo stesso imperatore bizantino Costante II, riordinando le istituzioni ducali e concedendo il diritto di coniare monete di rame. Nei secoli successivi il ducato si trovò più volte costretto a stringere accordi con gli Arabi della Sicilia, dell’Africa e della Spagna, per controbilanciare di volta in volta i nemici esterni e facilitare gli scambi commerciali.

Nell’831 il principe longobardo di Benevento Sicone riuscì a trafugare dalle catacombe, nel corso delle sue guerre contro il Ducato napoletano, il corpo del venerato protettore San Gennaro, traslato da Pozzuoli quattro secoli prima, dal vescovo Giovanni I. in seguito a tale evento, i corpi dei primi vescovi di Napoli furono trasportati, per iniziativa del vescovo Giovanni IV lo Scriba (842-849), nella Cattedrale Stefania, situata all’interno delle mura. Continua domani.

La ricetta del giorno

Pizza siciliana

Ingredienti: pasta per pizze 600 gr, pomodorini 600 gr, tonno sott’olio 300 gr, mozzarella 400 gr, olive verdi 100 gr, capperi 30 gr, origano, basilico, aglio, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: stendere la pasta in una sfoglia abbastanza sottile sulla spianatoia infarinata e sistemarla nella teglia del forno ben unta d’olio. Irrorare con un filo d’olio la sfoglia di pasta, cospargervi sopra il tonno sminuzzato, le olive snocciolate e spezzettate, i capperi sciacquati e i pomodorini divisi a spicchi.

Spruzzare con un po’ di sale, origano, basilico tritato, fettine di aglio e coprire la pizza con fettine sottili di mozzarella.

Irrorare ancora con un filo d’olio e cuocere in forno già caldo a 200° per circa mezz’ora.

Accompagnare la pizza con una bella insalata. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: Venere in tuo favore per un’importante storia d’amore;

Toro: coltiva bene le tue relazioni hanno la loro importanza che non è poca;

Gemelli: non lasciarti distrarre dalle tentazioni tieni presente i tuoi obiettivi:

Cancro: apriti al mondo che ti circonda, ricorda che gli incontri portano anche emozioni;

Leone: devi saper discernere le tue amicizie, non tutte sono vere e sincere;

Vergine: questo è un periodo importante per tante cose, devi saperne approfittare e trarne vantaggi;

Bilancia: sono giorni in cui sei pieno di dolcezza e questo ti fa sentire bene;

Scorpione: qualcosa si muove nei rapporti sentimentali in senso positivo;

Sagittario: puoi fare pieno affidamento sulla simpatia che ispiri;

Capricorno: le amicizie sono importanti tienile da conto e non te ne pentirai;

Acquario: devi cercare di essere più accomodante nell’ambito familiare;

Pesci: ti dimostri troppo indeciso nelle cose che fai, cerca di essere costante, prendi una decisione e portala avanti.

Buon Venerdì 16 Agosto 2019

Il Sole sorge alle 6:09 e tramonta alle 19:59

La Luna cala alle 5:27 e si eleva alle 19:48

San Rocco laico pellegrino e confessore

San Rocco è il Protettore del bestiame e, specialmente, dei cani.

Rocco, si tratta di una latinizzazione – crocus – del gotico krukjan e significa gridare.

  • Chi jètta strille, gran dulore sente.
  • ‘A carne se jètta e  ‘e cane s’arràggiano.
  • ‘O cane tristo more cu’  ‘e diènte ‘mmocca.

Santo Stefano d’Ungheria

Santo Patrono di Cisterna di Latina

Santo Patrono di Palmi

Santo Patrono di Spilimbeergo

Stefano dal greco stephanos cioè corona.

  • ‘O piso d’  ‘a curona fa calà l’ummòre ‘e ll’uòcchie e nun fa vedè deritto.

Il 16 agosto del 1850 esce a Napoli il primo numero di “Civiltà Cattolica”, rivista dei Gesuiti, che – dopo poco – viene trasferita a Roma.

Il 16 agosto del 1924 l’Unione Regionale degli Industriali diventa “Confederazione Fascista degli Industriali”.

Il 16 agosto del 1931 nasce il cantante Dino Giacca.

Il proverbio del giorno: per San Rocco la rondine fa fagotto.

La favola del giorno

Giustizia e ingiustizia

In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi; dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. “Quanto hai guadagnato, fratello?”, domandò Ivan. “Il Signore mi ha dato cinque rubli!” “Il Signore! Ti darebbe assai se non lavorassi!” “No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!” Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: “Seguiamo la strada e domandiamo al primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato”.

Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrarono un diavolo con le sembianze di un uomo. Interrogato, rispose: “Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà nemmeno una copeca!”. Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice: “Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!”.  “Va bene – replica Ivan – se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi soldi e avrà il braccio destro tagliato.” Naum accettò.

Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: “Intanto passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio”.

A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: “Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato”. Un altro allora disse: “Sciocchezze! Gli basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!”.  “Io, invece – prese a vantarsi un terzo – ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!”  “Ma sì! – replicò un quarto. – Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!” “Un contadino – si mise a dire un quinto – ha messo un mulino ad acqua su di uno stagno, ma già da molti anni si affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare l’acqua.” “Che imbecille, il tuo contadino! – disse un sesto demone. – Dovrebbe solo coprire meglio di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia nella breccia e sarebbe la tua rovina!”

Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i diavoli si riunirono. “Sapete fratelli – dice uno di loro – ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!”

Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le lacrime dell’agnello!

Fiabe popolari russe 

Curiosando qui e là

Perché la fede nuziale viene messa sulla mano sinistra?

Non esiste alcun motivo religioso per il quale la fede deve essere portata sull’anulare della mano sinistra.

La tradizione dell’anello, che gli sposi scambiano il giorno del matrimonio, è di antiche origini germaniche ed è poi passata nelle consuetudini romane.

Solo nel tardo medioevo però è stata ufficialmente adottata nelle cerimonie nuziali.

L’usanza di mettere l’anello di fidanzamento e la fede nuziale proprio nel quarto dito della sinistra si dice invece che sia stata ispirata da una credenza popolare secondo la quale dall’anulare scorre una vena, che veniva chiamata vena amoris, che conduce direttamente al cuore.

Medicina e salute – Le proprietà delle piante.

Farmacia in foglie – le principali piante medicinali e le loro proprietà.

Belladonna (Atropa belladonna)

Principi attivi: atropina, isoclamina, scopolamina. Indicazioni: usata per dilatare la pupilla.

Stramonio (Datura stramonium)

Principi attivi: isoclamina. Indicazioni: rilassante muscolare, usato per il morbo di Parkinson.

Echinacea (Echinacea purpurea)

Principi attivi: echinacoside. Indicazioni: cicatrizzante, usato in caso di herpes e di deficit immunitario.

Salice bianco (Salix alba)

Principi attivi: acido salicilico. Indicazioni: febbre, dolori, influenza, reumatismi.

Ginkgo (Ginkgo biloba)

Principi attivi: ginkgolide. Indicazioni: disturbi della circolazione sanguigna e della memoria.

Papavero da oppio (Papaver sonniferum)

Principi attivi: morfina. Indicazioni: attenua efficacemente il dolore.

Gloriosa (Gloriosa superba)

Principi attivi: colchicina. Indicazioni: per combattere la gotta. In piccole quantità è efficace contro la lebbra.

Colchico autunnale (Colchicum autunnale)

Principi attivi: colchicina. Indicazioni: gotta, sono in corso ricerche per l’uso contro la cirrosi e l’epatite.

Pervinca del Madagascar (Catharanthus roseus)

Principi attivi: vinblastina, vincristina, navelbina. Indicazioni: tumori a seno e polmoni.

Digitale (Digitalis purpurea)

Principi attivi: digitalina. Indicazioni: problemi cardiovascolari (è un cardiotonico).

Tasso (Taxus baccata)

Principi attivi: tassolo e taxotere. Indicazioni: usato per la cura dei tumori alle ovaie, ai polmoni e al seno.

Iperico (Hypericum perforatum)

Principi attivi: ipericina e iperforina. Indicazioni: antidepressivo e antibatterico.

Artemisia (Artemisia annua)

Principi attivi: artemisinina. Indicazioni: febbre, alcune varietà hanno proprietà diuretiche.

Alla ricerca delle piante che possano salvarci dal cancro o dall’ipertensione. E aiutarci a vivere meglio. Per 3,5 miliardi di persone le uniche medicine sono foglie, fiori, radici e frutti.

Qual è la farmacia più grande del mondo? La foresta: fonte inesauribile di rimedi alle malattie dell’uomo.

