Categoria: giardinaggio

L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria. – 2

Un’arma in più contro i parassiti: la propoli

Allo scopo di difendere le gemme fiorali e gli apici vegetativi le piante producono la propoli, un miscuglio di sostanze ceroidi, gommose e resinose. Le api raccolgono questa sostanza da pioppi, betulle, ippocastani, abeti, pini, castagne, querce ecc., la elaborano mediante le loro secrezioni salivari trasportandola, quindi, all’alveare dove la utilizzano per turare fessure, smussare sporgenze, verniciare pareti, rinforzare favi. Fino a qualche tempo fa la medicina impiegava la propoli per le numerose proprietà che le si attribuivano: cicatrizzanti, antinfiammatorie, battericide, antivirali. Ora l’attenzione di alcuni studiosi si è rivolta alla possibilità di usarla in agricoltura come antiparassitario. Del resto trovandoci di fronte a prodotti vegetali emessi dalle stesse piante a loro protezione, risultava conseguenziale approfondire questi aspetti.

Studi condotti in tal senso hanno dimostrato che la propoli raccolta dalle api in primavera manifesta proprietà stimolanti sulla fioritura e lo sviluppo fogliare, mentre quella estiva pare possedere proprietà antiparassitarie e ne viene consigliato l’impiego in inverno, dopo la caduta delle foglie per contrastare gli attacchi dei microrganismi patogeni e dei parassiti sulle piante arboree.

Il suo utilizzo sulle colture orticole ha fornito risultati incoraggianti. I pomodori trattati con propoli hanno denotato una ridotta comparsa di peronospora e di marciume apicale; fagioli e fagiolini attaccati da pidocchi sono stati disinfestati con 2-3 irrorazioni, lo stesso effetto si è riscontrato su bietole, verze e cavolfiori.

Sulle patate si è ottenuto l’arresto della peronospora e della ruggine, con nessun attacco di dorifora. Da questi brevi cenni si intravedono i possibili vantaggi di un impiego più perfezionato e diffuso della propoli in agricoltura: un trattamento antiparassitario pressoché naturale che potrebbe eliminare i danni collaterali apportati dai pesticidi chimici.

L’utilizzazione della propoli può avvenire in diversi modi e combinazioni: il suo estratto in alcool etilico o acqua si diluisce ulteriormente in diverse percentuali di acqua e serve a irrorare gli ortaggi. Il suo estratto alcolico e acquoso può essere diluito in una soluzione di zolfo colloidale o aggiunto allo zolfo melassato (sulfar). La propoli, ancora, può venire finemente macinata e combinata con zolfo in polvere, oppure si può disciogliere in olio di oliva vergine e spennellarla sui vegetali colpiti da cocciniglie. Per tutte queste problematiche d’impiego bisogna consultare testi specifici.

Preparati a base di propoli utilizzati in agricoltura

Soluzione alcolica: la soluzione alcolica – o tintura – di propoli, si prepara utilizzando come liquido di macerazione alcol etilico denaturato a 95° (circa 150 gr di propoli ogni 850 cc di alcol. Si aggiungono quindi 1-2 gr di lecitina ogni litro di alcol, per facilitare la dispersione delle particelle di propoli.

La tintura di propoli può essere ottenuta anche a partire dalla soluzione acquosa ponendo a macerare il residuo ottenuto dalla filtrazione della soluzione acquosa in alcol. In ogni caso si lascia macerare il tutto per circa 20 giorni. Va filtrato prima dell’uso.

Soluzione idroalcolica: si prepara mescolando 75gr della soluzione con una pari quantità di tintura (o soluzione alcolica); il tutto va filtrato, se non già fatto in precedenza, e diluito in 100 litri d’acqua. I trattamenti vanno eseguiti nelle ore più fresche della giornata, preferibilmente verso il tramonto.

Propoli + sulfar: per potenziare l’efficacia della propoli, soprattutto contro le malattie crittogamiche, la soluzione idroalcolica può essere diluita, anziché in acqua, in una soluzione di zolfo colloidale, oppure si può addizionare alla soluzione idroalcolica dello zolfo melassato (sulfar) nelle seguenti dosi: 150 cc di soluzione idroalcolica e 250 gr di sulfar ogni 100 litri d’acqua.

Propoli + olio vegetale: presenta lo stesso impiego degli oli bianchi nel trattamento delle cocciniglie dell’olivo, degli agrumi e del pesco. La propoli finemente macinata si lascia a macerare nell’olio (20-25 gr di propoli in 100 cc di olio) dopo la necessaria decantazione, l’olio estratto viene addizionato alla soluzione alcolica di propoli (nella proporzione del 10-20%).

