La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 9      

La metamorfosi del copista – 3

Il pappagallo non rispose neppure una parola, ma continuò a dondolarsi con eleganza avanti e indietro, mentre invece un bel canarino, che era stato portato l’estate precedente dai suoi caldi paesi in fiore, cominciò a gorgheggiare.

  • Strillone! – gli gridò la padrona di casa, gettando sulla gabbia un fazzoletto bianco.
  • Cip, cip, – sospirò quello, – che terribile nevicata! – e tacque.

Il copista, o meglio l’uccello dei campi, come lo chiamava la padrona, fu messo in una gabbietta vicino vicino al canarino, non lontano da Loreto. L’unico discorso umano che il pappagallo era capace di fare, e che suonava spesso molto buffo, era: “Suvvia, siamo uomini!” Tutte le altre cose che strillava erano altrettanto incomprensibili dei gorgheggi del canarino: naturalmente però il copista, essendo oramai un uccello, comprendeva benissimo i suoi compagni.

  • Volavo sotto la palma verde e il mandorlo in fiore! – cantava il canarino, – volavo con i miei fratelli e le mie sorelle sui fiori meravigliosi e sul lago trasparente come il vetro, sul cui fondo si muovevano le piante. Vidi anche molti splendidi pappagalli che raccontavano delle storie divertentissime, tante storie, e lunghe lunghe.
  • Erano uccelli selvatici, – rispose il pappagallo, – senza istruzione. Ma siamo uomini! Perché non ridi? Se la padrona di casa e tutti gli ospiti ridono, potresti ben farlo anche tu. E’ un gran difetto quello di non saper gustare il lato umoristico delle cose! Ma siamo uomini!
  • – Oh, ricordi le belle fanciulle che danzavano sotto le tende, vicino agli alberi in fiore? Ricordi i dolci frutti e il succo rinfrescante delle erbe selvatiche?
  • Sì, che ricordo, – rispose il pappagallo, – ma qui sto molto meglio! Ho da mangiare bene e son trattato come uno di casa: so di avere una bella intelligenza e non pretendo di più. Ma siamo uomini! Tu hai l’anima di un poeta, come si dice, e io ho solide cognizioni e spirito; tu avrai il famoso genio, ma ti manca il buon senso, ti lanci, senza pensare, negli acuti più alti, e allora ti gettano addosso qualcosa, per farti star zitto. Ma con me questo non osano farlo, perché son venuto a costar loro un po’ di più. E poi metto soggezione col mio becco che è così tagliente!
  • Oh, mia calda terra in fiore! – gorgheggiava intanto il canarino. – Canterò dei tuoi alberi verde scuro, delle tue tranquille insenature marine, dove la chiara superficie dell’acqua è baciata dai rami degli alberi, canterò del giubilo di tutti i miei variopinti fratelli e delle mie splendenti sorelle, là dove cresce l’albero del deserto, il cactus!
  • Ma finiscila con questi piagnistei, – brontolò il pappagallo. – Di’ qualche cosa che faccia ridere! Il riso è l’indice del più alto livello spirituale. Guarda un po’, se un cane o un cavallo sanno ridere! No, son capaci di piangere, ma il riso è stato concesso unicamente all’uomo. Oh, oh, oh, – fece poi, ripetendo la sua spiritosaggine, – ma siamo uomini!
  • Grigio uccellino danese, – cantò il canarino, – sei stato fatto prigioniero anche tu! Nei tuoi boschi certo fa freddo, ma c’è la libertà!  Vola via! Hanno dimenticato di chiudere la tua gabbia, e l’ultima finestra è aperta: vola via!

Il copista non se lo fece dire due volte, ed eccolo fuori dalla gabbia. In quel momento la porta socchiusa, che metteva nella stanza accanto, scricchiolò, e sgusciò dentro il gatto di casa, agile, con i suoi verdi occhi lucenti, e si mise a dargli la caccia. Il canarino svolazzava nella gabbia, il pappagallo sbatteva le ali gridando: – Siamo uomini! – e il copista, spaventato da morire, volò via attraverso la finestra, oltre le case e le strade. Alla fine dovette fermarsi per riposare un poco.

La casa di fronte gli sembrò familiare; c’era una finestra aperta, ed egli vi volò dentro. Era la sua camera, ed egli si posò allora sulla tavola. – Ma siamo uomini! – esclamò poi, senza pensare a quel che diceva, proprio come il pappagallo, e in quello stesso momento fu di nuovo un copista, solo che era seduto sulla tavola.

  • Dio mi assista! – esclamò. – Come ho fatto a salire sin quassù e ad addormentarmi così? Che sogni agitati ho fatto! Tutta la faccenda però non è stata che una stupidaggine! Continua domani.

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