La favola del giorno

Mignolina – 5

  • No, non posso, – rispose.
  • Addio, allora, addio, graziosa e buona fanciulla, le gridò la rondine volando via alla luce del sole, Mignolina la seguì con lo sguardo, e gli occhi le si riempirono di lacrime, perché si era molto affezionata alla povera rondine.
  • Quivit! Quivit! – gorgheggiò l’uccello volando via verso il bosco verde.

Mignolina era molto triste. Non le davano mai il permesso di andare a prendere un po’ di sole, e il grano, che era stato seminato nel campo sopra la casa, era cresciuto così alto che era un vero bosco per la povera fanciulla, alta un mignolo.

  • Quest’estate ti farai il corredo! – le disse la topa; ormai il vicino, quel noioso del talpone dalla pelliccia nera vellutata, aveva chiesto la sua mano. – Non ti mancherà né la lana né il cotone; una volta sposata non ti dovrà mancare né la biancheria da tavola né quella da letto.

Mignolina dovette torcere il fuso, e la topa prese a cottimo quattro ragni per tessere e filare giorno e notte. Il talpone veniva in visita tutte le sere e continuava a ripetere che quando l’estate fosse terminata e il sole non fosse più stato così forte (adesso aveva reso la terra dura come la pietra)…

quando l’estate fosse finita, si sarebbero celebrate le sue nozze con Mignolina. Lei però non era per nulla contenta, perché quel noioso del talpone non le piaceva affatto. Ogni mattina al levar del sole e ogni sera al tramonto, essa sgusciava fuori dalla porta, e quando il vento scostava le cime del grano ed essa poteva vedere il cielo azzurro, pensava come tutto fosse bello e luminoso lì fuori, e sperava di tutto cuore di poter rivedere la sua cara rondinella, ma quella non tornava più: era certamente volata via lontano, nel bosco verde.

Quando arrivò l’autunno, il corredo di Mignolina era pronto.

  • Fra quattro settimane ci saranno le nozze! – le disse la topa. Mignolina allora si mise a piangere e dichiarò che di quel noioso talpone non voleva saperne.
  • Sciocchezze, – rispose la topa, – non fare la bisbetica, altrimenti ti darò io un bel morso con i miei denti bianchi. Un marito così non lo si trova mica tutti i giorni! Nemmeno la regina ha una pelliccia bella come la sua, e inoltre ha la cucina e la cantina piene. Ringrazia Dio piuttosto!

Giunse così il giorno delle nozze. Il talpone era già venuto a prendere Mignolina, che doveva andare ad abitare con lui giù sottoterra, senza poter ritornare mai più alla luce del sole, perché lui non la poteva soffrire. La povera piccola era disperata di dover dire addio per sempre al bel sole; fino a che aveva abitato con la topa, almeno, aveva potuto vederlo dalla soglia.

  • Addio sole splendente! – esclamò alzando le braccia al cielo, e si allontanò di qualche passo dalla casa della topa; ormai il grano era stato raccolto e non c’erano più che delle stoppie secche. – Addio, addio, – gridò, buttando le sue braccine attorno a un fiorellino rosso che era lì, – saluta da parte mia la cara rondinella quando la vedi!
  • Quirrevit! Quirrevit! – si sentì in quel momento nell’aria, sopra il suo capo: era la rondinella che passava proprio di lì a volo. Quando vide Mignolina fu molto contenta; lei le raccontò che non voleva sposare quel brutto talpone, perché da allora in poi avrebbe dovuto abitare giù sottoterra, dove il sole non brillava mai. E intanto piangeva, non poteva farne a meno.
  • Adesso viene il freddo inverno, – le disse la rondine, – e io volerò lontano, verso i paesi caldi; vuoi venire con me? Ti puoi mettere a cavalcioni sulla mia schiena e legarti forte con la tua cintura; voleremo così lontano dal brutto talpone e dalle sue buie stanze, lontano lontano, al di là dei monti, sino ai paesi caldi, dove il sole splende ancor più di qui e dove l’estate e i magnifici fiori non hanno mai fine. Vieni via con me, cara piccola Mignolina, che mi hai salvato la vita quando ero stesa congelata nel sotterraneo buio.
  • Oh sì, voglio venir via con te! – disse Mignolina. Si sedette sul dorso dell’uccello, puntò i piedi sulle sue ali aperte e si legò stretta con la cintura a una delle penne più robuste; la rondine volò alta nel cielo, su boschi e su laghi, su in alto, oltre le grandi montagne dove c’è sempre la neve. Mignolina sentì un gran freddo in quell’aria gelata, ma si infilò sotto le piume calde dell’uccello, sporgendone solo il capino per guardare tutte quelle meraviglie sotto di lei

