La favola del giorno

La distillazione dei gusci d’uovo

La signora Sullivan aveva il sospetto che il suo ultimo nato le fosse stato scambiato da “ladri folletti”, e certamente le apparenze giustificavano tale conclusione; in una sola notte, infatti, il suo sano bimbetto dagli occhi azzurri, si era raggrinzito fino a diventare quasi un niente e non la smetteva di strepitare e piangere. La povera signora Sullivan era naturalmente molto triste, e tutti i vicini, per confortarla, le dicevano che sicuramente il suo bambino era con il “buon popolo” e che al suo posto era stato messo un folletto.

Certamente la signora Sullivan non poteva non credere a ciò che tutti quanti le dicevano, ma non voleva far del male alla creaturina, perché, sebbene la sua faccia fosse così avvizzita e il corpo ridotto al solo scheletro, conservava tuttavia una forte somiglianza col suo vero bambino. Non riusciva perciò a trovare il coraggio di arrostirlo vivo sulla graticola o di bruciargli via il naso con le molle incandescenti o di gettarlo sul lato della strada in mezzo alla neve, malgrado questi e altri simili procedimenti le venissero caldamente raccomandati come sistemi per recuperare il suo bambino.

Un giorno successe che la signora Sullivan incontrò per caso proprio una donna che la sapeva lunga di queste cose, ben conosciuta nel paese col nome di Ellen Leah (o la Grigia Ellen). Aveva il dono, comunque l’avesse acquistato, di dire dove erano i morti e che cosa potesse essere utile al riposo delle loro anime; e con arti magiche aveva il potere di togliere porri e gozzi, e di compiere tutta una serie di meraviglie di tal genere.

  • Vi vedo afflitta questa mattina, signora Sullivan, – furono le prime parole che Ellen Leah le rivolse.
  • Lo potete ben dire, Ellen, – disse la signora Sullivan, – e ho ben ragione di essere afflitta, dal momento che il mio bel bambino, che era nella culla, mi è stato strappato via senza neanche un “con permesso” o uno “scusate tanto”, e al suo posto c’era un brutto sgorbio di folletto grinzoso; non c’è da sorprendersi, dunque, che mi vediate afflitta, Ellen.
  • Non vi si può rimproverare, signora Sullivan, – disse Ellen Leah, – ma siete sicura che sia un folletto?
  • Sicura! – fece eco la signora Sullivan. – Ne sono ben sicura, per mia disgrazia; posso forse dubitare dei miei stessi occhi? Ogni cuore di madre deve certo commiserarmi!
  • Volete seguire il consiglio di una vecchia? – chiese Ellen Leah fissando il suo sguardo inquietante e misterioso sulla infelice madre; e, dopo una pausa aggiunse: – Ma poi non direte che è un consiglio sciocco?
  • Potete farmi riavere il mio bambino, il mio caro bambino, Ellen? – disse la signora Sullivan tutta infervorata.
  • Se farete come vi ordino, – rispose Ellen Leah, – lo saprete.

La signora Sullivan rimase in attesa, in silenzio, ed Ellen continuò: – Mettete sul fuoco il pentolone grosso, pieno d’acqua, e fatela bollire a più non posso; poi prendete una dozzina di uova appena deposte, rompetele e tenete i gusci, ma gettate via il resto; fatto questo, mettete i gusci nella pentola d’acqua bollente e saprete presto se quello è il vostro bambino o un folletto. Se scoprite che quello nella culla è un folletto, prendete l’attizzatoio incandescente e ficcateglielo giù per la sua orribile gola, e, fatto questo non avrete più fastidi, ve lo assicuro.

La signora Sullivan se ne andò a casa e fece come Ellen Leah le aveva comandato. Mise la pentola sul fuoco e sotto una gran quantità di torba e fece bollire l’acqua a un ritmo tale che se mai ci fu un’acqua incandescente quella sicuramente lo era.

Il bambino giaceva, strano a dirsi, tutto calmo e tranquillo nella culla, lanciando ogni tanto un’occhiata, che brillava pungente come una stella in una notte gelida, verso il gran fuoco e il pentolone che vi stava sopra; e seguiva con estrema attenzione la signora Sullivan che rompeva le uova e metteva a bollire i gusci. Alla fine chiese, con la voce di un uomo molto vecchio: – Cosa stai facendo mammina?

Quando la signora Sullivan sentì il bambino parlare, il cuore – come lei stessa riferì – le balzò in gola al punto da soffocarla. Ma riuscì a mettere l’attizzatoio nel fuoco e a rispondere a quelle parole senza mostrare alcuna sorpresa: – Sto distillando, figlio mio.

  • E cosa distilli, mammina? – disse il diavoletto, la cui soprannaturale capacità di parola provava senza alcun dubbio che era un sostituto fatato.
  • Ah, se l’attizzatoio fosse già rosso, – pensava la signora Sullivan; ma era grosso e impiegava molto tempo a scaldarsi, perciò decise di distrarre il bambino con le chiacchiere finché non fosse arrivato al punto giusto per ficcarglielo in gola, e così ripeté la domanda: – Vuoi sapere cosa sto distillando, figlio mio? – disse.
  • Sì, mammina; cosa distilli? – rispose il folletto.
  • Gusci d’uova, figlio mio, – disse la signora Sullivan.
  • Oh! – strillò il diavoletto saltando su nella culla e battendo le mani, – sono al mondo da millecinquecento anni e non ho mai visto una distillazione di gusci d’uova prima d’ora!

A questo punto l’attizzatoio era rovente e la signora Sullivan, afferrandolo, corse con furia verso la culla; ma in qualche modo le scivolò un piede, cadde distesa sul pavimento e l’attizzatoio le volò via di mano fino all’altro lato della stanza. Si alzò tuttavia senza perdere troppo tempo e andò alla culla, con l’intenzione di ficcare la creatura maligna che vi giaceva nella pentola d’acqua bollente, quando vide il suo vero bambino immerso in un dolce sonno; uno dei morbidi e rotondi braccini era appoggiato sul cuscino, i suoi lineamenti erano sereni come se la loro quiete non fosse mai stata disturbata e solo la rosea boccuccia si muoveva con un respiro lieve e regolare.

Fiabe popolari irlandesi.

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