La favola del giorno

La Bella addormentata nel bosco – 4

Qualche tempo dopo, il Re partì per andare a combattere l’imperatore di Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza alla Regina sua madre e le raccomandò caldamente la moglie e i figlioli. Avrebbe dovuto rimanere in guerra tutta l’estate; non appena fu partito, la Regina-madre mandò nuora e nipoti in una casa di campagna in mezzo ai boschi, per poter più facilmente soddisfare le sue orribili voglie. Qualche giorno dopo vi andò anche lei, e una sera disse al suo capocuoco:

  • Domani a pranzo mi voglio mangiare la piccola Aurora.
  • Ah, Maestà! – disse il cuoco.
  • Voglio così, – disse la Regina (e lo disse con un tono da orchessa che voglia mangiare carne tenera), – e la voglio mangiare in salsa Robert.

Il pover’uomo, ben vedendo che non era il caso di scherzare con un’orchessa, prese un coltellaccio e salì in camera della piccola Aurora: ella aveva allora quattro anni; ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. Nel frattempo lui aveva portato via con sé la piccola Aurora e l’aveva affidata a sua moglie affinché la nascondesse nel loro quartierino in fondo al cortile. Otto giorni dopo, la perfida Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi a cena il piccolo Sole.

Lui non batté ciglio, deciso a ingannarla come la prima volta. Andò a cercare il piccolo Sole, e lo trovò che tirava di fioretto con una grossa scimmia; eppure non aveva che tre anni! Lo portò a sua moglie, che lo nascose insieme alla piccola Aurora e cucinò al posto del piccolo Sole, un caprettino molto tenero, che l’orchessa trovò delizioso.

Sin qui tutto era andato benissimo: ma una sera, la malvagia Regina disse al capocuoco:

  • Voglio mangiarmi la Regina mia nuora, cucinata con la stessa salsa dei suoi figlioli.

Fu qui che il povero capocuoco disperò di poterla nuovamente ingannare. La giovane regina aveva ormai vent’anni suonati, senza contare i cent’anni che aveva dormito; la sua pelle era un po’ spessa, quantunque bianca e liscia: come trovare, in tutte le stalle un animale così duro! Per salvare la propria vita, il cuoco prese la decisione di tagliarle la gola e salì nella camera di lei, col proposito di non pensarci due volte. Cercava di eccitare il proprio furore ed entrò nella stanza della giovane regina col pugnale in mano; però non volle prenderla di sorpresa e le riferì, con molto rispetto, l’ordine ricevuto dalla Regina.

  • Fate, fate pure, – disse lei, porgendogli il collo; – eseguite l’ordine che v’hanno dato; andrò a rivedere i miei bambini, i mei poveri bambini che ho tanto amato.

Li credeva morti, da quando glieli avevano portati via senza dirle nulla.

  • No, no, Maestà! – le rispose il povero cuoco tutto intenerito, – voi non morirete, né per questo dovrete rinunciare a vedere i vostri figli; ma li vedrete in casa mia, dove li ho nascosti, e ancora una volta ingannerò la Regina madre, facendole mangiare una giovane cerca al vostro posto.

La portò subito in casa sua, dove la lasciò affinché potesse abbracciare i suoi figli quando voleva e piangere con loro, e lui andò a cucinare una cerva, che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora. Ella era assai contenta della propria crudeltà, e si preparava a dire al Re, quando fosse tornato, che dei lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi bambini.

Una sera che, secondo il solito, andava vagando pei cortili e le corti di servizio, allo scopo di fiutarvi l’odore della carne cruda, ella udì in una stanza al pianterreno il piccolo Sole che piangeva, perché la mamma gliele voleva dare in punizione di qualche marachella; sentì pure la piccola Aurora che interveniva a chiedere perdono per il fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e quella dei suoi figli; furibonda per essere stata ingannata, ella ordinò, con voce così terribile da far tremare tutti, che l’indomani mattina si portasse in mezzo al cortile una gran vasca, ch’ella fece riempire di vipere, rospi, bisce e serpenti, per farvi buttare dentro la Regina, i suoi figli, il capocuoco con la moglie e la serva di casa; aveva dato ordine di portarli tutti con le mani legate dietro la schiena. Essi erano lì, e i carnefici già si preparavano a gettarli nella vasca, quando il Re, che non ci si aspettava tornasse così presto, entrò nel cortile, a cavallo; era arrivato di gran carriera e chiese, tutto stupito, cosa voleva dire quell’orribile spettacolo. Nessuno osava parlare, quando l’orchessa, pazza dalla rabbia nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa a testa in giù nella vasca e in un attimo venne divorata da tutte quelle bestiacce messe lì per suo ordine. Il Re non mancò di addolorarsene: era sua madre; ma ben presto se ne consolò con sua moglie e con i suoi bambini.

Morale

Attendere un pezzetto per avere uno sposo

Ricco, ben fatto, gentile, amoroso,

E’ cosa naturale.

Ma attendere cent’anni sempre dormendo è un fatto

Davvero eccezionale,

Né più si trova donna ch’abbia un sonno siffatto…

Poi la favola sembra voler dire altra cosa:

Che i bei nodi d’Imene, anche se ritardati,

Posson render la vita deliziosa,

E che, per aspettar, non van sciupati.

Ma le donne ci metton tanto ardore

A desiar la fede coniugale,

Che a me manca la forza e manca il cuore

Di predicare lor questa morale.

Fiabe francesi della Corte del Re Sole e del secolo XVIII

fine

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