Monumenti di Napoli

Scavi di San Lorenzo

Via dei Tribunali 316

Dal chiostro francescano della chiesa di San Lorenzo Maggiore si accede all’area di scavi, venuta alla luce nel 1929 e ancora oggetto di studio e sistemazione. Il forte dislivello fra i due decumani aveva comportato, già nell’agorà greca, la formazione di un terrazzamento nello spazio oggi occupato dal complesso conventuale.

Questo sistema venne sviluppato in età romana e appunto a quest’epoca risale la parte più consistente dei resti. Dal chiostro sono visibili le tracce del macellum (il mercato alimentare) con al centro una tholos, edificio pubblico a pianta circolare. Ma il macellum si sviluppava sulla copertura di un altro edificio destinato ad attività artigianali e commerciali, il criptoportico, ovvero una costruzione addossata al dislivello e in parte sotterranea, che confermava e ampliava il terrazzamento greco. Per visitare questo “piano interrato” si deve scendere  al livello inferiore degli scavi. Qui, poco lontano dagli ambienti a volte del criptoportico, si riconoscono anche l’Aerarium (l’edificio del tesoro pubblico) e una strada lastricata e fiancheggiata da botteghe, forse già esistente nel V secolo a.C., ma rialzata varie volte fino al IV secolo d.C.

A un livello ancora più profondo, si trova invece una grande cisterna greca, del V secolo a.C., forse appartenente al sistema fognario.

Ben visibile, infine, è la colata di fango che determinò l’abbandono dell’area dopo il V secolo d.C., ma anche una sua parziale conservazione sotto gli strati successivi. Sul fango trasformato con il tempo in un banco roccioso molto resistente, poggiano infatti le fondamenta degli edifici nati in epoca alto medievale: la basilica paleocristiana e uno dei seggi della città.

D’altra parte, spiegano gli archeologici, la zona doveva essersi molto degradata anche prima dell’evento che la devastò. Lo testimoniano, con mille altri particolari, i segni degli espedienti usati per raccogliere la piaggia e impedire che invadesse le botteghe: una spia del fatto che già prima dell’alluvione avevano smesso di funzionare l’acquedotto e i sistemi di deflusso delle acque, originariamente esistenti.

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