Parchi Nazionali – il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.

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