Arte – Cultura – Personaggi

Ugo Foscolo

La vita

Nasce il 6 febbraio del 1778 a Zante, l’antica Zacinto, una delle isole Ionie allora possedimento della Repubblica di Venezia. Il padre, Andrea, era medico e apparteneva ad un’antica famiglia veneziana. La madre, Diamantina Spathis, era greca. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre e i tre fratelli a Venezia (1792), dove perfeziona la propria formazione letteraria e compie le sue prime prove poetiche. Divenuto sospetto alle autorità governative per le proprie posizioni politiche, decisamente democratiche e giacobine, si allontana da Venezia (1797) riparando a Bologna, dove si arruola nell’esercito napoleonico (a Napoleone indirizza un’ode famosa, A Bonaparte liberatore, invitandolo a battersi per la libertà italiana). Poco dopo anche Venezia apre le porte ai Francesi e Foscolo vi ritorna, svolgendovi intensa attività politica in senso filo-francese. Tuttavia, pochi mesi dopo, il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), con cui Napoleone cede Venezia all’Austria, suscita in lui profonda delusione, inducendolo a ritirarsi in volontario esilio a Milano, dove conosce il Monti e il Parini. Dopo un breve soggiorno a Bologna (dove conclude il romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis) si arruola nella Guardia Nazionale e combatte contro l’esercito austro-russo, prima in Emilia e poi in Liguria. A Genova ristampa l’ode A Bonaparte liberatore, premettendovi un audace lettera dedicatoria in cui invita Napoleone a non farsi tiranno. Sempre a Genova scrive l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800). Dopo Marengo svolge varie missioni militari, tra cui una in Toscana dove si innamora di Isabella Roncioni. Rientrato a Milano nel 1801, intreccia una tormentata relazione con Antonietta Fagnani Arese, ispiratrice dell’ode All’amica risanata (1802). Nel 1803 pubblica una raccolta poetica che comprende tra l’altro i dodici sonetti. Dal 1804 al 1806 è in Francia, capitano aggiunto presso l’armata napoleonica in procinto di invadere l’Inghilterra. Al suo rientro in Italia compone il carme Dei sepolcri pubblicato nel 1807. Mentre si susseguono i frequentissimi amori, il poeta da soldato diventa professore e ottiene nel 1808 la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia, cattedra che però sarà presto soppressa. Isolato politicamente e culturalmente e gravato da crescenti difficoltà economiche, il Foscolo si reca in Toscana, a Firenze, dove rimane per più di un anno (1812-1813) e dove, tra l’altro, compone la maggior parte del poema Le Grazie. Ma la sconfitta di Lipsia lo induce a riprendere le armi in difesa del Regno Italico, finché con il rientro degli Austriaci in Milano (1814) decide, sia pure dopo qualche esitazione di allontanarsi dall’Italia in volontario esilio. E’ prima in Svizzera, poi a Londra (settembre 1816). I suoi ultimi anni sono tutt’altro che sterili sul piano culturale (risale a questo periodo il grosso dell’attività critica foscoliana), ma assai travagliati sul piano personale (solitudine, difficoltà economiche, malattie). Si spegne prematuramente nel villaggio di Turnham Green il 10 settembre del 1827.

La personalità, le idee e la politica.

Tutta l’opera foscoliana è protesa alla difficile saldatura di arte e vita, o per dir meglio, al superamento attraverso l’arte delle disarmonie della vita. Un programma, naturalmente, che non era stato e non sarebbe stato, nemmeno in seguito, solo di Foscolo, ma che in lui si configura – data la sua collocazione storica nell’età neoclassica – nei termini di un incontro tra Romanticismo e Neoclassicismo. Romantica la biografia del Foscolo, con la sua inquietudine sentimentale (di cui fan fede ad esempio i molti amori) e ideologico-politica (vedi il difficile rapporto con Napoleone). E’ romantico il suo pensiero, tutto inteso a trovare un punto fermo, una ragion d’essere all’esistenza umana, vista dal poeta come un fatale e arido circolo biologico (“nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggiù; tutto si trasforma e si riproduce, umana sorte! men infelice degli altri che men la teme”) e tuttavia da lui riscattata in nome di quelle “illusioni” (amore, giustizia, verità, libertà, bellezza, eroismo, patria, poesia) che certo non possono arrestare il corso della natura, e impedirci di invecchiare e di morire (corpo e anima!), ma che pure servono a rendere la vita umana diversa da quella di qualunque altro “animale” e a darci se non la certezza, almeno l’illusione che il vivere abbia comunque un senso (“Illusioni! Grida il filosofo. – Or non è tutto illusioni? tutto! Beati gli antichi che si credevano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondevano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il Bello e il Vero accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e noiosa indolenza”). E romantica infine la sua concezione della poesia, compito della quale è appunto diffondere tra gli uomini i valori-illusioni ora detti, e alimentare e insieme appagare quel bisogno di sentirsi “animali” diversi – protesi sempre al superamento dei nostri limiti – che è un’esigenza dell’uomo di ogni tempo, ma che l’anima romantica sviluppò e coltivò con insistenza particolare. Continua.

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