La favola del giorno

Il compagno di viaggio – 7

Giovanni si svegliò nelle prime ore del mattino; anche il suo compagno si alzò presto e gli raccontò di aver fatto nella notte un sogno molto strano, con la principessa e una sua scarpa, e lo pregò perciò con insistenza di chiedere alla principessa se per caso non aveva pensato proprio a una scarpa. Era quello che aveva sentito dal troll che stava dentro la montagna, ma non voleva dirlo a Giovanni, e lo pregò solo di farle questa domanda.

  • Per me chiedere una cosa o l’altra è proprio lo stesso, – rispose Giovanni. – Può anche darsi che il tuo sogno sia giusto, perché io son sempre convinto che il Signore mi aiuterà! Ora però voglio dirti addio, perché se sbaglio a indovinare, non ti vedrò mai più.

Così si baciarono, e Giovanni andò in città e salì al castello. Il salone era tutto pieno di gente, e i giudici stavano seduti nei loro scanni con dei cuscini di piuma dietro la testa: avevano tante cose a cui pensare! Il vecchio re si alzò asciugandosi gli occhi con un fazzoletto bianco. Entrò poi la principessa, ancor più bella del giorno prima e salutò tutti con molta grazia, ma a Giovanni dette la mano dicendo: – Ciao!

Giovanni doveva dunque indovinare quello che lei aveva pensato. Dio mio, come lo guardava amabilmente! Non appena però sentì pronunciare la parola “scarpa”, divenne terrea in volto e fu scossa da un tremito per tutto il corpo; ma ormai non c’era niente da fare, tanto lui aveva indovinato.

Caspita, come fu contento il vecchio re! Fece una capriola magistrale, e tutti batterono le mani a lui e a Giovanni che aveva superato la prima prova.

Quando sentì la buona notizia, il compagno non stette più in sé dalla gioia, ma Giovanni congiunse le mani e ringraziò il buon Dio che lo avrebbe certamente aiutato anche le altre volte.

L’indomani doveva aver luogo una seconda prova.

La sera passò come quella precedente. Mentre Giovanni dormiva, il suo compagno seguì in volo la principessa sino alla montagna, e gliene dette ancor di più della prima volta perché aveva con se due verghe: nessuno lo vide, ma egli sentì tutto. La principessa avrebbe dovuto pensare al suo guanto, e lui lo ripeté poi all’amico, come se si fosse trattato di un sogno. Così Giovanni indovinò giusto anche questa volta, e in tutto in castello regnò una grande allegria. Tutta la corte si mise a far capriole, come aveva visto fare al re la prima volta, mentre la principessa, sdraiata sul sofà, non voleva dire neppure una parola. Tutto dipendeva ormai dalla terza prova. Se gli fosse andata bene, Giovanni avrebbe avuto la bella principessa, e alla morte del vecchio re avrebbe ereditato tutto il regno, ma se si fosse sbagliato, avrebbe perso la vita, e il troll avrebbe mangiato i suoi begli occhi azzurri.

La sera Giovanni andò a letto presto, disse le sue preghiere e si addormentò tranquillamente, ma il suo compagno si fissò le ali sulle spalle, si cinse la spada al fianco e, prese tutte e tre le verghe, volò sino al castello.

Era una notte nera come il carbone; la tempesta era così forte che strappava le tegole dalle case, e nel giardino gli alberi, con gli scheletri appesi, oscillavano al vento come giunchi. Tuoni e fulmini si alternarono senza interruzione tutta la notte, tanto che si sentiva un unico lungo boato. La finestra si spalancò, e la principessa spiccò il volo: era pallida come la morte, ma si rideva del cattivo tempo; per lei, peggio era e più era contenta, e il suo mantello bianco ondeggiava al vento come un’ampia vela. Il compagno di Giovanni però la batté così forte con le sue tre verghe che il sangue colò fino a terra, e alla fine lei non aveva quasi più la forza di volare. Finalmente, giunse alla montagna. Continua e finisce domani.

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