Categoria: città e paesi della campania

Città e Paesi della Campania

Un dettaglio della facciata di Santa Maria della Natività.

Aiello del Sabato – 2

Un antico paese immerso nel verde in provincia di Avellino.

La Parrocchiale di “Santa Maria de Agello”

Di questa antica chiesa di Aiello del Sabato (oggi chiamata Santa Maria della Natività) si ha notizia in un documento del 1164 che ne attesta la dipendenza dal Monastero di Montevergine.

L’edificazione dell’attuale struttura risale presumibilmente al XVI secolo. A partire dal 1750 l’edificio ha subito vari restauri, resisi necessari soprattutto in seguito ai danni provocati dai terremoti del 1857, del 1930 e del 23 novembre del 1980.

Il soffitto è decorato da un affresco raffigurante la Natività della Madonna eseguito da Alfonso Grassi di Solofra nel 1962. Prima di questa data, fissati alle travi della navata centrale, vi erano due dipinti attribuiti da alcuni storici a Francesco Guarini (1611-1654), che furono rimossi per il cattivo stato di conservazione.

Pregevole è il parapetto dell’altare, in tarsie e incrostazioni di marmo, del Settecento. Nella chiesa sono inoltre conservati alcuni dipinti del XVIII secolo e statue in legno policromo fra cui quella di San Sebastiano, patrono del paese, festeggiato il 20 gennaio.

Nel centro storico sorge la seicentesca Chiesa di San Sebastiano, ad un’unica navata, in cui sono conservati dei pregevoli stalli lignei. Sulla medesima piazza su cui prospetta la chiesa si affaccia l’antico Palazzo Ricciardelli.

Il 4 gennaio celebra invece il suo patrono la frazione di Tavernola San Felice, località che per lungo tempo ha condiviso con Aiello del Sabato la condizione di “casale” del feudo di Atripalda. Nei pressi della parrocchiale è situato un edificio in stile gotico, con portali e bifore ogivali risalente alla metà del Trecento. Interessante è anche Villa Preziosi, della fine del secolo scorso, circondata da un vastissimo parco, nella quale sono nati diversi personaggi illustri fra cui lo scrittore e filosofo Domenico Giella (1821-1895).

A Tavernola San Felice è tradizione che il giorno di Pasqua i giovani offrano ai compaesani, come gesto augurale, un rametto di rosmarino con legato un limone, ottenendo in cambio danaro o prodotti quali salumi, vino o frutta.

Le favorevoli condizioni climatiche e la ricchezza delle acque sorgive hanno fatto dell’agricoltura la principale risorsa economica di Aiello del Sabato fin dai tempi più antichi. I 1083 ettari su cui si estende il territorio comunale sono infatti coltivati a cereali, vigne e alberi da frutta. Il vasto patrimonio boschivo ha reso possibile anche lo sviluppo di attività artigianali legate alla lavorazione del legno.

Città e Paesi della Campania

Aiello del Sabato

Un antico paese immerso nel verde in provincia di Avellino.

La chiesa di San Sebastiano

Gli abitanti sono denominati Aiellesi e sono circa 3000, il territorio comunale ha una superficie di 10,83 kmq ed è situato a 425 metri di altitudine.

Il Santo Patrone venerato è San Sebastiano. Frazioni e località sono Tavemola San Felie, Sabina.

Comuni limitrofi: Contrada, Avellino, Atripalda, Cesinali, San Michele di Serino, Serino, Solofra.

Distanza da Avellino 6 km; Autostrada, Casello A16 Avellino Ovest.

Situato sul crinale della dorsale che separa la valle del fiume Sabato da quella del rio d’Aiello, a sud-est di Avellino, e circondato da monti coperti di boschi di castagni, querce e faggi, questo piccolo centro irpino vanta origini molto antiche.

Alcuni reperti archeologici testimoniano, infatti, come il suo territorio, ricco di vegetazione, fauna e sorgenti, fosse abitato già in epoca preromana.