Non solo per i guaritori delle popolazioni tribali (in Amazzonia ci si cura con circa 2.000 specie vegetali, nell’Asia meridionale con oltre 1.800, in Cina se ne utilizzano più di 5.000); le piante medicinali sono all’origine del 70 per cento dei nostri farmaci. Senza contare i prodotti venduti nelle erboristerie, che non sono farmaci ma vengono usati sempre più spesso per i loro effetti sulla salute.

Squadre di ricercatori vengono inviati in ogni angolo del mondo, per trovare nuovi principi attivi che possono curare le “malattie dell’Occidente”, come il cancro o lo stress, sfruttando le conoscenze degli sciamani. Secondo molto studiosi, solo la scoperta di altre sostanze vegetali attive permetterà alla farmacopea di progredire.

Ancora oggi, per 3,5 miliardi di persone, le piante sono l’unica possibilità di cura per ogni genere di malanno. In alcune zone dell’Africa c’è un guaritore tradizionale ogni 500 persone e un medico ogni 17.500 persone. Non è quindi lo scienziato di professione, ma il guaritore del villaggio a conoscere le proprietà dei differenti vegetali.

Osservando i cacciatori aborigeni dell’Amazzonia, che applicano curaro sulle punte delle loro frecce per paralizzare le prede, si è scoperto la tubocurarina, usata come anestetico in chirurgia e ricavata dalla medesima pianta da cui si estrae il curaro. Gli indios della foresta amazzonica, inoltre, medicano ferite ed infezioni con il Croton lechlerii, una pianta detta “sangue di drago” perché la sua resina è rosso vivo: da essa i farmacologi europei hanno estratto una sostanza utile alla cura delle ulcere gastriche e delle infezioni da herpes.

Le tribù indiane della Guyana ci hanno insegnato ad utilizzare un estratto di peperoncino rosso (Capsicum annuum) per combattere le cefalee, mentre l’estratto di Pedilanthus tithymaloides, da loro impiegato per contrastare gli effetti dei morsi di serpenti velenosi, è sfruttato dalla moderna farmacopea come antinfiammatorio. Continua domani.

Arte – Cultura – Personaggi Un commento alla Poesia

Adelchi

Nell’Adelchi, la tragedia in cinque atti che il Manzoni scrisse dal 1820 al 1822, si narra la drammatica fine del dominio del Longobardi in Italia per opera del re dei Franchi Carlo Magno, e l’azione comprende le vicende di tre anni, dal 772 al 774.

Carlo Magno, invocato dal papa Adriano I, scende in Italia, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio e sorella del valoroso e generoso Adelchi; dopo che invano l’esercito franco ha cercato di attraversare il valico situato tra le montagne alpine che segnavano il confine tra i due regni, Carlo Magno riesce a sorprendere alle spalle l’esercito longobardo col provvidenziale aiuto del diacono Martino, e successivamente espugna ad una ad una le città nelle quali sono andati a chiudersi Desiderio, Adelchi e i pochi duchi rimasti fedeli.

L’infelice Ermengarda, che, malgrado la terribile offesa ricevuta, è ancora innamorata del marito Carlo, si spegne, consunta dal dolore, nel monastero di Brescia, prima che la città cada nelle mani dei Franchi.

La tragedia si conclude con la morte di Adelchi dinanzi allo sguardo fatto pietoso di Carlo ed a quello di Desiderio prigioniero.

Il coro di Ermengarda

L’azione del coro si svolge nel giardino del monastero di San Salvatore, a Brescia, dove Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi, si è ritirata, in cerca di una pace dello spirito che non riesce a trovare, innamorata com’è, ancora, del marito Carlo Magno che per ragion di Stato l’ha ripudiata.

Ermengarda muore consunta dal dolore, mentre il regno longobardo crolla sotto i colpi dei Franchi vittoriosi. Ma la vicenda terrena della sventurata donna perde in questo coro le sue caratteristiche di concretezza e di contingenza per innalzarsi su un piano ideale, quello, per dirla col Manzoni, della “provida sventura”.

L’angolo della Poesia

Il coro di Ermengarda

Sparsa le trecce morbide

sull’affannoso petto,

lente le palme, e rorida

di morte il bianco aspetto,

giace la pia, col tremolo

sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto; unanime

s’innalza una preghiera:

calata in su la gelida

fronte, una man leggiera

sulla pupilla cerula

stende l’estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall’ansia

mente i terrestri ardori;

leva all’Eterno un candido

pensier d’offerta, e muori:

fuor della vita è il termine

del lungo tuo martir.

Tal della mesta , immobile

Era quaggiuso il fato;

sempre un obblio di chiedere

che le sarìa negato;

e al Dio de’ Santi ascendere,

santa del suo patir.

Ahi! nelle insonni tenebre,

pei claustri solitari,

tra il canto delle vergini,

ai supplicati altari,

sempre al pensier tornavano

gl’irrevocati dì;

Alessandro Manzoni – continua domani.

Gengis “Il sovrano Oceano” – 4

Spie ed esploratori fornivano ai generali ogni notizia utile sulle forze nemiche, sulla conformazione del terreno, sulle fortificazioni o su possibili alleati. E seminavano discordia. Ai poveri parlavano di liberazione mongola, mentre ai ricchi promettevano facilitazioni commerciali e fiscali: una vera e propria guerra psicologica.

Le truppe, prima di partire, erano esaminate in maniera minuziosa, fino all’ultimo ago o filo portati per rattoppare gli abiti lacerati.

L’esercito marciava in colonne separate, collegate da staffette; gli esploratori fornivano costantemente informazioni sui movimenti avversari. Nessuno colse mai di sorpresa un’armata mongola!

Individuato il nemico, le colonne si riunivano e cominciavano a estendersi su un fronte molto largo per poi avvolgere le forze avversarie. La cavalleria leggera mongola circondava i nemici bersagliandoli con frecce e giavellotti: una tattica conosciuta come tulughma.

Poi partivano alla carica le truppe di cavalleria pesante, armate di spade, mazze e lance, che sfondavano il fronte avversario. Tutte le manovre avvenivano in perfetto silenzio: le istruzioni erano impartite da bandiere bianche e nere, o, di notte, da lanterne. Solo la carica era accompagnata dal rullare del grande tamburo del comandante. La tattica mongola, di solito, tendeva a lasciare all’avversario una via di fuga: i nemici terrorizzati si ritiravano, per essere però poi falciati facilmente in campo aperto. Per ingannare il nemico si utilizzavano reparti interi di manichini imbottiti montati su cavalli di riserva. Entrato in contatto con i regni cinesi, Genghiz in seguito adottò anche macchine d’assedio, balestre, proiettili incendiari e bombe a gas munite di una miscela di zolfo, salnitro, aconito, olio, carbonella polverizzata, resina e cera.

Ma Genghiz fu anche un grande uomo di Stato e un capace amministratore. Prima di tutto cercò l’appoggio di tutte le religioni con cui entrò in contatto, rivelando una profonda curiosità ma stando bene attento che il loro potere spirituale non offuscasse il suo comando. Per sua decisione si introdusse un’unica scrittura per i documenti reali, la uighur, e la stesura di un codice di leggi, la yassak.

La genialità del sovrano affidò l’amministrazione dell’impero agli uomini più validi nei singoli campi; così vi furono ingegneri cinesi, amministratori persiani, medici arabi, militari russi. La pax mongolica, che venti anni dopo la morte del sovrano e grazie a successive conquiste andava dal Mediterraneo al Pacifico, era caratterizzata da un’estrema sicurezza delle frontiere, condizione base di uno sviluppo commerciale su scala mondiale che nemmeno l’impero romano conobbe mai.

Regnarono per decenni una pace imposta con disciplina ferrea, e un ordine celebrato dai contemporanei. Il cristiano Marco Polo (1254-1324), parlando del sovrano, compose forse il più bell’epitaffio che il conquistatore avrebbe potuto augurarsi: “Morì, e fu grande sventura, poiché egli era prudente e saggio”. Scrisse invece nel ‘600 lo storico musulmano Abu l-Ghazi: “Sotto il regno di Genghiz Khan, tutto il Paese tra l’Iran e il Turan (alle porte della Mongolia) godeva di una tale tranquillità che una fanciulla nuda e sola avrebbe potuto viaggiare da levante a ponente con un piatto d’oro in testa, senza dover subire la minima violenza”

Locali storici e tipici napoletani

Lex Cafè

Via Concezio Muzy 38/40

Di fronte a Castel Capuano, sede del Tribunale, il Lex Cafè, è frequentato dai professionisti della zona.

Offre ogni tipo di croissant e brioche, caffè, bevande nervine, alcolici, bibite, gelati di produzione propria.