Arrivarono così ai paesi caldi. Il sole era molto più luminoso che da noi, il cielo era alto il doppio, sugli argini e sulle siepi cresceva l’uva più stupenda che ci sia, verde e viola. Nei boschi pendevano dagli alberi limoni e arance, e si sentiva profumo di mirti e di mentuccia; nelle strade maestre i più bei bambini del mondo giocavano con grandi farfalle variopinte. Ma la rondine volò ancora più lontana, e tutto diventava sempre più bello. Sotto splendidi alberi verdi, vicino a un lago azzurro, si ergeva un castello dei tempi antichi, tutto di marmo bianco lucente, e dei tralci di vite si avvolgevano intorno agli alti pilastri; in cima c’erano molti nidi e in uno di questi abitava la rondine che portava Mignolina.

  • Ecco qui la mia casa, – disse la rondine, – ma se tu vuoi sceglierti uno dei fiori più belli tra quelli che fioriscono laggiù, io ti ci poserò, e non potrai desiderare nulla di meglio.
  • Che gioia! – esclamò la piccola battendo le manine.

C’era lì una grande colonna di marmo bianco caduta a terra, che si era rotta in tre pezzi, e tra di essi crescevano dei grandi fiori bianchi, bellissimi. La rondinella volò giù insieme a Mignolina e la depose su uno dei larghi petali: come rimase stupita nel vedere dentro il fiore un omino! Era bianco e trasparente come se fosse di vetro, e sulla testa aveva una graziosissima corona d’oro e sulle spalle delle bellissime ali lucenti; di statura non era più alto di Mignolina. Era l’angelo del fiore. In ogni fiore abitavano un omino e una donnina come lui, ma egli era il re di tutti.

  • Dio mio, come è bello! – sussurrò Mignolina alla rondinella.

A vedere la rondine il piccolo principe si spaventò moltissimo, perché era un uccello gigantesco rispetto a lui, che era così piccolo e delicato, ma quando scorse Mignolina fu molto contento, perché era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Si tolse subito dal capo la sua coroncina d’oro, la pose sul capo di lei, le chiese come si chiamava e se voleva essere sua moglie: sarebbe così diventata la regina di tutti i fiori! Era un marito ben diverso dal figlio della rospa e dal talpone con la pelliccia nera vellutata! Mignolina perciò disse di sì al grazioso principino, e da ogni fiore uscirono subito degli omini e delle donnine, così bellini che era un piacere vederli. Ognuno aveva un dono per Mignolina, ma il regalo più bello di tutti fu quello di due belle ali di mosca bianca, che furono fissate alle spalle di Mignolina, così essa poté volare di fiore in fiore. Che felicità! La rondine standosene su nel suo nido cantò per loro meglio che poteva, ma in fondo al cuore era triste, perché voleva molto bene a Mignolina e non avrebbe mai voluto esserne divisa.

  • Non ti chiamerai più Mignolina, – disse l’angelo del fiore, – perché è un brutto nome, e tu sei tanto bella! Ti chiameremo Maia.
  • Addio, addio, – gridò la rondinella, e volò via di nuovo dai paesi caldi per andare lontano lontano, in Danimarca. Lì aveva un piccolo nido sopra la finestra della stanza dell’uomo che sa raccontare tante storie, e – Cip! Cip! Cip! – essa si mise a cantare per lui.

Ecco come siamo venuti a sapere tutta la storia.

Le Fiabe di Hans Christian Andersen

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