La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità

Antefatto

In una casa della Ostergade, a Copenaghen, non lontano da Kongensnytrv, c’era un gran ricevimento: son cose che è bene fare di tanto in tanto, così non se ne parla più, e inoltre si può venire invitati a nostro turno dagli altri. Una buona metà degli ospiti era già seduta attorno ai tavolini da gioco, e l’altra metà aspettava di vedere cosa avrebbe fatto la padrona di casa dopo aver esclamato: – Adesso dobbiamo fare qualcosa di bello! – Si era a questo punto, e la conversazione andava avanti come poteva. Tra l’altro il discorso cadde anche sul Medioevo, che alcuni consideravano un’epoca molto migliore della nostra. Il consigliere Knap difese così animatamente questa tesi che la padrona di casa prese subito le sue parti, e tutte e due insieme si misero a criticare quanto aveva scritto Orsted nell’Almanacco sui tempi antichi e su quelli moderni, dando chiaramente la preferenza a questi ultimi. L’epoca più bella e più felice era stata, secondo il consigliere, quella di re Giovanni. (morto nel 1513)

Ma andiamo un po’ a vedere cosa avveniva nell’atrio, dove stavano i soprabiti, i bastoni, gli ombrelli e le soprascarpe, mentre nel salone si facevano tutti questi discorsi pro e contro (furono interrotti solo un momento per dare un’occhiata al giornale appena arrivato, ma non c’era nulla che valesse la pena di esser letto). Nell’atrio erano dunque sedute due domestiche, una giovane e una vecchia. Si sarebbe potuto pensare che fossero venute per accompagnare a casa la loro padrona, qualche vecchia signorina o una vedova, ma a guardarle un po’ più attentamente si capiva subito che non si trattava di comuni persone di servizio: le loro mani eran troppo delicate per esserlo e il loro portamento troppo regale; anche i vestiti avevano un taglio troppo ardito e singolare. Erano due fate: la più giovane non era la fata della felicità in persona, ma era la cameriera di una delle sue ancelle, e suo compito era distribuire i doni più minuti della felicità; la vecchia, che aveva un aspetto molto serio, era la fata del dolore: essa sbriga sempre da sola tutte le sue commissioni, per esser sicura che vengano eseguite come si deve.

Chiacchieravano tra loro, raccontandosi come avevano impiegato la giornata. La cameriera dell’ancella della felicità aveva eseguito solo pochi incarichi di scarsa importanza, come salvare un cappello nuovo da un acquazzone, far sì che un pezzo grosso, vero pallone gonfiato, salutasse un galantuomo, e altre inezie del genere; le restava da fare ancora una cosa, ma quella era però fuori dell’ordinario.

  • Devi sapere, – soggiunse, – che oggi è il mio compleanno, e per festeggiarlo mi è stato consegnato un paio di soprascarpe da dare agli uomini. Esse hanno la proprietà di trasferire immediatamente chi le indossa nel luogo e nell’epoca preferiti: ogni desiderio riguardante il tempo e lo spazio viene esaudito, così, finalmente, potrà esserci qualcuno felice quaggiù!
  • Lo dici tu, – obiettò la fata del dolore, – quello invece si dispererà certamente, benedicendo il momento in cui potrà levarsi le tue soprascarpe.
  • Ma che vai dicendo? – replicò l’altra. – Ora le metto qui vicino alla porta, e chi per isbaglio le indosserà sarà una persona felice!

Ecco quali erano i loro discorsi.

Che cosa accadde al consigliere

Era già tardi. Il consigliere Knap, sempre sprofondato col pensiero nei tempi di re Giovanni, pensò che era ora di andarsene a casa, e destino volle che fosse proprio lui a mettersi le soprascarpe della felicità invece delle sue. Uscì così in istrada, ma il magico potere delle soprascarpe lo trasportò immediatamente ai tempi di re Giovanni, e così affondò subito nella poltiglia e nel fango, perché allora non si usava ancora lastricare le strade.

  • Ma che tremendo sudiciume! – esclamò il consigliere, – il marciapiedi non c’è più e tutti i lampioni sono spenti!

La luna non era ancora abbastanza alta nel cielo e l’aria era piuttosto pesante, così che tutto era immerso nell’oscurità. Alla prima svolta, in ogni modo, c’era una lampada accesa davanti a un’immagine della Madonna, ma faceva così poca luce che egli la notò solo quando ci fu proprio sotto, e gli occhi gli caddero sulla immagine dipinta della Madre col bambino.

“Forse è un museo, – disse tra sé, – e hanno dimenticato di tirar dentro l’insegna”.

Gli passarono poi davanti alcune persone vestite alla maniera dell’epoca.

Come erano conciate! Venivano certo da un ballo in maschera!

All’improvviso si sentì un suono di tamburi e di pifferi, e la strada fu illuminata dal chiarore delle torce; il consigliere allora si fermò e vide passare uno strano corteo. Davanti a tutti marciava un gruppo di tamburini che suonavano con molta abilità i loro strumenti, li seguivano dei soldati armati di archi e di balestre. Il personaggio più importante di tutto il corteo era un prelato. Il consigliere chiese, molto stupito, cosa significasse quel corteo e chi fosse quell’uomo.

Gli risposero che era il vescovo della Selandia.

“Dio mio! Ma che diamine gli è venuto in mente?” si chiese il consigliere, sospirando e scuotendo il capo. Non era possibili che quello fosse il vescovo! Continuò poi la sua strada rimuginando i suoi pensieri, senza guardare né a destra né a sinistra; e giunse così alla Piazza del Ponte Alto. Non gli fu possibile trovare il ponte che porta al castello, e si accorse anzi di essere sulla sponda di un fiumiciattolo paludoso; alla fine vide due persone in una barchetta.

  • Il signore vuol essere traghettato all’isola? – chiesero quelli.
  • L’isola? – ripeté il consigliere, che non sapeva in che tempo si trovava. – Voglio andare a Christianshavn, nel Vicolo del Mercato.

I due lo guardarono stupiti.

  • Ditemi solo dov’è il ponte, – chiese. – E’ una vera vergogna che non ci sia neanche un lampione acceso, e per di più c’è una tale fanghiglia che sembra di camminare in un pantano.

Più parlava con i due e meno li capiva.

  • Non comprendo il vostro dialetto di Bornholm! – esclamò alla fine e volse loro le spalle, furibondo. Il ponte era impossibile trovarlo e non c’era neppure un parapetto. – Questo stato di cose è un vero scandalo! – sbuffò. Il suo tempo non gli era mai sembrato così miserevole come quella sera.

Continua domani.

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