La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 4

Sì, queste sono le poesie che si scrivono quando si è innamorati, ma se si ha un po’ di buonsenso ci si guarda bene dal pubblicarle. Il grado di tenente, la povertà e l’amore formano un triangolo, o meglio, una metà del dado spezzato della felicità. Il tenente lo sapeva bene e perciò appoggiando la testa al davanzale della finestra, sospirò profondamente e disse tra sé:

“Quel povero guardiano notturno giù per la strada è molto più felice di me. Non immagina neppure ciò di cui sento la mancanza! Ha una casa, una moglie e dei bambini che piangono con lui del suo dolore e si rallegrano della sua gioia. Sarei più felice di quello che sono se potessi subito cambiarmi in tutto e per tutto con lui, che è certamente più fortunato di me!”

In quello stesso momento il guardiano tornò ad essere guardiano; era divenuto tenente per merito delle soprascarpe della felicità, ma, come si è visto, era subito stato ancor meno contento di prima e aveva desiderato di essere quello che poi era in realtà. Così il guardiano tornò di nuovo a esser guardiano.

“Che brutto sogno! – si disse. – Ma era anche strano in fondo! Mi sembrava di essere il tenente, quello che abita lì su, ma non ero davvero soddisfatto di esserlo! Sentivo la mancanza di mia moglie e dei marmocchi, che son sempre pronti a soffocarmi di baci”.

Si sedette di nuovo, con la testa penzoloni; il sogno non gli si levava dalla mente, e aveva ancora le soprascarpe ai piedi. In quel mentre il cielo fu solcato da una stella filante.

  • E’ caduta, – esclamò il guardiano, – ma ce ne sono ancora tante lassù! Mi piacerebbe veder quelle cose più da vicino, specialmente la luna, perché quella non può davvero sgusciar tra le dita! Quando moriremo, ha detto a mia moglie lo studente al quale lei fa i servizi, voleremo da una stella all’altra. E’ certo una bugia, ma sarebbe bello se fosse così. Se potessi solo fare un salto lassù, non mi importerebbe di lasciare il corpo qui sulle scale!

Ma bisogna esser molto prudenti nel formulare certi desideri, e tanto più cauti bisogna essere quando si hanno ai piedi le soprascarpe della felicità. Guardate un po’, infatti cosa capitò al guardiano!

Per quel che ci riguarda, conosciamo quasi tutti la velocità provocata dal vapore acqueo; l’abbiamo sperimentata noi stessi in treno e traversando il mare su un battello, eppure essa è come l’avanzare di un tardigrado e la marcia di una lumaca in paragone alla velocità della luce, che corre diciannove milioni di volte più rapidamente del più celebre corsiero: ma l’elettricità è ancor più veloce. La morte non è che una scossa elettrica che ci colpisce al cuore, e l’anima liberato vola via sulle ali della velocità. In otto minuti e pochi secondi la luce solare compie un viaggio di più di venti milioni di miglia: trasportata dall’elettricità, l’anima ha bisogno di un numero ancora minore di minuti per lo stesso percorso. Lo spazio tra i corpi celesti non è per essa più grande di quel che sia per noi, che abitiamo in città, la distanza tra la nostra casa e quella dei nostri amici, sia pur questa minima. Questa scossa elettrica ci toglie in ogni modo l’uso del nostro corpo mortale, a meno che noi non abbiamo ai piedi, come il nostro guardiano, le soprascarpe della felicità.

In pochi secondi il guardiano aveva percorso le cinquantaduemila miglia che ci separano dalla luna, che, come tutti sanno, è composta di una materia molto più leggera di quella terrena, ed è soffice, diremmo noi, come la neve appena caduta. Egli si trovò su uno di quei crateri che conosciamo dalla grande carta della luna del Dottor Madler; l’hai vista anche tu, non è vero?

Le pareti interne del cratere scendevano a picco formando una conca per circa un miglio danese. Sul fondo c’era una città, tale e quale al chiaro d’uovo in un bicchier d’acqua, molle, con torri, cupole, balconi a forma di vela, trasparenti e fluttuanti nell’area leggera. La nostra terra si librava sulla sua testa, simile a un grande globo incandescente.

C’erano molti esseri viventi, tutti della specie che noi chiameremmo umani, ma diversissimi da noi nell’aspetto. Sapevano anche parlare, ma chi potrebbe pretendere che l’anima del guardiano comprendesse quello che dicevano? Eppure era proprio così.

Egli capiva benissimo la lingua degli abitanti della luna; essi stavano discutendo della nostra terra, e si domandavano se potesse esser abitata. Secondo loro, l’aria era troppo pesante perché degli esseri lunari ragionevoli potessero abitarvi. Solo la luna, secondo loro, era abitata da esseri viventi; essa era il corpo celeste per eccellenza, e l’unico abitato sin dalla antichità.

Ma ritorniamo giù nella Ostergade e vediamo un po’ cosa era intanto capitato al corpo del guardiano.

Era rimasto seduto su un gradino, senza vita, e l’insegna del mestiere, la bacchetta con su una stella di latta gli era caduta di mano, e stava lì, con gli occhi rivolti alla luna, alla ricerca dell’anima onesta che era fuggita lassù.

  • Guardiano, che ora è? – gli chiese un passante. Lui non rispose, e allora quello gli dette un buffetto sul naso, e il corpo, perso l’equilibrio, rotolò a terra lungo disteso: l’uomo era morto. Il passante che gli aveva dato il buffetto fu colto allora da una grande paura: era morto, non c’era niente da fare. Fu data la notizia, e se ne parlò molto, e nelle prime ore del mattino il corpo fu portato all’ospedale.

Che bello scherzo sarebbe stato per l’anima, al suo ritorno, se, com’è logico, fosse andata a cercarlo nella Ostergade, dove naturalmente non l’avrebbe trovato. Allora per prima cosa sarebbe dovuta correre dalla polizia, poi all’ufficio informazioni, per farlo mettere nell’elenco degli oggetti smarriti, e, alla fine, all’ospedale: ma possiamo star tranquilli: l’anima, quando è sola, è intelligentissima: è il corpo che la rende ottusa.

Continua Lunedì.   

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