La favola del giorno

Pollicino – 3

L’orco aveva sette figliole, che erano ancora bambine. Queste piccole orchesse avevano tutte una bellissima carnagione, perché, come il padre, si nutrivano di carne viva; ma avevano certi occhietti grigi e rotondi, il naso a becco e la bocca larga larga con lunghi denti molto aguzzi e distanti uno dall’altro. Non erano ancora molto cattive, ma già promettevano bene perché mordevano i bambini per succhiarne il sangue.

Le avevano mandate a dormire di buon’ora e se ne stavano tutt’e sette in un grande letto, ciascuna con la sua brava coroncina d’oro sul capo. Nella stessa camera c’era un altro letto della medesima grandezza: fu in questo letto che la moglie dell’Orco mise a dormire i sette ragazzini; quindi andò a coricarsi accanto a suo marito.

Pollicino, che aveva notato come le figlie dell’Orco avessero sul capo delle corone d’oro e temeva che l’Orco si pentisse di non averli sgozzati quella sera stessa, si alzò verso la mezzanotte, e, prese il suo berretto e quello dei fratelli, andò pian piano a metterli in testa alle sette figlie dell’Orco, dopo aver loro tolto le coroncine d’oro, che mise sul suo capo e su quello dei fratelli, affinché l’Orco li scambiasse per le proprie figlie e scambiasse le figlie per i ragazzi che voleva sgozzare. Le cose andarono proprio così: l’Orco infatti, dopo essersi svegliato, si pentì di aver rimandato al dì seguente quel che poteva fare subito; e perciò saltò giù improvvisamente dal letto, ed afferrando il coltellaccio:

  • Andiamo un po’ a vedere, – disse, – come stanno quelle canaglie, e facciamola finita una volta per tutte.

Salì a tentoni nella camera delle bambine, e si avvicinò al letto dove erano i nostri maschietti, i quali dormivano tutti, tranne Pollicino che credette di morire dalla paura, quando sentì la mano dell’Orco che gli tastava la testa, come già aveva tastato quella degli altri fratelli. L’Orco, sentendo le coroncine d’oro:

“Davvero davvero; – si disse, – stavo per farne una bella! Si vede proprio che ho bevuto troppo, iersera!”

Andò poi verso il letto delle sue figliole, e avendo sentito sotto le dita i berretti dei ragazzi:

  • Eccoli qui! – disse, – questi monellacci! Su, facciamo una rcosa svelta.

Nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliole. Poi, soddisfatto dell’impresa, tornò a coricarsi accanto alla moglie. Non appena Pollicino sentì russare l’Orco, svegliò subito i fratelli, disse loro di vestirsi in fretta e di seguirlo. Scesero pian piano giù in giardino e scavalcarono il muro di cinta. Corsero quasi tutta la notte, sempre tremando e senza sapere dove andavano.

Quando l’Orco si svegliò disse alla moglie:

  • Va’ un po’ a sistemare quei monelli di iersera.

L’Orchessa fu assai meravigliata della bontà di suo marito pensando che con quelle parole lui volesse dire che doveva vestirli e non cucinarli! Salì su, ove rimase di sasso quando scorse le sue sette figliole sgozzate e immerse nel loro stesso sangue.

Per prima cosa svenne (giacché questo è il primo espediente al quale quasi ogni donna ricorre in circostanze del genere). L’Orco, temendo che la moglie mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì su anche lui per darle una mano e non fu meno sconcertato di lei al vedere l’orribile spettacolo.

  • Ah! che ho mai fatto? – gridò. – Ma me la pagheranno, quei disgraziati, e immediatamente!

Senza perdere tempo, gettò una brocca d’acqua sul naso della moglie e dopo averla fatta tornare in sé:

  • Dammi i miei stivali delle sette leghe, – le disse, – affinché corra ad acchiapparli.

Si mise in viaggio, e dopo aver corso qua e là egli imboccò finalmente la strada che avevano preso i nostri poveri bambini, i quali ormai non erano che a cento passi dalla casa paterna. Videro l’Orco che passava da una montagna all’altra e attraversava i fiumi con la stessa facilità che se fossero stati dei rigagnoli. Pollicino, poco distante, scorse una roccia incavata, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si ficcò per ultimo, continuando a spiare quel che l’Orco avrebbe fatto. L’Orco che cominciava a sentirsi molto stanco per la molta strada inutilmente percorsa (giacché gli stivali delle sette leghe sono molto stancanti per chi li porta) volle riposarsi e, così per caso, andò a sedersi proprio sulla roccia dove i ragazzi si erano nascosti.

