Viaggiare – Hawai’i – 4

nella cultura hawaiiana, il più bell’omaggio che si possa rendere al prossimo è comporre o cantare un canto in suo onore.

Quanto alla Hula per tutti gli hawaiiani questa danza è stata fonte di ispirazione e di recupero dell’identità. Non è difficile capire perché. Attraverso il gesto, il movimento, la musica che l’accompagna, il ritmo delle percussioni (zucche svuotate colpite con il palmo della mano), l’hula può essere, di volta in volta, un racconto, una festa in omaggio al tramonto o a un personaggio importante; oppure, ancora, una successione di gesti d’affetto. Può essere eseguita da una sola persona o da un intero halau, un gruppo di uomini che cantano e battono i piedi, o di donne che si muovono sinuose. Nella sua forma classica è uno spettacolo e, allo stesso tempo, un modo formale di accogliere gli ospiti, e di celebrare eventi e luoghi.

Attraverso l’hula si può apprendere la lingua, ma anche la storia, la genealogia, la spiritualità delle Hawai’i. E soprattutto al danzatore insegna a comprendere l’identità hawaiiana e dunque insegna il rispetto per la cultura.

Il re Kalakakua, che governò dal 1874 al 1891 era chiamato Merrie Monarch (l’allegro monarca) per il suo stile di vita esuberante e la sua passione per lo champagne, la musica, e, appunto ‘hula.

Il kahiko è la forma più antica di hula e racconta la storia delle Hawai’i: è storia orale. La tradizione è sopravvissuta all’ostracismo dei missionari perché nelle campagne si continuava a praticarla, a differenza delle città. Oggi il kahiko viene eseguito con passione da gruppi di 20 o 30 giovani di entrambi i sessi, mentre la auana, la forma moderna di hula, ha musiche più melodiche e movenze più sensuali.

Tutti i tentativi di cancellare l’hula, però, l’hanno resa solo più forte. Come nel 1964, quando fu al centro della prima battaglia culturale di Gladys Brandt, all’epoca preside della sezione femminile della Kamehameha School, la più grande e importante scuola privata per havaiiani .

Fondata nel 1887, la scuola si propone di dare accesso solo a bambini di etnia hawaiiana. Una regola della scuola vietava alle ragazze di danzare l’hula stando in piedi. Stavano sedute ed usavano le mani. Quando la signora Gladys Brandt permise loro di alzarsi, le fu detto che il consiglio di amministrazione della scuola avrebbe dovuto esprimersi su questo cambiamento mentre uno dei consiglieri ebbe da ridire: “donna”, esclamò, “quando ti abbiamo assunta non pensavamo di portarci in casa qualcuno che avrebbe promosso l’indecenza”. Ma zia Glayds, così la chiamavano, tenne duro, e quando le ragazze danzarono l’hula in piedi, ottenne un trionfo personale: aveva assolto in pieno il suo compito di kapuma.

Se la cultura hawaiiana esiste ancora, nonostante subisca da quasi tre secoli la pesante concorrenza delle culture importate dagli immigrati (cinesi, filippini, giapponesi e, naturalmente statunitensi), è merito di persone come Gladys Brandt. “Mi sembra che gli hawaiiani fossero considerati poco più che spazzatura”, ricorda zia Gladys. “Sentivo che un’intera società era al di fuori della mia portata, e che per me tante porte erano sbarrate. Ma quando sono diventata preside ho smesso di pensare che gli hawaiiani fossero spazzatura”. Oltre alle sue innovazioni nel campo dell’hula, nella sua scuola zia Gladys ha incoraggiato lo studio della musica e di altri aspetti della cultura hawaiiana. Continua – 4.

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