All’insegna della fantasia e della qualità, i tramezzini per lo spuntino di mezzogiorno, da accompagnare con birra alla spina o con un bicchiere di prosecco.

Al piano superiore, l’accogliente saletta da tè con una bella vetrata che guarda il Castello, dove è possibile consumare al tavolo, e velocemente, anche un semplice panino.

Domenica chiuso.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

La cripta della Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.

Il potere, il commercio e la religione

Dopo che i Longobardi furono penetrati in Italia meridionale, Napoli divenne il centro della resistenza bizantina in Campania: era infatti la sola città costiera della Campania naturalmente munita e potentemente fortificata, se si escludono Pozzuoli e Cuma, ridotte a poco più che castelli.

Il territorio controllato dai Napoletani comprendeva, oltre alle isole del golfo, l’area flegrea fino alla roccaforte di Cuma e, all’interno, una piccola parte della pianura campana con Nola, a lungo contesa.

Il confine con il territorio controllato dai Longobardi correva poi lungo il Vesuvio fino ai limiti dell’odierno comune di Torre Annunziata. Dipendevano da Napoli anche i territori costieri di Sorrento e, dal IX secolo, anche se solo formalmente, quelli di Amalfi, di Gaeta e di Terracina.

Nonostante l’accresciuta importanza strategica della città, tuttavia, molti edifici furono abbandonati o lasciati in rovina, il drenaggio delle acque poco curato – come testimoniano i profondi interri della strada scoperta sotto il Convento di San Lorenzo Maggiore – e si verificò un vasto fenomeno di espansione di orti e giardini urbani, dovuto anche alla forte diminuzione della popolazione.

Napoli rimase comunque, per tutto l’Alto Medioevo, la maggiore città dell’Italia meridionale e un notevole centro di attività commerciali e manifatturiere. Durante questo periodo, del resto, la città non perse mai la sua naturale vocazione di mercato internazionale. Per il V e VI secolo le fonti attestano la presenza di una fiorente colonia di ebrei residente dentro le mura, dedita con buoni risultati alle attività commerciali.

Qualche secolo dopo, invece, grazie al potenziamento della flotta napoletana, al quale concorse anche l’intraprendenza armatoriale di alcuni enti monastici, si fecero molto intensi i traffici con i Saraceni, e più in generale con il mondo musulmano: un fenomeno che fu vissuto in quel tempo come un vero e proprio scandalo per la Cristianità.

Gli scambi avevano come oggetto schiavi e prodotti locali campani, in particolare il lino e il vino, mentre grande attenzione era riposta nell’importazione di oggetti d’arte araba, seta e spezie. Non è un caso, dunque, che i documenti ci abbiano trasmesso tracce della presenza nella zona di numerose colonie di mercanti forestieri, in particolare bizantini, arabi, pisani, amalfitani, scalesi, gaetani. Continua domani.

La ricetta del giorno

Zuppa di pesce alla marsigliese

Ingredienti: pesce da zuppa misto kg. 1,5, frutti di mare misti 1 kg, pomodorini rossi 400 gr, vino bianco 1 lt, 1 bustina di zafferano, 2 cipolle, 4 spicchi d’aglio, peperoncino forte, prezzemolo, pane casereccio, olio extravergine d’oliva, sale.

Esecuzione: pulire il pesce, squamarlo, lavarlo e tagliare a pezzi i più grossi.

Pulire e lavare i frutti di mare.

Riunire tutto in una capace pentola di coccio con le cipolle e l’aglio tritati, i pomodori a pezzetti, zafferano, peperoncino, basilico spezzettato, sale, irrorare con un filo d’olio e coprire tutto con il vino.

Cuocere per circa un’ora a fiamma bassa smuovendo i pesci con un cucchiaio di legno cercando di non romperli.

Quando la zuppa sarà cotta tostare le fette di pane, metterle ben calde nei piatti individuali e versarvi sopra il pesce con il suo sugo. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: oggi può essere un giorno molto interessante;

Toro: se non ti organizzi per il meglio la giornata può essere molto noiosa;

Gemelli: stai avendo un ottimo recupero in amore;

Cancro: cerca di capire cosa vuoi da un rapporto d’amore;

Leone: fai solo quello che ti attira di più:

Vergine: potrebbe arrivarti una piccola fortuna;

Bilancia: l’amore si avvicina;

Scorpione: attenzione ai soldi, quelli mancano sempre;

Sagittario: una cosa che non ti manca mai è il fascino;

Capricorno: dalla tua parte vi sono le stelle ma devi fare qualcosa anche tu;

Acquario: tensioni residue che non ti permettono di rilassarti come vorresti;

Pesci: devi evitare gli scontri diretti, gioca di fino.

Buon Giovedi 15 agosto 2019

Buon Ferragosto a tutti.

Ogge è festa, è Ferrausto!

Il Sole sorge alle 6:07 e tramonta alle 20:00

La Luna cala alle 4:19 e si eleva alle 19:23

Assunzione della Beata Vergine Maria

Santa Patrona di Bolzano

Santa Patrona di Foggia

Santa Patrona di Altamura

Santa Patrona di Bressanone

Santa Patrona di Brunico

Santa Patrona di Castelfranco Veneto

Santa Patrona di Fermo

Santa Patrona di Figline

Santa Patrona di Lanciano

Santa Patrona di Lucera

Santa Patrona di Mirandola

Santa Patrona di Orvieto

Santa Patrona di Piazza Armerina

Santa Patrona di Riva

Santa Patrona di Sciacca

Santa Patrona di Urbino

  • Ave Maria,

Mamma ‘e Gesù,

aiuta Napule,

piènzece tu!

R. Pisani

  • ‘Nt’  ‘a scalinata, tengo na Madonna …

spisso me fermo e cerco ‘e raggiunà

comme si fosse màmmama o ‘a nonna …

e chello ca i’ Lle cerco Essa me da’.

G. D’angelo senior

Il 15 agosto del 1608 viene aperta al culto la Cappella di San Severo (ora Museo)

Il 15 agosto del 1809 scontro, al largo di Napoli, tra la flotta inglese e quella napoletana.

Il 15 agosto del 1877 Thomas Edison effettua la prima registrazione sonora, Mary Had a Little Lamb (Mary aveva un agnellino).

Il 15 agosto del 1925 viene creato l’Alto Commissario per la Provincia di Napoli che funzionerà sino al 1936.

Il 15 agosto del 1994 per contrasti con il C.D.R. Sergio Zavoli si dimette dalla direzione de “Il Mattino”

Il proverbio del giorno: per l’Assunta l’oliva è unta.

La favola del giorno

Gentaglia

Galletto disse a Gallinella: – Adesso è il tempo in cui maturan le noci; andremo insieme sul monte e una buona volta ne mangeremo a sazietà, prima che le porti via tutte lo scoiattolo. – Sì, – rispose Gallinella, – vieni, ce la spasseremo insieme -. Se ne andarono tutti e due sul monte; era una bella giornata, e vi rimasero fino a sera. Ora, io non so se si fossero rimpinzati tanto o si dessero delle arie; fatto sta che non volevano andare a casa a piedi e Galletto dovette costruire una piccola carrozza di gusci di noce. Quando fu pronta, Gallinella ci salì e disse a Galletto: – Tu puoi tirare. – Che bell’idea! – disse Galletto, – vado a casa a piedi, piuttosto: no, non eran questi i patti. Fare il cocchiere e sedere a cassetta, va bene; ma tirare io, questo no.

Mentre litigavano, un’anitra schiamazzò: – Razza di ladri, chi vi ha detto di venire sul monte delle mie noci? Adesso ve la faccio pagare! – e si precipitò su Galletto col becco spalancato. Ma Galletto non era un codardo e si gettò bravamente addosso all’anitra; e alla fine le si avventò contro con gli sproni con tanta violenza che ella chiese grazia e in punizione si lasciò di buon grado attaccare alla carrozza.

Galletto salì a cassetta come cocchiere e si partì di carriera. – Anitra, corri più che puoi! – Dopo un tratto di strada, incontrarono due pedoni, uno spillo e un ago. Questi gridarono: – Alt! Alt! – e dissero che stava per diventar buio pesto, e non potevano più fare un passo, e la strada era così fangosa! Non potevano salire per un po’? Erano stati alla locanda dei sarti, fuori porta, e si erano attardati a bere un bicchier di birra. Siccome eran gente magra, che non prendeva molto posto, Galletto li lasciò salire entrambi, ma dovettero promettere di non pestare i piedi a lui e alla sua Gallinella.

