La favola del giorno

Da Le Mille e una Notte – I racconti di Sherazad

Storia del Giovane Re delle Isole Nere – 4

Il giorno dopo, il sultano si alzò al sorgere del sole e, per dare inizio all’esecuzione del suo piano, nascose in un angolo la sua sottoveste che gli sarebbe stata d’impaccio, e se ne andò al Palazzo delle lacrime. Lo trovò illuminato da un’infinità di fiaccole di cera bianca, e sentì un delizioso odore che usciva da parecchi bruciaprofumi di oro fino, di mirabile fattura, tutti allineati in bellissimo ordine. Appena scorse il letto in cui era coricato il negro, sguainò la spada e tolse, senza incontrare resistenza, la vita a quel miserabile; ne trascinò il corpo nel cortile del castello e lo gettò in un pozzo. Fatto ciò, andò a coricarsi nel letto del negro, si mise la spada a fianco sotto la coperta, e attese di completare quanto si era proposto.

Poco dopo arrivò la maga. Il suo primo pensiero fu quello di recarsi nella camera in cui si trovava il re delle Isole Nere, suo marito. Lo spogliò e cominciò a dargli sulle spalle le cento nerbate con una ferocia senza esempio. Il povero principe aveva un bel riempire il palazzo con le sue grida e scongiurarla nel modo più commovente possibile di avere pietà di lui: la crudele smise di colpirlo soltanto dopo avergli dato i cento colpi.

“Tu non hai avuto compassione del mio amante, – gli diceva, – e non devi attenderne da me.” Poi lo rivestì con lo spesso abito di pelo di capra, mettendogli sopra la veste di broccato. Si recò quindi al Palazzo delle lacrime; e, nell’entrarvi, rinnovò i suoi pianti, le sue grida e i suoi lamenti. Avvicinandosi al letto, dove credeva vi fosse sempre il suo amante, esclamò:

“Quale crudeltà quella di aver turbato in questo modo il piacere di un’amante tanto tenera e appassionata come io sono! O tu, che mi rimproveri di essere troppo inumana quando ti faccio sentire gli effetti del mio risentimento, principe crudele, la tua ferocia non supera forse quella della mia vendetta? Ah, traditore! Attentando alla vita dell’essere che adoro, non mi hai forse rapito la mia? Ahimè! – soggiunse rivolgendo la parola al sultano, credendo di parlare al negro, – sole mio, vita mia, manterrete sempre il silenzio? Siete risoluto a lasciarmi morire senza darmi la consolazione di dirmi ancora che mi amate? Anima mia, ditemi almeno una parola, ve ne scongiuro.”

Allora il sultano, fingendo di uscire da un sonno profondo, e contraffacendo il linguaggio dei negri, rispose in tono grave alla regina:

“Non esiste forza o potere se non in Dio solo, che è onnipotente. – A queste parole, la maga, che non se lo aspettava, lanciò un alto grido per manifestare l’eccesso della sua gioia.

  • Mio caro signore, – esclamò, – non m’inganno? E’ vero ch’io vi odo e che mi parlate?
  • Sventurata, – riprese il sultano, – sei forse degna ch’io risponda alle tue parole?
  • E perché, – replicò la regina, – mi rivolgete questo rimprovero?
  • Le grida, – riprese il sultano, – i pianti e i gemiti di tuo marito, che tu tratti ogni giorno con tanta indegnità e tanta ferocia, m’impediscono di dormire notte e giorno. Sarei guarito da molto tempo e avrei riacquistato l’uso della parola, se tu l’avessi liberato dall’incantesimo: ecco la causa di questo lungo silenzio del quale ti lamenti.
  • Ebbene, – disse la maga, – per placarvi sono pronto a fare quanto mi ordinerete: volete che gli restituisca la sua forma primitiva?
  • Sì, – rispose il sultano, – e affrettati a metterlo in libertà affinché non mi disturbi più con le sue grida.”

La maga uscì subito dal Palazzo delle lacrime. Prese una tazza d’acqua, e vi pronunciò sopra delle parole che la fecero bollire come se fosse stata sul fuoco. Poi si recò nella sala dov’era il giovane re suo marito, gli gettò addosso un po’ di quell’acqua dicendo:

“Se il creatore di tutte le cose ti ha fatto come sei in questo momento, o se è in collera contro di te, non cambiare; ma, se sei in questo stato soltanto in virtù del mio incantesimo, riprendi la tua forma naturale e ritorna quello che eri prima. – Appena ebbe pronunciato queste parole, il principe si ritrovò nel suo stato primitivo, si alzò liberamente, con tutta la gioia che si può immaginare, e ne rese grazie a Dio. La maga, riprendendo la parola, gli disse: – Vai, allontanati da questo castello e non tornarci mai più, altrimenti ti costerà la vita.”

Il giovane re, cedendo alla necessità, si allontanò dalla maga senza replicare e si ritirò in un luogo nascosto, dove attese con impazienza il risultato del piano, la cui esecuzione era iniziata con tanta fortuna.

Nel frattempo la maga tornò al Palazzo delle lacrime; e, nell’entrare, credendo sempre di parlare al negro, gli disse:

“Caro amante, ho fatto quanto mi avete ordinato; nulla v’impedisce di alzarvi e di darmi così una soddisfazione di cui mi private da tanto tempo.”

Il sultano continuò a contraffare il linguaggio dei negri e rispose in tono brusco:

“Ciò che hai fatto non basta a guarirmi; hai tolto soltanto una parte del male, bisogna estirparlo sino alla radice.

  • Mio amabile negro, – riprese la donna, – che cosa intendete per radice? Continua domani.

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