Arte – Cultura – Personaggi

Ugo Foscolo – 2

Ma accanto al “romanticismo”, ecco il “neoclassicismo” foscoliano: il bisogno di dare ordine e trasparenza ai tumulti passionali facendo continuamente appello alle proprie origini greche; la convinzione che la Bellezza e la Poesia siano, tra le illusioni, i valori più nobili e duraturi, perché solo ciò che è bello, cioè rasserenato e armonico, ci permette di ritrovare un equilibro tra noi e il mondo, e solo la Poesia è in grado di realizzare compiutamente il Bello e di perpetuarlo nel tempo; il bisogno costante, infine, di elaborare una poesia nella quale la vita e la realtà entrino sì con tutta la loro forza e urgenza ma vengono poi filtrate e idealizzate fino a trasferire i dati dell’esperienza su un piano di perfezione che li riscatti dalle loro insufficienze e contraddizioni. Nell’Ortis, nei sonetti, nei Sepolcri, questa concezione della poesia si esprime soprattutto come ricerca di un ideale che non fa a meno del Vero, ma anzi dal Vero parte, del Vero si nutre, al Vero ritorna. Ed è questa la poesia per così dire impegnata del Foscolo, quella che, attraverso l’Ideale, suggerisce un diverso, più elevato e civile modo di vivere. In altri testi, come nelle odi alla Pallavicini e all’”amica risanata”, e più tardi nelle Grazie, prevale invece la tendenza a fare dell’Ideale una regione staccata dalla vita e dal Vero, una zona protetta nella quale rifugiarsi quando le delusioni patite sono troppo forti, o insufficiente è la capacità di reagirvi. Ed è questa la poesia foscoliana che potremmo definire disimpegnata, sia pure con molte cautele: capace sì anch’essa di farsi portatrice presso gli uomini di un nucleo di valori irrinunciabili, ma anche sempre sul punto – per il suo carattere di messaggio indiretto, allusivo, mitico – di esaurirsi in una pura ricerca di perfezione formale, più attenta al mirabile, al meraviglioso dell’invenzione mitologica, che al passionato (cioè alla freschezza e ricchezza) della prima ispirazione.

L’Ortis. Con le Ultime lettere di Jacopo Ortis entriamo nel vivo di quel tenace sperimentare attraverso il quale Foscolo si adopera a fondere sempre meglio arte e vita, letteratura e autobiografia. Semplice è la trama. Vi si finge che uno studente di Padova, Jacopo Ortis, invii all’amico Lorenzo Alderani per circa un anno e mezzo, varie sue lettere, informandolo sugli eventi della propria vita, sulle passioni che lo tormentano, sugli alti e bassi delle proprie speranze, fino alla conclusiva determinazione di togliersi la vita. Causa scatenante della tragedia finale una duplice passione delusa: l’amor di patria, ignobilmente vilipeso dal trattato di Campoformio, e l’amore per Teresa, la “divina fanciulla” che Jacopo ha conosciuto durante il suo esilio volontario sui Colli Euganei, l’indomani del tradimento francese ai danni di Venezia: amore impossibile, anche se ricambiato, perché Teresa è già promessa a Odoardo; ma amore senza futuro anche perché Jacopo, profugo senza mezzi né appoggi, sente di non poter offrire alla giovane da lui amata la protezione e la sicurezza cui avrebbe diritto. Prima di suicidarsi, il protagonista compie un disperato pellegrinaggio per varie città italiane: tra queste Firenze, dove visita le tombe dei grandi italiani in Santa Croce, e Milano, dove si intrattiene con Parini sul futuro senza speranze della patria.

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