A sera tarda giunsero a un’osteria, e siccome di notte non volevano proseguire e l’anitra era male in gambe e cadeva di qua e di là, vi si fermarono. In principio l’oste fece un monte di difficoltà, dicendo che la casa era già piena; pensava inoltre che non potevano essere signori distinti; ma essi gli fecero tanti bei discorsi – e che avrebbe avuto l’uovo fatto da Gallinella per istrada e tenuto anche l’anitra che ne faceva uno al giorno – che alla fine egli permise loro di pernottare. Allora fecero di nuovo mettere in tavola e banchettarono allegramente.

La mattina presto, all’alba, quando tutto dormiva ancora, Galletto svegliò Gallinella, andò a prender l’uovo, l’aprì col becco e lo succhiarono insieme; il guscio lo gettarono nel focolare. Poi andarono dall’ago che dormiva ancora, lo presero per la testa e lo piantarono nel cuscino, sulla sedia dell’oste; e infissero lo spillo nell’asciugamano; infine, senza dire ai né bai se ne volarono via per la pianura. L’anitra che dormiva volentieri all’aperto ed era rimasta nel cortile, li sentì frullar via, si svegliò, trovò un ruscello e ne seguì a nuoto la corrente: si faceva più in fretta che a tirar la carrozza.

Dopo un paio d’ore l’oste si alzò per primo, si lavò e volle asciugarsi con l’asciugamano; allora lo spillo gli graffiò il viso e gli lasciò una riga rossa da un’orecchia all’altra. Poi andò in cucina e volle accendersi la pipa, ma quando si accostò al camino i gusci d’uovo gli saltarono negli occhi. – Stamattina ce l’hanno tutti con la mia testa! – disse, e si lasciò cadere stizzosamente nella sua poltrona; ma saltò subito in piedi e gridò: – Ahi! – perché l’ago da cucire l’aveva punto ancor peggio, e non nella testa. Ora era su tutte le furie e cominciò a sospettare degli ospiti che erano arrivati così tardi la sera prima; e quando andò a cercarli se n’erano andati.

Allora giurò di non ospitar più gentaglia, che mangia molto, non paga nulla e per giunta ti ringrazia con tiri birboni.

Jacob e wilhelm Grimm – Le fiabe del focolare.

Curiosando qui e là

E’ vero che le cellule si suicidano?

La prima documentazione del suicidio cellulare o apoptosi (dal termine greco che indica la caduta stagionale delle foglie) risale al 1965.

La cellula perde rapidamente volume, il nucleo si disgrega, i cromosomi si frammentano, e in meno di due ore si crea un grumo proteico che viene poi fagocitato dalle altre cellule.

Inizialmente si riteneva che l’apoptosi fosse dovuta esclusivamente a aventi traumatici. Si è invece poi scoperto che ha un ruolo centrale nel ricambio cellulare. Ed è molto importante nello sviluppo embrionale.

L’embrione elabora la propria forma attraverso un procedimento paragonabile alla scultura: la morte di alcune cellule, per esempio, crea lo spazio che delinea le estremità degli arti. L’apoptosi riveste un ruolo anche nella formazione sia del sistema nervoso centrale sia del timo, un organo determinante per il funzionamento del sistema immunitario.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 12

Camminare nel Parco

Da Ercolano a Boscotrecase

Ercolano. Gli scavi di questa cittadina, iniziati nel 1738, includono le Terme, la Palestra, varie case affrescate, il porto dove sono stati ritrovati i corpi carbonizzati di numerosi profughi e il Teatro che sorge al di sotto della città moderna.

Di grande interesse anche le ville settecentesche che si allineavano sul “Miglio d’Oro.

Le lave del 1944.Nell’ultimo tratto, la strada che sale verso il Vesuvio sino a un piazzale posto a 1050 metri attraversa le lave emesse dal vulcano tra il 18 e il 29 marzo del 1944. Colonizzate dal lichene Stereocaulon vesuvuanum, queste pendici vedono una importante presenza di ginestre dell’Etna e di estese pinete ben visibili dalla strada.

L’Atrio del Cavallo. Ai piedi delle pareti laviche del Monte Somma, questo anfiteatro naturale tra gli 800 e i 900 metri di quota deve il suo nome ai cavalli e agli asini utilizzati un tempo dai turisti. Qui infatti, i visitatori del vulcano dovevano lasciare le cavalcature e proseguire a piedi sui ripidi e cedevoli pendii di sabbia e sassi del Gran Cono del Vesuvio.

Piano delle Ginestre. Questa pineta con ampia presenza di leccio è la più vasta area boscata del vulcano. Per tutelarla in maniera adeguata, nel 1972, è stata istituita una Riserva Naturale dello Stato estesa su 1005 ettari. Chi scende dal cratere la traversa seguendo le larghe svolte della Strada Matrone, che conduce a un cancello presidiato dal Corpo Forestale a poca distanza da Boscotrecase. Dal cratere si impiegano due ore e mezzo.

L’Osservatorio Vesuviano. Edificato nel 1841 per volere di Ferdinando II di Borbone, l’elegante palazzina che ospita l’Osservatorio sorge sul cucuzzolo del Colle Umberto, a 609 metri di quota.

Oggi la sede principale dell’Osservatorio Vesuviano è a Napoli. La palazzina ottocentesca (noto come “Osservatorio Storico”) ospita un museo dove si possono osservare lave, “bombe” vulcaniche e una collezione di sismografi del primo Novecento, alcuni dei quali ancora in uso.

Il Cratere del Vesuvio. Dal piazzale, mezz’ora di salita lungo un comodo viottolo porta ad affacciarsi sul cratere, che deve la sua conformazione attuale all’eruzione del 1944. Oggi il cratere del Vesuvio ha pianta lievemente ellittica, con un diametro di quasi 500 metri e una profondità di 230 metri dal punto più basso dell’orlo.

La Strada Matrone

Dall’estremità orientale del cratere, un viottolo permette di raggiungere il piazzale dove termina la strada costruita a proprie spese, all’inizio del Novecento, dai fratelli Matrone. Danneggiata dalle lave del 1944 e poi ricostruita, la strada è oggi chiusa alle auto e offre una delle più interessanti escursioni a piedi del Parco. Seguendola in discesa, si raggiunge in mezz’ora il margine della foresta di pini e lecci che riveste il versante meridionale del vulcano.

Boscotrecase. A pochi chilometri dagli scavi di Pompei, questo abitato sorge al margine della più estesa foresta vesuviana del Medievo (la Sylva Mala, poi diventata Nemus Regale).

Pur avendo risentito dell’espansione edilizia del dopoguerra, Boscotrecase conserva scorci suggestivi nel centro storico dove sorgono le chiese dell’Ave Gratia Plena e di Sant’Anna.

Il periplo del Vesuvio

Popolata oggi da circa 750 mila persone, la “città vesuviana” che si distende ai piedi del vulcano include zone di anonima edilizia moderna, ma conserva monumenti e scorci di notevole suggestione.

Per riscoprirli, nulla di meglio che compiere il periplo completo del vulcano toccando gran parte dei centri storici del Parco.

Un itinerario che si conclude con la visita degli scavi di Pompei, una delle mete archeologiche più emozionanti della Terra.

Torre del Greco. E’ il centro più popoloso del Parco, ed è anche il capoluogo più vicino al cratere del vulcano. Gravemente danneggiata da molte eruzioni, l’antica Turris Octavia ha come motto Post fata resurgo, ed è nota per l’industria del corallo.

Meritano una visita il Museo del Corallo, la Chiesa di Santa Croce, il Palazzo Vallelonga e la Villa del Cardinale.

San Sebastiano al Vesuvio. E’ il paese vesuviano più vicino alla periferia di Napoli. Come la vicina Massa di Somma, San Sebastiano è stata rasa al suolo dall’eruzione del 1944 ed ha quindi aspetto in gran parte moderno. Si è però salvata l’imponente chiesa settecentesca di San Sebastiano, riconoscibile grazie alla sua cupola bianca. Nel vecchio Municipio ha sede l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.

Madonna dell’Arco. Lasciato San Sebastiano, si continua a saliscendi toccando Massa di Somma, Pollena e Troccchia. Una discesa porta alla statale 268 e al santuario della Madonna dell’Arco, uno dei più frequentati della Campania.

Somma Vesuviana. In paese meritano una visita il quartiere medievale del Casamale, i ruderi del castello e la chiesa di San Domenico. A valle dell’abitato è la chiesa quattrocentesca di Santa Maria del Pozzo, che conserva due cripte affrescate e alla quale si affianca il Museo della Vita Contadina, che raccoglie 3.200 oggetti di uso quotidiano provenienti da tutta la Campania.

