Arte – Cultura – Tradizioni

Fujenti e battienti sulle strade della fede antica – 2

Una gara appassionata

All’alba del Lunedì in albis le corporazioni di Acerra, Afragola e degli altri paesi dell’agro napoletano si preparano per il rito finale. Alle cinque del mattino, avvolti nei loro sai bianchi, i monaci spalancano le porte del santuario situato nel comune di Sant’Anastasia, non lontano da Pomigliano d’Arco. Alla stessa ora, o addirittura prima, i membri delle diverse corporazioni di fujenti si raccolgono presso le rispettive sedi o nella piazza principale dei paesi interessati al pellegrinaggio. Alcuni gruppi partono anche da piazza Mercato, a Napoli. I devoti sono vestiti con una sorta di divisa dalle forme e dai colori ricorrenti: camicia e pantaloni bianchi, sciarpa a tracolla con l’effigie della Madonna e un’altra fascia avvolta intorno alla vita. Questi ultimi due ornamenti sono generalmente colorati, uno in azzurro e l’altro in rosso, ma va ricordato l’uso di taluni quartieri di ricorrere a colori diversi. il vessillifero, infine, che ha l’incarico di portare in processione uno stendardo con l’immagine della Madonna, reca in vita anche una fascia di pelle con una piccola sacca, nella quale viene inserita l’asta. La processione di ogni singola paranza si forma dietro il vessillo o dietro il tronetto che sostiene il dipinto creato in onore della Madonna.

Tali opere costituiscono, fra l’altro, l’oggetto di una serrata competizione tra i singoli gruppi, che per questo motivo affidano la loro confezione ai migliori artisti locali. La gara dà esito, in alcuni casi, a vere e proprie premiazioni, peraltro sconsigliate dalle “Norme per i fujenti” pubblicate nel 1966 dai frati Domenicani: ad Acerra, ad esempio, si usa ancora oggi conferire la palma della vittoria all’opera di maggior valore artistico, mentre ad Afragola, dalla fine dell’Ottocento, viene innalzato un palco in piazza Municipio per premiare le paranze meglio organizzate e gli ex-voto più belli, in seguito sostituiti dai dipinti destinati alla Madonna.

Completano spesso la dotazione del gruppo anche ceri devozionali e speciali doni da offrire alla Vergine. E’ interessante notare, infine, che, durante la processione finale, è vietato passare davanti al vessillo: lo stesso capo-paranza, quando deve controllare l’ordine nel suo gruppo, procede a ritroso piuttosto che voltare le spalle alla bandiera. Il via è dato da una salve di mortaretti che, legati alla corda del vessillo, fanno cadere un drappo: questo è il momento di inizio della corsa al Santuario della Madonna dell’Arco.

I “battienti” e i “toselli” la lunga corsa verso il santuario

In passato la corsa si svolgeva lungo l’intero percorso, senza alcuna interruzione. Oggi invece essa termina spesso fuori del paese o appena usciti da Napoli, e al santuario si arriva con i pullman mobilitati per la ricorrenza: solo chi ha formulato un particolare voto effettua a piedi tutto il pellegrinaggio. Anche così, comunque, la corsa verso il santuario rappresenta un evento davvero speciale, cadenzata com’è al ritmo dei tamburi che scandiscono i passi dei fujenti. Fino al 1966, anno in cui i padri Domenicani regolamentarono le processioni, molti fujenti, giunti in prossimità del santuario, procedevano facendo strisciare la lingua per terra o percuotendosi. Per questo motivo, ma soprattutto per la loro corsa cadenzata, nella quale i piedi percuotono ritmicamente il terreno, tali devoti venivano detti “battienti”, o “vattenti”, termine che oggi viene usato per indicare indifferentemente i fujenti e i loro percussionisti. L’usanza è ricordata, in termini piuttosto drammatici, dal Dominici, secondo il quale “molte confraternite et comunità di paesi molto lontani vengono processionalmente crudelmente battendosi, in tanto che, quando arrivano, d’ogni intorno piovono sangue, spettacolo veramente a vedere molto horribile”.

Prima di arrivare al santuario la marcia subisce delle pause, durante le quali i partecipanti maschi si lasciano andare a danze dal rituale aggressivo, che hanno origine in antiche manifestazioni agresti e pagane.

Come già accennato, alcune paranze recano il “tosello”, detto anticamente “chiatta” in molti paesi a nord di Napoli, e “chietta” in particolare ad Afragola: sono costruzioni in cartapesta collocate su un basamento di legno a forma di barca con sopra un trono contenente un’immagine della Madonna. Giunti davanti al santuario i portatori del tosello avanzano e si ritraggono per tre volte: è il rituale del “trase e jesce”. Il ritmo dei piedi che battono sul terreno con frequenza sempre maggiore, la stanchezza e il forte rapimento devozionale sfociano infine in una diffusa frenesia, a causa della quale molti partecipanti perdono il controllo dando origine a scene di isteria o esaurendosi fino ad esporsi a improvvisi malori.

I rituali legati alla processione alla Madonna dell’Arco hanno, sia ad Acerra che ad Afragola, origini lontanissime. Sono espressioni popolari che risalgono ad antichi riti propiziatori legati alla fertilità delle campagne: non a caso si svolgono, questi come tanti altri, in primavera e all’inizio dell’estate.

Molti studiosi tendono a connettere le manifestazioni in onore della Madonna dell’Arco con alcuni aspetti caratteristici dei misteri eleusini: secondo alcuni ricercatori, in effetti, è probabile che, in un ambiente rurale come quello di Acerra, di Afragola e dei paesi della fascia subvesuviana, gli antichi rituali pagani legati al culto di Cerere, dea delle messi e della fertilità dei campi, siano confluiti in parte nelle cerimonie devozionali prescritte per la celebrazione della Vergine. Certa è comunque l’origine agraria del rito dei fujenti. E’ significativo del resto, che la “divisa” dei devoti richiami nel colore il costume di Pulcinella, una maschera nata forse proprio ad Acerra: si tratta infatti dell’abito tradizionale degli antichi contadini campani, bianco come le vesti adottate nei riti penitenziali della Quaresima.

Connessioni singolari di luoghi e tempi dimostrano la continuità di queste usanze contadine. La corsa, inoltre, simboleggia la purificazione dell’anima e ricorda la fuga rituale attuata in ambito pagano da chi veniva “posseduto” da un demone o da una divinità. In effetti testimonianze scritte o ex-voto dei secoli passati ricordano che il Lunedì in albis molti “posseduti” venivano miracolosamente liberati. Non vi è dubbio infatti che, soprattutto nella fase conclusiva, il rito dei fujenti costituisca un momento fortemente liberatorio dotato di grande impatto emotivo e dunque di notevole valenza psicologica: tanto è vero che, come è stato già accennato, nel 1966 i padri Domenicani reputarono giusto regolamentare la cerimonia attraverso precise norme scritte, che hanno ricondotto le esibizioni più violente e “colorite” nell’ambito di una più serena spiritualità.

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