La denominazione del paese sembra alludere alla sua antica tradizione rurale: Aiello deriverebbe infatti da agellus (piccolo rudere), diminutivo di ager (terreno da coltivare). La seconda parte del teponimo (del Sabato, per alcuni dal nome del fiume, per altri da quello della città di Sabatia) è invece stata aggiunta all’indomani dell’Unità d’Italia per delibera del consiglio municipale (10 novembre 1862) e, successivamente, per Decreto regio (22 gennaio 1863) al fine di distinguere il paese dagli altri due centri omonimi (Aiello Calabro e Aiello del Friuli).

Da insediamento romano a “casale” dei Caracciolo

Alcuni storici attribuiscono la fondazione di Aiello del Sabato ai profughi di Sabatia, mitica città sannitica distrutta dai Romani, la cui esistenza sarebbe però stata smentita da recenti studi. E’ stato infatti dimostrato che i ruderi della Civita di Ogliara, alle falde del monte Terminio, nei quali si erano in un primo momento riconosciute le vestigia dell’antica città, non sono altro che i resti di fortificazioni di epoca longobarda.

In età imperiale il territorio di Aiello del Sabato entrava nella giurisdizione della colonia di Abellimum (città che sorgeva nei pressi dell’odierna Atripalda).

Lo stesso nomme della frazione Sabina testimonierebbe la presenza in zona di una villa rurale, probabilmente proprio di quella gens Sabina che molte iscrizioni attestano come una delle famiglie più nobili della colonia.

Un’epigrafe ritrovata presso la sorgente di Acquaro ricorda l’acquedotto fatto costruire da Augusto in questa regione, e che, passando da Aiello del Sabato, proseguiva per via sotterranea fino a Montoro. Un’altra importante testimonianza è costituita da un’iscrizione latina datata 541, posta all’interno della Chiesa di Santa Maria della Natività. In essa si ricorda il “servo di Dio Giovanniccio (…) che visse 80 anni” e che per ventuno avrebbe esercitato il suo apostolato in quella comunità.

In epoca longobarda Aiello del Sabato fu uno dei “casali” appartenenti al feudo di Atripalda. Nel 1045 era proprietà del chierico Rodelferio, come si apprende da un documento in virtù del quale questi otteneva dal principe di Benevento l’esenzione dalle imposte su vari possedimenti. In seguito le vicende storiche e politiche di Aiello del Sabato rimasero legate a quelle di Atripalda.

Nel corso dei secoli il piccolo centro fu così proprietà delle varie famiglie che si avvicendarono alla guida del feudo, fra cui i Capece, gli Orsini, i Castriota e, infine (dal 1563 al 1806), i Caracciolo, principi di Avellino.

Un interno di Villa Preziosi

Continua domani.

Città e Paesi della Campania

La Torre di avvistamento del Palazzo Mainenti.

Agropoli – 2

Fra paludi e corsari

Un caratteristico vicolo.

Nel corso dei secoli Agropoli è stata sottoposta a una flessione demografica notevole, i cui motivi possono essere ricondotti a due grossi problemi, uno proveniente dalla terra e l’altro dal mare. Infatti, il fenomeno di impaludamento, già presente in epoca imperiale, assunse proporzioni maggiori nel corso delle invasioni barbariche: le terre, peraltro già infestate dalla malaria, furono abbandonate durante la peste del XIV secolo e la guerra del Vespro combattuta fra angioini e aragonesi.

Una veduta di Palazzo Mainenti

Le incursioni barbaresche, che si abbatterono sulla costiera cilentana, contribuirono a spopolare ulteriormente il territorio: Agropoli fu devastata nel 1515, quando Kurdogli, dpo averla saccheggiata, condusse in schiavitù circa 300 persone.

Fu poi la volta delle scorrerie del corsaro Barbarossa (Khair ad-Din) e di Dragùt; nel 1629 Agropoli fu attaccata da turchi e bisertini (l’episodio viene ricordato ancora oggi con la rappresentazione storica dell’ “Assalto dei Turchi”).