Boscoreale. Centro agricolo noto per la sua frutta e i suoi vini, conserva nel centro storico la chiesa dell’Immacolata Concezione e il palazzo dei Baroni Zurlo.

A Boscoreale sorge il magnifico Antiquarium inaugurato nel 1991 accanto al quale si trova l’imponente Villa Regina, una residenza patrizia a poca distanza dalle mura di Pompei.

Terzigno. Si raggiunge seguendo la pedemontana che traversa i vigneti dove si produce il Lachryma Christi, il più noto vino della zona vesuviana.

Il paese deve il nome alla terza colata di lava (o terzo fuoco, Tertius Ignis in latino), che devastò nel 1631 le pendici del Vesuvio.

Nel centro è l’imponente Tempio dell’Immacolata, inaugurato nel 1758.

Pompei. E’ una delle mete archeologiche più visitate del mondo. Da vedere il Foro, i due Teatri, l’Anfiteatro, il Tempio di Iside, la Basilica e le Terme Stabiane e le case dei Vetti, degli Amorini Dorati, del Centenario, di Menandro, del Criptoportico e del Poeta Tragico e la Villa dei Misteri appena al di fuori delle mura.

Il Parco in Tasca

Come si si arriva: in auto: il Vesuvio si raggiunge in breve dalla A3 Napoli-Pompei-Salerno (caselli di San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata), dalla A16 Napoli-Bari (casello di Pomigliano d’Arco) e dalla A30 Caserta-Salerno (casello di Sarno). La statale 18 costeggia il vulcano dalla parte del mare, la statale 268 raggiunge tutti i centri dell’interno.

In treno: è possibile utilizzare la linea FFSS Cancello-Torre Annunziata e i convogli della Ferrovia Circumvesuviana.

In bus: i mezzi delle società ATAN, Beneduce, CLP, CTP e Trasporti Vesuviani collegano i centri del Parco tra loro e con Napoli.

In aereo: lo scalo più vicino è quello di Napoli-Capodichino.

Le strutture del Parco

Non esistono ancora Centri Visitatori del Parco. Di grande interesse il vecchio Osservatorio Vesuviano, l’Antiquarium di Boscoreale, il Museo del Corallo di Torre del Greco e il Museo della Vita Contadina di Somma Vesuviana.

Le strutture ricettive

Alberghi e pensioni sono in funzione a Ercolano, Ottaviano, Somma Vesuviana, Torre del Greco, e Terzigno. I camping più vicino sono a Pompei. Sul Vesuvio non esistono rifugi.

Cosa fare nel Parco

Foto naturalistica. I paesaggi del vulcano (tra questi il cratere del Vesuvio, le lave del 1944, l’Atrio del Cavallo, la Valle dell’Inferno e i Cognòli di Ottaviano) offrono agli appassionati di fotografia numerosissimi spunti. La fauna e la vegetazione sono meno spettacolari. Davvero magnifiche, però, le fioriture primaverili delle ginestre.

Escursioni e trekking. Il massiccio Somma-Vesuvio offre numerosi percorsi a piedi di notevole interesse, alcuni dei quali segnalati a cura dell’Ente Parco. Per visitare la Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio occorre richiedere l’autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato.

Cicloturismo e mountain-bike. La strada che sale da Ercolano al cratere è una delle più faticose e interessanti della Campania per il cicloturista, ma non va affrontata nelle domeniche primaverili ed estive, quando il traffico crea un pericolo e un inquinamento eccessivi.

All’appassionato di mountain-bike suggerisco la sterrata della Foresta Demaniale e la ripida salita verso la Valle dell’Inferno dal versante di Ottaviano.

Note alla Poesia Marzo 1821

Soffermati: dopo aver varcato il Ticino, che segnava una barriera non solo fisica tra piemontesi e lombardi, è naturale che i nuovi Italiani si soffermino un attimo a ripensare all’impresa compiuta, per ricontrollarne la validità morale, per misurare quasi la grandezza di essa e il successivo impegno per l’avvenire.

arida sponda: i patrioti si sono inoltrati fino alla parte non più bagnata dalle acque.

tutti assorti: non la gloria o la gioia dell’impresa compiuta, ma la chiara coscienza di un dovere che resta ancora da condurre a termine e la visione delle difficoltà ancora da affrontare, determinano questo atteggiamento.

antica virtù: la virtù dei padri.

Un giuramento semplice, lineare, ovvio, che è espresso in forma epigrafa.

Il giuramento non è rimasto isolato, perché altri spiriti forti rispondevano a quel giuramento (giuro).

da fraterne contrade: da regioni abitate da altri che si sentivano ugualmente italiani e che la politica aveva divisi con confini non segnati dalla natura; non si tratta solo della Lombardia, ma anche di altre regioni; è, insomma, tutta l’Italia, almeno nella immaginazione del poeta, che si sveglia e che in un primo tempo si prepara in tutta segretezza (affilando nell’ombra le spade), fin quando viene il grande momento della lotta aperta, condotta con chiara visione dei fini da raggiungere.

levate: sguainate.

scintillano al sol: in contrasto con la preparazione condotta tutta in segreto e nella paura.

Il giuramento vien pronunciato secondo la formula tradizionale: darsi la destra, ripetere la formula resa sacra dalla volontà di sacrificio che chiama Dio a testimonio; chiarezza di finalità, senza soluzioni intermedie o di compromesso; o liberi o morti in comunità d’intenti, di azioni e di sorte.

Chi potrà… dolor: colui che potrà dividere e distinguere (scerner) le acque della duplice Dora (Dora Baltea e Dora Riparia), della Bormida che affluisce nel Tanaro, del Ticino e dell’Orba che scorre in mezzo alle selve (selvosa), dopo che queste acque si sono versate nel Po; colui che riuscirà a togliere al Po (stornargli) le acque (correnti) del Mella (rapido per la forza delle acque e per il forte declivio della sua valle) e dell’Oglio (le acque del Mella e dell’Oglio sono dette miste perché si uniscono prima di affluire nel Po); colui che potrà ritogliergli le acque che l’Adda, dopo averle ricevute da mille torrenti, ha versato nel suo letto, ebbene, costui riuscirà a spezzare e a dividere ancora (scindere) e a ridurre ancora una volta in tanti volghi degni di disprezzo, il popolo italiano risorto, ricacciandolo indietro contro la volontà dei fati e contro l’evoluzione portata dal seguito degli anni e dei secoli, riducendolo all’antico avvilimento e riportandolo ai dolori antichi (prischi).

una gente… mare: un popolo che o sarà libero tutto dalle Alpi fino al mare o sarà tutto per sempre schiavo.

In forma epigrafica vien data dal Manzoni la definizione di nazione, una definizione valida ancora oggi e che i nostri padri sentirono come dogma preciso quando dalla prima guerra d’indipendenza del 1848 fino al primo conflitto del 1915 combatterono e morirono per ridare all’Italia una realtà politica e geografica, ma soprattutto spirituale secondo la definizione manzoniana: l’unità di un popolo risulta dal concorrere della comunanza di lingua, di religione, di tradizioni, di origini, di ideali, delle quali cose l’unità delle armi è solo la conseguenza più appariscente e, nei momenti del comune pericolo, più efficace.

Viene ora descritto lo stato di avvilimento degli Italiani prima della loro resurrezione a dignità di nazione; in particolare lo sguardo si volge ad osservare lo stato dei lombardi, che ora sono insorti a rivendicare la libertà e l’unità della patria. Per l’esatta comprensione dei versi, ordina: “Il lombardo doveva stare nella sua terra con quel volto sfiduciato e avvilito, con quello sguardo volto a terra ed incerto con il quale sta un mendicante sopportato per pietà in terra straniera.

voglia: capriccio, arbitrio.

legge: precetto da osservare.

Il suo destino veniva stabilito dagli altri, senza che lui, che ne era la vittima, potesse intervenire nella decisione.

servire e tacer: ogni residuo di dignità sembrava per sempre distrutto e si concretava appunto nel servire ciecamente e bestialmente.

retaggio: eredità, diritto naturale, tradizione.

strappate le tende: affrettatevi ad andar via.

Sembrò, in effetti, che i moti del ’21 stessero per determinare uno sconvolgimento definitivo, da cui dovesse nascere l’italica libertà; il poeta precorre gli eventi, che, invece, ebbero sviluppo ed esito ben diversi e contrari alle aspirazioni dei patrioti.

barbari: in questo caso barbari perché opprimono un popolo, e non perché discendenti dagli Ostrogoti.