Propoli + cera d’api: è una pomata cicatrizzante utile per proteggere le grandi ferite di potatura dagli attacchi fungini e per la patologia del legno in genere (necrosi e carie del tronco). Si prepara sciogliendo a bagnomaria la cera d’api e aggiungendo l’olio e la propoli nelle seguenti quantità: cera d’api 45 gr + soluzione alcolica di propoli 30 cc + olio vegetale 25 cc.

Trattamento post-raccolta della frutta: la soluzione idroalcolica può essere utilizzata anche per i trattamenti post-raccolta della frutta, per evitare l’insorgere di marciumi e facilitare la conservazione di mele e agrumi. A questo proposito si utilizzano circa 200 cc di soluzione idroalcolica ogni 100 litri d’acqua, più 50 cc di bagnante (sapone di Marsiglia, caseina, latte, gelatina ecc…) ogni 100 litri d’acqua. Per l’utilizzo come disinfettante è sufficiente un bagno di appena trenta secondi.

Utilizzo delle propoli nella difesa degli ortaggi

Pianta                         Fitofagi e parassiti                            tipo di formulato

Carciofo Afidi                                        soluzione idroalcolica al 18-20%

Fagiolo e fagiolino  Afidi                        soluzione idroalcolica al 18-20%

ruggine soluzione idroalcolica+sulfar 250gr x 100lt acqua

Cavolo verza    Cavolaia                                              soluzione idroalcolica

cavolfiore             cavolaia soluzione idroalcolica

                                                          

Pomodoro            Afide verde                                        soluzione idroalcolica

                 Peronospora                                    soluzione idroalcolica + sulfar

L’orto – alcuni principi di difesa antiparassitaria.

Al pari degli altri vegetali, anche gli ortaggi vanno soggetti ad attacchi di malattie e parassiti. Gli attacchi possono essere portati da agenti fungini, e allora parleremo di malattie crittogamiche – ad esempio peronospora, oidio, botrite ecc. – o da parassiti animali. Altri fattori che possono danneggiare in modo consistente le piante sono i batteri e i virus, artefici, quest’ultimi, delle pericolose virosi.

La difesa contro tutte queste calamità non è facile e si articola primariamente su una serie di cautele preventive che mirano a mantenere l’equilibrio dell’ecosistema, la cui alterazione è la causa principale del diffondersi dei parassiti. In particolare avremo cura di preservare siepi naturali e alberi che circondano il nostro orto per consentire un rifugio a tutti quegli animali (insetti, rettili, uccelli ecc.) che svolgono una positiva azione predatoria.

Sempre a questo scopo eviteremo l’impiego di trattamenti tossici per non danneggiare la fauna utile. La concimazione organica e minerale sostituirà quella chimica imputata di squilibri nutritivi che favoriscono l’insorgere di attacchi. Mediante l’uso di rotazioni e consociazioni si impedirà la sopravvivenza di alcuni parassiti specifici, mentre la scelta di varietà rustiche o virus esenti pongono un’ulteriore barriera ai pericoli delle infestazioni. Benché tutti questi accorgimenti possano limitare considerevolmente l’esposizione alle aggressioni, spesso la soglia d’intervento viene superata e allora si ricorre a preparati appositi.

In commercio esistono numerosi prodotti specifici che consigliamo di utilizzare con parsimonia, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni d’uso a causa della tossicità e, talvolta, della velenosità che possono presentare. L’uso di tali prodotti, inoltre, può risultare dannoso anche alla fauna predatrice utile, arrecando perciò seri danni all’ecosistema.

Da parte sua l’agricoltura biologica, oltre al rispetto delle norme preventive, suggerisce l’impiego di alcuni preparati a bassa tossicità o, addirittura, innocui. Sono questi, ad esempio, i preparati vegetali (infusi, decotti o macerati di ortica, tanaceto, equiseto); gli insetticidi vegetali (piretro, rotenone, nicotina, legno quassio, da usare limitatamente perché non specifici); i fungicidi (anticrittogamici) a base di rame e zolfo, i soli prodotti di natura chimica considerati in agricoltura biologica; la propoli; gli insetti, i batteri e gli acari predatori (ovvero organismi e animali utili in grado di aggredire e predare quelli dannosi).

Approfondiamo l’impiego della poltiglia bordolese e della propoli, un prodotto antico e uno moderno particolarmente interessanti nella lotta a crittogame e parassiti animali.