Uno scorcio di vita paesana
Un altro scorcio di vita paesana

La peste del 1656 provocò numerosi morti: nello stato delle anime del 1686 le famiglie si erano ridotte a 113. Conseguenza del calo demografico furono le crescenti sperequazioni da parte dei proprietari terrieri; il catasto del 1663 registrava solo 34 proprietà, oltre ai beni feudali, consistenti in 340 tomoli, e alle 11 fondazioni pie con 382 tomoli (il Convento di San Francesco ne era il maggior proprietario). La struttura produttiva risultava ormai in questa data caratterizzata da un netto dualismo: lungo la fascia collinare litoranea oltre al vigneto iniziarono ad affermarsi il gelseto e il ficheto; invece nella parte pianeggiante, adiacente alla piana del Sele, subentrò l’allevamento dei bufali.

una cassetta delle lettere con lo stemma sabaudo e i fasci littorio

La situazione non mutò neanche nei secoli successivi: i dati catastali (1756) rilevano che nel comune vi erano 177 nuclei familiari che detenevano oltre 2990 tomoli di terra. Solo tre famiglie di civili, fra cui i fratelli Donato e Annibale Mingone, e una di grandi allevatori possedevano proprietà che superavano i venti tomoli. Permanevano tuttavia anche grandi proprietà feudali ed ecclesiastiche.

Una certa ridistribuzione della proprietà si ebbe solo nell’Ottocento, quando ad Agropoli si registrarono 409 aziende agricole di cittadini e 253 di forestieri. Solo tre proprietari superavano i 20 tomoli, mentre erano diminuiti i beni ecclesiastici e feudali. Comunque, accanto al consolidamento della piccola proprietà, permaneva ancora l’allevamento dei bufali nei latifondi che si affacciavano sulla piana del Sele. La crisi della produzione serica fu compensata dall’incremento della produzione di fichi e dalla loro esportazione (prima per Napoli e poi per l’America Latina) nonché dalla fabbricazione di alcool. Tale sistema produttivo cessò con la crisi agraria degli anni Ottanta dell’Ottocento: i fichi provenienti da Smirne presero il posto di quelli di Agropoli e delle colline cilentane.

Una veduta della costa

Bisognerà aspettare i primi decenni del Novecento perché la struttura territoriale dell’agro comunale muti completamente. Ciò risulta maggiormente evidente analizzando l’incremento demografico a partire dall’inizio del Novecento: 3000 abitanti nel 1901; 3576 nel 1911; 4044 nel 1921. In questa data lo spostamento della popolazione dai comuni interni del Cilento verso la costa è già iniziato e lo sviluppo del centro di Agropoli ben lo rivela: inizia infatti l’espansione dell’abitato verso le colline poste a ovest. Ma è dopo la bonifica degli anni Trenta del Novecento che il centro “esplode” a livello demografico passando dai 5335 abitanti nel 1931 ai 10.744 del 1971 fino a circa 12.000 del 1991.

Le cause dell’incremento sono molteplici: il debellamento della malaria, l’enorme potenzialità offerta dalla vicina pianura del Sele, la crisi economica e la flessione demografica delle zone interne, lo spostamento in massa della popolazione verso la fascia collinare litoranea e la pianura.

Il degrado urbanistico attuale e l’ampliamento abnorme del centro verso sud-est – come gli inevitabili dissesti ambientali – vanno inseriti in questo processo di spostamento demografico della popolazione dalle zone interne verso la costa, dato questo confermato dalla presenza di una grande quantità di case disabitate.

Una Torre di avvistamento

Città e Paesi della Campania

Agropoli

L’area archeologica del Sauco

Agropoli è una città in provincia di Salerno, una superficie di 32,61 km quadrati, ad un altitudine sul livello del mare di 24 metri, oltre 18.300 abitanti.

Gli abitanti vengono denominati Agropolesi. Santi Patrono Pietro e Paolo. La distanza dal capoluogo Salerno è di 52 km. Uscita Autostrada del Mediterraneo (ex A3) Salerno-Reggio Calabria al casello di Battipaglia.

Le frazioni e le località del Comune sono: Madonna del Carmine, Muoio, Matinella, San Marco, Fuonti, Mattine.

I comuni limitrofi sono: Capaccio, Cicereale, Ogliastro C., Prignano C., Torchiara, Laureana C., Castellabate.

Un antica fontana

Agropoli è un centro marino, turistico e commerciale, il paese si distende su un promontorio, posto quasi a ridosso delle colline del Cilento, fino al mare. Qui, case e strade seguono l’andamento sinuoso della costa; nella parte più antica si chiudono nel borgo medioevale, su cui domina il Castello dei Sanfelice. L’agro comunale è la naturale prosecuzione, dopo il comune di Capaccio-Paestum, della piana del Sele.

