Il Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 7

Dopo ogni catastrofe naturale la vita riprende, e la fertile campagna vesuviana non fa certo eccezione. Tra l’Antichità e il Medioevo, nuove comunità di agricoltori si insediano sulle lave e sulle ceneri ai piedi del vulcano. Nuove catastrofiche eruzioni (le più note sono quelle del 203, del 472, del 512, del 685, e del 787) apportano nuovamente lutti e distruzioni alle campagne e ai nuovi centri sorti alle falde del Vesuvio.

Dal punto di vista politico, dall’Impero romano ai nostri giorni, l’agro vesuviano segue le vicende della vicina Napoli che vede succedersi al potere Goti, Greci di Bisanzio e Longobardi. Per tre secoli, dal 763 al 1139, la città è capitale di un ducato autonomo.

Seguono i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, l’Impero di Spagna e quello d’Austria, infine i Borboni che restano al potere dal 1734 al 1860.

Dopo l’eruzione del 1139, il Vesuvio concede un periodo di tranquillità che dura cinque secoli, ed è interrotto soltanto da qualche modesto fenomeno. A rompere la tregua è la rovinosa eruzione del 1631. Le colate di lava radono al suolo Ercolano, Pompei e parte di Torre del Greco, Boscotrecase e Torre Annunziata e arrivano fino al mare, le ceneri coprono Napoli con uno strato di 30 centimetri e raggiungono la Puglia.

Nei tre secoli che seguono il vulcano resta sempre attivo, e regala nel 1794, nel 1861, nel 1872 e nel 1906 altre rovinose eruzioni alle comunità insediate ai suoi piedi.

Per i napoletani, il pennacchio di fumo che corona il Vesuvio diventa un’immagine consueta. Per ammirare il vulcano, dalla metà del Settecento, affluiscono verso il Golfo centinaia e poi migliaia di viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa. Molti di costoro dedicano al Vesuvio pagine di appassionate descrizioni. Negli stessi anni, la riscoperta delle antiche città cancellate da ceneri e lave aggiunge una nuova suggestione alla zona.

Nel 1738 il re di Napoli, Carlo III di Borbone, decide di trascorrere parte del suo tempo alle falde del vulcano, e si fa costruire da alcuni dei migliori architetti del tempo (Giovanni Medrano, Antonio Canevari, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga) l’elegante Palazzo Reale di Portici. Interrogato sul pericolo legato al vulcano, il sovrano risponde con una frase celebre: “Ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro”.

Al seguito del sovrano, anche la nobiltà napoletana si insedia ai piedi del Vesuvio, erigendo decine di splendide ville lungo la strada delle Calabrie che attraversa Barra, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco. Il primo tratto della strada, spesso percorso dalle carrozze dei nobili, diventa per antonomasia il “Miglio d’Oro”.

Mentre il “Secolo dei Lumi” lascia il posto all’Ottocento, l’elenco dei visitatori illustri del Vesuvio si allunga. Tra loro, meritano una citazione Goethe (1787), de Chateaubriand (1804), Shelley (1818), Stendhal (1832), Gogol’ e Andersen (entrambi nel 1834), Dumas padre (1835), Ruskin (1841), Dickens (1845) e Melville (1856).

Solo più tardi tocca agli scrittori italiani come Renato Fucini (1877) e Matilde Serao (1906), mentre in epoche più vicine a noi compiranno il pellegrinaggio sulle lave anche Sigmund Freud e Pablo Neruda. Continua

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