La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 7

La metamorfosi del copista

Il guardiano notturno, che non abbiamo certo dimenticato, si ricordò nel frattempo delle soprascarpe che aveva trovato e portato con sé all’ospedale, e le andò a riprendere, ma né il tenente né alcuno degli abitanti della strada ne vollero sentir parlare, e così le consegnò alla polizia.

  • Sembrano proprio le mie soprascarpe! – esclamò uno dei copisti, osservando il mucchio degli oggetti smarriti, e messele vicino alle sue continuò: – Nemmeno un calzolaio sarebbe capace di distinguere un paio dall’altro.
  • Signor copista, – lo chiamò intanto un inserviente, entrando con alcune carte.

Il copista si voltò per rispondere, ma quando poi, finita la conversazione, si volse di nuovo verso le soprascarpe, rimase molto incerto, senza più sapere se le sue fossero quelle di destra o quelle di sinistra. “Devono essere quelle bagnate!” pensò poi, ma si sbagliava, perché erano invece proprio quelle della felicità. Ma perché non dovrebbe poter sbagliare anche la polizia? Se le infilò, si ficcò in tasca alcune carte, se ne mise altre sotto il braccio, per rileggerle e ricopiarle a casa, ma era una domenica mattina e il tempo era bello, e gli venne in mente che una passeggiata sino Frederiksberg gli avrebbe fatto bene, e si incamminò in quella direzione.

Trattandosi della persona più tranquilla e diligente di questo mondo, davvero non gli faremo colpa di questa passeggiatina, che non avrebbe potuto che giovargli, dopo esser rimasto tanto tempo seduto. Da principio camminò senza pensare a niente, e quindi le soprascarpe non ebbero occasione di dimostrare subito il loro magico potere. Nel viale incontrò un conoscente, un giovane poeta, che gli disse che il giorno dopo sarebbe andato in vacanza.

  • Si mette di nuovo in viaggio? – chiese il copista. – Che uomo libero e fortunato è lei! Può svolazzare dove vuole, mentre noialtri abbiamo una catena al piede.
  • Ma la catena è legata all’albero del pane! – rispose il poeta.
  • Lei non deve preoccuparsi un giorno per l’altro, e quando sarà vecchio avrà la sua brava pensione!
  • In fin dei conti, però, lei certo sta meglio di me, – rispose il copista. – Deve esser bello starsene seduti a scriver poesie! Tutti le fanno dei complimenti, e lei è il padrone di se stesso. Dovrebbe solo provare a starsene seduto in tribunale, con tutte quelle scartoffie noiose!

Il poeta scosse la testa, e anche il copista fece lo stesso; ciascuno rimase del proprio parere, e così si separarono.

  • Che strana categoria di persone, i poeti! – esclamò il copista. – Mi piacerebbe poter penetrare in una tal natura e diventare anch’io uno di loro: non scriverei certo i versi piagnucolosi di tanti altri! Oggi è proprio la giornata di primavera adatta a un poeta! L’aria è insolitamente chiara, le nubi sono così belle e c’è un tale profumo qui tra gli alberi! Sono anni che non provo tali sentimenti!

Vediamo già che era diventato un poeta: non era una cosa che saltava agli occhi, e infatti sarebbe pazzesco immaginarsi i poeti come uomini diversi dagli altri (tra gli uomini comuni possono trovarsi nature molto più poetiche di quella di un poeta famoso: l’unica differenza, sta nel fatto che quest’ultimo ha una migliore memoria spirituale e riesce a conservare l’idea e il sentimento sino a formularli chiaramente e distintamente in parole, cosa che gli altri non sono capaci di fare). Ma il passaggio da una natura comune ad una ben altrimenti dotata è sempre un salto, cosa che ora il nostro copista aveva fatto.

  • Che aria deliziosa! – esclamò. – Come mi ricorda le violette della zia Lone! Ero piccolo allora! Dio mio, quanto tempo è che non ci ho pensato! La buona, vecchia zitellona! Abitava dietro alla borsa. Teneva sempre in un vaso un rametto o qualche germoglio verde, per quanto freddo facesse l’inverno. Sento ancora il profumo delle viole, di quando appoggiavo contro i vetri gelati della finestra i soldini di rame riscaldati, per poi guardare fuori attraverso i tondi che vi si formavano. Che bella vista! Nel canale gelato c’erano molti battelli chiusi tra il ghiaccio, abbandonati dai marinai, con solo una cornacchia gracchiante per tutto l’equipaggio. Ai primi venti della primavera, però, c’era un gran daffare: i lastroni di ghiaccio venivano segati tra canti e grida di evviva, i battelli venivano incatramati e riattrezzati, per prender poi il largo verso terre straniere. Io, invece, sono rimasto qui, e sempre dovrò restarci, sempre seduto negli uffici di polizia, a veder gli altri ritirare i passaporti per andare all’estero: che destino il mio! Ahimè! – sospirò profondamente, e si fermò di colpo. – Dio mio, che cosa mi succede! Non ho mai avuto prima pensieri e sentimenti del genere. Sarà la primavera! Che strano misto di piacere e di angoscia! – Afferrando poi le carte che aveva in tasca, esclamò: – Questi mi faranno pensare a ben altro! – e scorse con l’occhio il primo foglio. – La Signora Sigbrith, tragedia originale in cinque atti, – lesse. – Ma che roba è questa? – si chiese poi subito. – Eppure, è proprio la mia calligrafia. Avrei scritto una tragedia? “Intrigo sui bastioni, ovvero il giorno della preghiera. Vaudeville”. Continua domani.

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