Hawai’i – 2

l’occhio infuocato al centro del cratere del Kilauea

Il canto hawaiiano, la pura voce del Pacifico, è uno dei suoni più emozionanti e più evocativi che esistano al mondo: è in parte preghiera e in parte enunciazione drammatica.

Ai canti cerimoniali si aggiunge la benedizione dal Kùpuma del luogo. Kùpuma è una straordinaria parola che può indicare sia un anziano sia un antenato. Tradotta, significa colui che emerge dalla fonte: la fonte della conoscenza tradizionale.

La canoa per gli hawaiiani è il simbolo della famiglia. Bisogna condividere tutto: storia, valori, cultura, kuleana (responsabilità), kokua (aiuto reciproco). Nelle lunghe traversate la canoa diventa la loro isola. Devono imparare a vivere e a lavorare insieme in armonia perché è un esperienza che rimarrà anche nella vita sulla terraferma.

Molti turisti alle Hawai’i vedono soltanto le spiagge di Waikiki o di Maui, le superficiali attrazioni dell’industria turistica che regge l’economia dello Stato: l’hula in versione sexy, le gite in barca con annessa bevuta, i chiassosi lu’au (banchetti). Tutte invenzioni dei pubblicitari, o di chi vuole vendere alle masse le Hawai’i.

Certo il turista potrà vedere l’hula, anche nella versione autentica, non edulcorata ad uso e consumo dei forestieri. Con un po’ di fortuna, potrà persino ascoltare il suono della lingua hawaiiana, sorprendendo due persone del posto in una conversazione: una lingua affine ai maori e al tahitiano, parte della grande famiglia degli idiomi polinesiani. Gli capiterà di scorgere, dalla riva, la sagoma fugace di una canoa hawaiiana che solca il mare col suo doppio scafo e la caratteristica vela a chela di granchio. E senza dubbio vedrà l’he’emalu cioè il surf, che gli hawaiiani praticano da secoli.

Agli occhi del visitatore, poi, non può sfuggire l’ondata di attivismo politico, quasi inspiegabile, attraverso cui si esprimono richieste di potere e di autonomia ai più vari livelli: si organizzano manifestazioni, s’inalberano cartelli di protesta, si consumano dissensi intestini, si scagliano invettive contro una quantità di personaggi: dal cpitano Cook al governatore in carica.

Al turista potrà forse sfuggire il fatto che nella società hawaiiana tradizionale non si fa mai visita ad altri senza preavviso o a mani vuote: senza un pù’olo, un dono. Se non si ha una referenza, cioè qualcuno che garantisce, si viene liquidato come ni’ele, ficcanaso, e perciò ignorato. Il cuore di questa cultura non è la musica né il divertimento: è invece una intensa solennità e l’appello all’olimpo degli dei attraverso complesse cerimonie di canti e preghiere. Così gli hawaiiani affermano e rafforzano il legame che li unisce in modo indissolubile alla loro terra.

Essere veramente hawaiiani significa anche tramandare la lingua e le arti tradizionali, fra cui la pesca, la navigazione, il surf, la coltivazione del taro: conoscenze trasmesse nel tempo da un kumu, un insegnante. E’ molto difficile pensare a un’altra cultura in cui il rapporto tra insegnanti e allievi abbia un ruolo così centrale, il culto del rispetto sia tanto rigoroso, e, in definitiva, la spiritualità sia altrettanto profonda.

Negli anni settanta del secolo scorso, vi fu l’inizio del rinascimento culturale hawaiiano che fu evidenziato da almeno quattro episodi: il recupero dell’isola di Kaho’olawe, la rinascita della navigazione a vela tradizionale, la Battaglia delle ossa e il revival della tradizione hula. Con l’hula, poi, rinacque anche l’interesse per la lingua hawaiiana.

In realtà la trasformazione era in corso da tempo. Nel 1959 c’erano molti dubbi sulla promozione delle Hawai’i a Stato dell’Unione, perché si temeva un ulteriore rafforzamento del predominio culturale e politico del continente: una sorta di replica del 1893, quando gli Usa, spinti da poderosi interessi economici, avevano rovesciato la monarchia hawaiiana. Continua – 2

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