La favola del giorno

Il Nano Giallo

C’era una volta una regina; aveva avuto parecchi figlioli, ma le era rimasta soltanto una figlia, che però ne valeva più di mille; la madre, essendo vedova, e non avendo nient’altro al mondo di così caro come quella principessina, aveva sempre una tale paura di perderla, che non pensava neppure a correggerla dei suoi difetti. E così, questa meravigliosa creatura, che si vedeva di una bellezza più divina che mortale e si sapeva destinata a salire sul trono, divenne talmente superba e compresa delle proprie grazie che disprezzava tutti quanti.

La Regina madre, con le sue carezze e la sua indulgenza, contribuiva a convincerla che nulla al mondo poteva essere degno di lei; ella si aggirava quasi sempre vestita come Minerva o come Diana, seguita dalle più insigni dame della Corte in abiti da ninfe; alla fine, per dare un ultimo tocco alla sua vanità, la Regina decise di chiamarla Tuttabella e, dopo averla fatta ritrarre dai più valenti pittori, ella mandò la sua effigie a parecchi re con i quali era legata da una stretta amicizia. Al vedere quel ritratto, non vi fu alcuno che potesse sottrarsi all’inevitabile potere del suo fascino: alcuni si ammalarono, altri perdettero la ragione, e i più fortunati arrivarono sani e salvi al cospetto di lei, ma non appena ella si mostrò, i poveri principi divennero suoi umili schiavi.

Non si era mai veduta una Corte più elegante e raffinata. Venti re, a gara si studiavano d’ingraziarsi Tuttabella, e dopo aver speso anche tre o quattro milioni, soltanto per dare una festa in suo onore, potevano ritenersi anche troppo ricompensati s’ella si degnava dir loro “com’è bello tutto ciò!” e niente di più. L’adorazione che ella suscitava rendeva felice la Regina; non passava giorno che alla Corte non arrivassero sette o ottomila sonetti ed altrettante elegie, canzoni o madrigali, spedite a quella volta da tutti i poeti dell’universo. Tuttabella era l’unico oggetto della poesia e della prosa dei suoi tempi; nessun fuoco di gioia veniva acceso altrimenti che con questi versi, i quali crepitavano e briciavano meglio delle più asciutte qualità di legname.

La principessa aveva ormai quindici anni: nessuno osava pretendere l’onore di divenire suo sposo, e nessuno non avrebbe sperato di divenirlo. Ma come fare a commuovere un cuore di tal tempra? Anche se ci si fosse fatti impiccare cinque o sei volte al giorno, a lei sarebbe parsa una cosina da nulla. I suoi spasimanti cominciavano a mormorare contro la sua crudeltà, e la povera Regina, che voleva darle marito, non sapeva da che parte voltarsi per deciderla a questo passo.

  • Perché non volete, – le diceva talvolta, – abbassare un pochino quest’insopportabile boria che vi fa considerare con disprezzo tutti i re che si presentano alla nostra corte? Io voglio darvene uno come sposo; abbiate almeno un poco di riguardo verso di me!
  • Mi trovo bene così, – le rispondeva Tuttabella, – permettetemi, Maestà, ch’io rimanga in questa beata indifferenza; se l’avessi già perduta, son sicuro che la cosa non vi sarebbe andata a genio!
  • Si, – repicava la Regina, – non mi andrebbe a genio che voi amaste qualcuno inferiore a voi; ma guardatevi attorno e osservate coloro che chiedono la vostra mano: non ne esistono altri che possano lontanamente confrontarsi a loro!

Questo era vero; ma la Principessa, infatuata dei propri meriti, credeva di valer ancora di più e a poco a poco, con quel suo incaponimento nel voler restare zitella, cominciò a dare a sua madre tanti e tali crucci che costei si pentì – ma troppo tardi! – d’essere stata tanto indulgente.

Incerta sul da farsi e preoccupata, ella si recò sola soletta a trovare una celebre fata, chiamata la Fata del Deserto; ma non era facile raggiungerla, giacché ella era guardata da terribili leoni. La Regina non avrebbe neppure rischiata l’impresa, se da tempo non avesse saputo che bastava gettare loro dei pezzi di una torta fatta con farina di miglio, zucchero candito e uova di coccodrillo; impastò da se stessa questa torta e la mise in un paniere che si infilò al braccio, poi partì.

Non essendo abituata a camminare tanto a lungo, dopo qualche tempo ch’era in viaggio, ella si sentì stanca, e sdraiatasi ai piedi di un albero per riposarsi un poco, senza accorgersene si addormentò: al suo risveglio il paniere era vuoto, la torta non c’era più, e per colmo di disgrazia, i leoni, i quali avevano fiutato la sua presenza, stavano arrivando: già si sentivano i loro ruggiti!

  • Povera me, che fine farò! – esclamò gemendo; – sarò certamente divorata viva! – Piangeva come una fontana, e non avendo la forza di muovere un passo per fuggire, si stringeva all’albero sotto il quale si era addormentata; a questo punto, le sembrò di sentire fare: “Chut, chut! Hem, hem!” Guarda di qua, guarda di là, e finalmente, alzando gli occhi, scorge in cima all’albero un omettino non più alto d’un palmo: stava mangiando delle arance e le disse:
  • Ohè, signora regina! Io vi conosco bene e so che tremate per la paura che i leoni vi mangino: come se non bastasse, siete pure rimasta senza torta!
  • Devo rassegnarmi a morire sbranata, – disse la Regina sospirando; – povera me! morirei almeno più tranquilla se mia figlia avesse già preso marito!
  • Davvero? Avete una figlia? – esclamò il Nano Giallo (lo chiamavano così per via del colore della sua pelle e del melarancio entro il quale abitava); – me ne rallegro moltissimo, giacché per l’appunto sto cercando moglie per terra e per mare; decidete voi: se me la promettete, io vi garantisco dai leoni, dalle tigri, e anche dagli orsi! Continua domani

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