O stranieri! … ragion: gli Austriaci nel 1814, crollato il dominio napoleonico, avevano solennemente promesso, per bocca dell’arciduca Giovanni e di altri, che avrebbero ridato agli Italiani l’indipendenza loro tolta dai Francesi: ma poi, non solo non avevano tenuto fede all’impegno, ma avevano addirittura impedito con feroce repressione ogni anelito degli Italiani alla libertà. Il Manzoni accomuna in questa strofa Austriaci e Tedeschi, sia perché erano della stessa stirpe, sia perché i secondi approvavano e appoggiavano la politica dei primi; questi stranieri, dice il poeta, si erano obbrobriosamente macchiati di tradimento, intraprendendo una iniqua tenzone con gli Italiani (e qui il poeta allude agli Austriaci); questi stranieri, nei giorni in cui avevano subito il dominio napoleonico (in quei giorni) avevano invocato altamente (a stormo) l’aiuto di Dio per scacciare i Francesi oppressori (la forza straniera), proclamando la libertà di ogni gente e condannando l’iniqua ragione della spada (e qui si tratta dei Tedeschi che avevano preso le armi contro Napoleone, sconfiggendolo a Lipsia). Ricordate che l’ode è dedicata ad un eroe di quella lotta, a Teodoro Koerner, caduto a Lipsia.

preme: copre.

vostri oppressori: i Francesi di Napoleone, uccisi a Lipsia.

estranei signori: dominatori stranieri.

tanto amara… quei dì: fu per voi tanto amara, intollerabile nel tempo in cui foste oppressi.

chi v’ha detto… genti: perché dovete ritenere che la triste condizione (lutto) degli Italiani debba rimanere sempre tale (sterile, eterno)?

Il tono persuasivo che, sin dalla strofa precedente, ha fatto un po’ calare l’impeto dell’ode, prende qui una più evidente significazione. L’argomentazione è semplice, ma anche chiaramente minacciosa: quel Dio che udì i lamenti degli stranieri quando questi erano oppressi e che consentì loro di premere il corpo del loro oppressori, non potrà essere sordo ai lamenti degli Italiani, oggi oppressi da coloro che fino a ieri invocavano il suo aiuto.

Due esempi della giustizia divina, che non potrà mai venir meno; Dio sommerse (chiuse) nelle acque del Mar Rosso (nell’onda vermiglia) il malvagio (il rio) Faraone che col suo esercito inseguiva il popolo d’Israele in fuga per sottrarsi alla schiavitù d’Egitto; Dio pose il martello (maglio) nel pugno del virile (maschia) ebrea Giale e guidò il suo colpo, quando uccise nel sonno, conficcandogli un chiodo in testa, il nemico della sua gente. Sisara, capitano del tiranno Jabin, dopo averlo attirato nella sua tenda. In quest’ultimo esempio il Manzoni vede la volontà di Dio, che arma la mano del debole perché non soggiaccia al volere del prepotente.

l’ugne: le unghie.

dovunque… servaggio: dovunque è arrivato il dolente grido della tua lunga schiavitù.

dove ancor… non è: dove non è ancora abbandonata (deserta) ogni speranza nella dignità umana (lignaggio = stirpe).

dove ancor… matura: dove in segreto i popoli oppressi si preparano a conquistare la libertà.

ha lacrime: è compianta.

Troppe volte l’Italia ha confidato nell’aiuto straniero per porre fine alle sue condizioni di schiavitù: per questo con ansiosa attesa ha sperato di vedere (spiasti) apparire un amico stendardo dalle Alpi o ha teso lo sguardo sull’Adriatico e sul Tirreno (duplice mar) dove però non s’è vista alcuna nave amica (e per questi deserti).

Son finiti, dice il poeta, quei tempi tristi: ora all’Italia daranno aiuto i suoi stessi figli, impetuosamente insorti dal suo seno stesso (dal tuo seno sboccati), stretti intorno al santo tricolore, i quali nel dolore troppo a lungo patito hanno trovato la forza d’animo necessaria e la ferma decisione a combattere.

Oggi, o forti, lampeggi (baleni) sui volti l’ardore (furor) tanto a lungo covato nel segreto degli animi (menti segrete): si combatte per l’Italia, dunque dovete vincere! Il destino d’Italia, è affidato alle vostre spade (brandi). O la vedremo risorta per merito vostro, seduta al consesso (convito) dei popoli, con dignità pari a quella delle altre nazioni, o, vinta, resterà sotto l’orribile bastone dell’oppressore (l’orrida verga), più serva, più avvilita, più disprezzata di prima.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 3

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

chiuse il rio che inseguiva Israele,

quel che in pugno alla maschia Giaele

pose il maglio, ed il colpo guidò;

quel ch’è Padre di tutte le genti,

che non disse al Germano giammai:

va, raccogli ove arato non hai;

spiega l’ugne: l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

grido uscì del tuo lungo servaggio;

dove ancor dell’umano lignaggio

ogni speme deserta non è;

dove già libertade è fiorita,

dove ancor nel segreto matura,

dove ha lacrime un’alta sventura,

non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

l’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

stretti intorno a’ tuoi santi colori,

forti, armati de’ propri dolori,

i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

al convito de’ popoli assisa,

o più serva, più vil, più derisa

sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

O dolente per sempre colui

che da lunge, dal labbro d’altrui,

come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

dovrà dir sospirando: io non c’era;

che la santa vittrice bandiera

salutata quel dì non avrà.

Alessandro Manzoni

Affinità di coppia del segno del Leone con gli altri segni – Capricorno

Leone-Capricorno

Sono soci nella scalata al successo.

Entrambi ambiziosi e amanti del jet set, la Leonessa e il saturnino trovano facilmente un accordo vincente nella divisione dei rispettivi ruoli: lui deve far carriera e guadagnare bene; lei gestisce case e impegni mondani con regale abilità.

Anche se è un introverso, il Capricorno non è necessariamente un orso. Anzi, spesso esibisce una maschera di spensieratezza e mondanità che potrebbe lasciare disorientati se non si sapesse che questi atteggiamenti esteriori hanno lo scopo di difendere gelosamente il segreto della pessimista sensibilità saturnina. Il nato nel decimo segno, forse proprio perché è un insicuro, ha bisogno di trincerarsi dietro una solida corazza di sicurezze esteriori. A cominciare dall’abbigliamento.

Infatti, tanto nella versione sportiva quanto in quella elegante, il Capricorno si ammanta di capi di prima qualità. Ed esibisce uno stile assolutamente inconfondibile, interpretando gli ultimi dettami della moda alla luce di un gusto conservatore che gli conferisce un’aria un po’ démodé e lo fa assomigliare a un gentiluomo d’altri tempi. Cioè a un tipo ben insediato nel suo ruolo sociale e fornito di un adeguato corredo di status symbol.

Come la casa, la macchina e… la donna. Sì perché il Capricorno è uno che non si è fatto turbare dall’ondata femminista ed è rimasto convinto che alla donna spetti un ruolo accessorio. Indispensabile finché si vuole, ma pur sempre accessorio. Così ne vuole una che sia allo stesso tempo, decorativa e capace di stare al suo posto. Cioè in casa e al fianco del suo Capricorno.

Quanto alla Leone, decorativa lo è di certo: chioma voluminosa, incedere sicuro, lineamenti marcati e abiti dai colori decisi su cui spiccano gli adorati gioielli, lei entra in scena col piglio della primadonna. E non c’è uomo che non ambirebbe esibirla al proprio fianco. Ma lei non vuole affatto essere esibita: vuole esibirsi. Quindi, di solito, non se ne sta lì nella romantica attesa del principe azzurro e decide, senza esitare, di dare personalmente la scalata al successo.

Che, mentre soddisfa il vivo orgoglio leonino, garantisce alla nata nel quinto segno anche una considerevole forza contrattuale quando, nei rapporti di coppia, giunge il momento di stabilire i criteri della suddivisione dei ruoli.

Infatti la Leone, anche se non coltiva le vocazioni materne casalinghe di una Cancro, può essere egualmente disposta a fare la regina della casa a tempo pieno. A condizione, però, che chi glielo propone sia uno che conta. Abbia cioè una posizione sociale tale da rendere indispensabile una fitta rete di relazioni sociali, da gestire con profusione di mezzi e abili regie. In questo campo lei pretende autonomia totale.

Se il Capricorno è un saturnino più nel senso dell’ambizione che in quello della parsimonia – intollerabile per la munifica Leone! -, il contratto sociale fra lui e la nata nel quinto segno può essere stipulato con pieno successo.

Allora mentre a lui spetta il compito di attestarsi su posizioni sempre più ambiziose e remunerative, a lei compete l’incontrastato diritto di gestire gli impegni mondani e il sempre più complesso apparato di status symbol. Cioè prime e seconde case, vacanze, carnet di appuntamenti social culturali. E conseguenti spese di rappresentanza fra cui rientrano gli oneri relativi agli studi dei figli, cui deve essere garantito un futuro degno di tanta genealogia.

