Arte – Cultura – Personaggi

Giacomo Leopardi

La poetica e la poesia: i “piccoli” idilli.

La prima stagione poetica leopardiana copre all’incirca il periodo 1818-1823 e coincide, sul piano delle idee, con quello che viene definito il pessimismo storico del Recanatese. Per comprendere questa prima poesia leopardiana occorre dunque vedere quali fossero le concezioni letterarie di Leopardi (poetica) all’epoca e in conseguenza del suo pessimismo storico.

“Leggiadro tempo” scrive fin dal 1816, nella Lettera ai compilatori della “Biblioteca Italiana”, “quando il poeta della natura, fresca vergine intatta, vedendo tutto con gli occhi propri, non s’affannando a cercare novità, ché tutto era nuovo, creando, senza pensarselo, le regole dell’arte, con quella negligenza di cui ora con tutta la forza dell’ingegno e dello studio appena si sa dare la sembianza, cantava cose divine ed eternamente durature”. In altri termini, sembra a Leopardi che gli uomini, allontanandosi dalla Natura, abbiano perduto non solo il piacere delle “illusioni” (pessimismo storico) ma anche – che è lo stesso – la capacità di fare vera, autentica poesia (la poesia è “illusione” e creatrice di “illusioni”). Derivano da questa diagnosi (poi ampliata nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, del 1818) due conseguenze: 1) la prima è che solo gli antichi, i “classici”, sono riusciti a fare vera poesia, perché i più vicini alla Natura e i più lontani dalla Ragione; 2) la seconda è che pur essendo oggi impossibile – in un’età raziocinante come l’attuale – fare vera poesia, cioè una poesia nutrita di autentiche “illusioni” (che la Ragione ha distrutto), non è però impossibile, imitando gli antichi, tentare di dar vita a una sorta di “mezza poesia” o poesia “mista”, nella quale l’originaria naturalezza possa essere in parte recuperata attraverso un compromesso tra ingenuità, istintività, generosità, riapprese alla scuola dei classici, e verità, consapevolezza, disillusione proprie dell’uomo moderno. E’ sulla linea di questo programma di “mezza poesia” o poesia “mista” (cioè ibrida, commista di naturalezza e razionalità che nascono le canzoni civili e filosofiche scritte da Leopardi tra il ’18 e il ’23 (canzoni civili: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone; canzoni filosofiche: Bruto minore, Ultimo canto di Saffo, Alla primavera o delle favole antiche, Inno ai Patriarchi, Alla sua donna).

Fin dal 1819, tuttavia, Leopardi dà inizio a una poesia diversa rispetto a quella “mista” appena accennata. E’ vero che una poesia autentica è ormai impossibile perché l’uomo moderno è malato di razionalità e dunque incapace di illudersi (come si può continuare a credere, poniamo, che il fulmine sia una manifestazione dell’ira di Giove – e dunque continuare a imitare la mitologia degli antichi – oggi che la fisica ci ha ammaestrati sulla sua natura di fenomeno elettrico?).

Tuttavia esiste pur sempre, nell’arco della stessa vita individuale, un momento di ingenuità, un’oasi di verginità e di stupore, nella quale – oggi come una volta – continuiamo a illuderci, a vedere il mondo con occhi incantati e non scientifici; e questo è il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Una poesia che cercasse di far proprio il punto di vista dell’età delle illusioni sarebbe – se non poesia autentica come quella degli antichi, i quali si illudevano senza sapere di illudersi – certo molto vicina a quel modello. Nasce di qui la poetica degli “idilli”, e nascono di qui per intanto i piccoli o primi idilli leopardiani (1819-1821), come la critica li definirà per distinguerli dai secondi o grandi idilli che il Recanatese verrà scrivendo tra il 1828 e il ’30. Continua.

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