Poltiglia bordolese e peronospora

La poltiglia bordolese è composta da solfato di rame e idrossido di calcio disciolti in acqua. Essa viene spruzzata sui vegetali e vi aderisce tenacemente. Questo tradizionale anticrittogamico con il quale i nostri nonni hanno sporcato con un magico colore azzurrino i muri delle vecchie case di campagna introdotte dalla pergola, è tuttora un valido mezzo di difesa contro la peronospora. Questa malattia fungina attacca numerosi ortaggi, come pomodoro, aglio, bietola, cavolo, carota, cipolla, melone, anguria, peperone, pisello, spinacio, zucca e zucchino e, per svilupparsi, abbisogna di particolari condizioni di umidità e temperatura. Tali condizioni si realizzano nelle nostre regioni soprattutto in primavera e in estate, per cui dopo il verificarsi di una pioggia abbondante in queste stagioni, può essere opportuno trattare gli ortaggi con poltiglia bordolese.

La sua preparazione è piuttosto semplice, ma occorre usare l’accortezza di rispettare scrupolosamente le dosi per non causare alle piante bruciature che possono portarle anche alla morte. In linea di massima si utilizzano 1 kg di solfato di rame e 7-8 etti di idrossido di calcio disciolti in 100 litri di acqua. Dapprima si fa sciogliere il solfato di rame e quindi si aggiunge l’idrossido di calcio fatto previamente sciogliere in un po’ d’acqua. Sarà bene verificare mediante una cartina al tornasole la neutralità della poltiglia. Una poltiglia leggermente acida ha un effetto anticrittogamico più immediato, ma meno durevole nel tempo. Al contrario una poltiglia leggermente basica ha un effetto più lento, ma più duraturo nel tempo. Onde evitare, comunque, danni ai vegetali si consiglia di utilizzare poltiglia a reazione neutra, senza discostarsi dalle dosi precedentemente consigliate. Continua domani.

Giardinaggio – l’orto

Terreno e lavorazioni – 2

Attrezzatura

L’attrezzatura tradizionale prevede la vanga nelle due versioni a rebbi o a lama. La prima risulterà utile per lavorare i terreni argillosi, la seconda per quelli sabbiosi o, comunque, sciolti.

La zappa, contrariamente alla vanga, non effettua un completo rivoltamento degli strati, ma solo uno sminuzzamento del terreno lavorato.

Un badile può essere utile per raccogliere sassi, distribuire terra ecc.

Falce, falcetto e sega servono a eliminare infestanti di una certa consistenza o osticità come ad esempio i rovi.

Per il trasporto del letame, dei raccolti o di altro materiale servirà una carriola.

Il rastrello si impiega per affinare e pareggiare il terreno.

Gli estimatori dell’agricoltura biologica possono trovare in commercio un discreto numero di attrezzi per sostituire, in parte, quelli tradizionali e consentire, nel contempo, l’esecuzione di tecniche culturali alternative.

Tra questi ricordiamo la forca a denti piatti e la doppia forca che vanno a sostituire la vanga. Esse consentono di arieggiare il terreno senza rivoltarne gli strati.

Il tridente, o forca a denti ricurvi, frantuma le zolle, arieggia e pareggia il terreno, incorpora il composto ecc.

Il coltivatore a dente di porco è adoperato per estirpare le erbe infestanti lungo gli interfilari, arieggiare il terreno, interrare il composto, fare i solchi.

L’erpicatore manuale, o zappa estirpatrice, sostituisce la zappa tradizionale. Ne esistono di vari modelli e si utilizza per sminuzzare le zolle e arieggiare la superficie del suolo.

Infine i sarchiatoi svolgono varie funzioni (rincalzatura, eliminazione degli infestanti, tracciamento dei solchi) e sono presenti in diversi modelli raggruppati nelle distinzioni: a lama fissa e a lama oscillante.

La pacciamatura

Un discorso a parte merita la pratica della pacciamatura, pur appartenendo all’agricoltura tradizionale, ha goduto di una particolare riscoperta degli amanti del biologico che la attuano impiegando diversi materiali.

Questa pratica consiste nel proteggere il terreno in vicinanza delle piante con materiale vario al fine principale di evitare perdite di umidità. Oltre a conservare più a lungo le riserve idriche del suolo, la pacciamatura inibisce il processo clorofilliano riducendo o impedendo la crescita delle infestanti; mantiene più a lungo la struttura data al terreno con le lavorazioni; ostacola il dilavamento delle acque limitando in questo modo le perdite di azoto nitrico. Inoltre, se viene effettuata con materiale degradabile, arricchisce il terreno di sostanza organica.

I materiali consigliati per la pacciamatura sono la paglia, le foglie, l’erba tagliata di fresco, distribuiti sul terreno in strati più o meno sottili, comunque sufficientemente spessi da proteggerlo dai raggi solari. Molto pratici, ma antiecologici, sono i film plastici neri di polietilene.

Prima di applicare il materiale pacciamante, il terreno deve essere sgombro dalle malerbe e gli ortaggi bene attecchiti e opportunamente diradati.

Il letto profondo: un interessante tecnica di lavorazione del terreno.

