La favola del giorno

Teig O’Kane (Tadhg o Càthàn) e il cadavere – 5

Proseguì comunque nella direzione indicatagli dal cadavere. Egli stesso non avrebbe saputo dire per quanto avesse camminato, quando il morto che aveva dietro lo strinse improvvisamente con forza e disse: – Là!

Teig guardò davanti a sé e vide un muretto basso, che in certi tratti era tanto diroccato da non essere più un muro. Si trovava in un grande campo aperto, un po’ fuori dalla strada, e tranne che per tre o quattro grosse pietre agli angoli, che erano più rocce che pietre, non c’era nulla ad indicare che lì vi fosse un cimitero o un luogo di sepoltura.

  • E’ questo Imlogue-Fada? Devo seppellirti qui? – chiese Teig.
  • Sì, – disse la voce.
  • Ma non vedo tombe, né lapidi, solo questo mucchio di pietre, – disse Teig.

Il cadavere non rispose, ma allungò la sua lunga mano scarna per mostrare a Teig la direzione da prendere. Teig andò avanti come gli veniva indicato, ma aveva una gran paura, perché non si era dimenticato quello che gli era successo nel posto precedente. Procedette “col cuore in gola”, come egli stesso riferì in seguito; ma arrivato a meno di quindici o venti iarde dal basso muretto quadrato, scoppiò un lampo giallo vivo e rosso, con dentro striature turchine, che prese a girare attorno al muro sfrecciando veloce come una rondine nelle nuvole; e più Teig rimaneva a fissarlo, più andava veloce, finché divenne uno splendente anello di fiamma attorno al vecchio cimitero, e nessuno avrebbe potuto attraversarlo senza venirne bruciato. Da quando era nato Teig non aveva mai visto, né mai vide in seguito, una apparizione tanto portentosa e splendida. La fiamma girava, e mentre girava sprizzavano fuori scintille bianche, gialle e turchine, e sebbene da principio non fosse stata che una linea sottile e stretta, lentamente andò aumentando fino a divenire una grande fascia estesa che cresceva sempre più larga e alta e lanciava faville sempre più lucenti al punto che non ci fu colore sulla superficie della terra che non fosse possibile scorgere in quel fuoco; e mai si vide un lampo brillare o una fiamma ardere con tanta luce e splendore.

Teig era sbalordito; era mezzo morto dalla fatica e non aveva più il coraggio di avvicinarsi al muro. Una nebbia gli calò sugli occhi e una vertigine lo colse, e fu costretto a sedersi su una grossa pietra per riprendersi. Non riusciva a vedere altro che la luce e non sentiva altro che il suo sibilo mentre quella roteava attorno al piccolo prato più veloce di un lampo.

Stava seduto così sulla pietra, quando la voce sussurrò ancora una volta al suo orecchio: – Kill-Breedya -; e il morto lo strinse tanto forte da farlo gridare. Si alzò di nuovo, malconcio, stanco e tremante e proseguì per il cammino come gli veniva indicato. Tirava un vento freddo e la strada era brutta, il carico che portava sulla schiena era pesante e la notte scura: era quasi allo stremo delle forze e se avesse dovuto proseguire ancora per molto sarebbe caduto sotto il suo fardello.

Finalmente il cadavere allungò la mano e gli disse; – Seppelliscimi là.

“Questo cimitero è l’ultimo, – pensò Teig fra sé; – e l’ometto grigio ha detto che avrei potuto seppellirlo da qualche parte, dunque sarà qui. Devono accoglierlo per forza”.

La prima tenue striscia dell’anello del giorno stava apparendo ad oriente e le nubi cominciavano ad infuocarsi, ma era più buio che mai, perché la luna era tramontata e non c’erano più stelle.

  • Fa’ in fretta, fa’ in fretta! – disse il cadavere; e Teig corse come meglio poté verso il cimitero, che era piccolo, su una collina spoglia, con dentro solo poche tombe. Varcò coraggiosamente il cancello aperto e niente lo toccò, né udì o vide alcunché. Giunse nel mezzo del camposanto e qui si fermò e si guardò intorno per vedere se trovava una vanga o una pala con cui scavare una fossa. Mentre si girava a cercare notò all’improvviso qualcosa che lo colpì moltissimo – una fossa scavata di recente proprio davanti a lui. Si avvicinò e guardò dentro, e lì, sul fondo, vide una bara nera. Si calò nella buca, sollevò il coperchio, e, proprio come aveva immaginato, trovò che la bara era vuota. Era appena risalito e stava ritto sul bordo della fossa, quando il cadavere, che gli era rimasto aggrappato per più di otto ore, allentò di colpo la presa attorno al collo, sciolse le gambe dai suoi fianchi e scivolò giù con un tonfo nella bara aperta.

Teig cadde in ginocchio sull’orlo della tomba e ringraziò Iddio. Quindi non perse tempo, premette ben bene il coperchio sulla bara e con le mani vi gettò sopra la terra: quando la buca fu riempita vi pestò e saltò su con i piedi finché il suolo non fu compatto e duro e se ne andò via da quel luogo.

Quando finì il lavoro il sole stava sorgendo velocemente, e Teig ritornò subito sulla strada per cercare una casa in cui riposare. Trovò finalmente un osteria e lì si distese su un letto e dormì fino a sera. Poi si alzò, mangiò un poco, e cadde di nuovo addormentato fino al mattino. Appena sveglio, il giorno seguente, noleggiò un cavallo e corse verso casa. Era a più di ventisei miglia di distanza ed aveva percorso tutta quella strada in una sola notte con il corpo del morto sulla schiena.

A casa tutti pensavano che avesse lasciato il paese, e al vederlo tornare si rallegrarono molto. Cominciarono a fargli domande su dove era stato, ma Teig non lo volle dire ad altri che a suo padre.

Da quel giorno fu un altro uomo. Non esagerò mai nel bere; non perse mai denaro a carte; e soprattutto non corse più il rischio di rimanere fuori da solo, sul tardi, in una notte scura.

Non erano trascorsi quindici giorni dal suo ritorno a casa che sposò Mary, la ragazza di cui era innamorato, e non so dirvi quanto ci si divertì alle nozze: da allora in poi Teig fu l’uomo più felice della terra e tutto quello che posso augurare a me e a voi è di poter essere altrettanto felici.

Fiabe popolari Irlandesi.

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