Rilievi archeologici segnalano la presenza di insediamenti neolitici, che si intensificano nell’Età del Bronzo e del Ferro. Nel periodo compreso tra il I secolo a.C. e il V d.C., a causa del progressivo abbandono del porto di Poseidonia, la zona costiera a est del promontorio – posta quasi alla foce del fiume Testene – offrì ai Greci un approdo sicuro per il commercio.

La tradizione fa risalire la fondazione di Agropoli al V-VI secolo d. C., al tempo in cui i bizantini, alla ricerca di una roccaforte a sud di Salerno, fortificarono le abitazioni sul promontorio, cui dettero il nome di Acropolis, che significa appunto “città alta”. Il successivo passaggio del toponimo da Acropoli ad Agropoli viene spiegato dagli studiosi come una contaminazione con il termine di origine latina ager, campo.

Una veduta aerea del centro

Fra le aree archeologiche riferibili a insediamenti greco-romani va ricordata quella del Sauco, per il muro di terrazzamento e per un sepolcro bisomo, destinato cioè a due salme; inoltre, nello specchio di mare prospiciente il paese, sono state recuperate numerose anfore e ancore.

Grazie alla posizione strategica della roccaforte, Agropoli divenne ben presto appetita da naviganti e conquistatori, pirati e re: nell’882 fu occupata dai Saraceni, poi dai Longobardi, dai Normanni e, dopo una parentesi sveva, dagli angioini.

Il promontorio su cui sorge Agropoli

Proprio gli angioini favorirono il consolidamento della grande baronia del Cilento, appannaggio dei principi Sanseverino di Salerno. Dopo un lungo periodo passato sotto la giurisdizione vescovile di Capaccio, Agropoli venne inglobata nei possedimenti feudali dei Sanseverino, almeno fino al 1552, quando gli ultimi esponenti della casata, accusati di fellonia, espatriarono dal regno e i feudi confiscati ai principi di Salerno vennero ripartiti fra nuovi baroni. In questo modo Agropoli passò a mercanti genovesi come i Grimaldi (Nicola Grimaldi, avo dell’illustre illuminista calabrese Domenico Grimaldi, fu intestatario del feudo di Agropoli e Laureana nel 1639), poi ai Pinto e agli Zattara (Ludovico Pinto subentrò nell’intestazione del feudo nel 1640, mentre Carlo Zattara nel 1654). Nel Settecento il feudo ricadde sotto la giurisdizione della famiglia Sanfelice (del Monte o delli Monti) che – tranne la parentesi della giurisdizione della famiglia del Giudice, avutasi dal 1766 al 1779 – rimase ininterrottamente in possesso del feudo. L’ultima baronessa Sanfelice di Agropoli fu coinvolta nelle tristi vicende della congiura giacobina del 1799 e venne giustiziata dai borbonici assieme ad altri patrioti napoletani.

Il Castello dei Sanfelice

Il Castello dei Sanfelice, dal nome dell’ultima casata che ne fu proprietaria, occupa un’ampia porzione di Agropoli vecchia; dai suoi muraglioni affacciati sul mare è possibile vedere l’intero golfo di Salerno. La struttura esterna del forte si riferisce al periodo angioino-aragonese: è a pianta triangolare ed è rinforzata ai vertici da tre torri cilindriche. L’impalcatura interna, deteriorata già nel corso del Settecento, fu distrutta completamente nel decennio della denominazione francese.

Le parti meglio conservate del castello offrono uno sfondo suggestivo alle numerose manifestazioni di carattere folcloristico e culturale.

La porta di accesso al borgo

Il borgo ha mantenuto quasi inalterate le sue caratteristiche medioevali; sono ancora visibili in qualche punto tratti di mura che in passato cingevano l’intero abitato. La porta di accesso al borgo, preceduta da una lunga scalinata, risale al XVI secolo: sormontata da stemma, è decorata con cinque merli.

La Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

Nelle immediate vicinanze della porta si innalza la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli: di origine seicentesca, ristrutturata più volte, è luogo di culto frequentato dai pescatori, che proprio alla Madonna di Costantinopoli dedicano il 24 luglio una processione sul mare.

