Arte – Cultura – Personaggi

Giacomo Leopardi

L’ambiente, la personalità, le idee.

L’opera leopardiana nasce da un fondo di atteggiamenti e di riflessioni che vanno in gran parte ricondotti all’ambiente oppressivo in cui il poeta si formò. Recanati appartiene alla Marca Anconetana, e quindi allo Stato pontificio: è perciò non soltanto un piccolo centro di provincia, ma di una provincia tutta particolare, che unisce alla naturale angustia della collocazione periferica, la chiusura e l’arretratezza dello Stato cui appartiene. D’altra parte l’ambiente familiare, nonché correggere, aggrava una siffatta situazione generale: Adelaide, pur abile amministratrice del dissestato patrimonio familiare, non si raccomanda certo per calore umano e per spirito materno; Monaldo, religiosissimo fino alla bigotteria e politicamente reazionario, è in fondo un buon diavolo, ha qualche pretesa culturale ed è riuscito a mettere insieme una biblioteca decisamente ragguardevole. Ma è un uomo mediocre, debole di carattere e di idee ristrette.

Sulle prime Leopardi si adatta conformisticamente a questo ambiente, professando ad esempio idee politiche reazionarie. Preferisce un’Italia “divisa in regni”, con “numerose capitali animate da corti floride e brillanti”, retta da “sovrani affettuosi ed amabili”, piuttosto che una nazione unita ma inquieta; oggi, “possiamo dirlo con verità, non v’ha popolo più felice dell’italiano” (Agli italiani per la liberazione del Piceno). Più tardi la “conversione dall’erudizione al bello” spazza via queste posizioni, perché la maturità umana derivata dalle tante e approfondite letture intraprese faceva sentire sempre più a Leopardi il contrasto insanabile tra la propria ansia di gloria, d’amore, di libertà, e i limiti ad essa opposti dall’ambiente d’origine. A ciò si aggiunga il progressivo declinare della sua salute, determinato anche da quell’ambiente, o comunque avvertito da Leopardi anche come risultato di un’educazione sbagliata, e visto come conseguenza di uno sforzo intellettuale certo sproporzionato alle possibilità di un’adolescente, ma inevitabile in quanto unico mezzo possibile di evasione e di autenticità umana in un contesto socio-familiare senza sbocchi e profondamente “innaturale”.

Sono qui le radici del pessimismo leopardiano, nella sua duplice articolazione di pessimismo storico e di pessimismo cosmico. Come dire che all’inizio Leopardi spiega l’infelicità umana alla luce dei conflitti che storicamente si vengono determinando tra l’ingenuità e la spontaneità della natura umana, e i lacci posti ad esse da un’evoluzione culturale (culturale in senso lato, quindi anche socio-familiare) mistificante e artificiosa. Mentre in un secondo momento – proprio perché l’oppressivo ambiente d’origine è privo di sbocchi – l’ipotesi di una fondamentale  sanità della Natura viene meno e il pessimismo da storico diventa cosmico: l’infelicità umana, in altre parole, non dipenderebbe tanto o soltanto da una frattura, operatasi in qualche momento della storia, tra Natura e Cultura (ma Leopardi svolge le sue riflessioni con l’occhio ancora rivolto alla recente cultura illuministica e parla di Ragione), quanto piuttosto dalla totale e assoluta negatività della Natura stessa e dell’esistere che da essa deriva: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male”. Continua.

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