La favola del giorno

Pelle d’Asino – 3

Il Re rimase molto sconcertato da quel capriccio, ma non esitò a soddisfarlo. Il povero asino fu sacrificato e la pelle di lui galantemente portata all’infanta che, non vedendo più alcun mezzo di schivare la propria sciagura, era sull’orlo della disperazione, quando la madrina sopraggiunse.

  • Cosa fai, bimba mia? – disse la Fata, vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava le belle guance; – ecco il momento più fortunato della tua vita! Avvolgiti in questa pelle; esci dal palazzo e cammina finché i piedi ti potranno portare. Per chi sacrifica tutto alla virtù gli Dèi hanno pronta la loro ricompensa. Va’! Io avrò cura che le tue robe ti seguano ovunque; in qualsiasi luogo ti fermerai, la tua cassetta, ove saranno gli abiti e i gioielli, ti verrà dietro sotto terra; eccoti qui la mia bacchetta magica; battendola in terra, tutte le volte che avrai bisogno di quella cassetta, te la vedrai apparire innanzi agli occhi; ma sbrigati a partire, e senza indugi.

L’Infante abbracciò mille volte la madrina, la pregò di non abbandonarla, s’infagottò in quella brutta pelle e, dopo essersi impiastricciata il viso di fuliggine, uscì da quel ricco palazzo senza che alcuno la riconoscesse.

La sparizione dell’Infanta suscitò un gran chiasso. Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e inconsolabile. Spedì più di cento guardie e più di mille moschettieri alla ricerca di sua figlia; ma la Fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile alle più minuziose ricerche: così, bisognò rassegnarsi.

Nel frattempo, l’Infanta camminava. Andava lontano, sempre più lontano, ancora più lontano, e cercava ovunque un posticino ove potesse lavorare; ma, quantunque, per carità, le dessero da mangiare, la gente la trovava così sudicia che nessuno voleva saperne di lei. Arrivò finalmente in una bella città, alle cui porte c’era una fattoria; la fattoressa aveva appunto bisogno d’una sguattera per lavare gli stracci, pulire i tacchini e il porcile. La donna, vedendo quella povera girovaga così sudicia, le propose di entrare al suo servizio; l’Infanta accettò di gran cuore, tant’era stanca d’aver camminato così a lungo. Fu confinata in un angolo appartato della cucina ove, durante i primi giorni, fu lo zimbello degli scherzi volgari del servitorame, tanto la sua pelle d’asino la rendeva sporca e disgustosa. Ma col tempo ci si abituò: era del resto così scrupolosa nel compiere il suo lavoro che la fattoressa la prese sotto la sua protezione. Portava al pascolo le pecore, le riportava nel loro chiuso, quand’era tempo; guardava anche i tacchini, e con tanta intelligenza che pareva non avesse mai fatto altro mestiere in vita sua: così ogni cosa prosperava sotto le sue belle mani.

Un giorno che era seduta presso una limpida fontana, dove spesso si recava a piangere sulla sua triste sorte, le venne in mente di specchiarvisi; l’orribile pelle d’asino che le serviva da acconciatura e da vestire la spaventò. Tutta vergognosa di trovarsi così combinata, ella si lavò il viso e le mani, che divennero più bianche dell’avorio, e il suo bell’incarnato riprese la freschezza naturale. Il piacere di vedersi così bella le diede voglia di bagnarsi, e lo fece; ma dovette rimettersi ben presto l’orribile pelle per tornarsene alla fattoria. Fortunatamente, il giorno dopo era festa; e così ebbe il tempo di far apparire la sua cassetta, di lavarsi e pettinarsi per bene, d’incipriarsi i bei capelli e indossare il bel vestito color dell’aria. La sua stanzetta era così piccola che lo strascico di quell’abito non vi entrava neppure tutto. La bella principessa si mirò e ammirò con ragione, tanto che decise, per distrarsi un po’, d’indossare ora l’uno e ora l’altro dei suoi bei vestiti, tutte le domeniche e le altre feste; non mancò di farlo. Intrecciava fiori e diamanti nei suoi bei capelli con un’arte ammirabile e spesso sospirava di non avere altri testimoni della propria bellezza che gli agnelli e i tacchini, ai quali piaceva altrettanto con l’orribile pelle d’asino di cui le avevano fatto un soprannome nella fattoria.

Un giorno di festa, in cui Pelle d’Asino aveva indossato il vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, vi si fermò per riposarvisi tornando dalla caccia. Il Principe era giovane, bello e assai ben fatto nella persona; era la gioia di suo padre, l’amore di sua madre, l’idolo del popolo. Fu offerto al giovane Principe un rustico pranzetto che lui accettò; dopo, si mise a girare per tutti i cortili e ripostigli. Girellando così da un posto all’altro, penetrò in un corridoio oscuro in fondo al quale vide una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l’occhio al buco della serratura: quale non fu il suo stupore nel vedere la nostra Principessa, così bella e riccamente vestita! Il suo aspetto nobile e modesto gliela fece prendere per una dèa! La foga del sentimento ch’egli provò lo avrebbe spinto a sfondare la porta, non fosse stato il rispetto ispiratogli da quella stupenda creatura.

Uscì a malincuore da quel corridoio oscuro, ma andò subito a informarsi chi fosse la persona che abitava in quella cameretta. Gli risposero ch’era una sguattera, chiamata Pelle d’Asino, a causa della pelle di cui era vestita, una ragazza così unta e bisunta che nessuno aveva voglia di guardarla né di parlarle; l’avevano assunta per carità, per mandarla dietro alle pecore e ai tacchini.

Il Principe, poco soddisfatto di queste informazioni, ben si avvide che quella gente rozza non sapeva nulla di più e che era inutile far tante domande. Se ne tornò al palazzo del Re suo padre innamorato da non si dire, e coll’immagine fissa avanti agli occhi di quella dea che gli era apparsa attraverso il buco della serratura. Si pentì di non aver picchiato a quella porta, e si ripromise, per un’altra volta, di non lasciarsene scappare l’occasione. Ma l’agitazione del suo sangue causata dall’ardore della passione, gli mise addosso, quella stessa notte, una febbre tale che ben presto egli fu ridotto in fin di vita. La Regina sua madre, che non aveva altri figli che quello, si disperava nel vedere inutile ogni rimedio. Invano prometteva le più grandi ricompense ai medici; essi adoperavano tutta l’arte loro, ma niente guariva il Principe. Continua domani.

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