Gengis “Il sovrano Oceano” – 4

Spie ed esploratori fornivano ai generali ogni notizia utile sulle forze nemiche, sulla conformazione del terreno, sulle fortificazioni o su possibili alleati. E seminavano discordia. Ai poveri parlavano di liberazione mongola, mentre ai ricchi promettevano facilitazioni commerciali e fiscali: una vera e propria guerra psicologica.

Le truppe, prima di partire, erano esaminate in maniera minuziosa, fino all’ultimo ago o filo portati per rattoppare gli abiti lacerati.

L’esercito marciava in colonne separate, collegate da staffette; gli esploratori fornivano costantemente informazioni sui movimenti avversari. Nessuno colse mai di sorpresa un’armata mongola!

Individuato il nemico, le colonne si riunivano e cominciavano a estendersi su un fronte molto largo per poi avvolgere le forze avversarie. La cavalleria leggera mongola circondava i nemici bersagliandoli con frecce e giavellotti: una tattica conosciuta come tulughma.

Poi partivano alla carica le truppe di cavalleria pesante, armate di spade, mazze e lance, che sfondavano il fronte avversario. Tutte le manovre avvenivano in perfetto silenzio: le istruzioni erano impartite da bandiere bianche e nere, o, di notte, da lanterne. Solo la carica era accompagnata dal rullare del grande tamburo del comandante. La tattica mongola, di solito, tendeva a lasciare all’avversario una via di fuga: i nemici terrorizzati si ritiravano, per essere però poi falciati facilmente in campo aperto. Per ingannare il nemico si utilizzavano reparti interi di manichini imbottiti montati su cavalli di riserva. Entrato in contatto con i regni cinesi, Genghiz in seguito adottò anche macchine d’assedio, balestre, proiettili incendiari e bombe a gas munite di una miscela di zolfo, salnitro, aconito, olio, carbonella polverizzata, resina e cera.

Ma Genghiz fu anche un grande uomo di Stato e un capace amministratore. Prima di tutto cercò l’appoggio di tutte le religioni con cui entrò in contatto, rivelando una profonda curiosità ma stando bene attento che il loro potere spirituale non offuscasse il suo comando. Per sua decisione si introdusse un’unica scrittura per i documenti reali, la uighur, e la stesura di un codice di leggi, la yassak.

La genialità del sovrano affidò l’amministrazione dell’impero agli uomini più validi nei singoli campi; così vi furono ingegneri cinesi, amministratori persiani, medici arabi, militari russi. La pax mongolica, che venti anni dopo la morte del sovrano e grazie a successive conquiste andava dal Mediterraneo al Pacifico, era caratterizzata da un’estrema sicurezza delle frontiere, condizione base di uno sviluppo commerciale su scala mondiale che nemmeno l’impero romano conobbe mai.

Regnarono per decenni una pace imposta con disciplina ferrea, e un ordine celebrato dai contemporanei. Il cristiano Marco Polo (1254-1324), parlando del sovrano, compose forse il più bell’epitaffio che il conquistatore avrebbe potuto augurarsi: “Morì, e fu grande sventura, poiché egli era prudente e saggio”. Scrisse invece nel ‘600 lo storico musulmano Abu l-Ghazi: “Sotto il regno di Genghiz Khan, tutto il Paese tra l’Iran e il Turan (alle porte della Mongolia) godeva di una tale tranquillità che una fanciulla nuda e sola avrebbe potuto viaggiare da levante a ponente con un piatto d’oro in testa, senza dover subire la minima violenza”

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