La favola del giorno

da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del visir punito – 6

Mandò a chiamare il pescatore: glielo condussero.

“Pescatore, – gli disse il sultano, – i pesci che ci hai portato mi causano molta inquietudine. Dove li hai pescati?

  • Sire, – rispose il pescatore, – li ho pescati in uno stagno situato fra quattro colline, oltre la montagna che si vede da qui.
  • Conoscete questa montagna? – chiese il sultano al visir.
  • No, Sire, – rispose il visir, – non ne ho mai udito parlare; e tuttavia sono sessant’anni che vado a caccia nei dintorni e oltre quella montagna.”

Il sultano chiese al pescatore a che distanza dal palazzo si trovava lo stagno; il pescatore assicurò che non c’erano più di tre ore di cammino. Avuta questa assicurazione, poiché restava ancora luce per arrivarvi prima di notte, il sultano ordinò a tutta la corte di montare a cavallo, e il pescatore fece loro da guida.

Salirono tutti sulla montagna; e, scendendo, videro con grande meraviglia una vasta pianura che nessuno aveva mai notato fino a quel momento. Finalmente arrivarono allo stagno, che trovarono effettivamente situato fra quattro colline, come aveva raccontato il pescatore. L’acqua era così trasparente che notarono che tutti i pesci erano simili a quelli portati a palazzo dal pescatore. Il sultano si fermò sull’orlo dello stagno; e, dopo aver guardato per qualche minuto i pesci con ammirazione, chiese ai suoi emiri e a tutti i cortigiani se era mai possibile che non avessero visto quello stagno, situato a così breve distanza dalla città. Essi gli risposero che non ne avevano mai udito parlare.

“Poiché siete tutti d’accordo, – disse il sultano, – sul fatto di non averne mai udito parlare e poiché io non sono meno stupito di voi di questa novità, ho stabilito di non rientrare a palazzo fino a quando non avrò saputo perché questo stagno si trova qui e perché contiene soltanto pesci di quattro colori. “Dette queste parole, ordinò di piantare le tende; e in breve il suo padiglione e gli accampamenti per la sua corte furono eretti in riva allo stagno.

Al cader della notte, il sultano, ritiratosi sotto il suo padiglione, parlò in privato al suo gran visir e gli disse: “Visir, ho l’animo in preda a una strana inquietudine: questo stagno trasportato qui, quel negro che ci è apparso nel mio gabinetto, quei pesci che abbiamo udito parlare, tutto ciò eccita a tal punto la mia curiosità che non posso resistere all’impazienza di sodisfarla. Per questa ragione, sto meditando un piano che voglio assolutamente mettere in atto. Mi allontanerò solo da questo campo, vi ordino di tener segreta la mia assenza; restate sotto il mio padiglione, e domani mattina, quando i miei emiri e i miei cortigiani si presenteranno sulla porta, mandateli via dicendo che ho una leggiera indisposizione e voglio restar solo. I giorni seguenti continuerete a dire loro la stessa cosa, finché non sarò di ritorno.”

Il visir disse parecchie cose al sultano per cercare di distoglierlo dal suo progetto; gli rappresentò il pericolo al quale si esponeva e la pena che forse si sarebbe presa inutilmente. Ma ebbe un bel esaurire la sua eloquenza, il sultano non rinunciò affatto alla sua risoluzione e si preparò a metterla in pratica. Indossò degli abiti comodi per camminare a piedi, si munì di una sciabola e, appena vide che nel campo tutto era tranquillo, partì senza farsi accompagnare da nessuno.

Diresse i suoi passi verso una delle colline e l’ascese senza molte difficoltà. Trovò la discesa ancora più facile e, giunto nella pianura, camminò fino al sorgere del sole. Allora scorgendo da lontano un grande edificio, se ne rallegrò nella speranza di poter apprendere quanto voleva sapere. Giuntovi, notò che si trattava di un magnifico palazzo, o piuttosto di un castello molto massiccio, di un bel marmo nero lucente, e ricoperto di acciaio fine e compatto come uno specchio. Felice di non essere stato a lungo senza incontrare qualcosa degna per lo meno della sua curiosità, si fermò davanti alla facciata del castello e la considerò con grande attenzione.

Poi avanzò fino alla porta a due battenti, uno dei quali si era aperto. Sebbene fosse libero di entrare, ciò nonostante giudicò doveroso bussare. Bussò un colpo piuttosto leggermente, ed attese per qualche momento: non vedendo venire nessuno, pensò che non l’avessero udito. Ciò lo stupì grandemente: non poteva pensare, infatti, che un castello così ben tenuto fosse abbandonato. “Se non c’è nessuno, – diceva fra sé, – non ho nulla da temere; se c’è qualcuno ho di che difendermi.”

Infine il sultano entrò e, avanzando sotto il vestibolo, esclamò:

“Non c’è nessuno qui per ricevere uno straniero che, passando, avrebbe bisogno di ristorarsi?” Ripeté la stessa cosa due o tre volte; ma, sebbene parlasse a voce molto alta, nessuno gli rispose. Quel silenzio accrebbe il suo stupore. Passò in una corte molto spaziosa e, guardando da ogni lato per vedere se scopriva qualcuno, non scorse il più piccolo segno di vita. Entrò in alcuni saloni ornati di tappeti di seta, baldacchini e divani ricoperti di stoffe delle Indie, con ricami in rilievo d’oro e d’argento. Poi passò in un meraviglioso salone, al centro del quale c’era una grande vasca con un leone d’oro massiccio ad ogni angolo. I quattro leoni gettavano acqua dalla gola e l’acqua, cadendo, formava diamanti e perle; il che faceva da degna cornice a un getto d’acqua che, zampillando dal centro della vasca, andava quasi a colpire il fondo di una cupola arabescata. Continua domani.

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