La favola del giorno

La barba del Conte – 2

Il Conte scosse ancora il capo e disse:

Io sono il Conte e conto per tre

E se la Maschera non l’ho mai vista

Vuol dire che di Maschere non ce n’è.

A quelle parole i soldati sempre sbadigliando presero i fucili e a passo lento caricarono i contadini a baionetta in canna, finché non sgombrarono il cortile.

Tornati sulla piazza, scoraggiati, i contadini non sapevano più cosa far e. Mria il più vecchio, quello che aveva parlato al Conte, disse: – Qui bisogna mandare a chiamare Masino!

Così si misero a scrivere una lettera a Masino e la mandarono in Africa. E una sera, mentre erano raccolti come al solito attorno al falò della piazza, Masino ritornò. Figuratevi le feste, gli abbracci, le marmitte di vino caldo con le spezie! E – Dove sei stato! – e – Cos’hai visto? – e – Sapessi quanto siamo disgraziati!

Masino prima li lasciò raccontare loro, poi si mise a raccontare lui: – Nell’Africa ho visto cannibali che non potendo mangiare uomini mangiavano cicale, nel deserto ho visto un pazzo che per scavare acqua s’era fatto crescere le unghie dodici metri, nel mare ho visto un pesce con una scarpa e una pantofola che voleva essere re degli altri pesci perché nessun altro pesce aveva scarpe né pantofole, in Sicilia ho visto una donna che aveva settanta figli e una pentola sola, a Napoli ho visto gente che camminava stando ferma perché le chiacchiere degli altri la spingeva avanti; ho visto chi la vuol nera; ho visto chi la vuol bianca, ho visto chi pesa un quintale; e chi è grosso come una scaglia, ho visto tanti che hanno paura, ma mai come a Pocapaglia.

I contadini chinarono il capo, pieni di vergogna, perché Masino trattandoli da paurosi, li aveva toccati nel punto debole. Ma Masino non voleva prendersela con i suoi compaesani. Si fece raccontare tutti i particolari della storia della Maschera e poi disse:

  • Adesso faccio tre domande e dopo, suonata la mezzanotte, andrò a prendere la Maschera e ve la porterò qui.
  • Domanda! Domanda! – dissero tutti.
  • La prima domanda è al barbiere. Quanti sono venuti da te questo mese?

E il barbiere rispose:

Barbe lunghe e barbe corte,

Barbe molli e barbe storte,

Capelli ricci e capelli brutti,

Le mie forbici li han tagliati tutti.

  • E ora a te ciabattino, quanti ti hanno portato gli zoccoli da aggiustare, questo mese?
  • Ahimè, – disse il ciabattino,

Facevo zoccoli di legno e cuoio,

Ben ribattuti chiodo per chiodo,

Facevo scarpe di seta e serpente,

Ma ora non han soldi e non mi fan far più niente.

  • Terza domanda a te, cordaio: quante corde hai venduto in questo mese?

E il cordaio:

Corde ritorte, corde filate,

Corde di paglia a strisce e intrecciate,

Corde da pozzo, di vimini e spago,

Grosse un braccio, sottili un ago,

Forti di ferro, molli di strutto,

In questo mese ho venduto tutto.

  • Basta così, – disse Masino, e si coricò accanto al fuoco. – Adesso dormo due ore perché sono stanco. A mezzanotte svegliatemi, e andrò a prendere la Maschera -. Si coprì la faccia col cappello e s’addormentò.

I contadini stettero zitti fino a mezzanotte, trattenendo perfino il respiro per paura di svegliarlo. A mezzanotte Masino si riscosse, sbadigliò, bevve una tazza di vino caldo, sputò tre volte nel fuoco, s’alzò senza guardare nessuno di quelli che gli stavano intorno, e prese per la via del bosco.

I contadini rimasero ad aspettare, guardando il fuoco che diventava brace, e la brace che diventava cenere, e la cenere che diventava nera, fino a quando non tornò Masino. E chi si portava dietro Masino, tirandolo per la barba? Il Conte, il Conte che piangeva, tirava calci, chiedeva pietà.

  • Ecco la Maschera! – gridò Masino. E poi subito: – Dove l’avete messo il vino caldo?

Il Conte sotto gli occhi sgranati di tutti i paesani, cercò di farsi più piccolo che poteva, si sedette per terra tutto rannicchiato come una mosca che ha freddo.

  • Non poteva essere uno di voi, – spiegò Masino, – perché siete andati tutti dal barbiere e non avete pelo da perdere nei cespugli; e poi c’erano quelle impronte di scarpe grosse e pesanti mentre voi andate scalzi. E non poteva essere uno spirito perché non avrebbe avuto bisogno di comprare tante corde per legare le bestie rubate e portarle via. Ma dov’è questo vino caldo?

Il Conte tutto tremante, cercava di nascondersi nella barba che Masino gli aveva arruffato e strappato per tirarlo fuori dai cespugli.

  • E come mai ci tramortiva con lo sguardo? – domandò un contadino.
  • Vi dava una legnata in testa con un bastone coperto di stracci, così sentivate solo un soffio per aria, non vi lasciava il segno, e vi svegliavate con la testa pesante.
  • E le forcine che perdeva? – domandò un altro.
  • Gli servivano per legarsi la barba sulla testa, come i capelli delle donne.

I contadini erano stati a sentire in silenzio, ma quando Masino disse: – E adesso cosa volete farne? – scoppiò una tempesta di grida: – lo bruciamo! Lo peliamo! Lo leghiamo a un palo da spaventapasseri! Lo chiudiamo in una botte e lo facciamo rotolare! Lo mettiamo in un sacco con sei gatti e sei cani!

  • Pietà! – diceva il Conte con un fil di voce.
  • Fate così, – dice Masino, – vi restituirà le bestie e vi pulirà le stalle. E visto che gli è piaciuto andar di notte nei boschi, sia condannato a continuare ad andarci tutte le notti, a far fascine per voialtri. E dite ai bambini che non raccolgano mai le forcine che troveranno per terra, perché sono quelle della Maschera Micillina, che non riuscirà più a tenersi in ordine i capelli e la barba.

E così fu fatto. Poi Masino partì per il giro del mondo, e lungo il giro gli capitò di fare una guerra dopo l’altra, tutte così lunghe che ne venne il proverbio:

O soldatin di guerra,

Mangi mal, dormi per terra,

Metti la polvere nei cannon

Bim-bon

Da Fiabe italiane – Italo Calvino – (Bra).

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