Monumenti di Napoli

Chiesa di San Gregorio Armeno

Un aereo campanile barocco domina la via di San Gregorio Armeno e segnala la presenza del complesso conventuale.

Di antichissima origine, il monastero fu fondato nell’ottavo secolo da un gruppo di monache armene fuggite dall’Oriente con le preziose reliquie di san Gregorio, in seguito al decreto di Leone III che vietava l’esposizione e il culto delle immagini sacre.

Alla fine del XVII secolo il complesso fu interamente ricostruito secondo i dettami della controriforma, assumendo i caratteri inconfondibili del monastero di clausura, con alte e uniformi cortine murarie e un’austera facciata con arcate e finestre sbarrate da inferriate.

Nel 1716, sul cavalcavia che univa due aree appartenenti al convento, fu eretto il campanile.

L’interno della chiesa è uno degli ambienti barocchi più suggestivi della città: nella semioscurità dell’unica navata con cappelle laterali, risaltavano le ricche decorazioni in stucco dorato che rivestono quasi tutte le superfici, integrandosi alle vivaci policromie degli affreschi, dei legni intagliati e dipinti, delle tarsie di marmo, con un risultato d’insieme di grande organicità nonostante il corredo decorativo sia stato realizzato nell’arco di circa tre secoli.

Anche il tema di tutte le rappresentazioni risulta unitario, ispirato al culto delle preziose reliquie (la testa di san Gregorio, il sangue del Battista, il braccio di san Lorenzo) possedute dalle monache, vanto e indice d’importanza del convento stesso.

Lo splendido soffitto cinquecentesco, di legno intagliato e dorato, realizzato tra il 1580 e il 1582 dal pittore fiammingo Teodoro d’Errico, è una sorta di elenco figurato dei martiri e dei resti dei santi posseduti dal monastero.

Lo stesso tema venne ribadito nelle scelte decorative del secolo successivo: i dipinti eseguiti da Francesco Fracanzano nella terza cappella a destra, dedicata a San Gregorio, con i martìri del santo; le tre scene ad affresco di Luca Giordano sulla controfacciata, databili tra il 1671 e il 1684 e raffiguranti L’imbarco, il viaggio e arrivo a Napoli delle monache armene con le reliquie di san Gregorio; le storie del santo tra i finestroni e nella cupola.

Dal secolo scorso, nella quarta cappella a destra, si conserva l’ampolla con il sangue di santa Patrizia, giovane di famiglia imperiale, fuggita, secondo la leggenda, da Costantinopoli per tener fede a un voto di castità e giunta a Napoli via mare.

Alla sua morte, un fedele particolarmente “devoto” le sottrasse un dente, provocando una emorragia. Raccolto dalle suore ed esposto, il sangue si sciolse e da allora torna liquido nella festa del 25 agosto e, dal Seicento, anche ogni settimana.

La ripetizione del miracolo che avviene ogni martedì, ha suscitato un vasto culto popolare che ha quasi del tutto offuscato quello per il santo titolare.

Gli arredi della chiesa sono molto ricchi: le balaustre di marmo con fogliami a traforo, le grate in legno intagliato, l’altare maggiore in tarsie marmoree con lapislazzuli e madreperla, la splendida raggiera in ottone del comunichino, le decorazioni in stucco dorato dell’abside sino ai due enormi e fastosi organi settecenteschi, significativa testimonianza della vitalità e perizia della locale tradizione artigianale tra Seicento e Settecento.

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