Sempre al XVII secolo risale la costruzione della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, mentre la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo è interessante per la decorazione barocca dell’altare maggiore.

L’edificio religioso più antico è il Convento di San Francesco: costruito forse nel 1230, sorge su un promontorio a ovest dell’abitato. Una leggenda narra che da quello stesso promontorio San Francesco abbia parlato ai pesci.

Un’altra leggenda è legata invece a San Paolo: sembra che il santo, durante il viaggio da Reggio a Pozzuoli, abbia fatto una sosta ad Agropoli e convertito due vergini, martirizzate poi presso una fonte che da quel giorno ebbe proprietà miracolose. Continua domani.

La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Città e Paesi della Campania

Agerola – 2

La Parrocchiale di San Pietro a Pianillo – Il campanile

Il Castello Lauritano e le chiese delle frazioni.

La maggiore attrattiva paesaggistica di Agerola è costituita dalla caratteristica posizione delle sue frazioni, disposte, come si è detto, a ferro di cavallo.

In particolare, nella località San Lazzaro, si aprono due belvedere sul mare. Il primo, si trova al termine di un sentiero che si percorre tra castagni e alberi d’alto fusto, davanti al rudere del Castello Lauritano, una delle costruzioni più antiche, volute nell’XI secolo dalla Repubblica amalfitana per un più facile avvistamento dei Saraceni. E’ su tre livelli e a pianta rettangolare, ma ne è rimasto ben poco: il fronte si apre con tre archi, mentre ai piani superiori si hanno tracce di volte preesistenti. Il castello, che si affaccia a strapiombo sul mare, sovrasta in linea retta la sottostante Amalfi. L’altro belvedere è a Punta San Lazzaro: da qui lo sguardo abbraccia un’ampia porzione della costa fino ad avvistare il profilo dell’isola di Capri.

La Parrocchiale di San Pietro a Pianillo – La navata centrale

Fra gli edifici religiosi è da ricordare la Parrocchiale dell’Annunziata a San Lazzaro, in stile barocco. L’interno è suddiviso in tre navate, di cui quella centrale è a botte ribassata. All’esterno, il campanile, squadrato in muratura, è su quattro livelli di cui l’ultimo, poligonale, è coperto da una cupola con lanternino. La vicina Cappella dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, che risale al XVIII secolo, presenta un’unica navata e un’abside semicircolare. Nella stessa piazza, in stile neoclassico, si trovano i resti del Castello Avitabile, fatto costruire a metà Ottocento dal generale Paolo, viceré delle Indie. Allo stesso periodo risale l’albergo Risorgimento, in via Antonio Coppola.

Una veduta interna della Parrocchiale di San Martino a Campora.

In località Campora, su un largo piazzale, si affaccia la chiesa seicentesca di Maria Santissima delle Grazie divenuta nel 1942 Parrocchiale di San Martino. L’altare custodisce le reliquie dell’apostolo Andrea e dei Santi Cosma e Damiano. La costruzione è, all’interno, a navata unica, ripartita da pilastri e archi a tutto sesto. Il transetto, diviso in tre navate, presenta in quella centrale una cupola di copertura. All’esterno, il campanile è squadrato, terminante a cuspide.

A Bomerano si trova la piccola Chiesa di San Lorenzo, che risale al XVI secolo. L’interno è a unica navata con volta a botte, mentre l’abside ha una pianta rettangolare. Un altro importante edificio sacro, sempre a Bomerano, è la Parrocchiale di San Matteo Apostolo, recentemente restaurata. Risale al 1580, come risulta anche dal fonte battesimale, ed è stata ricostruita su una chiesa preesistente. Dopo vari rifacimenti, l’attuale facciata del 1930 è in stile neoromanico. L’interno è a tre navate con absidi alle estremità. Il soffitto della chiesa, già oggetto di restauro, risale al 1717 e ricorda, sia nell’impianto che nella decorazione, quella della Cattedrale di Amalfi. Di Paolo de Majo di Marcianise, seguace di Francesco Solimena, è la tela al centro con il Martirio di San Matteo. La tavola con la Madonna del Rosario del 1682 è opera di Michele Regalia.

La facciata della Chiesa di San Lorenzo.

