La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere

Dovete sapere, signore, proseguì il giovane, che mio padre, Mahmud, era re di questo Stato. E’ il regno delle Isole Nere, che prende il nome dalle quattro colline dei dintorni. Queste montagne, infatti, in altri tempi erano isole, e la capitale dove soggiornava il re mio padre sorgeva nel punto in cui ora si trova lo stagno che avete visto. Il seguito della mia storia vi informerà di tutti questi mutamenti.

Il re mio padre morì all’età di settant’anni. Poco dopo aver preso il suo posto, mi sposai: la donna che scelsi per farle dividere con me la dignità regale era mia cugina. Ebbi tutti i motivi per essere contento delle sue manifestazioni d’amore verso di me; e, da parte mia, concepii per lei una tale tenerezza che nulla era comparabile alla nostra unione che durò cinque anni.

Un pomeriggio, mentre lei era al bagno, mi venne voglia di dormire e mi gettai sopra un sofà. Due ancelle di mia moglie, che si trovavano in quel momento nella mia camera, vennero a sedersi l’una alla mia testa e l’altra ai miei piedi, con un ventaglio in mano, sia per attutire il calore sia per tener lontane le mosche che avrebbero potuto turbare il mio sonno. Esse mi credevano addormentato e conversavano a voce bassa; ma io avevo soltanto gli occhi chiusi e non persi una parola della loro conversazione.

Una delle ancelle disse all’altra:

“Non è vero che la regina ha un gran torto a non amare un principe così amabile come il nostro?

  • Certamente, – rispose la seconda. – Io non ci capisco nulla, e non so perché ella esce tutte le notti e lo lascia solo. Lui non se ne accorge?
  • Eh! come vuoi che se ne accorga? – riprese la prima. – Ella mescola tutte le sere nella sua bevanda un certo succo d’erba che lo fa dormire per tutta la notte così profondamente ch’ella ha il tempo di andare dove vuole; e, all’alba, viene a coricarsi di nuovo accanto a lui; allora lo sveglia passandogli sotto il naso un certo profumo.”

Giudicate, signore, il mio stupore a questo discorso e i sentimenti che m’ispirò. Nondimeno, qualunque turbamento potesse causarmi, mi dominai abbastanza da dissimularlo: finsi di svegliarmi e di non aver udito nulla.

La regina tornò dal bagno; cenammo insieme e, prima di coricarci, ella mi porse personalmente la tazza piena d’acqua che avevo l’abitudine di bere; ma, invece di portarla alla bocca, mi avvicinai a una finestra aperta e gettai l’acqua così accortamente ch’ella non se ne avvide. Le rimisi poi la tazza fra le mani affinché non dubitasse ch’io l’avessi bevuta.

Poi ci coricammo. Poco dopo, credendomi addormentato, mia moglie si alzò con così poca precauzione da dire a voce abbastanza alta:

“Dormi e che tu possa non risvegliarti mai!” Si vestì in fretta e uscì dalla camera…

Appena fu uscita, mi alzai e mi vestii con premura; presi la spada e la seguii così da vicino che presto l’udii camminare davanti a me. Allora, regolando i miei passi sui suoi, camminai leggermente per paura di essere udito. Ella attraversò parecchie porte che si aprirono in virtù di certe sue parole magiche; l’ultima porta che si aprì fu quella del giardino nel quale entrò. Io mi fermai su questa porta affinché non potesse scorgermi mentre attraversava un’aiuola; e, seguendola con lo sguardo fin dove l’oscurità me lo permetteva, notai che ella entrò in un boschetto i cui viali erano orlati da steccati molto spessi. Mi ci recai per un’altra strada e, scivolando dietro lo steccato di un viale abbastanza lungo, la vidi passeggiare con un uomo.

Non mancai di prestare un orecchio attento ai loro discorsi, ed ecco quanto udii:

“Non merito, – diceva la regina al suo amante, – che voi mi rimproveriate di non essere abbastanza sollecita; conoscete bene la ragione che me lo impedisce. Ma, se tutte le prove d’amore che vi ho dato finora non bastano a convincervi della mia sincerità, sono pronta a darvene di più evidenti: dovete soltanto ordinare, voi conoscete il mio potere. Se volete, prima del sorgere del sole, trasformerò questa grande città e questo bel palazzo in orribili rovine che saranno abitate soltanto da lupi, gufi e corvi. Volete ch’io trasporti tutte le pietre di queste mura, così solidamente costruite, di là dal monte Caucaso, e oltre i confini del mondo abitabile? Dite soltanto una parola, e tutti questi luoghi muteranno faccia.” Continua domani.

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