Due sono gli strati del suolo particolarmente interessanti per l’orticoltore: lo strato attivo, il più superficiale, dal quale le radici traggono il nutrimento per la pianta, e lo strato inerte, momentaneamente inutilizzato, ma che viene riportato in superficie all’occorrenza per sostituire lo strato attivo allorché questo risultasse troppo sfruttato.

Ne consegue che solo lo strato attivo viene regolarmente vangato, annaffiato, concimato, diserbato, cioè curato. Per contro lo strato inerte sottostante giace in attesa di un rimescolamento che avverrà a secondo delle considerazioni dell’orticoltore.

Una particolare tecnica di coltivazione prevede una serie di lavorazioni che consentono di giungere fino allo strato inerte, offrendo in tal modo alle radici uno spazio maggiore da esplorare.

I vantaggi della tecnica sono evidenti: maggiore sviluppo delle piante in profondità e minore in estensione, con conseguente sfruttamento intensivo dei piccoli orti. A questo non trascurabile vantaggio di base se ne sommano altri: il risparmio di ulteriori vangature cicliche, un maggior sviluppo delle colture da radice, un terreno più ricco di sostanza organica e di processi che concorrono alla sua fertilità.

Il letto profondo si attua lavorando l’orto a sezioni. Dopo averlo dissodato, con una vangatura a normale profondità, si rimuove, senza spostarlo, lo strato inerte con l’aiuto di una forca o di una vanga a rebbi, in modo da rendere più soffice anche questo secondo strato consentendo, in tal modo, la penetrazione delle radici, dell’aria e dell’acqua.

Un orto impostato con questa tecnica può fornire produzioni triple rispetto a un orto lavorato secondo i canoni consueti, conservando, nel contempo, la sofficità per più anni.

L’orto

Terreno e lavorazioni – 1

Allorché si intende praticare una qualsiasi lavorazione al terreno, bisogna tener presente che si agisce su un complesso ecosistema e non su una materia inerte della quale disporre a piacere. Qualsiasi intervento finisce per alterare l’habitat in cui milioni di piccoli esseri svolgono azioni fondamentali per la vita delle piante. Ogni lavorazione devasta aggregati vitali, ma facilita anche la penetrazione dell’aria stimolando l’attività dei microorganismi. Ne consegue che gli aspetti negativi e quelli positivi risultano strettamente interdipendenti, per cui necessita essere particolarmente oculati nello scegliere gli interventi che maggiormente privilegiano il mantenimento degli equilibri naturali.

Due modi di concepire la lavorazione delle zolle:

  1. L’agricoltura biologica prevede l’affinamento delle zolle senza rivoltarle per non alterare l’equilibrio microbico e l’interramento dei principi nutritivi superficiali;
  2. L’agricoltura tradizionale prevede il rivoltamento delle zolle per alternare lo strato attivo con quello inerte.

Questa premessa è stata fatta propria, con ulteriori considerazioni e opportuni arricchimenti, dai sostenitori dell’agricoltura biologica i quali vedono nei rivoltamenti degli strati, mediante vangature, zappature e arature, un pericoloso turbamento per l’equilibrio della microflora e una delle cause che determinano situazioni di erosione, soprattutto nei terreni collinari. Tali considerazioni hanno condotto alla sperimentazione di tecniche alternative, quali il notillage, lo zerotillage e il sod seeding che prevedono una seminagione sulla cotica senza attuare i classici interventi e limitandoli a una semplice lavorazione superficiale.

Nonostante queste interessanti proposte, non vengono comunque negate talune situazioni in cui l’uso della vanga e della zappa risulta utile se non addirittura indispensabile. In particolare si ricorre all’azione della vanga per incorporare la sostanza organica nel suolo; per nettare in profondità il terreno da radici e sassi; per facilitare l’azione disgregante del gelo sulle zolle rivoltate. Per contro è preferibile ai fini del semplice arieggiamento del terreno, utilizzare attrezzi alternativi quali possono essere il coltivatore a dente di porco o la forca a badile. Similmente il ricorso alla zappa può giovare su certi terreni nelle annate a decorso stagionale umido, mentre può risultare negativo nel caso di annate siccitose.

Preparazione del letto di semina

A prescindere dalle considerazioni di carattere biologico che terremo comunque presenti, vediamo ora come disporre la preparazione del letto di semina dei nostri ortaggi.

