La favola del giorno

Le soprascarpe della felicità – 11

L’avventura più bella – 2

gli altri erano ciechi o avevano le gambe ciondolanti e strisciavano sulle mani, oppure avevano le braccia rattrappite, e le mani senza dita. Era proprio la miseria in carne e ossa. – Eccellenza, miserabili! – sospiravano allungando le membra malandate. L’ostessa venne in persona incontro agli ospiti, a piedi scalzi, con i capelli in disordine e una camicia sporca sulla pelle nuda. Le porte erano legate con delle cordicelle, il pavimento della stanza era di mattoni, ma tutto rotto, dei pipistrelli volavano rasente al soffitto, e c’era un puzzo…

  • Allora è meglio apparecchiare nella stalla, – disse uno dei viaggiatori, – laggiù si sa almeno che aria si respira!

Furono spalancate le finestre perché potesse entrare un po’ di aria fresca, ma prima ancora di questa entrarono le braccia rattrappite, e l’eterna lamentela: Miserabili, eccellenza! Le pareti erano piene d’iscrizioni, metà delle quali contro la bella Italia.

Fu portato da mangiare: era una minestra d’acqua, condita con pepe e olio rancido, e anche l’insalata era stata condita con lo stesso olio: delle uova andate a male e delle creste di gallo fritte erano i pezzi forti del pranzo, persino il vino aveva un cattivo sapore, era un vero intruglio.

La notte le valige furono accatastate contro la porta, e uno dei viaggiatori dovette far la guardia mentre gli altri dormivano: toccò allo studente di teologia: che aria irrespirabile lì dentro! Il caldo soffocava, le mosche ronzavano e pungevano, e fuori i miserabili piagnucolavano nel sonno.

  • Oh, sì, – sospirò lo studente, – viaggiare è bello, ma bisognerebbe non avere il corpo, e che l’anima volasse via mentre questo riposa. Dovunque io vada, c’è una miseria che fa male al cuore; vorrei avere qualcosa di meglio di quello che può dare il momento, qualcosa di più bello, la cosa più bella di tutte. Ma dove si trova? Cos’è? In fondo, so bene quello che voglio: vorrei raggiungere una mèta felice, il massimo della felicità!

Appena pronunciate queste parole, si ritrovò a casa: le lunghe tendine bianche pendevano dalla finestra, e in mezzo alla stanza era posata una bara nera, dove egli dormiva un tranquillo sonno di morte: il suo desiderio era stato esaudito: il corpo riposava, mentre lo spirito era lontano, in viaggio.

“Non dichiarar nessuno felice prima che scenda nella tomba”. Le parole di Solone trovano qui una loro conferma.

Ogni cadavere è una sfinge dell’eternità; anche questa sfinge nel suo sarcofago nero non rispondeva a quel che si era domandato due giorni prima da vivo:

Morte possente, il tuo silenzio incombe

sul mondo, dove l’orma dei tuoi passi

non è segnata che da tombe e tombe.

Unita resterà la terra al cielo?

Quale sarà dell’anima la sorte?

Risorger, come l’erba dopo il gelo,

nel lugubre giardino della morte?

Non vede, il mondo, la pena maggiore;

a te che fosti solo nella vita,

non parrà troppo greve, sopra il cuore,

il peso della terra, or che è finita.

Due figure si muovevano nella stanza, e noi le conosciamo: una era la fata del dolore e l’altra la messaggera della felicità. Entrambe si chinarono sul morto.

  • Vedi, – disse la fata del dolore, – che felicità hanno portato agli uomini le tue soprascarpe?
  • A quello che dorme qui, almeno, esse hanno procurato un bene duraturo!
  • No, – ribatté la prima, – se ne è andato spontaneamente, non è stato chiamato, e le forze spirituali che aveva in terra non sono state bastevoli a ottenergli, lassù, i tesori che gli erano destinati!

Così dicendo gli tolse le soprascarpe dai piedi: subito il sonno della morte finì, e il resuscitato si sollevò dalla bara. La fata del dolore scomparve, ma scomparvero anche le soprascarpe: essa certo aveva pensato che fossero di sua proprietà.

Hans Christian Andersen – Fiabe

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