Ma allora questo rapporto è solo esteriorità e frenesia rampante? Non proprio. Infatti anche se è soprattutto il comune amore per il successo a caratterizzare il loro sodalizio, fra le quinte del privato la Leone e il Capricorno possono vivere un’esperienza intima intensa e soddisfacente. Perché l’ardente anche se un po’ narcisistica passionalità di lei si accorda bene con l’istintività del Capricorno. Che, in virtù della natura cardinale del segno, ulteriormente dinamizzata dall’esaltazione di Marte, è un uomo dagli impulsi vivaci. Però, forse per colpa dell’essenzialità saturnina, piuttosto refrattario al delicato gioco delle sfumature.

Ma la Leone non è una romantica contemplativa e avverte di rado il peso delle omissioni capricorniane. Soprattutto se, nel quadro generale della sua economia esistenziale, le soddisfazioni diurne appagano appieno il suo amor proprio, il Capricorno può anche concedersi indisturbato qualche scappatella sentimentale, se ha il buon senso di farlo con discrezione…

Locali storici e tipici napoletani

Guida

Via dei Tribunali 224

Là dove c’era l’antica farmacia dell’Ospedale della Pace, da più di settant’anni ormai si cuciono pellicce.

Pelli di castoro, visone, volpe, astrakan sono utilizzate per creare modelli classici, su disegni proposti dalla casa o scelti dalle clienti sulle riviste di moda.

All’interno dell’austero negozio affaccia il laboratorio dall’aria ottocentesca dove le operaie in camice blu tagliano, riparano e rigenerano pellicce.

In questa sartoria si viene anche per ordinare abiti da sposa su misura, ai quali è riservata un’apposita vetrina.

Monumenti di Napoli

La città nell’Alto Medioevo

La nascita del ducato autonomo – 2

Duomo di San Gennaro – la statua sulla facciata.

L’840 deve essere considerato l’anno dell’effettiva nascita del ducato autonomo: i Napoletani, per dirimere un sanguinoso scontro tra i membri dell’aristocrazia locale, scelsero come loro guida Sergio, conte di Cuma e ambasciatore presso la corte di Benevento. Sergio, duca fino all’865 (negli ultimi anni associò al potere il figlio Gregorio), era un uomo imbevuto di cultura greca e latina, fine politico e diplomatico, che seppe costruirsi una solida amicizia con i Franchi senza per questo rompere i rapporti con l’impero bizantino, controllando nello stesso tempo con successo la pressione dei Longobardi ai confini del ducato.

Inoltre, quando fu necessario, dimostrò di possedere ottime capacità nel comando militare, come attestano alcune sue importanti operazioni contro i Saraceni.

Nel corso del X secolo l’autonomia del ducato venne di fatto limitata dal ritorno sullo scenario meridionale dell’esercito bizantino, al quale si deve il decisivo contributo nella vittoria ottenuta sul Garigliano contro i Saraceni: un evento che mise fine alla presenza militare degli Arabi sulla terraferma.

Per quaranta anni, dal 928 al 969, il Ducato napoletano fu guidato da Giovanni III, il cui operato resta emblematico della tendenza mantenuta dalla politica cittadina per tutto il secolo: compromettersi il meno possibile sulla scena territoriale, dominata da continui contrasti. Continua domani.

La ricetta del giorno

Spuma di prosciutto con insalata

Ingredienti: prosciutto cotto 500 gr, béchamel soda con 2,5 dl di latte, panna 2,5 dl, burro 50 gr, cetriolini sott’aceto, 2 cuori di lattuga, 4 pomodori per insalata, 1 fascetto di ravanelli, olive verdi 50 gr, pane a cassetta, olio extravergine d’oliva, sale, pepe.

Esecuzione: lavorare il burro con le fruste elettriche finché sarà gonfio e spumoso, unire il prosciutto finemente tritato al mixer, poco alla volta la béchamel fredda, la panna, pepe di mulinello in modo da ottenere un composto liscio ma sodo.

Rivestire uno stampo rettangolare con pellicola trasparente, versarvi il composto, livellare la superficie e mettere in frigorifero per diverse ore.

Al momento di andare in tavola, capovolgere la spuma di prosciutto su un piatto di portata e guarnirla con cetriolini tagliati a rondelle o a ventaglio.

Preparare l’insalata con la lattuga a listerelle, i pomodori affettati, le olive snocciolate, i ravanelli a rondelle, condirla con sale e olio, mescolare e sistemarla intorno alla mattonella di spuma.

Accompagnare con pane a cassetta tostato. Buon appetito.

Piccolo oroscopo del giorno

Ariete: è una giornata da dedicare al recupero della tua energia;

Toro: sei un po’ troppo polemico e questo non va certamente bene;

Gemelli: ti sei riempito di troppi impegni cerca di scaricare qualche mansione;

Cancro: hai Venere dalla tua parte, approfittane;

Leone: non fare di tutt’erba un fascio, tieni da conto chi ti è vicino;

Vergine: andranno bene sia le partenze che gli spostamenti;

Bilancia: fai particolare attenzione alle spese altrimenti passate le feste cominceranno i problemi;

Scorpione: qualche contrasto residuo ancora da risolvere;

Sagittario: devi riguardare di più la forma fisica;

Capricorno: troverai giovamento da alcuni incontri;

Acquario: la Luna porterà con se dell’agitazione, quindi fai attenzione;

Pesci: stai avendo delle buone idee per il lavoro.

Buon Mercoledì 14 Agosto 2019

Ogge è meza festa!

Il Sole sorge alle 6:07 e tramonta alle 20:02

La Luna cala alle 3:14 e si eleva alle 18:53

San Massimiliano Maria Kolbe sacerdote

Sant’Alfredo vescovo

Santo Patrono di Otranto

Il nome di questo Santo deriva dall’anglosassone aelf (spirito) e read (consiglio) e significa consiglio degli spiriti di incerta spiegazione.

  • Da chi è cuniglio nun ghjì pe’ cunzìglio.
  • Fa’  ‘e rrècchie ‘e campana.

(essere sordo a qualsiasi richiamo, richiesta o consiglio)

  • Menàrse ‘int’  ‘e campane.

(far finta di non capire o di essere distratto)

  • Nun te ‘ntricà, nun te ‘mpiccià, nun fa bene ca ricive male!

Il 14 agosto del 1390 Luigi II d’Angiò arriva a Napoli.

Il 14 agosto del 1787 nasce il poeta e canzoniere Raffaele Sacco, autore con Gaetano Donizetti, della canzone “Te voglio bene assàje”.

Il proverbio del giorno: una mela al giorno leva il medico di torno.

La favola del giorno

Jack e i giganti – 2

Come Jack salvò la vita del suo signore, e liberò la dama dagli spiriti…

Jack raggiunse il suo signore e ben presto furono a casa della dama, che fece preparare un grande banchetto per il figlio del re, sapendo che egli era venuto per corteggiarla. Alla fine del banchetto, la dama si pulì le labbra con un fazzoletto e disse: – Domattina dovrai farmelo vedere, oppure sarai decapitato – e nascose il fazzoletto in seno.

Il figlio del re andò al letto molto preoccupato, ma il berretto della sapienza insegnò a Jack come impadronirsi del fazzoletto. Nel mezzo della notte, la dama chiese al suo demone privato di condurla dal suo amico Lucifero. Jack indossò immediatamente il cappotto dell’oscurità e le pantofole della velocità, e arrivò insieme a lei; grazie al cappotto, nessuno lo vedeva.

Appena arrivata, lei diede il fazzoletto al vecchio Lucifero, che lo ripose in uno scaffale; Jack lo prese da lì, e lo portò al suo padrone che il giorno dopo lo mostrò alla dama, ed ebbe salva la vita.

La sera dopo, ella diede la buonanotte al figlio del re, dicendogli che il mattino seguente avrebbe dovuto mostrarle le ultime labbra che lei avrebbe baciato quella notte, o altrimenti sarebbe stato decapitato. – Ah, – rispose lui, – lo farò, se tu non bacerai altri che me. – Non diciamo sciocchezze, – rispose lei, – fallo, o la morte sarà il tuo fato -. A mezzanotte tornò dov’era stata, e sgridò Lucifero per essersi fatto prendere il fazzoletto: – Ma questa volta, – disse poi, – il figlio del re non ce la farà, perché adesso ti bacio, e domani lui dovrà farmi vedere le tue labbra, – e così fece. Jack che era accanto a lui con la spada dell’infallibilità, tagliò la testa del diavolo e nascondendola nel cappotto invisibile la portò al suo signore che era a letto e la posò sul suo cuscino. Al mattino dopo, quando la dama si alzò, lui prese la testa per le corna e le mostrò le ultime labbra che aveva baciato.

