La favola del giorno

Pelle d’Asino – 2

Infatti egli cercò, fra le principesse da marito, quella che poteva essere più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere bellissimi ritratti, ma nessuno aveva le grazie della defunta regina. E’ così non si decideva mai. Per disgrazia, egli si accorse che l’Infanta, sua figlia, era non solo bella e ben fatta da incantare, ma era inoltre di molto superiore alla Regina sua madre per ingegno e gentilezza. La sua giovinezza, la splendida freschezza del suo colorito infiammarono il Re d’un fuoco così violento ch’egli non poté nasconderlo all’Infanta: le disse che aveva deciso di sposarla, dal momento che lei sola poteva scioglierlo dal suo giuramento.

La giovane Principessa, ch’era un fiore di virtù e di pudore, fu lì lì per svenire all’orribile proposta. Si gettò ai piedi del Re suo padre e lo scongiurò, con tutte le forze dell’anima sua, di non costringerla a macchiarsi d’un simile delitto.

Il Re, che si era incaponito in questo strano progetto, aveva consultato un vecchio Druido affinché tranquillizzasse la coscienza della Principessa. Questo Druido aveva più ambizione che santità, e sacrificò all’onore d’essere il confidente d’un gran re gli interessi dell’innocenza e della virtù: egli s’insinuò con tanta astuzia nell’animo del Re, gli travisò il delitto che voleva commettere fino al punto di persuaderlo ch’era un’opera meritoria lo sposare la propria figlia. Il Re, incoraggiato dai discorsi di quello scellerato, lo abbracciò riconoscente e tornò alla Corte più che mai intestato nella propria idea: ordinò dunque all’Infanta di prepararsi a ubbidirgli.

La giovane Principessa, straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che quello di andarsi a consigliare con la sua madrina, la Fata dei Lillà. A questo scopo, ella partì la notte stessa in una leggiadra carrozzina tirata da un grosso montone il quale conosceva tutte le strade. Vi arrivò felicemente. La Fata, che voleva bene all’Infanta, le disse di sapere tutto ciò che lei voleva dirle, ma non doveva preoccuparsi, nulla poteva farle del male se lei avesse eseguito fedelmente le sue prescrizioni:

  • Giacché, bambina mia, – disse la Fata, – tu faresti molto male a sposare tuo padre; ma senza contraddirlo, puoi evitare la cosa; digli che, per accontentare un tuo capriccio, lui deve regalarti un vestito color dell’aria; nonostante tutta la sua potenza e il suo amore, non potrà riuscirvi.

La Principessa ringraziò la madrina, e il dì seguente chiese al Re quel che la Fata le aveva consigliato, e insisté che se non avesse avuto l’abito color dell’aria, non gli avrebbe mai detto di sì. Il Re, felice per la speranza avuta, riunì i più famosi tessitori e gli ordinò il vestito a patto che, se non fossero riusciti a farlo, li avrebbe fatti impiccare tutti. Il cielo non è d’un azzurro più bello, quando è cinto di nuvole d’oro, di quel bell’abito, quando venne spiegato. L’Infanta ne fu oltremodo afflitta e non sapeva come cavarsi d’impaccio. Il Re insisteva per venire a una conclusione. Si dovette ancora ricorrere alla madrina che, stupita per il fatto che il suo espediente non fosse riuscito, le disse di provar a chiedere un abito del colore della luna. Il Re, che non poteva rifiutarle nulla, mandò a chiamare i tessitori più provetti e ordinò loro con tale impazienza un vestito color della luna che, fra l’ordinazione e la consegna, non passarono più di ventiquattr’ore!

L’Infanta lì per lì, fu più contenta di quell’abito superbo che non di tutte le attenzioni del Re suo padre ma si afflisse poi oltre misura, non appena rimase sola con le ancelle e la nutrice. La Fata dei Lillà, che sapeva tutto, venne in soccorso della povera principessa e le disse:

  • O le sbaglio tutte, od ho motivo di credere che se domanderemo un abito color del sole, riusciremo nel nostro intento di far passare la voglia al Re tuo padre, giacché non si potrà mai riuscire a fare un simile vestito. O almeno, per male che vada, guadagneremo un po’ di tempo.

L’infante ne convenne, chiese quell’abito e il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l’ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l’abito fosse più splendente del sole. Infatti non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. E’ da quel tempo che son venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l’Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella e più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua ove la Fata l’aspettava, tutta piena di confusione e di vergogna. Ma quando vide l’abito color del sole fu ben peggio: si fece vermiglia per la gran collera.

  • Oh, adesso poi, bambina mia, – disse all’Infanta, – metteremo l’indegno amore di tuo padre a una ben dura prova. Vedo che non vuol togliersi dalla testa questo matrimonio e lo crede imminente, ma penso che rimarrà un po’ sbalordito dalla richiesta che ti consiglio di fargli: è la pelle dell’asino al quale lui vuole tanto bene e che provvede con tanta larghezza a tutte le sue spese; va’ da lui e digli che desideri quella pelle.

L’Infanta, felice di aver trovato ancora il modo di eludere quel matrimonio a lei odioso, pensando al tempo stesso che suo padre non avrebbe mai potuto decidersi a sacrificare il suo caro asino, andò a trovarlo e gli disse ben chiaro che voleva la pelle di quel bell’animale. Continua domani.

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