Storia delle Religioni

La Religione nella Preistoria

Il culto dei defunti nella preistoria

Fra le prime manifestazioni materiali che danno testimonianza indubitabile della iniziale divaricazione dell’uomo dal mondo animale e dell’evoluzione dell’uomo verso la coscienza di sé, e quindi verso la costruzione di una “cultura” ci sono – oltre ai manufatti a carattere non utilitaristico (cioè quegli oggetti che non appaiono destinati a procurare immediatamente cibo o altri strumenti di sussistenza), come statuine raffiguranti il corpo nudo femminile, simbolo evidente di vita e fecondità, o le scene di caccia rappresentate nei graffiti delle grotte – le sepolture chiaramente approntate con significati simbolici.

Il rinvenimento di corpi di epoca preistorica, inumati con un corredo di ornamenti e oggetti della vita quotidiana, ha un enorme importanza per lo studioso, in quanto attesta il momento in cui l’uomo ha cominciato a collocare la propria esistenza nel tempo, a relazionarsi con un prima, gli antenati, e un dopo sul quale si interroga e che egli immagina come una continuazione di vita del defunto in un’altra dimensione. Comincia la costruzione della memoria, della storia personale, della tradizione e quindi della cultura.

Il corredo era costituito di solito da cibarie di varia natura, conchiglie, fiori, ornamenti personali, amuleti e piccole sculture in osso, ed è frequente la presenza di ocra rossa, forse interpretabile come simbolo del sangue. Questa esigenza di mettere a disposizione del morto degli oggetti che potessero accompagnarlo dopo la morte presuppone l’esistenza di credenze e rituali che prendono origine dalla necessità, connaturata nell’uomo, di dare un senso all’esistenza umana ed alla sua fine e lo inducono a credere in un’esistenza ultraterrena. L’usanza di deporre un corredo funerario insieme al defunto risale ad epoche lontanissime, per lo meno al Paleolitico Medio (150.000-50.000 a. C.). Si pensi ad esempio all’uomo seppellito all’incirca 60.000 orsono su un letto di fiori, ritrovato nella grotta di Shanidar in Iraq, o ai rinvenimenti della grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), risalenti a circa 100.000 anni fa, in cui i defunti sono stati inumati davanti alla grotta, con un corredo di oggetti in pietra, osso e conchiglia, a simboleggiare il ruolo e le attività da essi svolti in vita.

Anche l’usanza di disporre verso est, quindi verso l’origine della luce, spesso riscontrata nelle sepolture dal Paleolitico in poi, sembra avere valenza simbolica. Ben documentata nell’età neolitica, quando l’uomo ha cominciato a condurre vita stanziale e ad abbandonare le consuetudini del nomadismo, è anche l’usanza di deporre i corpi dei defunti in tombe collettive che diventavano poi oggetto di culto religioso, al principio all’interno delle grotte, poi in luoghi appositi: com’è documentato, ad esempio, a Malta nelle grandi tombe collettive del V-IV millennio a. C. che radunano centinaia di individui a poca distanza dai templi megalitici, con evidenti funzioni cultuali. Di grande suggestione è il rituale funerario attestato a Tell al-Sultan (Gerico 8.500-6500 a. C. circa), che prevedeva di seppellire i corpi privi di testa sotto i pavimenti delle abitazioni e di riporre in appositi nascondigli i crani rivestiti di gesso e rimodellati al fine di riprodurre le fattezze del defunto. L’uso di conservare solo la testa è stato riscontrato anche in altre località della Mezzaluna Fertile, di datazione coeva o precedente, ma questo particolare rituale presuppone una ulteriore elaborazione del culto dei morti di cui si vuole perpetuare anche l’aspetto fisico.

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