Se l’appezzamento di terra che destiniamo a orto è incolto, occorrerà innanzitutto ripulirlo dalle pietre e dagli arbusti che lo popolano, mantenendo però eventuali siepi naturali che sorgono nelle vicinanze, le quali fungono da rifugio a insetti utili e perciò favoriscono l’equilibrio dell’ecosistema. Le pietre, trasportate a mano o con la carriola, saranno ammucchiate in un unico luogo. Gli arbusti possono venir bruciati e le loro ceneri, ricche di potassio e fosforo, usate per fertilizzare il terreno. Quindi rivolgeremo le cure al suolo che ospiterà l’orto e, qui, ci sarà d’utilità la vanga. Allorché si lavora il terreno per la prima volta bisognerà scendere in profondità, onde rimuovere ed eliminare le infestanti che altrimenti rispunterebbero alla prima occasione. Le loro parti verdi, potranno essere interrate come sovescio.

Trattandosi di un terreno messo a coltura per la prima volta e destinato a ricevere ortaggi, sarà bene incorporare del letame maturo aggiungendo magari una concimazione minerale a base di fosforo e potassio. L’interramento del letame favorirà lo sviluppo della flora batterica e di tutti quei processi che hanno il fine di formare l’humus indispensabile alla vita delle piante. Continua domani.

Giardinaggio

L’orto

Rotazione delle coltivazioni.

Coltivare per più anni i medesimi ortaggi sullo stesso terreno, può condurre quest’ultimo a impoverirsi di alcuni fattori nutritivi e a manifestare fenomeni di stanchezza e rigetto. Per di più parassiti e infestanti troverebbero un ambiente favorevole al loro sviluppo, facilitati in ciò da un habitat colturale immutato. Per tutti questi motivi, e altri che non possiamo approfondire in questa sede, si impone una rotazione ragionata che alterni gli ortaggi sul terreno secondo uno schema predeterminato. In particolare si terrà presente che:

  • Esistono ortaggi con forti esigenze nutritive e altri meno voraci;
  • L’alternanza di piante appartenenti a famiglie diverse limitano in qualche modo il diffondersi di malattie e parassiti;
  • È conveniente alternare tra loro piante a diverso sviluppo vegetativo (piante da tubero, da bacche, da foglia ecc.).

Esempio di rotazione quadriennale.

A scopo esemplificativo illustro come può essere impostata una rotazione quadriennale, ovvero un avvicendamento di colture che si completa nello spazio di quattro anni. Una volta compreso il meccanismo, potrete organizzare voi stessi un ciclo colturale anche di durata diversa da quella proposta.

Per questo esempio spartiremo l’orto in quattro settori, quindi destineremo per ogni parcella le colture tenendo conto delle seguenti indicazioni:

  • Le patate esigono abbondanti concimazioni letamiche, mentre gli ortaggi da radice in presenza di concimazioni eccessive tendono a biforcare il fittone. Quindi non faremo succedere quest’ultimi a una coltura di patata;
  • Le leguminose in genere (piselli, fave, fagioli ecc.), contrariamente alle patate, preferiscono un terreno calcareo. Perciò eviteremo di coltivare patate dopo i legumi;
  • I cavoli necessitano di calcio rimasto nel terreno per un certo periodo. Essi perciò possono essere messi dopo una coltura di leguminose;
  • Numerose colture, fatta eccezione per quelle testé citate, traggono vantaggio dalla pacciamatura fatta con letame maturo. Tale pratica, infatti, impedisce la biforcazione del fittone nelle colture da radice. Quindi dopo pomodori, zucche, zucchine e lattughe potremo introdurre nella nostra rotazione le colture da radice.

Tenuto conto dei concetti appena esposti, una rotazione quadriennale potrebbe essere impostata esemplificativamente nel primo settore del nostro orto in questo modo:

  • Nel primo anno effettueremo una sostanziosa concimazione letamica alla quale seguirà una piantagione di patate. Dopo la raccolta dei tuberi praticheremo un sovescio che servirà da concimazione di fondo per il secondo anno;
  • Nel secondo anno, dopo una zappatura, arricchiremo il terreno di calcio per correggere la leggera acidità lasciata dalle patate e pianteremo leguminose (fagioli, piselli, fave). Un buon sistema per correggere l’eccessiva acidità del terreno consiste nell’aggiungere all’orto calcinacci in polvere. Raccolti i legumi li sostituiremo con cavoli allevati in semenzaio;
  • Il terzo anno il terreno verrà occupato da colture non particolarmente esigenti, come pomodoro, ravanelli, zucchine e lattuga. (Qualche mese prima di seminare si potrà spargere sul terreno uno straterello di letame maturo);
  • Il quarto anno, infine, sarà dedicato alle colture da radice: carote, rape, cipolle, porri e sedano.

A rotazione conclusa si può ricominciare con un’abbondante concimazione letamica seguita da una coltivazione di patate. Oppure si può lasciar riposare il terreno per un anno mettendolo quindi a coltura con una leguminosa.