A Pianillo, sulla vecchia strada statale, si trova la Parrocchiale di San Pietro, di cui si ignora la data di fondazione, anche se una sua campana reca incisa la data del 1363. La facciata è barocca, con un grosso timpano triangolare sopra il portale. Il campanile è a cinque ordini e termina con una cupola di maioliche. L’interno è a tre navate, con volta a crociera nelle navatelle. Lungo la strada per Pimonte, si scorge il campanile della bella Parrocchiale di Santa Maria La Manna, posta in località Santa Maria: l’edificio risale al XV secolo, e al suo interno è custodita una statuetta che la leggenda vuole sia stata trasportata dal Levante.

Un dipinto all’interno di San Matteo Apostolo a Bomerano.

La vita economica tra passato e presente.

La voce portante dell’economia agerolese è il turismo: l’aria salubre e la vicinanza al mare sono gli elementi essenziali per questa attività.

La selezione della razza bovina detta “mucca agerolese” ha favorito la produzione di latte in abbondanza, gustoso e denso, ed ha reso possibile lo sviluppo di un’industria casearia fiorente e rinomata in tutta la penisola italiana. I boschi intorno sono ricchi di castagni e funghi.

Nei primi secoli di vita, in età romana, Agerola era un grosso centro di produzione di laterizi e di ceramica per stoviglie. Gli agerolesi infatti furono i primi ceramisti della costiera.

Durante lo splendore della Repubblica amalfitana molti alberi secolari vennero abbattuti per costruire grandi e piccole imbarcazioni. Nel medioevo si coltivava anche una rosa bianca, la “rosaria” per ricavarne essenze ricercate, un’industria fiorente fino al seicento.

Agerola era ricca e famosa per la coltivazione del baco da seta appresa dagli amalfitani in Oriente prima del Mille. Una colonia di ebrei, poi, ne promosse la lavorazione. Questa produzione si concluse definitivamente con l’Unità d’Italia. Contemporaneamente fu dato avvio alla lavorazione del cotone e della lana, e ben presto Agerola divenne un importante centro tessile.

Tipici del territorio erano anche i mulini ad acqua, che permisero la creazione di cartiere, come quella di Ponte del 1700 e di Amalfi. Durante la dominazione borbonica l’economia era prospera, ma dopo il 1860, con il crollo delle barriere doganali, le attività legate alla tessitura non ressero alla concorrenza del Nord e fallirono.

Dal 1950, dopo un secolo di relativa povertà, si è avuta una notevole ripresa economica dovuta non solo al turismo, ma anche alla presenza di tanti piccoli laboratori artigianali in cui vengono confezionati, con tessuti di garza di cotone, capi di vestiario meglio conosciuti con il nome di “abiti di Positano”.

Città e Paesi della Campania Agerola – 1

Un paese di montagna con vista sul mare. Veduta panoramica da Punta San Lazzaro

Agerola è parte della Città Metropolitana di Napoli; conta 7750 abitanti su una superficie di 19,62 kmq. Altitudine sul livello del mare dai 400 ai 1425 metri.

Gli abitanti sono denominati Agerolesi; si festeggia come Santo Patrono Sant’Antonio Abate. Le sue frazioni sono: Bomerano, Pianillo, Campora, Ponte, San Lazzaro, Santa Maria, Radicosa. Confina con i Comuni di Pimonte, Gragnano, Scala, Amalfi, Conca dei Marini, Furore, Praiano, Positano. Dista da Napoli 45 km. Autostrada A3 Napoli-Salerno uscita Castellammare di Stabia.

I centri abitati che costituiscono il comune di Agerola sono disposti a ferro di cavallo lungo il declivio dei monti Lattari, con un belvedere naturale sulla costiera amalfitana.

Fino alla metà dell’Ottocento il territorio rientrava nella provincia di Salerno (Principato Citeriore) ma, con Decreto regio n. 9989 del 20 febbraio 1846, entrò a far parte della provincia di Napoli.

Le origini del toponimo sono da porsi in relazione col termine latino ager, campo, che indica in questo caso un territorio fertile e soleggiato.

Agerola fu fondata nel III secolo a.C. da profughi picentini, poi sottomessi dai Romani, come testimoniano i reperti trovati in località Radicosa, tra cui monete del periodo dei Cesari.

