Cenni sulla vita di Giovanni Berchet e un commento alla poesia Il Giuramento di Pontida

Giovanni Berchet, figlio di un commerciante, nacque nel 1783 a Milano, dove trascorse la sua giovinezza, compiendovi studi regolari ed impiegandosi nella pubblica amministrazione.

Nel 1816, scrivendo la Lettera semiseria di Grisostomo, dimostrò di avere aderito al nascente movimento romantico, e nel 1818 fu tra i fondatori del giornale “Conciliatore”.

Nel 1820 si affilò alla Carboneria e partecipò ai moti del 1821 in seguito ai quali fu costretto all’esilio e si spostò a Parigi, a Londra ed in Belgio.

Durante l’esilio scrisse la sua opera più famosa, I Profughi di Parga.

Rientrato in Italia nel 1845, partecipò ai moti del 1848 a Milano e, dopo il ritorno degli Austriaci, si recò in Piemonte e fu deputato di estrema destra nel parlamento subalpino.

Molto note per l’amor patrio che le anima sono le Romanze e le Fantasie. Morì a Torino nel 1851.

Commento alla poesia.

Uno degli aspetti del Romanticismo italiano è la rievocazione della storia passata, del Medioevo, in funzione non solo rievocativa, ma di esortazione all’amor patrio e al senso della nazione. I nostri letterati vedono nel Medioevo non solo l’origine delle letterature nazionali, e quindi l’origine culturale del concetto di nazione, ma anche uno dei rari momenti di lotta eroica contro l’usurpatore straniero, la lotta, appunto, dei Comuni contro il Barbarossa per la libertà dell’Italia settentrionale dall’Impero.

E’, questa poesia del Berchet, uno dei più riusciti esempi di poesia patriottica, di una poesia che, consapevolmente, finisce spesso col privilegiare l’elemento civile e politico, il messaggio, diremmo, rispetto all’elemento artistico. E’ il momento storico che impone queste scelte, è l’osservazione dell’ignavia e della debolezza dei suoi tempi che detta al Berchet le Fantasie in cui egli immagina che un esule abbia delle visioni e confronti il passato glorioso della sua patria con il presente squallido ed apparentemente privo di prospettive. Era inevitabile che in questa situazione storica la maggior parte degli artisti si ponesse il problema di risvegliare le coscienze assopite e di richiamare gli uomini all’azione prima del problema letterario.

E’ forse questo il motivo per il quale nel nostro Romanticismo, se si escludono Manzoni e Leopardi, non ci sono altri nomi di grandi autori.

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