Consociazione

Con il termine di consociazione si intende la coltivazione simultanea di più specie sullo stesso terreno. Oltre a ottenere più prodotti contemporaneamente, la consociazione può risultare di giovamento alle colture stesse. Infatti a causa di singolari e molteplici interazioni presenti nei vegetali, talune piante operano un’azione stimolante o, al contrario, reprimente nei confronti delle colture viciniori. Similmente sono in grado di allontanare alcuni parassiti e richiamare alcuni insetti utili.

Da rilevamenti e sperimentazioni condotte in tal senso, in particolare sugli essudati radicali, le resine e gli oli essenziali emessi dalle piante, sono state realizzate delle tabelle nelle quali risultano le diverse attitudini alla consociazione. Ovviamente l’osservanza di tali indicazioni può essere utile alle nostre scelte colturali. Si tenga comunque presente che le specie prescelte allo scopo non devono ostacolarsi tra loro con gli apparati radicali e aerei e che presentino, nel contempo, esigenze colturali simili.

Alcuni esempi di consociazioni che svolgono azione repellente.

Pianta ad azione repellente Pianta protetta Patogeno
Rosmarino, issopo, timo, menta, assenzio, salvia cavolo Cavolaia
Santoreggia, pomodoro fagiolo Mosca
Lino, fagioli nani, petunia patata Dorifora
Tagete fava Tonchio
Avena, pomodoro, frumento asparago Mosca
Spinacio, insalata bietola Altica
Porro, cipolla, aglio carota Mosca
Pomodoro, trifoglio cavolo Mosca
Sedano, carote cipolla Mosca
Canapa patata Grillotalpa
Porri, cipolla, aglio sedano Mosca
Porro, cavolfiore sedano Septoriosi

Continua.

Giardinaggio

Riproduzione gamica e agamica

La riproduzione dei vegetali avviene in due modi:

  • Attraverso il seme, detto anche sistema di riproduzione per via gamica;
  • Utilizzando una parte di pianta, detto anche sistema per via agamica.

Mediante il seme si riproducono la maggior parte degli ortaggi. La propagazione per via agamica, invece, è molto diffusa negli alberi da frutto, benché talvolta possa interessare anche il nostro orto, in modo particolare per quanto concerne le piante aromatiche.

Tra le principali tecniche di riproduzione agamica ricordiamo la talea, il pollone radicale, la propaggine e lo stolone.

Di tutte queste la più nota e diffusa è senza dubbio la talea la quale consiste nell’asportare una parte di pianta (ramo, foglia, fusto, radice), interrarla e curarla in maniera che possa attecchire e originare una nuova pianta.

Il pollone radicale si applica su piante che emettono polloni, come, ad esempio, i carciofi. La radice della pianta madre sviluppa delle gemme sotterranee le quali daranno origine a nuovi individui che noi separeremo recidendoli.

La propaggine consiste nel ripiegare e interrare un giovane ramo elastico. Questo, dopo un certo tempo, tenderà a radicare. Quando ciò avverrà lo separeremo dalla pianta madre.

Lo stelone è un fusto strisciante che a contatto del terreno emette radici originando germogli che sarà sufficiente dividere per ottenere nuove pianticelle. Con questo modo si riproducono, per esempio, le fragole.

Riproduzione per seme

Trasportato dal vento, dagli animali o per semplice caduta, il seme si insedia nella terra e, in condizioni adatte, schiude il tegumento protettivo dando origine a una nuova piantina. Per il nostro orto non possiamo, ovviamente, affidarci ai capricci del caso, ma dovremo procurarci il seme delle piante che ci interessano acquistandolo presso qualche rivenditore o, quando è possibile, riproducendolo noi stessi.

Nel primo caso ci serviremo di commercianti di fiducia; nel secondo caso, invece, avremo soddisfazioni maggiori, ma anche responsabilità e attenzioni più precise. In particolare sceglieremo nel nostro orto piante sane e che, a una semplice considerazione visiva, meglio rappresentano la specie. Allorché queste avranno portato a maturazione il seme, lo raccoglieremo conservandolo in luogo asciutto fino al momento di metterlo in semenzaio per farlo germinare o piantarlo direttamente a dimora. I semi che presentano un involucro esterno piuttosto spesso e duro, possono essere tenuti dapprima in sacchetti di carta e quindi mescolati con sabbia leggermente inumidita (tre parti di sabbia per una di seme) fino al momento della semina. Questo trattamento risulta anche utile per intenerire il tegumento protettivo e facilitare la germogliazione. Sempre a questo scopo i semi di certe piante (zucca, zucchino, fagiolo) prima di essere seminati è bene vengano immersi nell’acqua per una notte intera. In qualsiasi modo si decida la produzione e conservazione in proprio della semente, si rammenti di apporre sul contenitore il nome esatto della specie raccolta.

