Monumenti di Napoli

Chiesa e Chiostro di Santa Chiara

Fondata nel 1310 da Roberto D’Angiò e da sua moglie Sancia di Maiorca, la chiesa sorse all’estremo limite occidentale della città, nella zona detta “fuori dagli orti”. Un’alta murazione recintava l’intera cittadella monastica nella quale furono accolti, in edifici distinti ma contigui, Clarisse e Frati minori. Nelle intenzioni dei sovrani, il complesso doveva divenire il rifugio spirituale della regina, mentre la chiesa venne destinata ad accogliere le tombe della dinastia. L’aspetto originale della fabbrica, che fu affrescata da Giotto e celebrata dal Petrarca come una delle “meraviglie di Napoli”, è stato fortemente compromesso dal terribile bombardamento che ha colpito la chiesa nell’agosto del 1943, lasciando integre solo le mura perimetrali e la sobria facciata in tufo. Scomparve, in quell’occasione, anche gran parte dell’ornamentazione barocca con la quale, tra il 1742 e il 1747, era stato completamente trasformato l’ambiente interno ad opera di Domenico Antonio Vaccaro. Nel 1953, con un restauro da ripristino, la chiesa fu ricostruita in forme “gotiche”.

Gli antichi monumenti funebri della famiglia d’Angiò, eseguiti nella prima metà del XIV secolo da scultori toscani, sono ancora disposti nella zona presbiteriale: sulla destra, il sepolcro di Maria di Valois e quello di Carlo di Calabria, realizzati dallo scultore senese Tino di Camaino; in posizione centrale, gravemente mutilato dall’esplosione del ’43, si erge il monumento funerario di Roberto d’Angiò, opera dei fiorentini Pacio e Giovanni Bertini. Alle spalle della quinta muraria che chiude l’ampia aula rettangolare, si apre il coro delle Clarisse. In questo ambiente, caratterizzato da un accentuato verticalismo come nelle chiese gotiche d’oltralpe, si ritrovano gli unici frammenti superstiti degli affreschi di Giotto raffiguranti un Compianto sul Cristo morto sullo sfondo del Calvario.

Anche il Chiostro delle Clarisse fu completamente ristrutturato in forme rococò alla metà del XVIII secolo da Domenico Antonio Vaccaro. Conservato l’originario porticato gotico con archi acuti su pilastri ottagonali, l’architetto concepì il chiostro come un giardino rustico, con due viali che, incrociandosi perpendicolarmente, attraversano l’area coltivata centrale. Lungo i viali vennero disposti sedili in pietra con rivestimenti in maiolica con motivi mitologici e vedute campestri eseguiti dai “riggiolari” napoletani Giuseppe e Donato Massa.

In assoluto accordo con le preesistenze architettoniche e ambientali, il Vaccaro utilizzò, a sostegno del pergolato che ricopre i viali, pilastri ottagonali sui quali vivaci motivi decorativi a tralci di vite e glicine disposti a spirale si avvolgono confondendosi con la vegetazione reale.

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