La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 3

Quando l’ometto grigio ebbe finito di parlare, i suoi compagni risero e batterono le mani. – Hich! Hich! Hiuu! Hiuu! – gridarono in coro; – affrettati, affrettati, hai davanti a te otto ore prima che nasca il giorno, e se non avrai seppellito quest’uomo prima che nasca il giorno, e se non arai seppellito quest’uomo prima che si levi il sole, sarai perduto -. Con pugni e calci da dietro, lo spinsero lungo la via. Teig fu costretto a camminare, e a camminare in fretta, perché non gli davano tregua.

Pensava fra sé che non c’era in tutta la contea sentiero bagnato, viottolo fangoso, o strada accidentata e tortuosa che non avesse percorso in quella notte. E la notte era in certi momenti molto scura e ogni volta che una nube si trovava a passare sulla luna, Teig non riusciva a vedere nulla e spesso gli capitava di cadere. A volte si faceva male, e a volte era più fortunato, ma era sempre obbligato ad alzarsi subito e a sbrigarsi. A tratti la luna appariva ben chiara ed egli allora si girava e vedeva gli ometti che lo seguivano. E li sentiva parlare fra loro: chiacchierare, strillare e gridare come uno stormo di gabbiani; ma, si fosse anche trattato di salvare l’anima sua, non sarebbe riuscito a comprendere una sola parola di quello che dicevano.

Non sapeva quanta strada avesse percorso quando, finalmente, uno degli ometti gli gridò: – Fermati qui! – Si fermò, ed essi si radunarono tutt’intorno a lui.

  • Vedi quegli alberi secchi laggiù? – gli dice ancora il vecchio ometto. – Teampoll-Démus è fra quegli alberi, e tu devi entrarci da solo, perché non possiamo seguirti né venire con te. Dobbiamo restare qui. Coraggio, vai.

Teig guardò in quella direzione e vide un alto muro a tratti diroccato, e dentro il muro una vecchia chiesa grigia e attorno ad essa, sparsi qua e là, circa una dozzina di vecchi alberi secchi. Non si vedeva una foglia, né un ramoscello, solo i nudi rami contorti si allungavano come le braccia minacciose di un uomo adirato. Non c’era scampo, era costretto a proseguire. Si trovava a un duecento iarde dalla chiesa, ma andò avanti e non si guardò mai indietro finché non giunse al cancello del cimitero. Il vecchio cancello era divelto, e Teig non ebbe difficoltà a entrare. Si voltò allora a guardare se qualcuno degli ometti lo stesse seguendo, ma una nube passò in quel mentre sopra la luna, e la notte divenne così scura che non riuscì a vedere nulla. Entrò nel cimitero e s’incamminò per il vecchio viottolo erboso che portava alla chiesa. Arrivato alla porta, la trovò chiusa a chiave. La porta era grande e robusta ed egli non sapeva cosa fare. Infine, con difficoltà, tirò fuori il coltello e lo piantò nel legno per vedere se era marcio, ma non lo era.

“Adesso, – disse fra sé, – non posso fare nient’altro; la porta è chiusa e non riesco ad aprirla”.

Prima che le parole gli si facessero chiare nella mente, una voce gli sussurrò all’orecchio: – Cerca la chiave in cima alla porta, o sul muro.

Sobbalzò. – Chi mi parla? – gridò voltandosi; ma non vide nessuno. Di nuovo la voce gli bisbigliò all’orecchio: – Cerca la chiave in cima alla porta, o sul muro.

  • Chi è? – disse, col sudore che gli colava sulla fronte; – chi mi ha parlato?
  • Sono io, il cadavere, sono io che ti ho parlato! – rispose la voce.
  • Puoi parlare? – disse Teig.
  • Ogni tanto, – rispose il cadavere.

Teig cercò la chiave e la trovò sopra il muro. Era troppo spaventato per aggiungere altro, e così  spalancò la porta più in fretta che poté ed entrò, col cadavere sulla schiena. Dentro era scuro come la pece, ed il povero Teig cominciò a vacillare e a tremare.

  • Accendi la candela, – disse il cadavere.

Come meglio poté, Teig infilò la mano in tasca e tirò fuori un acciarino. Ne fece uscire una scintilla e vi avvicinò un cencio bruciacchiato che aveva in tasca. Vi soffiò sopra finché non si accese e si guardò intorno. La chiesa era molto antica e parte del muro era crollato. Le finestre erano sfondate o rotte e il legno delle panche era marcio. Erano rimasti ancora sei o sette vecchi candelieri di ferro e in uno di essi Teig trovò il mozzicone di una candela consumata e l’accese. Stava ancora osservando quello strano e pauroso posto in cui si trovava quando il freddo cadavere gli sussurrò all’orecchio: – Seppelliscimi qui, seppelliscimi qui; c’è una vanga, scava il terreno -. Teig si guardò intorno e vide per terra una vanga, vicino all’altare. La raccolse, infilò la pala sotto una lastra di pietra che stava in mezzo alla navata e, facendo leva con tutto il suo peso sul manico della vanga, la sollevò. Una volta tolta la prima lastra non fu difficile alzare le altre vicine, ed egli ne spostò tre o quattro. Sotto, la terra era molle e facile da scavare, ma non aveva smosso che tre o quattro palate quando sentì che il ferro toccava qualcosa di soffice come la carne. Portò via altre tre o quattro palate di terra di lì intorno e allora vide che si trattava di un altro corpo sotterrato in quel medesimo punto.

“Ho paura che non potrò seppellire i due cadaveri nella stessa fossa”, – disse Teig fra sé. – Tu, cadavere, lì sulla mia schiena, – fa Teig, – ti andrebbe bene se ti seppellissi qui sotto? – Ma il cadavere non gli diede risposta.

“E’ un buon segno”, si disse Teig. “Forse si sta calmando”, e conficcò di nuovo la vanga nel terreno. Probabilmente urtò la carne dell’altro corpo, perché il morto che era sepolto in quel punto si rialzò nella tomba e lanciò un urlo terribile. – Buuh! Buuh!! Buuh!!! Via! Via!! Via!!! o sei morto, morto, morto! –  E poi ricadde nella tomba. Teig riferì in seguito che di tutte le cose portentose viste in quella notte, quella fu per lui la più terribile. I capelli gli si rizzarono in capo, come le setole di un maiale, un sudore freddo gli bagnò la faccia e un tremito gli passò per tutte le ossa finché credette di essere lì lì per cadere.

Dopo un po’, però, vedendo che il secondo cadavere rimaneva disteso tranquillo al suo posto riprese coraggio e gli rigettò sopra la terra, gliela spianò ben bene in superficie e adagiò con cura le lastre esattamente come le aveva trovate. “Non può certo alzarsi più”, si disse. Continua domani

Una risposta a "La favola del giorno"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...