Il semenzaio: cos’è e perché

Talvolta, invece di effettuare la semina direttamente a dimora, ovvero nell’orto, può risultare comodo e vantaggioso far germogliare i semi su una ridotta superficie di terreno protetta (semenzaio), nella quale le giovani piantine compiono la prima fase dello sviluppo prima di essere trapiantate nell’orto, dove completeranno il resto del loro ciclo. L’utilizzazione del semenzaio è particolarmente conveniente allorché il seme da spargere è talmente piccolo da renderne difficile la sua distribuzione uniforme sul terreno. È questo un caso assai frequente nelle colture orticole, molte delle quali, infatti, presentano sementi di dimensioni minime.

Il trapianto, inoltre, permette uno sfruttamento più razionale del terreno, in quanto possiamo disporre le piante distanziandole secondo misure opportune che consentono una crescita migliore. Ma, indubbiamente, uno dei maggiori vantaggi offerti dal semenzaio è quello di anticipare la semina, a tutto beneficio dello sviluppo della pianta la quale, messa a dimora a tempo opportuno, produrrà anticipatamente. Ciò consente, talvolta, di realizzare nella stessa stagione due cicli del medesimo ortaggio. E’ questo, ad esempio, il caso di lattughe e zucchini.

Il semenzaio è, per solito, una piccola parcella composta da terriccio e sabbia fine, riparata dai venti del nord, regolarmente annaffiata e coperta all’uopo onde proteggere le pianticelle da temperature avverse. L’umidità non dovrà essere eccessiva, ma costante e la temperatura mantenuta attorno ai 20°C. Un semenzaio alquanto pratico è quello costituito da una semplice cassettina di legno o polistirolo sormontata da un vetro.

Un tipo particolare di semenzaio è quello a letto caldo. In questo caso sotto il terriccio di semina viene steso uno straterello di letame equino che fermentando sviluppa calore facilitando così il germogliamento.

A volte, prima di essere poste definitivamente a dimora nell’orto, le piantine nate in semenzaio si trapiantano in un aiuola di piccole dimensioni o meglio in appositi contenitori o vasetti di plastica contenenti terriccio. Questa operazione ha lo scopo di offrire alle piante uno spazio sufficiente affinché possano sviluppare un corretto apparato aereo e radicale.

Come effettuare semine e trapianti

Tanto nel caso della semina a dimora, che nel caso di trapianto da semenzaio, dovremo usare degli accorgimenti. Innanzitutto andrà rispettata l’epoca di semina e le distanze d’impianto. Il seme sarà interrato alla giusta profondità, ricoprendolo con un po’ di terra sciolta. Porremo attenzione agli uccelli approntando, se necessario, degli spaventapasseri e, nei giorni successivi alla semina, cureremo in modo particolare di mantenere una giusta umidità nel terreno. Mediante rullature o pressioni faremo in modo che la semente aderisca perfettamente al terreno facilitandone in questo modo la germinazione. La semina può essere eseguita in diversi modi:

  • a spaglio, allorché il seme viene sparso sul terreno a mano in maniera irregolare, ma uniforme;
  • a righe, ovvero distribuendo regolarmente i semi lungo file equidistanti e intercalandoli opportunamente;
  • a postarella, mettendo il seme in buchette mediante l’aiuto di un cavicchio.

Questo ultimo metodo si usa in particolare con sementi di una certa grossezza (zucca, zucchino ecc.).

Nel caso della semina a spaglio, in presenza di semi molto piccoli, li mescoleremo con un po’ di sabbia fine per favorire l’uniformità di spargimento.

Prima di effettuare i trapianti dal semenzaio in pieno campo, talvolta può essere conveniente operare una ripiolatura, ossia il taglio della parte terminale della radice per stimolare lo sviluppo dell’intero apparato sotterraneo. La piantina trapiantata andrà posta in singole buchette rincalzandola al colletto. Anche nel caso del trapianto occorrerà annaffiare opportunamente la piantina.

Giardinaggio

Concimi minerali

I concimi minerali sono ricavati da rocce e minerali che si rinvengono in natura, finemente macinati, essiccati e calcificati. Distribuiti nel terreno, i concimi minerali dimostrano una solubilità alquanto limitata condizionata pure dal tipo di suolo che li riceve, dalla capacità di assunzione dei diversi ortaggi, nonché dalla carica microbica posseduta dal terreno stesso. Essi si suddividono in base all’elemento fertilizzante che maggiormente li caratterizza. I più importanti sono quelli fosfatici e potassici.

Concimi minerali fosfatici

Sono tre: le fosforiti, le scorie Thomas e la farina d’ossa.

