Note sul Carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo

L’affermazione introduttiva al discorso di tutto il brano: “Le tombe (l’urne) dei forti, o Pindemonte, spingono (accendono) l’animo degli uomini forti ad imprese egregie, e rendono bella e santa agli occhi del forestiero (al peregrin) la terra che le accoglie”. Ippolito Pindemonte, veronese, visse dal 1753 al 1828, e di lui ancor oggi si ricorda la traduzione dell’Odissea: come poeta, non si solleva dalla mediocrità, per la mancanza di originalità e di fantasia.

Io è soggetto di gridai, undici versi più sotto. Il senso è questo: quando io vidi le tombe di Machiavelli, di Michelangelo e di Galileo, a Santa Croce, gridai: beata te Firenze ecc.

Niccolò Machiavelli, il grande pensatore politico e storiografo fiorentino vissuto dal 1469 al 1527, è qui ricordato come autore del Principe, ma il suo pensiero è interpretato erroneamente: infatti il Machiavelli nell’opera sua maggiore non volle rivelare alle genti quanti dolori e quante infamie si celassero dietro il fasto dello scettro (interpretazione errata che fu di molti studiosi e, specialmente, di Rousseau e degli Illuministi), ma volle più semplicemente ammaestrare i principi nell’arte del governo degli Stati.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) fu scultore, pittore, architetto, poeta fra i più grandi di ogni tempo. Qui è ricordato come ideatore della cupola di San Pietro, in Roma, la cui grandiosità è paragonabile a un monte.

Galileo Galilei (1564-1642), studioso genialissimo di geometria, di astronomia, di fisica, fu assertore della teoria copernicana, o eliocentrica, e perciò egli sotto la volta celeste (l’etereo padiglion) vide in movimento attorno al Sole, che fermo (immoto) li irradia, pianeti e satelliti (più mondi); le sue scoperte sgombrarono degli errori le vie del firmamento, per le quali più libero poté spaziare successivamente  il genio dell’Anglo, cioè di Isacco Newton (1642-1727), che per primo intuì la legge di gravità universale.

Te: Firenze.

lavacri: corsi d’acqua.

Lieta: quasi compiaciuta della benignità del tuo clima.

mille di fiori… incensi: mandato al cielo mille profumi (incensi) di fiori.

“tu, o Firenze, fosti la prima ad ascoltare la poesia di Dante (il Ghibellin fuggiasco), con la quale egli dette sfogo al suo animo esacerbato (allegrò l’ira)” Dante Alighieri (1265-1321) visse nel periodo delle lotte tra guelfi e ghibellini nel senso proprio della parola; egli in verità sosteneva che entrambi i poteri, quelli del papato (guelfo) e quello dell’impero (ghibellino), dovessero essere esercitati rispettivamente nel campo spirituale ed in quello temporale; fu, insomma, un “guelfo bianco”, come si disse ai suoi tempi, e con il suo pensiero mirava a conciliare le due opposte concezioni che dividevano il mondo di allora. Ma venne esiliato da Firenze, e il suo canto fu, secondo il Foscolo, uno sfogo alla sua ira. Che poi Firenze abbia ascoltato per prima il canto del suo grande figlio, che, cioè, Dante abbia cominciato a comporre la Divina Commedia mentre era ancora a Firenze, prima dell’esilio, è questione assai controversa, che trova sostenitori (pochi) ed oppositori (molti) accaniti.

“e tu, o Firenze, desti i genitori (parenti, alla latina) e la lingua a Francesco Petrarca, a quel dolce labbro della musa Calliope il quale seppe dare un significato spirituale e divino (rendea nel grembo a Venere Celeste) all’amore, che presso i Greci e i Romani era stato inteso in modo sensuale e pagano (nudo), adornandolo di un velo candidissimo di purezza”. Francesco Petrarca (1304-1374) fu figlio di fiorentini ma nacque ad Arezzo: amò una certa Laura, e per lei scrisse moltissime poesie, raccolte nel cosiddetto Canzoniere. Qui è detto dolce di Calliope labbro impropriamente, perché Calliope era la musa della poesia epica, ma il Foscolo, tenendo presente il significato greco del nome (= bella voce), la indica come protettrice della poesia in generale.

un tempio: Santa Croce, in Firenze.

mal vietate: mal difese.

Ecco l’utilità delle tombe degli uomini illustri: quando la speranza di gloria rifulgerà prima nei coraggiosi petti di pochi e poi, trascinatrice, in quelle di tutti gli italiani, trarremo da esse ispirazione e sprone a egregie cose.

a questi marmi: alle tombe di Santa Croce.

Vittorio: Alfieri (1749-1803), il grande astigiano, autore tra l’altro, di famosissime tragedie. Egli, in un’opera autobiografica, la Vita, a proposito di un viaggio a Firenze compiuto nel 1766, scrive “… arrivammo a Firenze in fin d’ottobre… Vi si fece soggiorno per un mese; e là pure, sforzato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea, senza nessun senso del bello, massime in pittura: gli occhi miei essendo molto ottusi ai colori… La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fermassero; e sulla memoria di quell’uomo di tanta fama feci una qualche riflessione: e sin da quel punto sentii fortemente che non riuscivano veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciato alcuna cosa stabile fatta da loro”. Ma qui il Foscolo allude al lungo soggiorno dell’Alfieri a Firenze, durante gli ultimi dieci anni circa della sua vita, quando spesso visitava Santa Croce.

Irato a’ patrii Numi: i Numi tutelari della patria, che tolleravano che l’Italia fosse serva e derisa.

desioso: con la speranza, cioè di trovare consensi al suo muto dolore e di intravvedere segni di riscossa dal torpore e dall’inettitudine in cui tutti versavano.

vivente aspetto: vivo segno di una qualsiasi attività negli uomini e nelle cose.

molcea: addolciva, leniva.

qui posava l’austero: quell’uomo austero si rifugiava qui, a Santa Croce.

il pallor della morte vicina, o, meglio il pallore determinato dalle sofferenze morali per le sventure della patria, e la speranza che quello stato di abbandono cessasse per il risveglio degli italiani.

fremono: il verbo è qui attivo, latinamente; diremmo meglio: e le sue ossa fremono di amor di patria.

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