Mondo – L’Islanda – 3

Fu una fortuna, perché il buon rapporto con le forze della natura ha permesso agli islandesi di convivere con l’ambiente difficile della loro isola. Che fornisce in abbondanza pesce, prima risorsa dell’economia; ma che regala con uguale prodigalità eruzioni e precarietà non solo a Heimaey, l’isoletta che nel 1973 si svegliò su un cratere. Così tutta l’Islanda, proprio come Heimaey, ha imparato in fretta che i vulcani non sono solo potenziali pericoli, ma anche una risorsa: basta sfruttarne l’energia con tecnologie adatte. L’espediente non è un’esclusiva islandese, ma qui ha trovato applicazioni ben maggiori che altrove.

Per vedere cosa è possibile fare con l’energia geotermica non occorre nemmeno andare tanto lontano da Reyjavik. Su un colle fuori porta (Oskjuhlid) un geyser è stato imbrigliato in cisterne e tubi per riscaldare tutte le case della città. A pochi chilometri c’è una sorgente termale che alimenta un grande centro balneare (Blue Lagoon) con piscine di acqua calda. Infine a Hveragerdi, un’ora di auto più a est, ecco una distesa di serre dove alcune fumarole creano un clima subtropicale che fa sbocciare ibiscus e maturare banane. Grazie alle serre di Hveragerdi, dagli anni ’80 gli islandesi hanno scoperto anche le zucchine, verdure prima scconosciute.

Ma i vulcani non servono solo come fonti di energia: a volte possono aiutare anche la cultura.

Andate da Reykjavik a Geysir: a metà strada c’è un piccolo cratere spento, chiamato Kerid. Qualcuno ha scoperto che ha un ottima acustica. Da allora lo usano per concerti all’aperto: l’orchestra sta sul fondo, gli spettatori sulle pendici interne. Questa sì che è davvero un esclusiva islandese.

Un hot spot e un rift: questa, geologicamente parlando, è l’Islanda. Gli hot spot (punto caldo) sono luoghi della Terra dove il magma che sale in superficie proviene direttamente dal nucleo terrestre.

Sulla Terra ce ne solo un centinaio e l’Islanda si trova proprio sopra uno di essi. Ma sotto l’Islanda c’è anche un tratto si rift, cioè un pezzo di dorsale Medio-Atlantica, la lunga frattura (da cui fuoriescono lave) che separa la zolla europea da quella nord americana e che si trova proprio in mezzo all’oceano Atlantico.

La sovrapposizione dei due fenomeni spiega perché le eruzioni vulcaniche sull’isola siano così frequenti. In media se ne verifica una ogni cinque anni. Talvolta entrano in attività singoli vulcani, altre volte il magma emerge da lunghe fessure.

L’Hekla, ad esempio, è formato da una frattura lunga 27 chilometri e larga dai 2 ai 5 chilometri. Tra le sue numerose eruzioni, quella del 1947 è ricordata più di ogni altra perché da un tratto lungo 5 chilometri della frattura si innalzò nel cielo una nube di ceneri e gas che raggiunse i 20 chilometri di altezza.

Un altro vulcano famoso è l’Helgafell sull’isola Heimaey. Quando eruttò nel 1973 si mangiò un terzo di Vestmannaeyar, il capoluogo. Il vero problema, però, fu rappresentato dalla lava, la cui inesorabile avanzata minacciava di bloccare il porto, distruggendo l’economia dell’isola. Il fisico Porbjon Sigurgeirsson suggerì di raffreddare la lava con acqua marina. La lava si fermò 175 metri prima di chiudere il porto, molto probabilmente perché lo decise la natura. Sorpresa: le strutture del porto ne furono rafforzate. La lava aveva costruito un naturale scudo di difesa dal mare.

Piccoli, docili ma robusti (possono marciare fino a 10 ore al giorno) e resistenti al freddo (dormono all’aperto anche a -20°): i cavalli islandesi, che vengono allo stato brado nei pascoli dell’isola, appartengono a una razza ben distinta dalle altre d’Europa. Selezionati in Norvegia mille anni fa, furono portati in Islanda dai coloni vichinghi; da allora non hanno avuto più scambi genetici con i cugini del continente, elaborando così caratteristiche tutte particolari. Una delle più curiose riguarda le andature. Oltre alle solite tre (passo, trotto, galoppo), gli islandesi ne hanno altre due: l’ambio, che fa muovere insieme le due zampe sullo stesso lato; e il tolt, una sorta di galoppo danzato.

Inspiegabili le dimensioni di questi cavalli; di norma gli animali dei Paesi freddi sono più grandi dei parenti evoluti nei climi caldi perché ciò aiuta la ritenzione del calore. Si pensa quindi che in origine i Vichinghi selezionarono capi leggeri per trasportarli più facilmente via mare.

In Islanda ci sono 80 mila cavalli, 1 ogni 3 abitanti; per avere la stessa densità, in Italia ce ne dovrebbero essere più di 20 milioni (invece ne abbiamo 300 mila).

Dal 1982 i cavallini nordici sono allevati anche nel nostro Paese e usati in montagna; il primo cavallo islandese importato si chiamava Lordson, (“Figlio del Signore”). Fine.

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