La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 6

Proprio in quel momento la fanciulla entrò cavalcando insieme alle sue damigelle nella corte del castello, e così andarono a salutarla. Era veramente graziosa, e quando porse la mano a Giovanni, egli sentì di amarla ancora più di prima. Era impossibile che fosse una strega cattiva e maligna come tutti dicevano. Salirono poi nel salone, e i paggetti offrirono loro marmellata e panpepato, ma il vecchio re era così triste che non poté mangiar nulla, e poi il panpepato era troppo duro per lui.

Fu deciso allora che la mattina dopo Giovanni sarebbe tornato al castello, e tutti i giudici e l’intero consiglio si sarebbero riuniti per sentire come se la cavava con gli indovinelli. Se gli fosse andata bene, sarebbe dovuto ritornare altre due volte, ma sino allora nessuno aveva indovinato, nemmeno la prima volta, e tutti avevano dovuto morire.

Giovanni non era affatto preoccupato per come gli sarebbe andata a finire, anzi era contento, pensava solo alla bella principessa ed era sicurissimo che il buon Dio lo avrebbe aiutato: in che modo non lo sapeva, né voleva pensarci; fece tutta la strada a passo di danza, e così tornò alla locanda dove lo stava aspettando il suo compagno di viaggio.

Giovanni non smetteva mai di raccontare come era stata gentile con lui la principessa e come era bella: non vedeva l’ora che venisse il giorno dopo, per andare su al castello e tentare la sorte indovinando.

Ma il compagno scrollò la testa, molto addolorato. – Ti voglio tanto bene, – esclamò, – saremmo potuti stare ancora parecchio tempo insieme; e ora invece devo già perderti! Povero, caro Giovanni! Vorrei piangere, ma non voglio turbare la tua gioia stasera, l’ultima sera, forse, che passiamo insieme. E’ meglio stare allegri e darci alla pazza gioia; domani, quando te ne sarai andato via, potrò sfogarmi a piangere!

Per tutta la città intanto si era sparsa la voce che era arrivato un nuovo pretendente della principessa, e regnava dovunque una grande tristezza. Il teatro venne chiuso, le venditrici ambulanti di dolci legarono dei nastri di crespo nero intorno ai loro maialini di zucchero, e il re e i preti si gettarono ginocchioni in chiesa, tutti disperati, perché a Giovanni non sarebbe certamente andata meglio che a tutti gli altri pretendenti.

A tarda sera il compagno di Giovanni preparò un bel ponce e disse che dovevano darsi all’allegria e brindare alla salute della principessa. Dopo aver bevuto due soli bicchieri però Giovanni sentì un tal sonno che gli fu impossibile tenere gli occhi aperti e cadde addormentato. L’amico lo sollevò dolcemente dalla seggiola e lo posò sul letto; a notte alta poi, quando fu tutto buio, prese le due grandi ali che aveva tagliato al cigno, se le legò saldamente sulle spalle, si ficcò in tasca la più grossa delle verghe che aveva avuto dalla vecchia che era caduta e che si era rotto una gamba spalancò la finestra e volò attraverso la città sino al castello, e lì si nascose in una nicchia, proprio sotto la finestra della camera da letto della principessa.

In tutta la città regnava un gran silenzio, e quando l’orologio segnò le undici e tre quarti la finestra si spalancò, e la principessa traversò a volo la città, con un gran mantello bianco e delle lunghe ali nere, diretta verso una grande montagna, ma il compagno di Giovanni, resosi invisibile per non farsi vedere da lei, le volò dietro, assestandole una tal gragnuola di colpi con la verga da far sprizzare il sangue dove picchiava. Che volo fu quello per l’aria, col vento che lo gonfiava il mantello da ogni lato, come una grande vela, e la luna che lo attraversava con i suoi raggi!

  • Come grandina! Come grandina! – si lamentava la principessa a ogni colpo di verga che riceveva: le stava proprio bene.

Arrivata in cima alla montagna bussò. Si sentì come il fragore del tuono, la montagna si aperse, e la principessa entrò, seguita dal compagno di Giovanni, senza che nessuno potesse impedirglielo, dato che era invisibile. Percorsero così un lungo e ampio corridoio, le cui pareti brillavano stranamente: erano più di mille ragni lucenti che correvano su e giù, brillando come il fuoco. Arrivarono poi in un salone d’oro e d’argento: dei fiori rossi e blu, grandi come girasoli, lucevano alle pareti, ma nessuno poteva coglierli, perché i gambi erano degli orribili serpenti velenosi, e i fiori stessi non erano altro che il fuoco che usciva loro dalle fauci. Il soffitto era tutto pieno di lucciole rilucenti e di pipistrelli azzurri che sbattevano le ali sottili. Che strano spettacolo! In mezzo alla sala c’era un trono sostenuto da quattro carcasse di cavallo, coi finimenti formati da ragni fiammanti; il trono poi era di un vetro bianco come il latte, e i cuscini per sedercisi sopra erano dei topolini neri che si mordevano la coda uno con l’altro. Al di sopra si alzava un baldacchino di ragnatele rosa, guarnite di graziosi moscerini verdi che brillavano come pietre preziose. Sul trono stava seduto un vecchio troll, con una corona sull’orrida testa e uno scettro in mano. Questi baciò in fronte la principessa, se la fece sedere al fianco sul trono prezioso e poi cominciò la musica. Delle grandi cavallette nere si misero a suonare lo scacciapensieri, e il gufo, in mancanza di tamburo, si batté il ventre. Era un concerto ben strano. Dei minuscoli folletti, con un fuoco fatuo sul berretto, danzavano in tondo nel salone. Nessuno poteva vedere il compagno di Giovanni che, messosi dietro al trono, sentiva tutto. Entrarono poi i cortigiani, belli e distintissimi, ma a guardar bene non era difficile capire di che cosa si trattava. Non erano che dei manici di scopa con sopra una testa di cavolo, cui il troll, con arti magiche, aveva infuso la vita e dato abiti ricamati. Ma tanto era lo stesso servivano solo per bellezza.

Dopo aver ballato un po’, la principessa raccontò al troll che era venuto un altro pretendente, e gli chiese perciò a che cosa doveva pensare il giorno dopo, quando fosse venuto su al castello.

  • Sta a sentire quel che ti dico! – rispose il troll. – Devi pensare a qualcosa di molto facile, così non potrà immaginarselo. Pensa semplicemente a una delle tue scarpe: non indovinerà davvero! Allora fagli tagliar la testa, ma domani notte, quando tornerai da me, non ti dimenticare di portarmi i suoi occhi, perché me li voglio mangiare.

La principessa fece un profondo inchino e promise di non dimenticarsi degli occhi. Allora il troll aprì di nuovo la montagna, e la principessa volò verso casa, ma il compagno di Giovanni la seguì, dandole tante e poi tante vergate, che essa sospirava profondamente per quella gragnuola di grandine, e si affrettò il più possibile a raggiungere la sua camera da letto, attraverso la finestra. Il compagno di Giovanni invece tornò a volo nella locanda dove il suo amico dormiva ancora, si tolse le ali e si coricò sul suo letto: aveva tutte le ragioni di esser stanco! Continua domani – 6

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