Mondo – L’Islanda – 2

Ma chi sono gli islandesi? Nella quasi totalità sono diretti discendenti di coloni vichinghi giunti dalla Norvegia undici secoli fa e poi rimasti praticamente isolati dal resto del continente, nonostante una lunga dipendenza dai re norvegesi (prima) e danesi (poi). Perciò l’isola ha mantenuto quasi immutati usi, credenze e lingua degli antichi Vichinghi, come se il tempo si fosse fermato all’anno Mille. La prima conseguenza è che l’alfabeto prevede non solo la O (vocale comune a tutte le lingue germaniche) e la E (tipica delle lingue nordiche). Ma anche 2 consonanti che non trovano riscontro in alcun altro idioma moderno: la thorn (una “t” aspirata) e la edh (una via di mezzo fra la t e la d).

Un’altra conseguenza è che questo è l’unico Paese d’Europa dove non esistono veri cognomi: gli islandesi si limitano ad aggiungere al nome personale quello del padre seguito da –son (se uomini) o da –dottir (se donne), suffissi che vogliono dire solo “figlio di” e “figlia di”. Così il cognome di un figlio è sempre diverso da quello del padre, anche se uguale a quello dei fratelli (ma non delle sorelle). Del resto, i nomi di famiglia non sono l’unica cosa che manca in Islanda: sull’isola non esistono ad esempio, né grattacieli, né treni, né autostrade: l’unica vera strada di lunga percorrenza è la Hringvegur, una “circolare” che fa il periplo della costa.

Nemmeno l’esercito esiste: le uniche forze armate sono 250 poliziotti, che hanno poco da fare perché sull’isola manca anche la criminalità (la frequenza degli omicidi è di uno ogni 22 anni) e le carceri sono un istituto più teorico che reale. Nessuno se ne lamenta, perché il taglio delle spese militari e giudiziarie permette di destinare risorse altrove: al trasporto aereo, che grazie a 100 scali supplisce alla carenza di strade; o alla scuola, che assorbe il 5,4% del prodotto nazionale lordo (più che in Germania) e fa degli islandesi uno dei popoli più colti d’Europa, grande consumatore di libri e di spettacoli.

Del resto, benché sia priva di soldati e scarsa di abitanti, l’Islanda è tutt’altro che spopolata: infatti le sue valli e i suoi monti sono pieni di huldufolk, vocabolo che tradotto alla lettera significa “gente nascosta”. Non pensate che si tratti di banditi latitanti: il termine huldufolk indica gli elfi, folletti benigni che secondo una credenza vichinga vivono sotto le pietre, gli alberi e le case. In Islanda ce ne sono ovunque, dicono; a Kòpavogur, vicino alla capitale, qualche anno fa una strada statale in costruzione fu deviata su richiesta del Comune per non distruggere un grosso masso, dove secondo tradizione si celava un elfo plurisecolare.

Non sorridete: il caso di Kòpavogur è importante per capire la cultura islandese. Che non è conservativa solo per i nomi e l’alfabeto, ma per tutta l’eredità ricevuta dai progenitori vichinghi, compreso un radicato animismo, che vede in ogni espressione della natura una vita da rispettare.

Simile al caso di Kòpavogur è quello della Gullfoss, una cascata che 90 anni fa doveva sparire in un bacino idroelettrico. Contro quel progetto si mobilitò una pastora. Sigridur Tomasdòttir, che manifestò in Parlamento sostenendo che “uccidere cascate è sacrilegio”. La presero così sul serio che il suo avvocato, Sveinn Bjornsson, diventò capo dello Stato e la cascata Gullfoss fu salva.

Certo, a volte la tradizione va in pensione anche qui: ma solo dopo averne discusso e aver votato. Un famoso caso di questo tipo lo narrano le saghe, antichi racconti storici che un monaco del ‘200, Snorri Sturluson, mise in parte per iscritto. Ebbene: una saga tramanda che mille anni fa arrivò sull’isola il cristianesimo. Davanti al dilemma fra la nuova religione e quella tradizionale, la gente decise che solo l’Althing (il parlamento vichingo) poteva stabilire chi fosse il vero Dio. Finì ai voti. Vinsero i cristiani: i simboli degli dei perdenti furono gettati in una cascata, la Godafoss; ma gli elfi, di cui non si era discusso, rimasero in auge. Continua e finisce domani.

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