Le fosforiti si estraggono da giacimenti localizzati in diverse parti del globo: Nord Africa, Stati Uniti ecc. Costituite prevalentemente di fosfato tricalcico, la loro solubilità nel terreno è scarsissima, per cui si cerca di aumentarla macinandole finissimamente e distribuendole in terreni neutri o con basso contenuto di calcio. Possono essere utilizzate per concimare alcune colture particolarmente avide di calcio e per integrare il letame o il materiale da composta. Il loro contenuto di anidride fosforica, ossia del composto che esprime il grado di fertilità dei concimi fosfatici, varia dal 25 al 35% a seconda della quantità di fosforo presente nelle rocce da cui derivano.

Nel campo dei concimi chimici di origine minerale, dalle fosforiti, previo trattamento con acido solforico, si ottengono i perfosfati minerali i quali hanno un titolo variabile dal 16 al 22%. L’acido solforico trasforma il fosfato tricalcico, difficilmente solubile nel terreno, in monocalcico (solubile in acqua) e bicalcico (solubile in una soluzione leggermente acidulata quale è per solito la soluzione circolante del terreno).

Con questo trattamento chimico, perciò, le fosforiti vedono altamente aumentata la loro solubilità, ma occorre inoltre tenere conto, al momento della distribuzione, che l’acido solforico, con il quale sono venute a contatto, lascia nel terreno un residuo solforico il quale è fisiologicamente acido. Per cui ne deriva che i perfosfati minerali hanno un pH acido e perciò non vanno distribuiti in terreni che già presentano questo eccesso. Al contrario la loro somministrazione in terreni con pH basico può risultare vantaggiosa in quanto farebbe diminuire l’alcalinità.

La farina d’ossa è un concime fosforico di origine animale in quanto ottenuto dalla calcinazione delle ossa degli animali uccisi nei mattatoi. Anche in questo caso il fosforo è presente sotto forma di fosfato tricalcico e il loro contenuto in anidride fosforica varia dal 18 al 22%. Contengono pure una piccola quantità di azoto. Si distribuiscono in terreni acidi o neutri.

Similmente alle fosforiti la farina d’ossa può essere trattata con acido solforico ottenendone un concime chimico che titola 18-20%. Anche in questo caso il fosfato tricalcico viene trasformato in monocalcico e bicalcico. Questo concime ha nome perfosfato d’ossa.

Le scorie Thomas rappresentano un prodotto di scarto dell’industria siderurgica. Originate dalla depurazione della ghisa, hanno un contenuto di anidride fosforica variabile dal 14 al 20%. Esse contengono, inoltre, anche calce, circa il 10%, il che le rende utili nella concimazione dei terreni acidi o carenti di calcio. Hanno un effetto fertilizzante piuttosto lento per cui la loro distribuzione nell’orto dovrà avvenire nella stagione invernale o, comunque, molto prima di effettuare le semine.

Possono pure essere vantaggiosamente mescolate alla sostanza organica utilizzata per preparare il compostaggio.

Concimi minerali potassici

Sono le ceneri di legna, la farina di rocce silicee e il patentkali.

Le ceneri di legna hanno un contenuto di ossido di potassio assai variabile a seconda del tipo di legno da cui derivano. Mediamente si può valutarlo attorno al 10%, al quale vanno sommate anche piccole quantità di fosforo. E’ un discreto concime potassico casalingo in quanto proviene dalla combustione della legna arsa per riscaldamento nelle stufe o sui camini e quindi a costo praticamente nullo. La sua distribuzione sul terreno avverrà previo mescolamento con lo stesso o per localizzazione nei solchi dove saranno effettuate le semine.

La farina di rocce silicee è una particolare farina minerale ricavata dalla polverizzazione di rocce vulcaniche, come lave, basalti ecc. Grazie alla presenza nella sua costituzione anche di altri elementi fertilizzanti, o comunque utili ai vegetali, quali magnesio, calcio e silicio, essa travalica il semplice ruolo di concime per proporsi come un vero e proprio fattore fertilizzante nel senso più ampio dell’accezione.

Il suo impiego sarà dettato dall’origine delle rocce dalle quali deriva. Se queste hanno un elevato contento di silicio (porfidi, graniti), la farina risulterà particolarmente adatta ai terreni basici, neutri e calcarei; mentre le rocce basaltiche forniranno un fertilizzante confacente ai terreni acidi. Il silicio contenuto in questo concime rende, inoltre, più resistenti le piante nei confronti dei parassiti.

Il patentkali si estrae da giacimenti salini originatisi laddove, in ere lontane, esistevano bacini marini. Ricco di solfato di potassio e di magnesio, questo concime contiene pure rilevanti quantità di zolfo. Esso è un fertilizzante di buona solubilità per cui dovrà essere impiegato con una certa parsimonia unendolo, preferibilmente, al compostaggio nella misura indicativa di circa 7 kg di patentkali per 1 metro cubo di materiale organico.