La favola del giorno

La barba del Conte

Pocapaglia era un paese così erto, in cima a una collina dai fianchi così ripidi, che gli abitanti, per non perdere le uova che appena fatte sarebbero rotolate giù nei boschi, appendevano un sacchetto sotto la coda delle galline.

Questo vuol dire che i Pocapagliesi non erano addormentati come si diceva, e che il proverbio

Tutti sanno che a Pocapaglia

L’asino fischia e il suo padrone raglia

era una malignità dei paesi vicini, i quali ce l’avevano coi Pocapagliesi solo per il fatto che erano gente tranquilla, che non gli piaceva litigare con nessuno.

  • Sì, sì, – era tutto quello che rispondevano i Pocapagliesi, – aspettate che torni Masino, e vedrete chi raglierà di più, tra voi e noi.

Masino era il più sveglio dei Pocapagliesi e il più benvoluto da tutto il paese. Non era robusto più degli altri, anzi a vederlo non gli si sarebbe dato un soldo, ma era furbo dalla nascita. Sua madre, appena nato, vedendolo così piccino, per tenerlo in vita e irrobustirlo un po’, gli aveva fatto fare un bagno nel vino caldo. Suo padre, per scaldare il vino, ci aveva messo dentro un ferro di cavallo rosso come il fuoco. Così Masino aveva preso attraverso la pelle la furbizia che c’è nel vino e la resistenza che c’è nel ferro. Dopo questo bagno, perché si rinfrescasse, sua madre l’aveva messo in culla in un guscio di castagna ancora verde, che, essendo amaro, dà l’intelligenza.

In quei tempi, mentre i Pocapagliesi aspettavano il ritorno di Masino, che da quando era partito soldato non aveva fatto più ritorno al paese e adesso pareva fosse dalle parti dell’Africa, cominciarono a succedere a Pocapaglia fatti misteriosi. Ogni sera capitava che buoi e vacche che tornavano dal pascolo in pianura venivano rubati dalla Maschera (Masca o Mascra nei dialetti piemontesi equivale a strega) Micillina.

La maschera Micillina stava appostata nei boschi sotto il paese e bastava un suo soffio per portare via un bue. I contadini, a sentirla frusciare nei cespugli dopo il tramonto, battevano i denti e cascavano tramortiti, tanto che si diceva:

La Maschera Micillina

Ruba i buoi dalla cascina,

Guarda con l’occhio storto,

E ti stende come morto.

I contadini presero ad accendere dei grandi falò perché la Maschera Micillina non s’azzardasse a uscire dai cespugli. Ma la Maschera si avvicinava senza farsi sentire al contadino che stava da solo a far la guardie alle bestie vicino al falò, lo tramortiva con un soffio, e alla mattina quando si svegliava non trovava più né vacche né buoi, e i compagni lo sentivano piangere e disperarsi e darsi pugni sulla testa. Tutti allora si mettevano a battere i boschi per cercare tracce delle bestie, ma non trovavano che ciuffi di pelo, forcine, e orme di piedi lasciate qua e là dalla Maschera Micillina.

Andò avanti così per mesi e mesi, e le vacche sempre chiuse in stalla diventavano tanto magre che per pulirle non ci voleva più la spazzola ma un rastrello che passasse tra costola e costola. Nessuno osava più portare le bestie alla pastura, nessuno osava più entrare nel bosco, e i funghi porcini del bosco, siccome nessuno li coglieva, diventavano grossi come ombrelli.

A rubare negli altri paesi la Maschera Micillina non ci andava, perché sapeva che gente tranquilla e senza voglia di litigare come a Pocapaglia non c’era in nessun posto, e ogni sera quei poveri contadini accendevano un falò nella piazza del paese, le donne e i bambini si chiudevano nelle case, e gli uomini restavano intorno al grande fuoco a grattarsi la testa e a lamentarsi. Gratta e lamenta oggi, gratta e lamenta domani, i contadini decisero che bisognava andare dal Conte a chiedere aiuto.

Il Conte abitava in cima al paese, in una grande cascina rotonda, con intorno un muraglione seminato di cocci di vetro. E una domenica mattina, tutti insieme, arrivarono col cappello in mano, bussarono, gli fu aperto, entrarono nel cortile davanti alla casa rotonda del Conte, tutta ringhiera e finestre sprangate. Intorno al cortile c’erano seduti i soldati del Conte, che si lisciavano i baffi con l’olio per farli luccicare e guardavano brutto i contadini. E in fondo al cortile, su una sedia di velluto, c’era il Conte, con la barba nera lunga lunga, che quattro soldati con quattro pettini stavano pettinando dall’alto in basso.

Il più vecchio dei contadini si fece coraggio e disse: – Signor Conte, abbiamo osato di venire fino a lei, per dirle qual è la nostra sventura che tutte le bestie andando nel bosco c’è la Maschera Micillina che se le piglia, – e così, tra sospiri e lamenti, con gli altri contadini che facevano sempre segno di sì, gli raccontò tutta la loro vita di paura.

Il Conte restò zitto.

  • E noi siamo qui venuti, – disse il vecchio, – per osare di chiedere un consiglio a Sua Signoria.

Il Conte restò zitto.

  • E siamo qui venuti, – aggiunse, – per osare di chiedere a Sua Signoria la grazia di venirci in aiuto, perché se ci concede una scorta di soldati potremmo portare di nuovo in pastura le nostre bestie.

Il Conte scosse il capo. – Se concedo i soldati, – disse, – devo concedere anche il capitano…

I contadini stavano a sentire con un filo di speranza.

  • Ma se mi manca il capitano, – fece il Conte, – allora, alla sera, con chi potrò giocare a tombola?

I contadini si misero in ginocchio: – Ci aiuti, signor Conte, per pietà! – I soldati intorno sbadigliavano e si ungevano i baffi. Continua domani.

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