La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 4

Proseguì un po’ lungo la navata avvicinandosi alla porta e ricominciò a sollevare le lastre, alla ricerca di un altro giaciglio per il cadavere che portava sulla schiena. Tirò su tre o quattro lastre, le appoggiò di lato, e poi rimosse la terra con la vanga. Non lavorava da molto quando mise allo scoperto una vecchia che indosso non aveva altro che la camicia. Era più vivace del primo cadavere, infatti Teig le aveva a malapena tolta di torno un po’ di terra, che si alzò a sedere e cominciò a gridare: – Oh, tu pagliaccio! Ah, tu pagliaccio! Com’è che non ha un letto?

Il povero Teig si tirò indietro e quando la donna si accorse che non riceveva risposta, chiuse dolcemente gli occhi, perse la sua energia e ricadde calma e tranquilla sotto la terra. Teig fece con lei come aveva fatto con l’uomo – la ricoperse con la terra e vi adagiò sopra le lastre di pietra.

Riprese a scavare vicino alla porta, ma tirate su non più di un paio di palate, notò che la mano di un uomo sbucava fuori, vicino alla vanga. “Per l’anima mia, se le cose stanno così non continuerò, – disse fra sé; – a che mi serve?” E di nuovo gettò sopra la terra e sistemò le lastre come erano prima. Quindi, seppure a malincuore, lasciò la chiesa, badando di chiudere la porta, girare la chiave e lasciarla dove l’aveva trovata. Sedette su una lapide che stava vicino alla porta e cominciò a pensare. Era molto in dubbio sul da farsi. Si prese la faccia fra le mani e pianse di stanchezza e d’angoscia, poiché a questo punto era assolutamente certo che non sarebbe arrivato a casa vivo. Fece un altro tentativo di allentare le mani del cadavere che gli stavano avvinghiate attorno al collo, ma erano strette come una morsa; e più cercava di liberarsene, più strettamente si avvinghiavano. Stava per tornare a sedersi, quando le fredde, orride labbra del morto gli dissero: – Carrick-fhad-vic-Orus, – e ricordò l’ordine dei folletti di portare con sé il cadavere in quel luogo se non fosse riuscito a seppellirlo dove già aveva provato.

Si alzò e si guardò attorno. – Non conosco la strada, – disse.

Appena pronunziate quelle parole il cadavere allungò improvvisamente la mano sinistra che gli era stata serrata attorno al collo, e la tenne distesa a mostrargli la via che avrebbe dovuto seguire. Teig prese la direzione verso cui le dita erano tese e uscì dal cimitero. Si ritrovò su una strada piena di solchi e di sassi, e di nuovo si fermò, non sapendo dove andare. Il cadavere allungò una seconda volta la mano ossuta e gli indicò una strada diversa da quella per la quale era venuto alla vecchia chiesa. Teig seguì quella strada, ed ogni volta che arrivava ad un incrocio con un sentiero o con un’altra strada il cadavere sempre allungava la mano e indicava con le dita, mostrandogli la direzione da prendere.

Svoltò a molti crocicchi e percorse molti sentieri tortuosi, quando finalmente, a lato della strada, vide un vecchio camposanto; ma dentro non c’era chiesa, né cappella, né altra costruzione. Il cadavere lo strinse forte ed egli si fermò. – Seppelliscimi, seppelliscimi nel camposanto, disse la voce.

Teig proseguì verso il vecchio camposanto, e non ne era distante più di venti iarde quando, nell’alzare gli occhi, vide centinaia e centinaia di spettri – uomini, donne e bambini – seduti in cima al muro di cinta, o in piedi dentro il cimitero, o che correvano avanti e indietro, che lo segnavano a dito, e intanto poteva scorgere le loro bocche aprirsi e chiudersi come se stessero parlando, benché non si udisse parola o suono alcuno.

Ebbe paura a continuare, così rimase dov’era e nell’istante in cui si fermò tutti gli spettri si calmarono e smisero di agitarsi. Allora Teig comprese che stavano cercando di impedirgli di entrare. Andò avanti per un paio di iarde e immediatamente tutta quella folla si precipitò nel punto verso cui si stavano muovendo, e vi rimase così strettamente ammassata che lui pensò non sarebbe mai riuscito ad aprirsi un varco, se pure avesse avuto intenzione di tentare: ma non aveva nessuna intenzione di farlo. Ritornò sui suoi passi abbattuto e sconsolato, e una volta giunto a un paio di iarde dal camposanto si fermò di nuovo perché non sapeva quale direzione prendere. Sentì all’orecchio la voce del cadavere che diceva: – Teampoll-Ronan, – e la mano scheletrica si allungò di nuovo ad indicargli la via.

Stanco com’era, non poteva smettere di camminare, e la strada non era né breve, né regolare. La notte era più scura che mai ed era difficile andare avanti. Molte volte gli capitò di urtare contro qualcosa e più di un livido gli si segnò sul corpo. Infine scorse in distanza, davanti a sé, Teampoll-Ronan, in mezzo al cimitero. Proseguì verso la chiesa e, vedendo che sul muro non c’erano spettri o altro, credette di essere sano e salvo e pensò che questa volta non avrebbe trovato ostacoli nello sbarazzarsi finalmente del suo carico. Si diresse verso il cancello, ma mentre lo stava attraversando, incespicò nella soglia. Prima di potersi riprendere, qualcosa che non riuscì a vedere lo afferrò per il collo, per le mani e per i piedi e lo colpì, lo scosse, lo soffocò, finché non lo ridusse quasi in fin di vita; e per ultimo fu sollevato e trasportato a più di cento iarde da lì e poi gettato in un vecchio fosso, col cadavere sempre aggrappato alla schiena.

Si alzò, contuso e dolente, ma aveva paura ad avvicinarsi di nuovo a quel luogo, perché non aveva scorto nulla prima di essere buttato a terra e trascinato via.

  • Ehi tu, cadavere, lì sulla mia schiena, – disse, – devo ritornare al cimitero? – ma il cadavere non diede risposta. – E’ segno che non vuoi che ci riprovi, – disse Teig.

Era molto in dubbio sul da farsi, quando il cadavere gli parlò all’orecchio e gli disse: – Imlogue-Fada.

  • Oh, maledizione! – disse Teig, – devo portarti là? Se mi fai camminare così ancora per molto ti avviso che cadrò sotto il tuo peso. Continua domani.

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