La favola del giorno

L’asino, il bue e il bifolco – 3

Ora, figlia mia, proseguì il visir sempre rivolto a Sherazad, quel mercante aveva cinquanta galline e un gallo, alla guardia dei quali aveva messo un cane fidato. Mentre, come ho detto, stava seduto sulla soglia e pensava intensamente alla risoluzione che doveva prendere, vide il cane correre verso il gallo che si era gettato sopra un gallina e lo udì parlargli in questi termini:

“O gallo! Dio non permetterà che tu viva ancora a lungo! Non hai vergogna di fare che che fai proprio oggi? – Il gallo si rizzò sugli speroni e, volgendosi verso il cane, rispose con fierezza:

  • Perché ciò mi sarebbe proibito oggi più che negli altri giorni?
  • Visto che lo ignori, – replicò il cane, – sappi che oggi il nostro padrone è in grave lutto. Sua moglie vuole ch’egli le riveli un segreto di natura tale che, se egli glielo svela, perderà la vita. Le cose sono a questo punto e c’è da temere che egli non sia abbastanza fermo da resistere all’ostinazione della moglie, perché l’ama ed è turbato dalle sue continue lacrime. Forse morirà e tutti in questa casa ne siamo preoccupati; tu solo, insultando la nostra tristezza, hai l’impudenza di divertirti con le tue galline. – Al rimbrotto del cane, il gallo replicò in questo modo: – come è insensato il nostro padrone! ha una sola moglie e non riesce a spuntarla, mentre io ne ho cinquanta che fanno soltanto quello che voglio io. Ritorni in sé, troverà presto il modo di uscire dall’imbarazzo in cui si trova.
  • Eh! Che vuoi che faccia? – disse il cane.
  • Deve entrare nella camera dove si trova la moglie, – rispose il gallo, – e dopo essersi rinchiuso con lei, deve prendere un bastone e darle mille colpi; do per certo che, dopo questo trattamento, sarà saggia e non lo solleciterà più a svelarle ciò che non deve.”

Il mercante, appena ebbe udito le parole del gallo, si alzò dal suo posto, prese un grosso bastone, andò a cercare la moglie che continuava a piangere, si richiuse con lei, e la bastonò così bene che ella non poté fare a meno di gridare:

“Basta, marito mio, basta! Lasciatemi, non vi chiederò più niente!”

A queste parole, e vedendo che si era pentita della sua curiosità così inopportuna, il mercante smise di maltrattarla. Aprì la porta: tutto il parentado entrò, si rallegrò vedendo che la donna desisteva dalla sua cocciutaggine, e si complimentò col marito per il felice espediente al quale era ricorso per ricondurla alla ragione.

“Figlia mia, – soggiunse il gran visir, – voi meritereste di essere trattata allo stesso modo della moglie di quel mercante.

  • Padre mio, disse allora Sherazad, – non rammaricatevi, di grazia, se persisto nei miei sentimenti. La storia di quella donna non riuscirebbe a smuovermi dal mio proposito. Potrei raccontarvene molte altre che vi persuaderebbero a non opporvi al mio progetto. D’altra parte, perdonatemi se oso dichiararvelo, voi vi opponete inutilmente: quand’anche la tenerezza paterna rifiutasse di esaudire la mia preghiera, andrei io stessa a presentarmi al sultano.”

Infine il padre, messo alle strette dalla fermezza della figlia, si arrese alle sue insistenze; e, sebbene molto afflitto per non essere riuscito a distoglierla da una così funesta risoluzione, andò immediatamente a trovare Shahriar per annunciargli che la notte seguente gli avrebbe condotto Sherazad.

Il sultano fu molto stupito del sacrificio che il suo gran visir gli faceva:

“Come avete potuto, – gli disse, – risolvervi a darmi la vostra propria figlia?

