La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 8

La metamorfosi del copista – 2

Ma dove ho preso questa roba? Devono avermela ficcata in tasca! Ma ecco una lettera! – era una lettera della direzione del teatro; i due lavori erano respinti, e in un tono non troppo gentile.

  • Hem, hem – fece il copista, sedendo su una panchina. Si agitavano in lui molti pensieri, e la commozione gli invadeva il cuore: senza volerlo, colse uno dei fiori più vicini; era una semplice margheritina, e rivelava in un secondo quello che i professori di botanica riescono a spiegarci solo in molte conferenze: parlava del mito della sua nascita e della potenza della luce solare che aveva fatto dischiudere i suoi petali delicati e li aveva resi odorosi. Egli pensò allora alle lotte della vita, che allo stesso modo sanno risvegliare i sentimenti nel nostro petto. L’aria e la luce erano le amanti dei fiori, ma la preferita era quest’ultima, e la margheritina volgeva sempre il capo verso di lei, per raccogliere poi si suoi petali, quando essa scompariva, e addormentarsi nelle braccia dell’aria.
  • E’ la luce che mi fa bello, – diceva il fiore.
  • Ma è l’aria che ti fa respirare! – mormorò la voce del poeta.

Lì vicino un ragazzo batté con un bastone in un fosso e le gocce d’acqua schizzarono fin su tra i rami verdi. Il copista pensò allora a milioni di bestioline invisibili lanciate su in alto con ogni goccia; data la loro grandezza, il salto doveva essere per loro immenso, come per noi balzare oltre le nubi. Pensando a tutto questo e ai mutamenti sopravvenuti in lui, il copista sorrideva. – Sto dormendo e sognando! – esclamò. – Eppure, è strano come tutto sembra reale, pur sapendo che si tratta solo di un sogno. Ma se potessi ricordarmene domani, al mio risveglio! Ora mi sento proprio in vena, ho una chiara visione delle cose e sono completamente lucido, ma è certo che, anche se domani mi ricorderò qualche cosa, saran solo sciocchezze: mi è già capitato altre volte! Tutte le cose splendide e geniali che si sentono e si dicono nel sogno, sono come l’oro degli gnomi sottoterra: quando lo si vede è bello e splendido, ma alla luce del giorno non rimangono che pietre e foglie secche. Ahimè! – sospirò poi tristemente guardando gli uccelli che cantavano e saltavano felici di ramo in ramo. – Quelli stanno molto meglio di me! Saper volare, sì, è una bella cosa, beati quelli che sono nati con le ali! Se potessi cambiarmi in qualcosa vorrei diventare un’allodoletta come quella!

Subito le falde e le maniche della finanziera si unirono, formando delle ali, i vestiti si trasformarono in piume e le soprascarpe in zampine. Egli si rese ben conto di questo cambiamento e rise tra sé: “Ora sì che son sicuro di sognare! Ma non ho mai fatto un sogno così strampalato!” Volò sui rami verdi e si mise a cantare, ma nel suo canto non c’era nulla di romantico, perché in lui la natura poetica era sparita. Le soprascarpe, come d’altronde chiunque faccia qualcosa di buono, sapevano fare solo una cosa alla volta; aveva voluto essere poeta, e così era stato, poi aveva desiderato di essere un uccellino, e lo era diventato, ma così aveva perduto le qualità avute in dono prima.

  • Questo sì che mi piace! – esclamò. – Di giorno me ne sto seduto negli uffici di polizia, tra le pratiche più reali di questo mondo, ma la notte posso sognare, e volo come un’allodola nel giardino di Frederiksberg: davvero se ne potrebbe scrivere una commedia! – Volò poi giù tra l’erba, girò il capino da tutte le parti e batté il becco sui fili d’erba che, date le sue attuali proporzioni, erano per lui come palmizi dell’Africa settentrionale.

Ma dopo un attimo calò intorno a lui la notte, e un oggetto immenso, così almeno gli sembrò, gli fu gettato sopra: era il berretto di un monello del Quartiere dei Marinai, che vi infilò poi sotto una mano e afferrò il copista per la schiena e per le ali, facendolo strillare. Nel terrore del primo momento gridò ad alta voce: – Monellaccio screanzato! Sono un copista degli uffici di polizia! – Ma il ragazzo sentì solo un cip, cip, cip, e, dato un colpetto sul becco dell’uccello, se lo portò via.

Nel viale incontrò due scolaretti, della più elevata classe sociale (in quanto a livello spirituale, erano però gli ultimi della scuola). Essi comprarono l’uccello per otto soldi, e così il copista tornò a Copenaghen, presso una famiglia che abitava nella Gothersgaden. “Fortuna che si tratta di un sogno! – pensò il copista. – Altrimenti ci sarebbe da andare in bestia! Prima ero un poeta, ora sono un’allodola! Ma già, è stata la mia natura poetica a farmi trasformare in quest’uccellino! E’ un gran brutto affare, specialmente quando si cade nelle mani di qualche ragazzo. Vorrei proprio sapere come andrà a finire!”

I ragazzi lo portarono in un salotto molto elegante, dove venne loro incontro sorridendo una signora molto grassa; essa non fu però affatto contenta di vedersi dentro casa quel “semplice uccelletto dei campi”, come lei chiamava l’allodola. Per qualche giorno, in ogni modo, disse che avrebbe lasciato andare, e indicò una gabbia vuota vicino alla finestra, dove avrebbero potuto metterlo. – Forse sarà contento Loreto! – aggiunse sorridendo a un grosso pappagallo verde che si dondolava pomposamente sul suo anello, in una splendida gabbia di ottone. – Oggi è il compleanno di Loreto, – dichiarò con tono stupidamente ingenuo, – e perciò il piccolo uccello dei campi viene a fare i suoi auguri. Continua domani.

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