La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 3

Da tutte le parti, dove la luna riusciva a penetrare attraverso gli alberi, vide delle silfidi minuscole e graziosissime che giocavano allegramente e non erano affatto turbate, perché sapevano che egli era buono e innocente, e solo ai cattivi non è concesso di veder le silfidi. Alcune di loro non erano più alte di un dito, con lunghi capelli biondi tenuti su da un pettine d’oro, e si dondolavano a due a due sulle grandi gocce di rugiada cadute sui petali e sull’erba alta: a volte una goccia cascava giù, ed esse ruzzolavano tra i lunghi steli d’erba, provocando grandi risate e gran chiasso da parte delle altre creaturine fatate. C’era da divertirsi un mondo! Esse cantavano, e Giovanni riconobbe benissimo tutte le belle canzoncine che aveva imparato da piccolo. Grandi ragni variopinti, con la corona d’argento in testa, dovevano tessere da una siepe all’altra dei lunghi ponti sospesi e dei palazzi, che la delicata rugiada cadutavi sopra faceva brillare al chiaro di luna come fossero vetro. E fu così sino al sorgere del sole. Le piccole silfidi si rimpiattarono allora nei boccioli dei fiori, e il vento portò via ponti e castelli che svolazzarono nell’aria come grandi ragnatele.

Giovanni era appena uscito dal bosco, quando una forte voce maschie gli gridò dietro: – Ehi, amico, dove te ne vai?

  • Per il mondo, – rispose Giovanni, – non ho né padre né madre, sono un povero ragazzo, ma il Signore vorrà pure aiutarmi!
  • Vado per il mondo anch’io! – esclamò lo straniero. – Vogliamo farci compagnia?
  • Volentieri, – rispose Giovanni, e così proseguirono insieme.

Si affezionarono ben presto l’uno all’altro perché erano buoni tutti e due. Ma il forestiero era molto più svelto di Giovanni, questi se ne accorse subito: aveva viaggiato quasi per tutto il mondo e sapeva raccontare di tutto quel che c’è da vedere.

Il sole era già alto quando i due sedettero sotto un grande albero per fare colazione, e in quel momento arrivò una vecchia. Di anni certo ne aveva molti e camminava tutta curva, appoggiata a una stampella, e sulle spalle aveva un fastello di legna secca che aveva raccolto nel bosco. Dal suo grembiule rimboccato alla cintura uscivano, Giovanni lo vide bene, tre grosse verghe intrecciate di felce e di salice. Era già vicinissima a loro quando le scivolò un piede e cadde lanciando un forte grido: si era rotto una gamba, povera vecchia!

Giovanni voleva portarla subito a casa, dove abitava, ma il forestiero aprì il suo sacco da viaggio, ne tolse un barattolo e disse che dentro c’era un unguento che avrebbe subito reso la gamba sana e robusta, così la vecchia avrebbe potuto andarsene a casa da sola, come non gli si fosse mai rotto niente. In cambio però lei avrebbe dovuto dargli le tre verghe che teneva nel grembiule.

  • Come prezzo non c’è male davvero – disse la vecchia facendo strani cenni col capo: non era molto contenta di dover cedere le sue verghe, ma non era neppure piacevole starsene lì distesa con la gamba rotta. Perciò gli diede le verghe, e non appena egli ebbe strofinata la gamba con l’unguento, si rialzò e riprese a camminare, molto più veloce di prima. Ecco che cosa poteva fare quell’unguento! Ma era anche roba che in farmacia non si trova!
  • Che cosa vuoi fartene delle verghe? – chiese Giovanni al compagno.
  • Sono tre bei bastoni di scopa, e son proprio quelli che fanno per me, che sono un tipo strano. Continua domani – 3.
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