La favola del giorno

La sirenetta – 6

  • La pulizia non fa mai male! – disse, e agguantò un groviglio di bisce per strofinare la caldaia; poi si scalfì il petto per far gocciolare del nero sangue; il vapore saliva prendendo le forme più strane, che facevano rabbrividire di spavento. Senza tregua la strega aggiungeva nuovi ingredienti, e quando la caldaia cominciò a bollire, sembrò di udire gemiti di coccodrilli. Infine il filtro fu pronto; era diventato trasparente come acqua purissima.
  • Eccoti servita! – disse la strega, e recise la lingua alla piccola sirena, che ormai era muta; non poteva né parlare né cantare.
  • Se per caso i miei polipi volessero afferrarti quando passerai attraverso il bosco, – disse la strega, – getta loro addosso una sola goccia della bevanda, e le loro braccia e le dita salteranno in mille pezzi!

Ma non fu necessario: quando videro il liquido scintillante nelle sue mani come una stella luminosa, i polipi si ritrassero al suo passare ed essa attraversò in fretta il bosco, la palude e i vortici dell’oceano.

Scorse il castello di suo padre, le luci erano spente nell’ampia sala da ballo; certo dormivano tutti quanti, ma ella non ebbe coraggio di entrare, adesso che era muta e doveva abbandonarli per sempre. Si sentiva il cuore spezzato dal dolore. Scivolò furtivamente nel giardino, colse un fiore dai giardinetti delle sorelline, gettò mille baci con le dita verso il castello e salì su per il mare tenebroso.

Non era ancora sorto il sole quando scorse il castello del principe; nel dolce chiaro di luna si avvicinò alla magnifica scalinata di marmo. La piccola sirena bevve l’aspro filtro, e fu come se una spada a due lame le trafiggesse il fragile corpo; svenne e rimase lì come morta. Quando il sole spuntò sul mare, ella si svegliò e provò un dolore acuto, ma proprio innanzi a lei stava il giovane, bellissimo principe, che la fissava coi magnifici occhi neri così che ella dovette abbassare i suoi. Allora vide che la coda di pesce era scomparsa e che ella possedeva due piccole gambe bianche, tanto graziose, quali nessuna fanciulla poteva vantare; ma era tutta nuda, perciò si avvolse nella sua lunga chioma. Il principe domandò chi fosse, e come mai fosse arrivata lì, ed ella lo guardò dolcemente ma con tanta tristezza negli occhi azzurri; parlare, non poteva. Allora egli la prese per mano e la condusse nel castello. A ogni passo le sembrava, come del resto aveva detto la strega, di passare sopra punte acuminate e coltelli affilati, ma sopportava volentieri il dolore; condotta per mano dal principe, salì le scale lieve come una piuma e tutti ammirarono la soavità della sua andatura.

Ebbe vestiti bellissimi di mussola e seta, era la più bella del castello, però era muta, non poteva né cantare né parlare; ancelle graziose, con abiti di seta e d’oro, cantarono davanti al principe e alla famiglia reale; ce ne fu una che cantò meglio di tutte le altre e il principe applaudì sorridendole; allora la piccola sirena si sentì tanto triste; sapeva che avrebbe potuto cantare assai meglio! E pensava “Ah! se egli sapesse che per stare vicino a lui ho sacrificato la mia bella voce per sempre!”

Poi le ancelle eseguirono danze incantevoli al suono di soavi musiche, e allora anche la piccola sirena aprì le piccole braccia graziose, si sollevò in punta di piedi e volteggiò lievissima per la sala; nessuna fanciulla aveva mai ballato come lei; ogni sua mossa non faceva che dare maggior risalto alla sua bellezza, i suoi occhi parlavano al cuore meglio del canto delle ancelle.

Tutti erano incantati, specialmente il principe, che la chiamava la sua piccola trovatella; ed essa continuava a danzare, anche se, ogni volta che toccava il suolo col piede, fosse per lei come andare su coltelli affilati. Il principe disse che doveva restare per sempre con lui, ed ella ebbe il permesso di dormire fuori della porta della sua stanza, su un cuscino di velluto.

Il principe le fece fare un costume d’amazzone perché potesse accompagnarlo nelle passeggiate a cavallo. Cavalcavano in mezzo a boschi odorosi, dove rami verdi le sfioravano leggermente le spalle e gli uccellini cantavano tra le foglie fresche. Si arrampicò insieme al principe sulle alte montagne, e benché i suoi fragili piedini sanguinassero al punto che anche gli altri se ne accorgevano, pure essa faceva finta di niente, e lo seguiva fin su dove potevan vedere dall’alto le nuvole fluttuare sotto di loro, simili a stormi di uccelli diretti verso paesi lontani.

Quando tutti dormivano nel castello del principe, essa usciva sulla scalinata di marmo a ristorare i piedi doloranti nella fresca acqua del mare, e pensava ai suoi cari giù nel fondo.

Una notte vide le sue sorelle che si tenevano per mano e cantavano tristemente, nuotando sulle onde; essa le salutò con la mano, loro la riconobbero e le dissero quale profondo dolore aveva dato a tutta la famiglia. Da allora, ogni notte vennero a farle visita, e una volta, lontana lontana, scorse anche la vecchia nonna che da tanti anni non saliva sul mare, vide anche il re del mare con la corona in testa; tutti e due tendevano le braccia verso di lei, ma non osavano avvicinarsi alla terra come le sue sorelle.

Ogni giorno che passava il principe le voleva più bene; l’amava come si può amare una cara fanciulla, ma a farla sua regina non pensava davvero; eppure essa doveva diventare sua moglie, altrimenti non avrebbe acquistato un’anima immortale; e se lui avesse sposato un’altra, il giorno successivo alle nozze la piccola sirena sarebbe diventata schiuma sul mare.

  • Non vuoi più bene a me che a tutti gli altri? – sembravano chiedere gli occhi della piccola sirena, quando egli la prendeva tra le braccia e la baciava sulla fronte.
  • Certo, tu mi sei più cara di tutti, – rispondeva il principe, – perché nessuno ha il cuore buono come te e nessuno mi è devoto come lo sei tu; e poi tu mi ricordi una fanciulla che ho visto una volta, ma che probabilmente non potrò più ritrovare. Ero sopra una nave che affondò, le onde mi trascinarono a terra presso un grande tempio, alla cui custodia attendevano molte fanciulle; fu la più giovane che mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita; la vidi due volte; è la sola che io posso amare su questa terra, ma tu le somigli e quasi hai preso il suo posto nel mio cuore; essa appartiene al sacro tempio, e perciò la mia buona sorte ti ha mandato da me, e non ci separeremo mai più. Continua domani.

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