Non potendone più dalla stanchezza, dopo un poco che si fu seduto, si addormentò e cominciò a russare così fragorosamente che i poveri fanciulli non furono meno impauriti di quando lui aveva afferrato il coltellaccio per tagliargli la gola. Pollicino fu quello che ebbe meno paura e disse ai suoi fratelli di scappare verso casa a gambe levate approfittando del fatto che l’Orco dormiva così forte e di non stare in pensiero per lui. Essi ubbidirono al suo consiglio e in pochi minuti arrivarono a casa.

Pollicino, dopo essersi avvicinato all’Orco, piano piano gli sfilò gli stivali dai piedi e se li mise immediatamente. Gli stivali erano molto lunghi e molto larghi, ma essendo fatati, avevano il dono di ingrandirsi o impiccolirsi a seconda del piede che li calzava; e così gli andarono a pennello come se fossero stati fatti apposta per lui.

Andò difilato alla casa dell’Orco, ove trovò la moglie di lui che piangeva accanto ai corpi delle figlie sgozzate.

  • Vostro marito, – le disse Pollicino, – si trova in grande pericolo, giacché è stato preso da una banda di ladri i quali hanno giurato d’ammazzarlo se lui non dà tutto l’oro e l’argento che possiede. Proprio nel momento in cui gli stavano appoggiando il pugnale sulla gola lui mi ha visto e mi ha pregato di venire ad avvertirvi delle misere condizioni in cui si trova, e di dirvi di consegnare a me tutto il valsente che ha in casa, senza tenervi nulla, perché se no lo ammazzeranno senza misericordia. Siccome la cosa è molto urgente, egli ha voluto che calzassi i suoi stivali delle sette leghe, come vedete, perché io vada più in fretta e anche perché voi non crediate ch’io sia un imbroglione.

La brava donna, piena di spavento, gli consegnò immediatamente tutto quello che aveva, giacché quest’orco, in fin dei conti, era per lei un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini. Pollicino, carico di tutte le ricchezze dell’Orco, tornò a casa di suo padre, ove fu accolto con grandissima allegria.

Molte persone non sono d’accordo su quest’ultimo episodio: esse pretendono che Pollicino non abbia mai commesso tale furto ai danni dell’Orco, e che, se si arrischiò a rubargli gli stivali delle sette leghe, fu soltanto perché l’Orco se ne serviva per correre dietro ai bambini. Le stesse persone dicono di sapere queste cose da fonte sicura e perfino per essersi trovate a bere e a mangiare nella capanna stessa del taglialegna.

Assicurano dunque che, quando Pollicino ebbe calzato gli stivali delle sette leghe, egli se ne andò alla Corte, ove sapeva che si era assai in pensiero per un esercito che stava combattendo a duecento leghe di lì, e in grande ansia per l’esito di tale battaglia. Egli andò, così dicono, a parlare col Re e a proporgli che, se lui voleva, poteva portargli notizie di quell’esercito, prima che finisse la giornata. Il Re gli promise una grossa somma di denaro se lui vi riusciva: la sera stessa, il nostro pollicino tornò con le notizie; fattosi conoscere con questa sua prima commissione, egli poté guadagnare tutto ciò che voleva; il Re difatti lo pagava profumatamente perché portasse i suoi ordini al fronte, e un infinità di belle dame gli davano tutto quel che chiedeva pur di ricevere notizie dei loro innamorati; anzi, fu proprio questo il suo maggior guadagno.

Veramente, si dava anche che alcune mogli lo incaricassero di lettere per i mariti, ma poi lo pagavano così male e il profitto di queste spedizioni era così insignificante che lui non si degnava neppure di segnare nel suo libro degli utili le entrate pervenutegli a questo titolo.

Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere di corriere ed aver messo insieme una bella fortuna, egli fece ritorno da suo padre, ove non è possibile immaginare la gioia che si provò nel rivederlo.

Diede l’agiatezza a tutta la sua famiglia; ottenne per il padre e per i fratelli delle cariche create apposta per loro; li sistemò per bene tutti quanti e lui, dal canto suo, continuò a far l’uomo di corte.

Morale

Non c’è da amareggiarsi di aver figlioli molti,

Quando sian tutti belli e ben fatti e splendenti

Di salute nei volti.

Ma se l’un di essi è debole, si cela anche ai parenti

L’esistenza del misero, lo si sprezza e deride.

E tuttavia qualche volta si vide

Essere alla fin fine quel reietto

Da tutta la famiglia benedetto.

Fine.

Fiabe francesi della corte del Re Sole e del secolo XVIII

2 risposte a "La favola del giorno"

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