La favola del giorno

Pelle d’Asino – 5

Il Re e la Regina presero l’anello, lo esaminarono con curiosità e conclusero che, come diceva il Principe, quell’anello non poteva andar bene che a una fanciulla di buona famiglia. Allora il Re, dopo aver abbracciato suo figlio, scongiurandolo di guarire, uscì dalla stanza, mandò tamburi, pifferi e trombe a suonare per tutta la città e a bandire, per mezzo degli araldi, che bisognava venire al palazzo reale, a provarsi un anello, perché la donna a cui sarebbe andato di misura, avrebbe sposato l’erede al trono.

Dapprima arrivarono le principesse, poi le duchesse, quindi le marchese e le baronesse; ma ebbero tutte un bell’assottigliarsi le dita, nessuna riuscì a infilarsi l’anello. Bisognò ripiegare sulle sartine le quali, per quanto fossero graziose, avevano tutte le dita troppo grosse. Il Principe, che si sentiva meglio, faceva lui stesso la prova. Alla fine ci si ridusse alle cameriere: i risultati non furono migliori. Non c’era più nessuna donna che non si fosse provata l’anello, e senza successo, quando il Principe chiese di far venire le cuoche, le sguattere e perfino le pecoraie: furono tutte portate al suo cospetto; ma le loro dita tozze e rosse non riuscirono a passare nell’anello al di là dell’unghia.

  • E’ stata chiamata quella Pelle d’Asino che nei giorni scorsi mi fece una torta? – chiese il Principe. Tutti scoppiarono a ridere e gli dissero di no; era troppo sudicia e stracciata!
  • Chiamatela subito, – disse il Re; – non sia mai detto che io abbia fatto una sola eccezione!

Ridendo e burlandosi di lei, corsero in cerca della tacchinaia.

L’infanta, che aveva udito il rullo dei tamburi e il bando degli araldi, sospettava che proprio fosse il suo anello la causa di tanta gazzarra: ella era innamorata del Principe; e poiché il vero amore è timido e senza vanità, stava tremando che qualche altra dama non avesse il ditino sottile come il suo. Fu perciò molto contenta quando la vennero a chiamare e a bussare alla sua porta.

Da quando aveva saputo che si stava cercando un dito al quale andasse bene il suo anello, una vaga speranza l’aveva portata a pettinarsi con cura e a indossare il suo bel corpetto d’argento, con la gonna piena di gale e merletti d’argento, tutta tempestata di smeraldi. Non appena udì bussare alla porta e si sentì chiamare per andare dal Principe, lesta lesta si gettò addosso la pelle d’asino e aprì la porta; quella gente, burlandosi di lei, le disse che il Re la cercava per farle sposare il proprio figlio; poi, in mezzo alle più matte risate, la condussero dal Principe il quale, stupito anche lui dallo strano abbigliamento della ragazza, non osò credere fosse quella stessa ch’egli aveva veduto così pomposa e bella!

Triste e mortificato per aver preso un granchio così grosso:

  • Siete voi, – le chiese, – che abitate in fondo a quel corridoio buio, nel terzo cortile della fattoria?
  • Oh sì! signore, – rispose lei.
  • Fatemi vedere la mano, – egli disse tremando e con un profondo sospiro.

Meraviglia! Chi rimase più stupito di tutti? Forse il Re, o la Regina, oppure i ciambellani e i notabili della Corte quando, da sotto a quella pelle nera, unta e bisunta, si vide sbucare una manina delicata, bianca e rosa, ove l’anello poté infilarsi senza fatica al ditino più grazioso del mondo: quindi, per un leggero movimento fatto dall’Infanta, la pelle cadde, ed ella apparve d’una bellezza così risplendente che il Principe, debole com’era, cadde alle sue ginocchia e le strinse con un tale ardore che la fece arrossire; ma quasi nessuno se ne accorse, perché il Re e la Regina vennero anch’essi ad abbracciarla con grandissimo slancio e a chiederle se fosse contenta di sposare il loro figlio. La Principessa, confusa da tutte le carezze e dall’amore che le dimostrava il bel Principe, si accingeva a ringraziare, quando, tutt’a un tratto, il soffitto della sala si aprì e la Fata dei Lillà, calandosi dentro a un carro, fatto coi rami e fiori che rispondevano al suo nome, raccontò, con una grazia infinita, tutta la storia dell’Infanta.

Il Re e la Regina, lietissimi nel vedere che Pelle d’Asino era una grande principessa, raddoppiarono le loro carezze; ma il Principe fu ancora più sensibile alla virtù della Principessa e il suo amore divenne più ardente.

L’impazienza del Principe nel voler sposare la Principessa fu tale che a malapena egli lasciò il tempo di fare i preparativi convenienti per l’augusto imene. Il Re e la Regina, innamorati della nuora, la colmavano di attenzioni e non facevano che abbracciarla; ella aveva dichiarato che non poteva sposare il Principe senza il consenso del Re suo padre: perciò questo fu il primo ad essere invitato, senza dirgli chi fosse la sposina; la Fata dei Lillà che, com’è logico, dirigeva ogni cosa, aveva voluto così, per evitare ogni conseguenza.

Giunsero principi e re da ogni paese: chi in portantina, chi in carrozza; i più lontani montati su elefanti, aquile o tigri; ma il più magnifico e potente fu il padre dell’Infanta, il quale, per fortuna, aveva dimenticato il suo amore colpevole e aveva sposato una regina vedova, assai bella, ma che non gli aveva dato figli.

L’infante gli corse incontro e lo abbracciò con grande tenerezza, prima ancora che avesse il tempo di gettarsi ai suoi piedi. Il Re e la Regina gli presentarono il loro figlio, che lui colmò di cortesie. Le nozze avvennero con tutta la pompa immaginabile. I giovani sposi, poco sensibili a tante magnificenze, non vedevano e non pensavano che a loro stessi.

Il Re, padre del Principe, fece incoronare suo figlio quello stesso giorno e, baciandogli la mano, lo mise sul trono, incurante della resistenza di quel figlio rispettoso; ma alla fine bisognò ubbidire. Le feste per quest’illustre matrimonio durarono quasi tre mesi; ma l’amore dei due sposi durerebbe ancora, tanto si volevano bene, se non fossero morti, cent’anni dopo.

Morale

E’ difficile credere a ciò che ho qui narrato.

Ma fin che ci saranno nel mondo dei fanciulli,

E mamme e nonne e favole e trastulli,

Anche questo racconto sarà detto e ascoltato.

Fiabe della corte del Re Sole e del secolo XVIII

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