Da un’analisi del territorio sono risultati evidenti anche le tracce dell’eruzione del 79 d.C., i cui strati di lapilli compromisero la fertilità del terreno.

Agerola è citata per la prima volta in un documento del XII secolo, quando cioè Federico II, re di Sicilia, decretò il passaggio di Agerola e Tramonti dal ducato Amalfitano al Demanio regio.

Passata sotto la diretta dominazione angioina, Agerola fu donata al milite Landolfo d’Aquino: si determinò così uno stato di vassallaggio – confermato da un documento del 1294 – mal sopportato dagli abitanti. Al d’Aquino successe il francese Ugone di Sully che, appena avuta la concessione, ne fece la resignazione.

Il re Roberto d’Angiò donò allora il territorio a Filippo Falconiero, napoletano, senza vassallaggio. La sua famiglia dominò fino al 1343, quando Agerola fu inglobata nel demanio di Amalfi.

Trovandosi in un luogo alto ed impervio, il paese finì per diventare ricettacolo di briganti. Nel 1460 si trovò coinvolto nella lotta scatenatasi tra Ferdinando I d’Aragona e il duca Giovanni d’Angiò. Dopo il 1583 i comuni della costiera, passati sotto il demanio regio, ebbero, con l’istituzione della figura del capitano del popolo, l’esenzione dalle gabelle. Con la monarchia spagnola, a causa del malgoverno e del perdurare del brigantaggio, ci fu un periodo di decadenza. Il Trattato di Rastadt del 1714 segnò l’avvento degli austriaci che diedero luogo ad un viceregno durato fino al 1734, cioè fino alla nascita del regno borbonico.

Con Carlo III di Borbone cessarono le scorribande dei briganti (che riprenderanno invece un secolo dopo) e l’autorità locale fu ristabilita. L’influsso benefico del Tanucci, primo ministro, si fece sentire anche sui comuni della costiera: allontanato il pericolo dei pirati, Amalfi riprese i suoi commerci per mare. Questo benessere continuò fino alla restaurazione borbonica del 1815, a cui seguì un’involuzione politica e socio-economica. Già da tempo, ad Agerola, grazie al commercio di spezie e di seta, della quale la città era un grosso centro di produzione, si era venuto a creare un ceto mercantile molto agiato, fra i cui membri vi erano personalità dotate di una forte coscienza civile. A quest’ultimi si deve, tra l’altro, la tempestiva adesione alla costituzione democratica della Repubblica partenopea del 1799. L’adesione, però, non era stata totale, anzi, molti agerolesi si erano schierati fra le file dell’esercito borbonico.

Dopo il 1815 si diffusero le società segrete, fra cui vi era quella capeggiata da Flavio Gioia e Salvatore Avitabile.

La figura più significativa dell’Ottocento, tuttavia, può essere considerata quella di Paolo Avitabile, il quale sostenne nel 1846 la necessità del passaggio di Agerola dalla provincia di Salerno a quella di Napoli. Dopo l’unità d’Italia e soprattutto con l’abolizione della barriere doganali, iniziò l’inesorabile declino economico del settore manifatturiero. L’impoverimento della popolazione e il malcontento generale provocarono la ripresa del brigantaggio che creò proprio qui il suo quartier generale. Fra i briganti che imperversarono a quel tempo è da ricordare la figura leggendaria di Melchiorre Vespoli. Continua.

I resti del Castello Lauritano a San Lazzaro

Città e Paesi della Campania

Afragola – 3

Il Santuario di Sant’Antonio

Un importante luogo di pellegrinaggio campano è il maestoso Santuario di Sant’Antonio. L’edificio risale al 1638, come è testimoniato da un documento di compravendita. Il Santuario fu costruito dai padri Francescani e la prima guida spirituale fu padre Antonio da Pisticci, che morì nel 1642.

Oggi, sia la statua di Sant’Antonio che un antico Crocifisso, attribuito a padre Umile da Petralia, scultore del Seicento, costituiscono la meta dei fedeli. Il santuario fu consacrato definitivamente nel 1715.

