Napoli – Antichi Mestieri

Il Maestro di Bottega ed il guappo in abito da festa. – 5

Se si rissa grida: Ebbè! Senza che ffaie tutte sse ngestre; cca simmo canusciute, e aggio fatto scorrere o sango a llave po quartiere.

Un tale, ha l’inavvertenza, passando, di lasciar andare un boccone di fumo sul volto della maesta; ecco il guappo che freddamente, e strascicando ciascuna parola gli dice: – Ebbè; mo mancate; vuie menate o fummo ro z ziquario nfaccia a ronna!

Quando, nel colmo dell’ira, e minacciando il suo avversario, fruga precipitosamente nelle tasche in cerca d’un coltello, che spesso non vi è, lasciando rattenersi dalle donne e dagli amici, dimenando il corpo e mostrando non vedere colui che ravvisa perfettamente, grida con quanto ne ha in gola “Arò sta, arò sta? Me ne voglio vevere o sango!

E per non prolungar di vantaggio un fraseggio, che più o meno si sostiene sempre sulle stesse fondamenta, ricordi il lettore:

Orlando non risponde altro a quel detto,

Se non che con furor tira d’ un piede,

E giunge appunto l’asino nel petto,

Con quella forza che tutt’altro eccede;

Ed alto il leva si ch’un augelletto

Che voli in aria sembra a chi lo vede;

Quel va a cadere alla cima d’un colle

Ch’un miglio oltre la valle il giogo estolle.

e si dipinga Orlando in giacca. Il compendio di cotesto gergo e modo chiama il volgo ammartenatezza o attempatezza. Continua domani.

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