Monumenti di Napoli

Neapolis – Cenni di storia antica  – 10

L’età imperiale – 2

La tomba, interamente realizzata in opera cementizia con paramento in reticolato, è a pianta quadrata, sormontata da un tamburo cilindrico. Nella volta a botte della camera funeraria si aprono due bocche di lupo per l’illuminazione dell’interno. Le pareti presentano dieci nicchie destinate ad accogliere le urne cinerarie. La retrostante galleria stradale è lunga circa 700 metri. Due pozzi di luce obliqui miglioravano l’illuminazione e la ventilazione, peraltro assai cattive, come riferisce Seneca: “Dovetti provare tutte le esperienze degli atleti: dopo esserci unti come lottatori, nella Crypta neapolitana fummo costretti a cospargerci di polvere. Non vi è antro più lungo di quello, né più oscuro chiarore di fiaccole; esse infatti ci permettono non di vedere attraverso le tenebre, ma di osservare la tenebra stessa. Del resto, anche se in quel luogo ci fosse luce la toglierebbe la polvere, insopportabile e fastidiosa anche all’aperto, figurarsi in quella grotta, dove si avvolge continuamente su se stessa, e, poiché non c’è nessuno spiraglio dal quale possa uscire, ricade su coloro che l’hanno sollevata”. (In questo posto riposano anche le spoglie mortali di Giacomo Leopardi).

Il poeta Papinio Stazio, che nacque a Napoli, vissuto in età flavia, ricorda l’istruzione greca ricevuta e la scuola di giuristi e avvocati della città, oltre al clima, splendido in ogni stagione. Il poeta Silio Italico, contemporaneo, morì nella villa che possedeva a Napoli. Plinio il Giovane relativamente a questo episodio riferisce: “Egli amava la bellezza fino al punto di attirarsi addosso il biasimo per la sua smania di comperare. Possedeva molte ville nelle medesime località e con le nuove che via via acquistava, da lui particolarmente predilette, finiva col non darsi più pensiero delle precedenti. Ovunque teneva gran quantità di libri, di statue e di ritratti, che non si accontentava di possedere, ma che anzi venerava, soprattutto quelli di Virgilio, il cui giorno natale celebrava con maggiore religiosità del suo, specie a Napoli, dove amava recarsi alla sua tomba come ad un tempio”.

L’imperatore Settimio Severo, che risiedette a lungo in Campania, restaurò la rete viaria e, nel 202 d.C., la banchina portuale di Napoli. Continua domani.

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