Lungo il lato sinistro dell’edificio sorge il campanile: realizzato nel 1915 è una struttura a quattro ordini con un loggiato panoramico terminale. La chiesa è in stile barocco. La facciata è stata ridisegnata dall’architetto Vittorio Pantaleo, variando lievemente un progetto originario ed è divisa in tre corpi da due trabeazioni, scandite a loro volta da colonne e lesene che corrispondono alle tre navate.

Il terzo corpo in alto è dominato da una raffigurazione del Santo su maioliche policrome. L’interno è fastoso. Nelle navate laterali si apre una serie di cappelle (quattro per lato), leggermente trasformate rispetto al loro assetto primitivo. La pavimentazione è in marmo bianco interrotto nella navata centrale da una sorta di guida in marmo rosso venato che arriva fino all’altare. Il corpo centrale colpisce per la fuga di pilastri con lesene e per la ricca decorazione di oro, stucchi e pitture. Le cappelle sono dedicate, a destra, alla Madonna di Pompei, a Santa Elisabetta di Ungheria, all’Immacolata, a San Giuseppe, al Santo Patrono; a sinistra, al Crocifisso, all’Addolorata, al Santissimo Cuore di Gesù, a San Francesco, a San Michele.

L’abside è stata ricavata dall’antico coro inferiore. Ai piedi del Trono del Santo si venerano le sue reliquie: un frammento di calotta cranica, una tibia e una vertebra, racchiuse in un artistico cofanetto del 1921.

Al centro della volta è affrescata la Gloria di Sant’Antonio: il santo è raffigurato in estasi davanti alla Trinità e alla Vergine, mentre San Francesco osserva tra un tripudio di angeli. Bella e ricca è la decorazione del refettorio con maioliche del XVIII secolo alle pareti.

Un’importante biblioteca di circa 12.000 volumi, risalente alla casa religiosa, è conservata nel Collegio Serafico, annesso al santuario.

Il 13 giugno, cioè oggi, giorno di Sant’Antonio, si svolgeva fino a qualche decennio fa una processione abbastanza singolare: la questua per la Festa di Sant’Antonio. La statua lignea del santo veniva ricoperta con mantelli di banconote di vario taglio, disposti a strati, che venivano sfilati ad uno ad uno nel santuario al termine della cerimonia e offerti come voti.

La statua in effetti veniva portata in processione per alcuni giorni per i vari quartieri della città, raccogliendo le offerte in banconote dei fedeli che venivano appuntate sulla statua, inoltre ogni tanto si svolgevano spettacoli con fuochi d’artificio sempre offerti in devozione al santo dagli abitanti. Alla fine della giornata, la statua del santo veniva ospitata nella chiesa del quartiere per la notte e riprendeva il suo giro al mattino seguente. Alla fine dei festeggiamenti che come ho detto duravano alcuni giorni, il santo ritornava nel suo santuario.

La Chiesa del Rosario, situata nel quartiere omonimo, è artisticamente tra le più interessanti di Afragola. Fu edificata dai padri Domenicani, presenti sul territorio fin dal 1583. Inizialmente si erano stabiliti presso la Chiesa di San Giorgio e, reputandola troppo decentrata, optarono per un lotto di terreno tra Santa Maria e Casavico, ove fu edificata la chiesa intorno alla quale sorse un nuovo centro abitato. Alla semplicità della facciata, d’impianto tardo-ottocentesco, si contrappone il ricco interno barocco, con cornici, stucchi, marmi policromi, questi ultimi impiegati con autentico virtuosismo nella realizzazione dell’altare maggiore.

L’edificio è a croce latina, con abside piatta, ed è completato da un chiostro. E’ un esempio di architettura controriformista. Il pavimento maiolicato del Settecento fu sostituito nel 1925 da quello attuale in marmo. La navata centrale è affiancata su ciascun lato da cinque cappelle. Al centro del soffitto un affresco raffigura San Domenico ai piedi della Vergine, opera di Domenico Cozzolino. Le cappelle, per i vari lavori che si sono succeduti, hanno perso il loro aspetto originario. Alle spalle dell’altare fu collocata la tela raffigurante la Vergine del Rosario, di Giovanni Lanfranco, che, dopo varie traversie, attualmente si trova nel Museo di Capodimonte a Napoli. Continua – 3