  • Sire, – gli rispose il visir, – ella si è offerta spontaneamente. Il triste destino che l’attende non è riuscito a spaventarla, e, alla sua vita, preferisce l’onore di essere per una sola notte la sposa di Vostra Maestà.
  • Ma non vi illudete, visir, – riprese il sultano, – domani, riconsegnando Sherazad nelle vostre mani, pretendo che le togliate la vita. Se non lo farete, vi giuro che farò morire anche voi.
  • Sire, – replicò il visir, – il mio cuore gemerà certamente ubbidendovi. Ma la natura avrà un bel protestare: sebbene padre, vi garantisco un braccio fedele.”

Shahriar accettò l’offerta del suo ministro e gli disse che poteva condurgli la figlia quando avesse voluto.

Il gran visir andò a portare la notizia a Sherazad che l’accolse con tanta gioia come se fosse stata la più piacevole del mondo. Ringraziò il padre di averle fatto questo gran favore e, vedendolo prostrato dal dolore, per consolarlo gli disse che sperava ch’egli non si sarebbe pentito di averla maritata al sultano e che, anzi avrebbe avuto motivo di rallegrarsene per il resto della sua vita.

Da quel momento la fanciulla pensò soltanto a mettersi in condizioni di comparire davanti al sultano. Ma, prima di partire, chiamò in disparte la sorella Dinarzad, e le disse:

“Cara sorella, ho bisogno del vostro aiuto in una faccenda importantissima; vi prego di non rifiutarmelo. Mio padre sta per condurmi dal sultano per essere sua sposa. Non vi spaventate per questa notizia. Ascoltatemi soltanto con pazienza. Appena sarò al cospetto del sultano, lo supplicherò di permettermi che voi dormiate nella camera nuziale affinché io goda per questa notte ancora della vostra compagnia. Se, come spero, riuscirò ad ottenere questa grazia, ricordatevi di svegliarmi domattina, un’ora prima dell’alba, e di rivolgermi queste parole: “Sorella mia, se non state dormendo, vi supplico, mentre aspettiamo l’alba che spunterà fra breve, di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete. Comincerò subito a raccontarvene uno e, con questo mezzo, mi lusingo di liberare tutto il popolo dalla costernazione in cui si trova.” Dinarzad rispose alla sorella che avrebbe fatto con piacere quanto le chiedeva.

Giunta l’ora di coricarsi, il gran visir condusse Sherazad a palazzo e si ritirò dopo averla introdotta nell’appartamento del sultano. Appena il principe fu solo con lei, le ordinò di scoprirsi il viso e la trovò così bella che ne rimase incantato. Ma, accorgendosi che stava piangendo, gliene chiese il motvo.

“Sire, – rispose Sherazad, – ho una sorella che amo teneramente come ne sono riamata. Desidererei ch’ella passasse la notte in questa camera per vederla e dirle addio ancora una volta. Volete accordarmi la consolazione di darle quest’ultima testimonianza della mia amicizia?” Shahriar acconsentì e mandò a chiamare Dinarzad che venne sollecitamente. Il sultano si coricò con Sherazad su un palco molto alto, alla moda dei sovrani d’Oriente, e Dinarzad in un letto che le avevano preparato ai piedi del palco.

Un’ora prima dell’alba, Dinarzad che si era svegliata, non dimenticò di far quanto le aveva raccomandato la sorella.

“Cara sorella, – esclamò, – se non dormite, vi supplico, mentre aspettiamo l’alba che spunterà fra breve, di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete. Ahimè! forse sarà l’ultima volta che avrò questo piacere.”

Sherazad, invece di rispondere alla sorella, si rivolse al sultano e gli disse:

“Sire, Vostra Maestà vuol permettermi di dare questa soddisfazione a mia sorella? – Molto volentieri”, rispose il sultano. Allora Sherazad disse alla sorella di ascoltare e poi, rivolgendo la parola a Shahriar, cominciò a raccontare così. Fine

Arrivederci e seguitemi per ascoltare il racconto di Sherazad nei prossimi giorni.

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