E avendo dato per due volte la giusta risposta, egli spezzò l’incantesimo e la liberò dagli spiriti del male; e così ella apparve in tutto il suo splendore di creatura bella e virtuosa. Si sposarono il mattino seguente con gran pompa e solennità, e subito dopo tornarono col loro seguito alla corte di re Artù, dove furono accolti con gran gioia e fragorosi evviva. Il re volle ricompensare Jack per le molte e straordinarie imprese compiute, e lo nominò cavaliere della Tavola Rotonda.

Curiosando qui e là

Noi esseri umani circoliamo liberamente nell’Unione Europea ma i nostri animali lo possono fare?

No! Portare con sé nel nord Europa un cane o un gatto richiede una serie di pratiche, ed è necessario organizzarsi con alcuni mesi di anticipo.

Ogni Paese ha una modulistica specifica e regole proprie, che possono inasprirsi nel caso di epidemie.

Alla base di queste norme ci sono motivi igienico-sanitari: gli animali sono visti come potenziali portatori di malattie (per esempio la rabbia). In Inghilterra, dove le regole sono particolarmente restrittive, vige il Pets.

Pet Travel Scheme (pet in inglese significa animale da affezione). I cani pericolosi (come i pit bull, il dogo argentino e simili) non sono mai ammessi. Se trovati vengono soppressi e il loro padrone denunciato. In Inghilterra e altri paesi, gli animali devono avere anche un microchip di identificazione e un certificato di espatrio rilasciato dal servizio veterinario della Asl, accompagnata da una dichiarazione del veterinario, che confermi l’esecuzione di trattamenti contro pulci e vermi e la vaccinazione antirabbica, compreso il richiamo, confermata da due esami del sangue a distanza di sei mesi l’uno dall’altro.

Favorisca i documenti

Un cane alla dogana. Gli animali subiscono severe restrizioni ai viaggi, per motivi igienico-sanitari.

Arte – Cultura – Personaggi

Un commento ad Alessandro Manzoni e alla Poesia.

Sentir … e meditar: di poco

esser contento: dalla meta mai

non torcer gli occhi: conservar la mano

pura e la mente: dalle umane cose

tanto sperimentar, quanto ti basti

per non curarle: non ti far mai servo:

non far tregua coi vili: il santo Vero

mai non tradir: né proferir mai verbo,

che plauda al vizio, o la virtù derida.

Alessandro Manzoni

La vita e le opere

Nato il 7 marzo 1785 dal conte Pietro e da Giulia Beccaria, dovette essere allontanato da casa ed affidato ai padri Somaschi di Merate e di Lugano, e successivamente, ai padri Barnabiti di Milano, per l’insanabile disaccordo sorto fra i genitori e conclusosi con la separazione definitiva di essi.

Trasferitosi nel 1805 a Parigi, dove viveva la madre, frequentò i salotti intellettuali, e particolarmente si legò d’amicizia con il gruppo degli ideologi che avevano il loro punto d’incontro nel salotto di Sofia Condorcet, specie con Claude Fauriel, uno degli intellettuali più vivaci di quel periodo. Il fatto più notevole della vita del Manzoni si avrà qualche anno dopo il suo matrimonio con la calvinista Enrichetta Blondel, con la conversione di lui e con l’abiura della moglie che, rinunziando al calvinismo, si fece cattolica. E’ questo il momento più importante della vita spirituale del Manzoni: con la conversione coincide anche il maturarsi della poesia manzoniana, che da quel momento avrà uno svolgimento ordinato e preciso, culminato nell’opera maggiore, I Promessi Sposi.

Primo frutto della conversione sono gli Inni Sacri, che nei propositi dell’autore dovevano essere dodici (o forse anche di più) e che di fatto furono cinque (La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste): in essi è caratteristico l’entusiasmo del nuovo credente nei riguardi della sua Fede e dei misteri di essa, e nello stesso tempo il costante senso di pietà verso gli uomini e la loro condizione di peccatori privi di luce e di forza.

Di contenuto politico sono le odi Marzo 1821 e Il Cinque Maggio; seguono le tragedie Il Conte di Carmagnola, composta tra il 1816 e il 1819, e l’Adelchi, composta fra il 1820 e il 1822.

Nell’Adelchi c’è insieme un potente afflato religioso e una tormentata visione della storia umana, fatta di iniquità e di delitti, con un insanabile contrasto fra fede e storia, fra idee e realtà.

La visione manzoniana del mondo e della storia si chiarifica e si completa nel romanzo I Promessi Sposi, capolavoro del Romanticismo italiano, definito, per la concezione profondamente cristiana che lo ispira, “poema della Provvidenza”.

Con quest’opera (scritta in prima stesura dal 1820 al 1823 col titolo Fermo e Lucia e successivamente modificata e corretta nel contenuto e nella forma), Manzoni combatté una battaglia decisiva contro l’accademismo linguistico che produceva insincerità e pigro convenzionalismo, e realizzò una prosa viva, libera e nobile insieme.

Il ciclo del pensiero e dell’epoca manzoniana così si conclude. Da questo momento, infatti, anche se il Manzoni continuerà a coltivare studi di storia, di religione, di linguistica e di estetica, essi avranno interesse erudito e polemico, ma resteranno per sempre fuori da ogni significazione poetica.

Per quel che riguarda le vicende della vita, aggiungeremo che il Manzoni si mostrò sempre apertamente fautore della rinascita nazionale, che nella sua lunga esistenza soffrì molteplici dolori, specie per la perdita di parecchie persone della sua famiglia e che seppe sempre cristianamente accettare ogni prova mostrando che la fede non era in lui apparato sentimentale o razionale avulso dalla concretezza della vita vissuta.

Morì, ad ottantotto anni, a Milano, il 22 maggio 1873.

Marzo 1821

L’entusiasmo sollevato dallo scoppio dei moti liberali in Piemonte il 10 marzo 1821 trovò la più felice espressione in questa ode che il Manzoni compose durante quei giorni tumultuosi ed eroici, ma che non pubblicò a causa del precipitare degli eventi.

Il componimento vide la luce solo nel 1848, stampato a Milano insieme al frammento Il proclama di Rimini, che era stato composto nel 1815.

All’ode Marzo 1821 è premessa la seguente dedica: “Alla illustre memoria / di / Teodoro Koerner / poeta e soldato / della indipendenza germanica / morto sul campo di Lipsia / il giorno XVIII d’ottobre MDCCCXIII / nome caro a tutti i popoli / che combattono per difendere / o per riconquistare / una patria”.

In Marzo 1821 il Cristianesimo del Manzoni assume la sua significazione politica: egli mostra infatti come la prima rivendicazione degli uomini a libertà sia stata operata da Cristo, e come non sia possibile chiamarsi cristiani se si opprimono i popoli.

Il liberalismo, nato dalla Rivoluzione francese, ritrova per Manzoni la sua origine e la sua giustificazione nel Cristianesimo, e diventa così legge universale: la libertà, condizione essenziale su cui si fonda la salvezza del cristiano ancor prima dell’attività politica, non fu data in privilegio ad alcuni e negata ad altri popoli, e non può per questo motivo, essere valida la ragione della forza.

Il Dio che guidò il popolo d’Israele attraverso il deserto e il Mar Rosso, quello stesso Dio che esaudì le preghiere dei popoli germanici quand’erano oppressi, non poteva restar sordo alla voce degli Italiani oppressi.

E se gli oppressi di ieri son divenuti oppressori, per questo fatto solo si sono resi nemici di Dio e hanno tradito un patto che è valido per tutti i tempi e per tutti i luoghi.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 2

Con quel volto sfidato e dimesso,

con quel guardo atterrato ed incerto,

con che stassi un mendico sofferto

per mercede nel suolo stranier,

star doveva in sua terra il Lombardo;

l’altrui voglia era legge per lui;

il suo fato, un segreto d’altrui;

la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

torna Italia, e il suo suolo riprende;

o stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

sotto il peso de’ barbari pié?

O stranieri! sui vostri stendardi

sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

un giudizio da voi proferito

v’accompagna all’iniqua tenzon;

voi che a stormo gridaste in quei giorni;

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera, e pèra

della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

preme i corpi de’ vostri oppressori,

se la faccia d’estranei signori

tanto amara vi parve in quei dì;

chi v’ha detto che sterile, eterno

sarìa il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

sarìa sordo quel Dio che v’udì?

Alessandro Manzoni – continua domani